Cucina nell'antica Roma

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Non è semplice ricostruire la cucina nell'antica Roma.

Cucchiai risalenti a prima dell'eruzione del Vesuvio rinvenuti a Pompei

I Romani assumevano cibo in tre momenti della giornata. Al mattino consumavano una frugale colazione a base di pane e formaggio, preceduta da un bicchiere d'acqua (ientaculum). I medici sconsigliavano espressamente una colazione abbondante. A mezzogiorno consumavano un leggero pranzo con pane, carne fredda, frutta e vino, spesso in piedi (prandium). Il pasto principale, anzi il vero e proprio pasto dei Romani, era la cena (cena), che iniziava fra le 15 e le 16 e, in occasione di particolari festeggiamenti, poteva protrarsi fino all'alba del giorno dopo.

La cena[modifica | modifica sorgente]

Affreschi alle pareti del triclinium della villa di Poppea ad Oplontis.

La cena era preparata nei triclini (triclinia), stanze così chiamate perché di solito ammobiliate con tre divani, su ciascuno dei quali si accomodavano, semisdraiate, tre persone. Al centro era posta la tavola con le vivande. Il numero ideale dei commensali era quindi di nove e multipli di nove, fino a trentasei. Le donne saranno ammesse ai pranzi con invitati solo in età imperiale. I ragazzi stavano seduti su degli scranni. Gli schiavi di fiducia, quand'erano autorizzati a partecipare al pranzo (soprattutto per servire il padrone e riaccompagnarlo a casa in stato di ubriachezza), sedevano per terra, ai piedi del divano (pueri ad pedes).

Si mangiava semisdraiati sul fianco, appoggiandosi sul braccio sinistro e attingendo col destro i cibi e il vino dalla tavola. A noi può sembrare una postura piuttosto scomoda, ma i Romani, evidentemente, consideravano molto più scomodo mangiar seduti, se è vero che Catone l'Uticense fece voto solenne di mangiare seduto finché non fosse stata sconfitta la tirannide di Giulio Cesare. Inoltre, questa particolare posizione presentava un duplice vantaggio: permetteva di ingurgitare maggiori quantità di cibo e consentiva agli ospiti già sazi di appisolarsi tra una portata e l'altra. Inoltre era facile sbrodolarsi, e così, nei pranzi di gala, i convitati portavano una veste leggera (synthesis), che non di rado veniva cambiata tra una portata e l'altra.

Il vino e i piatti erano portati da giovani schiavi di bell'aspetto, con corte tuniche vivacemente colorate. Venivano chiamati "pueri cyatho", da cyathus, il misurino utilizzato per servire le bevande.

I commensali designavano un soprintendente del banchetto, il «tricliniarca», che, tra l'altro, aveva il compito di scegliere i vini e di stabilire la proporzione tra vino (che molto raramente era bevuto puro) e acqua.

Una volta seduti al loro posto, i convitati si detergevano le mani in acqua profumata. Il banchetto era articolato in tre servizi: quello degli antipasti e degli stuzzichini (gustatio), durante il quale si beveva il vino mielato (mulsum); il pranzo vero e proprio (primae mensae), di norma di sette portate; e infine le secundae mensae, in cui si consumavano stuzzichini piccanti per eccitare la sete. In questa fase del banchetto si chiacchierava e si assisteva alle esibizioni dei cantanti e dei mimi. Erano sempre a disposizione la saliera e l'ampolla dell'aceto. In genere ci si serviva dai piatti comuni, ma talora si teneva in mano una sorta di fondina (pàtina). Il cibo si portava alla bocca con le dita; si usava solo il cucchiaio (anzi, più cucchiai di diverse forme): la forchetta sarà introdotta abbastanza tardi e il coltello non serviva perché una determinata categoria di servi, chiamati scissores, provvedevano a ridurre il cibo in bocconcini.

Alcolici[modifica | modifica sorgente]

Un tentativo di moderna riproposizione del conditum paradoxum.

Il vino era di solito mescolato con l'acqua subito prima di berlo. La fermentazione non era controllata e il grado alcolico era molto elevato. A volte veniva migliorato dai produttori: sono state trovate vere proprie indicazioni per trasformare il vino da bianco in rosso e viceversa. Fu anche per "salvare" il vino che si pensò di trasformarlo in aceto. Gli antichi romani aromatizzavano il vino con, ad esempio, il passum, dell'uva passa dolce ma abbastanza forte, conosciuta ancor prima dai cartaginesi. Ma il vino veniva dolcificato anche con il miele o a cui a volte aggiungevano delle spezie molto mature (conditum). Una ricetta tipica era la conditum paradoxum, un miscuglio di vino, miele, alloro, datteri, pepe, zafferano cucinati e conservati dopo la cottura. Un'altra ricetta si faceva con l'aggiunta di acqua di mare e colofonia al vino. La birra (vino d'orzo, così veniva chimata) era conosciuta ma era considerata volgare.

Galleria fotografica[modifica | modifica sorgente]

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Peschke Hans-Peter von, Feldmann Werner. La cucina dell'antica Roma. Guido Tommasi Editore-Datanova, 2001

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

La cucina dell'Antica Roma by Activitaly ***