Dioniso

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Statua di Dioniso del II secolo, esposta al Louvre.
« Le baccanti cominciano ad agitare il tirso per i loro riti...

l'eccitazione si era trasmessa all'intero bosco, alle belve:

non c'era più niente di fermo, tutto si agitava in frenesia. »

(Euripide, Le Baccanti)

Dioniso (in greco attico: Διόνυσος; in greco omerico: Διώνυσος; in greco eolico: Ζόννυσσος o Ζόννυσος; in Lineare B 𐀇𐀺𐀝𐀰 di-wo-nu-so, forma genitiva di-wo-nu-so-jo Lineare B: 𐀇𐀺𐀝𐀰𐀍) è una divinità della religione greca.

L'origine del nome Dioniso è suggerita dal genitivo Διός e da νῦσος, quindi il nysos di Zeus: il "giovane figlio di Zeus"[1].

Inizialmente fu un dio arcaico della vegetazione, in particolare legato alla linfa vitale che scorre nei vegetali, la linfa che si ritrae nel mondo ctonio durante i mesi invernali e che poi torna a scorrere vivida in quelli estivi, ed infatti gli erano cari tutti quei frutti ricchi di succo dolce, come l'uva, il melograno o il fico[2]. Successivamente venne identificato in special modo come Dio del vino, dell'estasi e della liberazione dei sensi, quindi venne a rappresentare l'essenza del creato nel suo perenne e selvaggio fluire, lo spirito divino di una realtà smisurata, l'elemento primigenio del cosmo, l'irruzione spirituale della zoé greca, ossia l'esistenza intesa in senso assoluto, il frenetico flusso di vita che tutto pervade.[3] Questo dio rappresenta in particolare lo stato di natura dell'uomo, la sua parte primordiale, animale, selvaggia, istintiva, che resta presente anche nell'uomo più civilizzato, come una parte originaria insopprimibile, che può emergere ed esplodere in maniera violenta se viene repressa, anziché compresa ed incanalata correttamente.

Veniva identificato a Roma con il dio Bacco (simile a Dionisio pur non essendo la stessa cosa), con il Fufluns venerato dagli Etruschi e con la divinità italica Liber Pater, ed era soprannominato lysios, "colui che scioglie" l'uomo dai vincoli dell'identità personale per ricongiungerlo all'originarietà universale. Nei misteri eleusini veniva identificato con Iacco.

Il Dioniso originario, legato alla vegetazione, rappresentava quell'energia naturale che, per effetto del calore e dell'umidità, portava i frutti delle piante alla piena maturità. Era dunque visto come una divinità benefica per gli uomini da cui dipendevano i doni che la natura stessa offriva tra questi: l'agiatezza, la cultura, l'ordine sociale e civile. Ma poiché questa energia tendeva a scomparire durante l'inverno, l'immaginazione degli antichi tendeva a concepire talvolta un Dioniso sofferente e perseguitato.

In particolare Dioniso era legato soprattutto alla pianta della vite (quindi alla vendemmia e al vino) e all'edera (in particolare alcune specie di edera, contenenti sostanze psicotrope e che venivano lasciate macerare nel vino). Uno dei suoi attributi era infatti il sacro Tirso, un bastone con attorcigliati pampini ed edera; altro suo attributo è il kantharos, una coppa per bere caratterizzata da due alte anse che si estendono in altezza oltre l'orlo. L'edera, peraltro, ha una forma che può ricordare quella della vite, e a volte le veniva attribuito l'appellativo poetico di oinôps o oinōpós (“color del vino”) che indica appunto la sua appartenenza a Dioniso quale dio del vino. La corrispondenza fra le due piante è illustrata da Walter F. Otto in una pagina classica del suo Dioniso (op. cit., p. 162):

« L'edera fiorisce in autunno quando per la vite è tempo di vendemmia, e produce frutti in primavera. Tra la sua fioritura e l'epoca dei frutti sta il tempo dell'epifania dionisiaca nei mesi invernali. Così, in certo qual modo l'edera rende omaggio al dio delle inebrianti feste invernali, dopo che i suoi germogli si sono librati in alto, come se recassero una nuova primavera. Ma anche senza tale trasformazione essa è un ornamento dell'inverno. Mentre la vite dionisiaca necessita il più possibile della luce e del calore solare, l'edera dionisiaca ha un bisogno sorprendentemente limitato di luce e di calore, e fa germogliare la sua freschissima verzura anche all'ombra e al freddo. Nel bel mezzo dell'inverno, quando si celebrano strepitanti feste dionisiache, si stende baldanzosa con le sue foglie frastagliate sul terreno dei boschi o si arrampica sui tronchi quasi volesse, al pari delle Menadi, salutare il dio e circondarlo nella danza. La si è paragonata al serpente, e la natura fredda attribuita a entrambi si ritiene sia il motivo per cui essi appartengono a Dioniso. Effettivamente il movimento con cui l'edera striscia sul terreno o si avvolge agli alberi può ricordare i serpenti che le selvagge accompagnatrici di Dioniso intrecciano nei capelli o tengono fra le mani. »

Dioniso viene spesso rappresentato nelle arti come vestito di pelle di leopardo, su di un carro di trionfo assieme alla sua compagna Arianna, solitamente si accompagna in gioiose processioni con bestie feroci, satiri e sileni. Il corteo che accompagnava il dio era detto tiaso. Le sue sacerdotesse erano le menadi, o baccanti, donne in preda alla frenesia estatica e invasate dal dio.

Quale divinità della forza vitale, dell'impulso, dell'ebbrezza e dell'estasi divenne oggetto dell'analisi del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche che contrappose lo Spirito dionisiaco allo Spirito apollineo.

Mito[modifica | modifica sorgente]

Origini[modifica | modifica sorgente]

Satiro tiene in braccio Dioniso bambino, marmo, copia Romana del II secolo a.C. da un originale greco di Lisippo (ca. 300 a.C.), Roma, Musei Vaticani.

Secondo Detienne, Dioniso è il dio straniero per eccellenza, poiché proveniva dalla Tracia. Le ricerche più recenti, in effetti, hanno messo in rilievo l'esistenza di elementi comuni nel culto greco di Dioniso e in culti della Tracia, con possibilità di rapporti reciproci, uniti forse a influssi dall'Asia Minore (già autori antichi sostenevano l'origine frigia del dio). Questa tesi ben si accorda al fatto che diversi elementi attestano l'antichità del culto di Dioniso in terra greca: in particolare la presenza del nome sulle tavolette micenee in lineare B, il carattere orgiastico dei culti della vegetazione della religione minoica, nonché la credenza, diffusa a Creta, che il toro rappresenti una forma di epifania divina (e Dioniso venne talvolta invocato con l'appellativo di "toro"). Le notizie relative alle modalità della nascita di Dioniso sono intricate e contrastanti. Sebbene il nome di suo padre, Zeus, sia indiscusso, quello di sua madre è invece vittima di numerose interpretazioni da parte degli autori mitografi. Alcuni dicono che il dio fosse frutto degli amori del dio con Demetra, sua sorella, oppure di Io, o ancora di Lete; altri ancora lo fanno figlio di Dione, oppure di Persefone[4].[5].

Quest'ultima versione, nonostante non sia accettata dalla maggior parte dei mitografi, non è comunque stata scartata del tutto dalla tradizione letteraria. In alcune leggende orfiche, la madre di Dioniso è infatti definita "la regina della morte", il che fa appunto pensare a Persefone. Zeus stesso, innamoratosi di sua figlia, che era stata nascosta in una grotta per volere di Demetra, si tramutò in serpente e la raggiunse mentre era intenta a tessere. La fecondò, e la fanciulla partorì così due bambini, Zagreo[6] e lo stesso Dioniso.

Tuttavia, la versione generalmente più conosciuta è quella che vuole come madre Semele, figlia di Armonia e di Cadmo, re di Tebe: d'altra parte il suo nome può significare "la sotterranea", se non si riferisca a Selene, la dea Luna, che ribadisce così all'immagine della Terra intesa come grembo oscuro, ma stranamente fecondo, che sottrae la vita alla luce e l'assorbe per riprodurla, in un eterno ciclo di morti e resurrezioni. Anche sulle versioni del concepimento di Dioniso, le tradizioni non concordano: secondo alcuni, Zeus, dopo aver raccolto ciò che rimaneva del corpicino del diletto figlio Zagreo, generato da Persefone e ucciso dai Titani, cucinò il cuore del fanciullo in un brodo che fece bere alla giovane Semele, sua amante. Oppure, il padre degli dei stesso, innamorato perdutamente di Semele, assunse l'aspetto di un mortale per unirsi a lei nel talamo, rendendola incinta di un bambino[7].

L'ennesimo tradimento di Zeus con una mortale non restò oscuro a Era, che si poteva ritenere l'unica moglie legittima del dio. Infuriata, e non potendo vendicarsi sul marito, la dea ispirò nelle tre sorelle di Semele invidia per la sorella, che nonostante fosse in età da nubile, poteva vantare già un amante e anche una gravidanza. La povera Semele subì le crudeli beffe di Agave, Ino e Autonoe, le quali criticavano non solo il fatto che fosse già incinta, ma anche che nonostante il concepimento, il padre del bambino non si fosse ancora deciso a venire allo scoperto e a dichiararsi.

In Antropologia Dioniso rappresenta il mito della

« Resurrezione del Dio ucciso. »
(James G. Frazer, Il ramo d'oro (The Golden Bough), traduzione di Lauro De Bosis, Giulio Einaudi editore, 1950.)

"Il poeta Nonno narra che Zeus in forma di serpente visita Semele ed essa gli partorì un fanciullo con due corna Zagreo, ossia Dioniso. Il fanciullo era appena nato quando salì al trono di suo padre Zeus e imitò il grande Dio brandendo le folgori nella manina. I Titani traditori, con le facce imbiancate di gesso, lo assalirono con dei pugnali, mentre stava guardandosi allo specchio. Per un certo tempo gli riuscì di sfuggire ai loro assalti prendendo la forma successivamente di Zeus, Crono, di un giovane, di un leone, di un cavallo e di un serpente alla fine sotto forma di toro fu fatto a pezzi dai pugnali omicidi dei suoi nemici."

Dioniso fratello di Minerva è ucciso perché figlio illegittimo di Zeus, ma in seguito resuscitato dal padre ed entrato nel mito. Varie tradizioni lo identificano come dio delle viti, da qui la tradizione romana di chiamarlo Bacco, Dio dei pini e come Dio del Vaglio. Nella tradizione contadina lo chiamano anche "nato da una vacca" "con forma di toro", nelle antiche comunità con riti Dionisiaci si sacrificava un toro facendolo a pezzi e mangiando le sue carni e bevendo il suo sangue.

Nascita[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Semele.
Zeus e Semele, dipinto di Sebastiano Ricci, 1695 ca, Firenze, Uffizi.

Nel frattempo, la regina degli dei, approfittando di questi contrasti, assunse l'aspetto di una vecchia anziana, Beroe, nutrice della fanciulla, la quale era sua assistente sin dalla nascita. La regina degli dei si presentò quindi a Semele, già incinta da sei mesi, che, credendola la nutrice, cominciò a parlare con lei fino a quando il discorso non cadde sul suo amante. La vecchia mise in guardia Semele, consigliandole di fare una singolare richiesta al suo amante, ovvero quella di rivelarle la propria identità, smettendo di ingannarla e nascondersi; altrimenti avrebbe potuto pensare che il suo aspetto fosse in realtà quello di un mostro. Secondo una versione diversa, Semele era a conoscenza dell'identità del suo amante ed Era l'aveva messo in guardia proprio dal fidarsi del dio, esortandola a esigere una prova della sua vera identità. Suggerì quindi di chiedere a Zeus di presentarsi a lei come quando si presentava al cospetto di Era.

Dopo qualche tempo, quando Zeus tornò nuovamente dalla sua amante per godere le gioie del sesso, Semele, memore delle parole della vecchia, pregò Zeus di rivelargli la sua identità e di smettere di continuare a fingere. Per timore della gelosia di sua moglie Era, il dio rifiutò, e a questo punto, Semele si oppose al condividere il suo letto con lui. Adirato, Zeus le apparve tra folgori e fulmini accecanti, tanto che la fanciulla, non potendo sopportare il tremendo bagliore, venne incenerita.

Secondo l'altra versione, quando il padre degli dei tornò dalla sua amante, Semele gli chiese di offrirle un regalo ed egli promise di esaudire qualsiasi desiderio della fanciulla. Semele chiese allora al re degli dei di manifestarsi in tutta la sua potenza. Zeus, disperato, fu costretto a realizzare tale richiesta e si recò al cospetto di Semele armato delle sue folgori. Come nella versione precedente, la giovane viene folgorata. Per impedire che il bambino venisse bruciato, Gea, la Terra, fece crescere dell'edera fresca in corrispondenza del feto del bambino; ma Zeus, che non aveva dimenticato il bambino che ella portava in grembo, incaricò Ermes (o secondo altri egli stesso), si affrettò a strapparne il feto dal suo ventre e praticò un'incisione sulla sua coscia, nella quale se lo cucì. Qui vi poté maturare altri tre mesi e, passato il tempo necessario, lo fece uscire fuori, perfettamente vivo e formato. Zeus gli diede il nome di Dioniso che appunto vuol dire il "nato due volte" o anche "il fanciullo dalla doppia porta"[8]. Secondo altri il nome Dioniso è invece da ricollegare alla mitica località che gli diede i natali. Dioniso era soprannominato anche Trigonos, “il nato tre volte”: dal ventre della madre Semele, dalla coscia di Zeus e dalle sue stesse membra dilaniate dai Titani.

Una tradizione lacone[9] narrava diversamente la storia della nascita di Dioniso: il dio era nato normalmente a Tebe, da Semele, ma Cadmo volle esporre il bambino con la madre in un cofano, in mare. I flutti spinsero il cofano sulla costa della Laconia, dove Semele, che era morta, venne sepolta. Dioniso, invece, rimasto miracolosamente in vita, venne accolto dagli abitanti del posto e allevato.

Infanzia e giovinezza di Dioniso[modifica | modifica sorgente]

Il neonato "nato dalla coscia di Zeus" già dalla sua venuta al mondo possedeva delle piccole corna con dei ricciolini serpentini; Zeus lo affidò immediatamente alle cure di Ermes.

Leucotea allatta il piccolo Dioniso, affresco, 20 d.C., Roma, Palazzo Massimo alle Terme.

Dioniso Zagreo[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Zagreo.

La versione religiosa orfica della venuta al mondo di Dioniso ribattezza il dio col nome di Zagreo. Zagreo (Zαγρεύς) è il figlio che Zeus, sotto forma di serpente, ebbe dalla figlia Persefone[10]. Tale nome appare per la prima volta nel poema dal VI secolo Alcmenoide, nel quale si dice: Potnia veneranda e Zagreo, tu che sai sopra tutti gli dei. Secondo Diodoro Siculo[11], i Cretesi consideravano Dioniso figlio di Zeus e Persefone e loro conterraneo. Di fatto gli epiteti di Dioniso a Creta erano Cretogeno, Ctonio, in quanto figlio della regina del mondo sotterraneo, e appunto Zagreo.

Secondo questo mito, Zeus aveva deciso di fare di Zagreo il suo successore nel dominio del mondo, provocando così l'ira di sua moglie Era. Zeus aveva affidato Zagreo ai Cureti affinché lo allevassero. Allora Era si rivolse ai Titani, i quali attirarono il piccolo Zagreo offrendogli giochi, lo rapirono, lo fecero a pezzi e divorarono le sue carni. Le parti rimanenti del corpo di Zagreo furono raccolte da Apollo, che le seppellì sul monte Parnaso; Atena invece trovò il cuore ancora palpitante del piccolo e lo portò a Zeus.

In base alle diverse versioni:

1) Zeus avrebbe mangiato il cuore di Zagreo, poi si sarebbe unito a Semele e questa avrebbe partorito Dioniso.

2) Oppure, Zeus avrebbe fatto mangiare il cuore di Zagreo a Semele che avrebbe dato al dio divorato una seconda vita, generando appunto Dioniso.

Zeus punì i Titani fulminandoli, e dal fumo uscito dai loro corpi in fiamme sarebbero nati gli uomini.

Nei Canti Orfici, nell'elenco dei sovrani degli dei, Dioniso è il sesto; l'ultimo re degli dei, investito da Zeus; il padre lo pone sul trono regale, gli dà lo scettro e lo fa re di tutti gli dei[12]. Sempre nei Canti Orfici[13], Dioniso viene fatto a pezzi dai Titani e ricomposto da Apollo. E, parlando della nascita di Dioniso: La prima è dalla madre, un'altra è dalla coscia, la terza avviene quando, dopo che è stato straziato dai Titani, e dopo che Rea ha rimesso insieme le sue membra, egli ritorna in vita[14].

Un'antica etimologia popolare, farebbe risalire di-agreus (perfetto cacciatore), il nome Zagreo[15].

Amori e storie di viaggio[modifica | modifica sorgente]

Chirone[modifica | modifica sorgente]

Viene anche detto che il giovane Dioniso sia stato uno dei tanti allievi illustri del centauro Chirone: secondo Toloneo Chennus (testimonianza raccolta da Fozio nella sua Biblioteca "il giovinetto Dioniso era amato da Chirone, dal quale apprende le arti del canto e della danza, oltre alle regole iniziatiche dei futuri riti bacchici".

Ampelo[modifica | modifica sorgente]

Il primo amore pederastico di Dioniso fu quello espresso nei confronti del giovanissimo satiro di nome Ampelo[16]: l'adolescente con i piedi da capretto rimase ucciso cadendo dalla groppa di un toro impazzito per essere strato punto da un tafano inviatogli da Ate, la dea della malizia. Le Moire a seguito della supplica inviata loro dallo stesso dio che voleva intercedere a favore dell'amante, concessero ad Ampelo una seconda vita in forma di tralcio di vite[17].

Prosimno[modifica | modifica sorgente]

Una tra le storie più note riguardanti la discesa del giovane semidio nel regno dei morti per riportare in vita la madre è quella che racconta anche del rapporto omosessuale avuto con Prosimno. Guidato dall'uomo lungo il viaggio che lo condusse fin alle porte di Ade, sulla costa dell'Argolide nei pressi di Lerna (e considerato da tutti un pozzo infinito senza possibilità alcuna d'uscita) gli venne chiesta come ricompensa di farsi amare come una donna: Dioniso accettò, gli chiese solo di aspettare che avesse portato in salvo Semele dalle grinfie della morte. Al suo ritorno dagli inferi però Dioniso scoprì che il pastore era morto prima ch'egli potesse onorare il suo impegno. Direttosi al tumulo che conteneva le spoglie mortali di Prosimno, Dioniso s'impegnò a soddisfarne almeno l'ombra: da un ramo di ulivo (o di fico) creò un Phallos di legno e vi si sedette sopra[18]. Infine pose la figura dell'amico tra le stelle del cielo[19].

Questo racconto è sopravvissuto solamente grazie a fonti cristiane, il cui obiettivo primario era quello discreditare moralmente tutta la religione pagana precedente: è servita tuttavia come spiegazione parziale per spiegare alcuni tra gli oggetti segreti che venivano rivelati durante i misteri dionisiaci[20].

La follia errante[modifica | modifica sorgente]

Raggiunta la maturità, Era non poté fare a meno di riconoscerlo come figlio di Zeus, punendolo però al contempo con la pazzia. Egli iniziò allora a vagare insieme al suo tutore Sileno e ad un gruppo di satiri e baccanti (così erano dette le seguaci del dio) fino inEgitto, dove si batté con i Titani, restituendo ad Ammone lo scettro che questi gli avevano rubato.

In seguito si diresse in oriente, verso l'India, sconfiggendo numerosi avversari lungo il suo cammino (tra cui il re di Damasco, che scorticò vivo) e fondando numerose città: dopo aver sconfitto il re indiano Deriade, Dioniso ottenne l'immortalità. Ma al suo ritorno gli si oppose il popolo delle Amazzoni, che egli aveva già precedentemente respinto fino aEfeso: le donne guerriere vennero nuovamente sbaragliate dal dio e dal suo seguito.

Fu allora che decise di tornare in Grecia in tutta la sua gloria divina, come figlio di Zeus; dopo essersi purificato dalla nonna Rea per i delitti commessi durante la pazzia, sbarcò in Tracia, ma venne respinto dal re Licurgo, sicché il dio lo fece impazzire (secondo una variante fu Rea a punirlo). In seguito Dioniso tolse il senno anche al fratellastro di Licurgo, il pirata Bute, che aveva violentato una delle Menadi.

Licurgo[modifica | modifica sorgente]

Quando il re della Tracia Licurgo seppe che Dioniso aveva fatto irruzione nei propri territori, non esitò ad imprigionare tutti i seguaci del dio: questi riuscì però a fuggire rifugiandosi da Teti. Inviò una terribile siccità che scatenò una rivolta tra il popolo, poi dona la pazzia assassina al re il quale uccide a colpi d'ascia il figlio scambiandolo per un ramo d'edera. Un oracolo nel frattempo, a cui era stato chiesto consiglio, aveva emesso questo verdetto, che tutto il regno sarebbe rimasto secco e sterile fino a quando Licurgo fosse rimasto in vita: il popolo trascinò quindi fuori dal palazzo il proprio sovrano e lo linciò sulla pubblica piazza.

Con la morte di Licurgo Dioniso liberò la Tracia dalla maledizione.[21].In una versione alternativa della storia Licurgo aveva tentato di uccidere un seguace del dio ma questi, che era stato trasformato immediatamente in un vitigno, si attorcigliò strettamente attorno al re infuriato e lo trattenne tra le sue spire fino a strangolarlo[22]

Il ritorno in Grecia[modifica | modifica sorgente]

Sottomessa la Tracia, passò in Beozia e poi alle isole dell'Egeo, dove noleggiò una nave da alcuni marinai diretti a Nasso; questi si rivelarono poi essere pirati che intendevano vendere il dio come schiavo in Asia, ma Dioniso si salvò tramutando in vite l'albero maestro della nave e sé stesso in leone, popolando nel contempo la nave di fantasmi di animali feroci che si muovevano al suono di flauti; i marinai, sconvolti, si gettarono in mare ma il dio li salvò trasformandoli in delfini: pur consapevoli che non avrebbero più riacquistato la forma umana, i giovani compresero anche che il dio aveva voluto concedere loro la possibilità di riscattarsi, e così dedicarono il resto della loro vita a salvare i naufraghi.

Per essersi dimostrato più buono degli altri pirati, Acete, il timoniere, non subì metamorfosi. Egli divenne sacerdote del dio, e fu imprigionato da Penteo, re di Tebe, che era cugino di Dioniso e nonostante ciò avversava il suo culto. Intervenne il dio che salvò Acete e fece sbranare Penteo dalle Menadi.

Penteo[modifica | modifica sorgente]

Euripide, mentre si trovava alla corte del re Archelao di Macedonia, compose una tragedia intitolata Le Baccanti in cui argomenta sulla natura più terrifica e distruttiva del dio. Nell'opera teatrale vediamo Dioniso che torna nella sua città natale, Tebe governata dal cugino Penteo: il dio folle ha intenzione di vendicarsi su di lui e sulle donne della città (Agave, Ino, Autonoe) le quali a suo tempo non avevano dato fiducia alle affermazioni di Semele che diceva d'esser stata messa incinta dal Padre degli Dèi. Dioniso vuole anche punire l'intera città che continua a negare la sua divinità e si rifiuta pertanto di adorarlo.

Il dio spinge lentamente alla pazzia Penteo attirandolo in mezzo ai boschi del monte Citerone, poi lo convince a spiare le Menadi (adoratrici femminili di Dioniso, le quali sperimentano spesso durante i loro riti occulti, celati agli occhi dei più, l'estasi divina). Le donne sono in piena frenesia folle, attraversate da raptus erotico, quando Penteo le vede: esse, accecate dal dio scambiano l'uomo per un animale selvatico (avevano appena fatto a pezzi una mandria di bovini). Penteo viene letteralmente sbranato vivo; la stessa Agave, sua madre nonché una delle Menadi, non riconosce il proprio figlio se non quando oramai è troppo tardi e non può far altro che versare amarissime lacrime.

Come risultato dei loro atti le donne vengono bandire da Tebe, garantendo così la vendetta di Dioniso.

Il matrimonio con Arianna[modifica | modifica sorgente]

Il dio giunse all'isola di Nasso, dove incontrò Arianna abbandonata da Teseo e la sposò, dopodiché riprese di nuovo il mare per la Grecia. Sbarcato ad Argo, Perseo gli eresse un tempio perché placasse le donne di quella città, fatte impazzire dal dio come punizione per l'eccidio dei suoi seguaci, permettendo a Dioniso di entrare nell'Olimpo.

Il simbolo della maschera[modifica | modifica sorgente]

L'impetuoso avvento di Dioniso e la sua misteriosa presenza sono simboleggiate da un'immagine da cui traspare l'enigma perturbante della sua duplicità e con esso la sua frenesia: la maschera. Nella festa della vendemmia, ad esempio, Dioniso era presente in figura d’una maschera. La maschera, invero, ricorre anche in altri culti greci, ma solo quelle dionisiache rappresentavano il dio nella sua epifania (una di queste, in marmo, dalle proporzioni superiori al normale, con rami d'edera, risale alla seconda metà del VI secolo e appartiene al sacrario dionisiaco di Icaria nell'Attica, che ancora oggi s'intitola al dio; questa maschera serviva evidentemente a usi cultuali che ci sono noti dalle immagini vascolari). A causa delle notevoli dimensioni, tali maschere dunque non venivano indossate ma erano concepite come le immagini stesse del dio. La materia è ancora controversa, ma le diverse ipotesi confluiscono sul concetto della maschera come "epifania" ed essenza del dio, e non semplice simbolo.

Sul vaso François, Dioniso, nel corteo degli dei, si presenta diversamente dagli altri: mentre quelli si mostrano di profilo, solo lui volge direttamente all'osservatore il suo gigantesco volto dagli occhi immensi. Questa particolarità viene generalmente spiegata col fatto che fino dall'antichità Dioniso sarebbe stato rappresentato di preferenza con la maschera, ma lo si rappresentava così perché era “il contemplante”, il dio della più immediata presenza. Dal vaso François ci guarda in modo così penetrante proprio perché è sua caratteristica apparire improvvisamente, e con tanta potenza agli occhi degli uomini che la maschera - tipica delle divinità naturalistiche e degli spiriti primigeni - gli serve da simbolo e da personificazione nel culto.

Il volto dagli occhi scrutatori è stato da tempi immemorabili considerato come la più caratteristica manifestazione delle nature di tipo umano o ferino, e questa manifestazione viene riaffermata efficacemente dalla maschera, in quanto essa è la più forte immagine della presenza, della frontalità, di ciò “che viene incontro”: i suoi occhi sbarrati davanti a sé sono tali che non si può fuggire, il suo volto è intenso, vibrante e ambiguo, simbolo contraddittorio di immediata presenza e assoluta assenza, di realtà e illusione, ragione e follia. La maschera di Dioniso si distingue da quella delle altre divinità perché è più penetrante e immediatamente sensibile, ed è collegata con l'infinito enigma della duplicità e della contraddizione: i misteri ultimi dell'essere e del non-essere fissano l'uomo con occhi smisurati in un’esperienza totalizzante, che investe tutta la sfera dell’essere. Questo spirito della duplicità che contraddistingue Dioniso e il suo regno ricorre in tutte le forme del suo operare, è la causa di quello stravolgimento che ogni elemento dionisiaco non manca mai di suscitare perché è lo spirito di una natura selvaggia e universale.

Il Bacco ebbro in compagnia di Pan, di Michelangelo Buonarroti. Museo del Bargello, Firenze

I Misteri Dionisiaci[modifica | modifica sorgente]

Elemento tipico del culto di Dioniso è la partecipazione essenzialmente femminile alle cerimonie che si celebravano in svariate zone della Grecia: le baccanti (chiamate anche menadi, lene, tiadi o bassaridi) ne invocavano e cantavano la presenza e, anche per mezzo di maschere (importanti nel culto di Dioniso, che si suppone legato alla nascita della tragedia greca), riproducevano ritualmente il mitico corteo dionisiaco di sileni, satiri e ninfe. Si identificavano con il dio e ne acquisivano il "furore", inteso come stato d'invasamento divino: scopo del rito era quello di ricordare le vicende mitologiche di Dioniso; erano incoronate da frasche di alloro, tralci di vite e pampini, e cinte da pelli di animali selvatici, e reggevano il tirso, una verga appesantita a un'estremità da una pigna che ne rendeva instabili i movimenti; gli uomini erano invece camuffati da satiri (vi partecipavano anche gli schiavi). Ebbro di vino, il corteo, chiamato tiaso, si abbandonava alla vorticosa suggestione musicale del ditirambo, lirica corale e danza ritmica ossessiva ed estatica. Un rito particolarmente violento e brutale era lo Sparagmòs (in greco σπαραγμός) che consisteva nel dilaniare a mani nude degli animali allo scopo di mangiarne le carni crude. E tale rito è persino descritto nelle Baccanti di Euripide. Nei rituali dionisiaci venivano stravolte le strutture logiche, morali e sociali del mondo abituale. Il filosofo Friedrich Nietzsche, ne La nascita della tragedia, affermò che la potenza dionisiaca induceva in uno stato di estasi ed ebbrezza infrangendo il cosiddetto "principio di individuazione", ossia il rivestimento soggettivo di ciascun individuo, e riconciliava l'essere umano con la natura in uno stato superiore di armonia universale che abbatteva convenzioni e divisioni sociali stabilite arbitrariamente dall'uomo. Nietzsche sosteneva che la vita stessa, come principio che anima i viventi, è istinto, sensualità, caos e irrazionalità, e per questo non poté che vedere in Dioniso la perfetta metafora dell'esistenza: ciò che infonde vita nelle arterie del mondo è infatti una fonte primeva e misteriosa che fluttua caotica nel corpo e nello spirito, è la tempesta primigenia del cosmo in eterno mutamento.[23] Hegel, da parte sua, nella prefazione alla Fenomenologia dello spirito, raffigurò in un'immagine dionisiaca la conoscenza del Vero, quando la paragonò al "vacillare della baccante, in cui non v'è membro che non sia ebbro".

Mircea Eliade scrive:[24]" Il Mistero era costituito dalla partecipazione delle baccanti all'epifania totale di Dioniso. I riti vengono celebrati di notte, lontano dalla città, sui monti e nelle foreste. Attraverso il sacrificio della vittima per squartamento (sparagmós) e la consumazione della carne cruda (omofagia) si realizza la comunione con il dio, perché gli animali fatti a brani e divorati sono epifanie, o incarnazioni, di Dioniso. Tutte le altre esperienze - la forza fisica eccezionale, l'invulnerabilità al fuoco e alle armi, i "prodigi" (l'acqua, il vino, il latte che scaturiscono dal suolo), la "dimestichezza" con i serpenti e i piccoli delle bestie feroci - sono resi possibili dall'entusiasmo[25], dall'identificazione con il dio. L'estasi dionisiaca significa anzitutto il superamento della condizione umana, la scoperta della liberazione totale, il raggiungimento di una libertà e di una spontaneità inaccessibili ai mortali".

Divinità enigmatica e ammaliante, Dioniso si faceva beffe di ogni ordinamento e convenzione, sconvolgeva le coscienze, sgretolava regole e inibizioni riconducendo gli uomini, in un vortice delirante, al loro stato di purezza primordiale. Per il filologo Walter Otto rappresenta “lo spirito divino di una realtà smisurata” che si manifesta in un eterno deflagrare di forze opposte: estasi e terrore, vita e morte, creazione e distruzione, fragore e silenzio, è una pulsione vitale dirompente e selvaggia, che affascina e inquieta, la sinfonia inebriante dell'universale realtà del cosmo. Per Károly Kerényi “dove regna Dioniso la vita si rivela irriducibile e senza confini”. Per Roberto Calasso, il dio ubriaco era “intensità allo stato puro” che “travolgeva nell'ebbrezza e usava il sarcasmo verso chiunque gli si opponesse”. E ancora: è il dio della potenza provvidenziale e distruttiva per Roux; è “il dio dell’ambiguità”, “il differente”, che unisce le polarità contraddittorie dell’umano per Versnel; è il dio di una no man’s land in cui gli opposti della saggezza e della follia si uniscono per Calame; è il dio che rappresenta quell’elemento di alterità che ogni essere umano porta dentro di sé per Vernant; non è una divinità greca come le altre per Dabdab Trabulsi; è “un’arborescenza illimitata di doppie tensioni” per Segal; è un paradosso, “la somma di innumerevoli contraddizioni”, tanto da presentarsi come “abisso ed enigma”, per Henrichs.[26]

Il culto di Dioniso, diffuso in tutta la Grecia, era particolarmente vivo in Beozia e in Attica. Ad Atene erano importanti le dionisie rurali (o Piccole Dionisie) e quelle urbane (o Grandi Dionisie). Nelle prime, celebrate nei vari borghi dell'Attica, è elemento tipico la falloforia, o processione del fallo, che fa riferimento alle connotazioni agricole e di fecondità del dio; nelle dionisie urbane sono elemento centrale le rappresentazioni teatrali, presenti anche in un'altra festa dionisiaca ateniese, le lenee. Il ciclo delle celebrazioni ufficiali in onore del dio ad Atene era chiuso dai tre giorni delle antesterie, all'inizio della primavera: vi si riscontra la relazione con la vegetazione e il legame col regno dei morti (il terzo giorno si pensava che i morti ritornassero fra i vivi per essere poi, al termine della festa, ritualmente allontanati). A Delfi i tre mesi invernali erano sacri a Dioniso, e l'immagine del dio e del suo corteo era raffigurata su una delle due facciate del tempio. Il culto di Dioniso venne introdotto in Italia dalle colonie greche e fu oggetto anche di provvedimenti repressivi, come il senatoconsulto del 186 a.C. che vietava i baccanali, ma nella religione mistica ebbe sempre grande importanza fino all’età imperiale. Nella tarda antichità il culto di Dioniso assurse a religione cosmica e si espanse capillarmente in maniera del tutto spontanea: solo le vicende storiche posero fine alla sua influenza.[27]

Galleria[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Filippo Càssola. Inni omerici. Milano, Mondadori/Fondazione Lorenzo Valla, 2006, pag.5
  2. ^ Jacques Brosse, Mitologia degli alberi cap. 4
  3. ^ Walter F. Otto, Dioniso. Mito e culto
  4. ^ Scoli a Pindaro, Pitica III, 177
  5. ^ Plutarco, Simposio VII, 5
  6. ^ Nonno di Panopoli, Dionisiache VI, 269
  7. ^ Pseudo-Apollodoro III, 4-3
  8. ^ Apollonio Rodio, IV 1137
  9. ^ Publio Papinio Stazio, Tebaide 1, 12
  10. ^ Ovidio, Met. VI 114
  11. ^ Diodoro Siculo v. 75
  12. ^ Kern 107; 208
  13. ^ Kern 211
  14. ^ Kern 36
  15. ^ P. Chantraine,Dictionnaire etymologique de la langue grecque
  16. ^ Ovidio, Fasti 3. 407: La costellazione del Vendemmiatore (Vindemitor)... la sua origine sembra derivi da Ampelo, figlio di una ninfa e di satiro, amato da Dioniso sulle colline di Ismarian in Tracia. theoi.com
  17. ^ Nonno di Panopoli, Dionysiaca (X.175-430; XI; XII.1-117); Template:Harv.
  18. ^ Clemente di Alessandria, Protreptikos, II-30 3-5
  19. ^ Igino, Astronomia 2,5
  20. ^ Arnobio, Contro i pagani 5.28 Template:Harv
  21. ^ Omero, l'Iliade 6 136-7
  22. ^ Igino, Astronomia 2,5
  23. ^ Friedrich Nietzsche, La nascita della tragedia
  24. ^ Storia delle credenze e delle idee religiose, volume primo, ed. BUR, 2008, pag. 395
  25. ^ Dal greco ἐνθουσιασμός (enthousiasmós = "ispirazione"), derivato di ἔνθεος (éntheos = "pieno di divino furore"). Da: Aldo Gabrielli, Dizionario della lingua italiana; Lorenzo Rocci, Vocabolario Greco Italiano.
  26. ^ Franco Rella, Confini. La visibilità del mondo e l'enigma dell'autorappresentazione
  27. ^ Karl Kerényi, Dioniso. Archetipo della vita indistruttibile

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • (a cura di) Fede Berti e Carlo Gasparri, Dionysos: mito e mistero, Nuova Alfa, Bologna, 1989 (catalogo della mostra)
  • (a cura di) Fede Berti, Dionysos: mito e mistero, Liberty house, Ferrara, 1991 (atti del convegno)
  • Walter Burkert, Homo necans: antropologia del sacrificio cruento nella Grecia antica, Boringhieri, Torino, 1981
  • Walter Burkert, I Greci, vol. 8° della Storia delle religioni, Jaca Book, Milano, 1984; nuova ediz. aggiornata e ampliata con il titolo La religione greca di epoca arcaica e classica, 2003 (di questa vedi soprattutto i cap. III al paragr. 2.10, V e VI).
  • Walter Burkert, Antichi culti misterici, Laterza, Roma-Bari, 1987; rist. 1991
  • Walter Burkert, Origini selvagge: sacrificio e mito nella Grecia arcaica, Laterza, Roma-Bari, 1991 e successive rist. (vedi il cap. I: La tragedia greca e il rito del sacrificio)
  • Giovanni Casadio, Storia del culto di Dioniso in Argolide, GEI, Roma, 1994 ISBN 88-8011-026-8
  • Giovanni Casadio, Il vino dell'anima. Storia del culto di Dioniso a Corinto, Sicione, Trezene, Il calamo, Roma, 1999
  • Andrew Dalby, The Story of Bacchus, British Museum Press, Londra, 2005 ISBN 0-7141-2255-6
  • Marcel Detienne, Dioniso e la pantera profumata, Laterza, Roma-Bari, 1981; rist. 1983, 1987, 2007
  • Marcel Detienne, Dioniso a cielo aperto, Laterza, Roma-Bari, 1987; rist. 1988, 2000
  • Françoise Dunand, Sincretismi e forme della vita religiosa in: (a cura di) Salvatore Settis, I Greci: storia, cultura, arte, società, Einaudi, Torino, 1998 (vol. II, tomo 3); ripubblicata anche come AA.VV. Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de "Il Sole 24 Ore", Milano, 2008 (vedi il vol. 7°)
  • Françoise Frontisi-Ducroux, Dioniso e il suo culto in: (a cura di) Salvatore Settis, I Greci: storia, cultura, arte, società, Einaudi, Torino, 1997 (vol. II, tomo 2); ripubblicata anche come AA.VV. Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de "Il Sole 24 Ore", Milano, 2008 (vedi il vol. 5°)
  • Fritz Graf, I culti misterici in: (a cura di) Salvatore Settis, I Greci: storia, cultura, arte, società, Einaudi, Torino, 1997 (vol. II, tomo 2); ripubblicata anche come AA.VV. Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de "Il Sole 24 Ore", Milano, 2008 (vedi il vol. 5°)
  • Robert Graves, I miti greci, Longanesi, Milano, 1955 e successive riediz. (ultima: 2008; vedi in partic. i cap. 14 e 27)
  • Cornelia Isler-Kerenyi, Mitologie del moderno: «apollineo» e «dionisiaco» in: (a cura di) Salvatore Settis, I Greci: storia, cultura, arte, società, Einaudi, Torino, 2001 (vol. III); ripubblicata anche come AA.VV. Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de "Il Sole 24 Ore", Milano, 2008 (vedi il vol. 10°)
  • Henri Jeanmaire, Dioniso: religione e cultura in Grecia, Einaudi, Torino, 1972; rist. 1975 - Edizioni Saecula, 2012.
  • Karl Kerenyi, Gli dei e gli eroi della Grecia, Il Saggiatore, Milano, 1963 e successive riediz. (ultima: 2009); Garzanti, Milano, 1976 e successive rist.
  • Karl Kerenyi, Dioniso: archetipo della vita indistruttibile, Adelphi, Milano, 1992 e successive rist.
  • Reinhold Merkelbach, I misteri di Dioniso: il dionisismo in età imperiale romana e il romanzo pastorale di Longo, ECIG, Genova, 1991; rist. 2003
  • Walter Friedrich Otto, Dioniso: mito e culto, Il Melangolo, Genova, 1990 e successive rist.
  • Jean-Marie Pailler, Bacchanalia: la répression de 186 av. J.-C. à Rome et en Italie. Vestiges, images, tradition, École française de Rome, Roma, 1988
  • Giulia Sissa - Marcel Detienne, La vita quotidiana degli dei greci, Laterza, Roma-Bari, 1989 e successive rist.; altre ediz.: CDE-Euroclub, Milano, 1991; Mondadori, Milano, 1994
  • Paul Veyne (con François Lissarrague e Françoise Frontisi-Ducroux), I misteri del gineceo, Laterza, Roma-Bari, 2000; rist. 2003
  • Paul Zanker, Un'arte per i sensi. Il mondo figurativo di Dioniso e Afrodite, in: (a cura di) Salvatore Settis, I Greci: storia, cultura, arte, società, Einaudi, Torino, 1998 (vol. II, tomo 3); ripubblicata anche come AA.VV. Storia Einaudi dei Greci e dei Romani, Ediz. de "Il Sole 24 Ore", Milano, 2008 (vedi il vol. 7°)
  • L'Amore di Narciso e altri racconti... Il libro dell'archetipo dedicato ai genitori e ai ragazzi, collana Fuori, Il Sirente, Fagnano Alto, 2009, ISBN 978-88-87847-26-0.
  • Eric R. Dodds, I Greci e l'Irrazionale, Rizzoli, Milano, 2009

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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