Cristianesimo in Turchia

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Il cristianesimo in Turchia costituisce una religione minoritaria, che conta 120.000 fedeli su una popolazione di 76.600.000 (2010) di persone (lo 0,2%).
Nel Paese sono presenti tutte le tradizionali confessioni cristiane: la Chiesa ortodossa, la Chiesa cattolica e il protestantesimo, così suddivisi:

  • armeni (50.000);
  • cattolici latini, armeni, siri, caldei (21.500);
  • greco-ortodossi (2.000);
  • siriaci (12.000);
  • protestanti (5.000).

Il Trattato di Losanna e la sua interpretazione restrittiva[modifica | modifica sorgente]

Le relazioni dello Stato turco con le religioni non musulmane sono state definite nel Trattato di Losanna, firmato il 24 luglio 1923 tra la Repubblica e le potenze occidentali vincitrici della prima guerra mondiale. Nella terza sezione concernente la Schutz der Minderheiten (artt. 37-45) la Repubblica si impegna a garantire a tutti gli abitanti della Turchia, senza riguardo a provenienza, nazionalità, lingua, razza o religione, completa tutela della vita e della libertà (art. 38, par. 1). Garantisce “a tutti gli abitanti della Turchia, senza discriminazione per motivi religiosi” uguaglianza davanti alla legge (art. 39, par. 2). Assicura che “quanti in possesso della cittadinanza turca appartenenti alle minoranze non musulmane ricevono davanti alla legge e nella prassi concreta lo stesso trattamento e la stessa sicurezza degli altri cittadini turchi” (art. 40 riga 1). Si impegna “a garantire completa protezione alle chiese, le sinagoghe, i cimiteri ed altre istituzioni religiose delle minoranze non musulmane” (art. 42, par. 3, riga 1).
La Repubblica turca, invero, ha fatto seguire alla firma del trattato un'interpretazione molto restrittiva. Sono state considerate minoranze non musulmane soltanto le comunità armene, bulgare, greco-ortodosse ed ebraiche. Le comunità cristiane arabofone, quelle siro-ortodosse, caldee e cattoliche latine non sono state riconosciute. In più, nonostante lo Stato turco abbia concesso a quattro comunità lo status di "confessione ammessa", non ha proceduto al riconoscimento giuridico di nessuna minoranza religiosa. Alle comunità religiose non musulmane, quindi, non è permesso possedere beni né acquistarli. I fedeli non possono costruire chiese o aprire seminari (possono solo mantenere quelli già esistenti alla data del Trattato). Successivamente alla firma del trattato, molti dei beni delle chiese non riconosciute sono stati confiscati e nazionalizzati.

Sempre negli anni Venti fu effettuato uno Scambio di popolazioni tra Grecia e Turchia su base etnico-religiosa: 1.344.000 cristiani greco-ortodossi lasciarono le loro terre in territorio turco (soprattutto le isole e le città sulla costa del Mar egeo) per essere rimpatriati in Grecia; di contro, 464.000 turchi musulmani lasciarono la Tracia per rientrare in Turchia. L'unica città che conservava una non sparuta presenza di cristiani (di tutte le confessioni) rimaneva Istanbul, ma nel tempo anche la città del Bosforo ha perso il suo carattere cosmopolita: infatti la presenza dei cristiani si è ridotta dai 136.000 nel 1927 ai 70.000 di oggi.

Nel 1971 le università e le scuole superiori in Turchia sono state nazionalizzate. Questo ha comportato la chiusura dell'Accademia teologica ortodossa di Halki e del piccolo seminario che i cappuccini avevano aperto a Mersin.
Attualmente, il clima nella vita pubblica turca non segnala apertura mentale verso le religioni non musulmane. Diversi media e politici parlano di un “pericolo cristiano” dovuto - secondo loro - all'enorme numero di convertiti dall'islam. In realtà, come dimostrano i dati del Ministero degli Interni, dal 1999 al 2001 si sono fatti battezzare solo 344 musulmani, su una popolazione di oltre 70 milioni di cittadini[1]. Inoltre, per cinquant'anni (dal 1961 al 2011) la Turchia non ha avuto nessun cristiano tra i membri del Parlamento.

Le religioni minoritarie sono discriminate: i sacerdoti stranieri non hanno diritto al permesso di soggiorno, quindi devono uscire dalla Turchia ogni tre mesi per rinnovare il visto turistico. Inoltre la legge prevede che una chiesa non possa affacciarsi direttamente sulla pubblica via.

Nel 2008 è avvenuta una svolta positiva: il 28 febbraio, su sollecitazione dell'Unione Europea, la Turchia ha emanato una legge che permette alle fondazioni non musulmane residenti nel Paese di accettare donazioni ed effettuare l'acquisto di nuove proprietà.

La Chiesa greco-ortodossa in Turchia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Patriarca ecumenico di Costantinopoli.

La sede patriarcale di Costantinopoli conserva un grandissimo prestigio all'interno della cristianità: il Patriarca di Costantinopoli è da sempre considerato la massima autorità religiosa del mondo ortodosso.
In ossequio al carisma che da sempre circonda la sede costantinopolitana, la Chiesa cattolica ha abolito il patriarcato latino nel 1964, riconoscendo il patriarca ortodosso come unico patriarca di Costantinopoli.

La Chiesa armena in Turchia[modifica | modifica sorgente]

Lo stato turco non ha mai riconosciuto né il genocidio armeno né il genocidio assiro, con cui negli anni 1915-16 le popolazioni cristiane del Paese vennero decimate. Oggi la presenza armena in Turchia è ridotta a livelli minimi.
Negli ultimi anni si sono verificati avvenimenti di segno contrastante:

  • Il 19 gennaio 2007 è stato assassinato a Istanbul Hrant Dink, giornalista armeno direttore del settimanale Agos.
  • Nel marzo dello stesso anno il governo turco ha deciso di riaprire, anche se solo come museo[2] la chiesa armena della Santa Croce, il più importante monumento armeno in terra turca[3]. La chiesa è situata sull'isola di Akdamar, in mezzo al lago di Van. Fu edificata nel X secolo; da diversi decenni versava in stato di grave abbandono.
  • Nel 2011 è stata ricostruita la chiesa di S. Giragos nella città di Diyarbakir (nella zona a maggioranza curda). L'edificio sarà riaperto al culto[4].

La Chiesa cattolica in Turchia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Chiesa cattolica in Turchia.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Avvenire, 6 febbraio 2009.
  2. ^ Ciò significa che si deve pagare un biglietto per entrare nell'edificio sacro.
  3. ^ Apcom, Turchia/ Riapre al culto chiesa armena su lago di Van, Comunità armena di Roma, 25 marzo 2010. URL consultato il 6/6/2010.
  4. ^ Lavori di ricostruzione della chiesa di S. Giragos. URL consultato il 22/04/2012.

Fonti[modifica | modifica sorgente]

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Voci correlate[modifica | modifica sorgente]