Cumani

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I Cumani (o Comani, in ungherese Kunok, in turco Qipciaq, in russo Половцы Polovcy, talvolta tradotto in Polovesi o Poloviciani[1]), furono una popolazione nomade parlante una delle lingue turche, che si stabilì in Cumania. Sono il ramo occidentale dei Kipchaki.

Le origini[modifica | modifica sorgente]

I Cumani furono un ramo occidentale dei turchi Kipchaki che, attraversate le pianure dell'Asia centrale, si stanziarono dapprima attorno al Mar Caspio, da dove poi raggiunsero, attorno al X secolo, attraverso le pianure russe ed ucraine meridionali, le pianure del basso Danubio, devastando poi l'Ungheria.

L'Apogeo[modifica | modifica sorgente]

All'epoca i Cumani sono una delle popolazioni nomadi che contrastano i Variaghi del Rus' di Kiev nelle loro mire espansionistiche verso sud. Nella letteratura russa sono celebri per essere i nemici che sconfiggono l'esercito condotto dal Principe Igor nell'antico poema epico russo Canto della schiera di Igor, scritto forse poco dopo la disfatta, avvenuta nel 1185, nella battaglia del fiume Kajaly. Il poema epico è noto soprattutto grazie alla sua traduzione operistica dei Borodin denominata Il principe Igor (famose le Danze cumane dette Danze poloviciane).

Dopo la battaglia di Igor Svyatoslavich contro i Cumani, di Viktor Vasnetsov

Sconfitti poi nel corso del XII secolo dagli Slavi dell'Est, saranno però i mongoli a decretarne il declino.

Il declino[modifica | modifica sorgente]

Nel 1237, infatti, i Mongoli dell'Orda d'Oro dispersero o sottomisero tutte le tribù dei Cumani, mentre i loro territori divennero parte del Khanato dell'Orda d'Oro, pur serbando il nome di canato dei Qipciaq. Alcune tribù riuscirono a fuggire in Bulgaria e in Ungheria, dove furono invitati a stabilirsi dai locali re, anche per ripopolare alcune zone tra Tibisco e Danubio, che da allora portano ancora il nome di Kunsàg (Cumania).

I Cumani ungheresi[modifica | modifica sorgente]

Stemma della Cumania

I Cumani ebbero un ruolo molto importante nella storia ungherese, entrando a far parte della classe dirigente locale, rinnovandone la tradizionale tolleranza. Tra i sovrani ungheresi di origine cumana si ricorda soprattutto Ladislao il Cumano (1262 - 1290), che fu anche scomunicato e contro cui papa Niccolò IV organizzò una crociata che lo portò alla morte. In Ungheria, grazie alla tolleranza dei suoi sovrani (in ottemperanza ai dettami del primo re di quel paese danubiano, Stefano d'Ungheria), poterono conservare le loro credenze religiose (animista - sciamanica e musulmana anche con commistioni sincretistiche tra loro) almeno fino al XIV secolo se non oltre. Ancora oggi, in Transilvania sono presenti gruppi di loro discendenti, seguaci di un curioso Islam sincretizzato con pratiche sciamaniche. La memoria dei Cumani vive ancora oggi in Ungheria, dove le città di origine cumana si riconoscono da certi caratteri culturali propri e dal fatto che il loro nome contiene la parola Kun (in ungherese Cumano, appunto). Una regione ungherese è ancora oggi denominata "Cumania", divisa in "Piccola Cumania" (Kiskunság) e "Grande Cumania" (Nagykunság). Un altro toponimo ungherese che porta ancora in se il nome dei Cumani è quello della provincia di Bács-Kiskun.

I Cumani romeni[modifica | modifica sorgente]

Importante fu anche il contributo cumano allo storia romena. Di origine cumana furono molti principi romeni (tra i quali il primo re di Ungro-Valacchia, Basarab I di Valacchia), da cui - in ultima istanza - deriva anche Vlad III di Valacchia (l'ispiratore di Dracula).

Stemma dei Basarab, la prima dinastia reale valacca (e quindi romena), di origine cumana.

La lingua cumana[modifica | modifica sorgente]

Il Codex Cumanicus, vocabolario trilingue, latino-persiano-cumano (conservato nella Biblioteca marciana di Venezia), testimonia che la loro lingua era affine a quella dei Peceneghi. Tale lingua si mantenne per alcuni secoli in Ungheria, dove però risulta essere estinta già nel XVIII secolo.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cumani in Treccani.it - Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011.

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