Criminalità in Italia

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La criminalità in Italia è presente in varie forme, anche dalla presenza di associazioni a delinquere natie del territorio come Camorra, Cosa nostra e 'ndrangheta che si sono estese con molteplici diramazione ben fuori i confini territoriali e all'estero.

Criminalità comune[modifica | modifica wikitesto]

Con un tasso di 0,97 omicidi per 100.000 persone nel 2009[1], l'Italia è al 19º posto in Europa (UE27) per omicidi. Questo rende il tasso di omicidi in Italia meno di 1/3 di quello degli Stati Uniti, per fare una comparazione. L'Italia è anche più sicura di Finlandia, Francia, Islanda, Australia, Canada e Regno Unito e sicura all'incirca quanto Spagna, Germania e Olanda.[2]

L'Italia è anche un paese con bassi tassi di stupro rispetto alla maggior parte delle altre nazioni del mondo occidentale (46° nel mondo).

Secondo il Rapporto sulla Criminalità[3], redatto dal Ministero dell'Interno, gli omicidi consumati e tentati presentano un andamento così caratterizzato: picchi negli anni sessanta e all’inizio degli anni novanta. Nel 1991, punto di massimo, comincia un andamento in decrescita, che sarà particolarmente sensibile nel caso degli omicidi consumati.

Nel 1991 le statistiche delle Forze dell'ordine attribuivano alla criminalità organizzata oltre 700 dei 1.901 omicidi avvenuti in quell’anno, nel 2006 solo 109 dei 621. A questo si aggiunge il declino anche degli omicidi della criminalità comune (furto o rapina) che, dal 2004, si sono ridotti tra le due e le tre decine, dopo aver raggiunto livelli ben più bassi rispetto al decennio precedente.

Gli omicidi in ambito familiare o per passioni amorose sono aumentati in maniera importante negli ultimi anni, raggiungendo il massimo tra il 2002 e 2003.

Crescita consistente delle denunce per il reato di violenza sessuale hanno registrato dalla fine degli anni novanta. Bisogna, però, tener presente che, come per tutti i reati, alcuni casi potrebbero non essere stati oggetto di denuncia mentre d'altro canto alcune denunce potrebbero essere false. Non risultano studi significativi riguardo l'entità relativa dei due fenomeni. Inoltre la definizione di quali comportamenti configurino il reato di violenza sessuale è stata modificata più volte, ampliandone lo spettro di applicazione fino a includere azioni precedentemente non considerate penalmente perseguibili all'interno di questa fattispecie penale. Non vi è consenso su quale fra quelle citate sia la causa del notevole incremento nel numero di denunce registrate nell'ultimo ventennio.

Tanto i furti quanto le rapine hanno registrato una forte crescita nel corso degli anni settanta, raggiunto il culmine agli inizi degli anni novanta. Anche in questo caso però, entrambi i reati hanno visto invertire questa tendenza per i furti il tasso comincia a crescere nuovamente a partire dalla metà degli anni novanta e si è riavvicinato oggi ai livelli elevati del 1991.

La criminalità sui mezzi di informazione[modifica | modifica wikitesto]

I dati dell'Osservatorio Europeo sulla Sicurezza[4] (Demos, Osservatorio di Pavia e Unipolis) riportano che il TG1 (e parimenti il TG5) ha dedicato l'11% delle notizie di prima serata ai "fatti criminali", contro un livello minore (a parità di numero di crimini) dei telegiornali di altri paesi europei: 8% BBC, 4% TVE (Spagna) e France 2, 2% ARD (Germania).[5]

Secondo il sociologo Ilvo Diamanti, l'Italia si caratterizza per il rapporto tra i mezzi di informazione (specialmente la televisione) e i fatti di criminalità comune. Diamanti sottolinea come i media italiani puntino alla "serializzazione" e alla "drammatizzazione" dei casi criminali, mentre in altri paesi l'informazione è "puntuale" e "contestuale". Ciò avviene soprattutto quando si tratta di casi che coinvolgono persone comuni, o che si sviluppano nell'ambito amicale e familiare, specificando l'intento voyeuristico da comunità ristretta.[5]

Ulteriori spinte caratteristiche dei media italiani potrebbero venire, sempre secondo Diamanti, dal rapporto con la politica, che tende a sfruttare i media per condizionare la percezione sociale dei fenomeni, e così spostare l'attenzione dell'opinione pubblica, ad esempio, dalla disoccupazione alla criminalità.[5]

Infine, il costume italiano di sottolineare la nazionalità delle persone coinvolte in fatti criminali, collegato alle caratteristiche di "serializzazione" mediatica, porterebbe a rinforzare i pregiudizi dell'opinione pubblica verso le comunità immigrate, senza aiutare ad avviare una riflessione sui processi di integrazione, così accentuando il razzismo contro gli immigrati. Su tutti i crimini commessi in Italia, gli italiani e stranieri sono a metà percentuale (50% Italiani, 50% stranieri) e tra le denunce contro stranieri l'80% riguarda irregolari. [senza fonte]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi terrorismo in Italia.

Nei decenni successivi al secondo dopoguerra si è assistito alla violenza politica, che ha portato la criminalità dapprima esclusiva di alcune mafie, ad estendersi all'intera penisola tramite organizzazioni estremiste che hanno perdurato negli anni di piombo anche con atti di terrorismo.

Nel corso degli anni settanta/ottanta la criminalità italiana era rappresentata da organizzazioni criminali più o meno sparse nelle principali metropoli, e alcune di esse hanno caratterizzato la storia buia dell'Italia (Banda della Magliana).

Criminalità organizzata[modifica | modifica wikitesto]

Origine[modifica | modifica wikitesto]

Struttura della mafia

A causa di difficili condizioni economiche, nella seconda metà dell'Ottocento nel sud del Paese si cominciarono a costituire federazioni di famiglie organizzate su base territoriale, che sarebbero poi diventate: Cosa Nostra in Sicilia, la Camorra in Campania, e la 'Ndrangheta in Calabria, dalla quale nacque, molto più tardi, il gruppo dei Basilischi centrati sulla Basilicata. Furono i clan formati da italiani espatriati negli Stati Uniti, attraverso i film che ispirarono ai produttori di Hollywood, che diffusero nel mondo intero il termine "mafia" come sinonimo di "crimine organizzato".

Con gli anni, oltre a crearsi un equilibrio sulla competenza territoriale di gruppi e famiglie, si instaurò anche un modus vivendi, che ricalcava e ricalca il despotismo feudale. Il "guardapiazza", letteralmente "colui che difende il territorio", cioè il capo patriarcale di un clan, impone con le armi il suo dominio su di un gruppo, ed il dominio di tale gruppo su una zona, e poi fornisce agli abitanti del territorio, in cambio di fedeltà e sottomissione, protezione da altri gruppi rivali. All'interno del suo feudo amministra giustizia, riscuote tributi, elimina ogni minaccia interna o esterna, assicura per lui e il suo cerchio di fedeli le migliori risorse.

In quanto centro di potere, un clan mafioso entra automaticamente in conflitto e competizione con qualunque stato che lo ospiti, sfidando apertamente il monopolio statale dell'uso legittimo della forza.

I diversi gruppi mafiosi rinunciarono ad attaccare le truppe regolari, e questo consentì la loro sopravvivenza nei primi decenni dopo la conquista del sud.[senza fonte] Poi continuarono ad impiantarsi profondamente nel tessuto sociale, profittando della latitanza dello stato civile, che lasciò la zona priva d'istruzione, collegamenti e cibo. In seguito, dal novecento in avanti, incominciarono ad arrivare crescenti flussi di capitali che, attraverso la spesa pubblica, si riversarono nel meridione, e le organizzazioni criminali furono le prime a beneficiare di tali risorse.[senza fonte] Le attività mafiose ebbero come principale conseguenza il sabotaggio di ogni possibile sviluppo commerciale, rendendo impraticabili le strade, pericolosi gli scambi e inoperanti i meccanismi di domanda - offerta.

In Calabria[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi 'ndrangheta.

In Campania[modifica | modifica wikitesto]

Sono presenti la Camorra e Cosa Nostra Campana

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Camorra.

In Piemonte[modifica | modifica wikitesto]

Provincia di Torino[modifica | modifica wikitesto]

Nel corso degli anni '70 si assistette a una guerra di mafia, durata lungo un decennio, portata avanti dal clan dei catanesi, una cosca mafiosa legata all'allora potente Cosa Nostra e molto attiva nel Nord Italia, in special modo a Torino e Milano. La storia della mafia siculo-piemontese si è conclusa nel 1988, con un maxiprocesso durato 19 mesi.[6]

Al 2003, sono stati segnalati rapporti di azioni legate al crimine organizzato rari e sporadici. La scarsa rilevanza di questi episodi, fa intendere la presenza di una «proiezione» malavitosa molto debole. Il panorama delle attività delle mafie italiane quali 'ndrangheta e clan dei catanesi, da sempre presenti nel territorio sin dagli anni '60, non è rimasto immutato per via dell'immigrazione che ha portato alla nascita di gruppi extracomunitari legati specialmente alla mafia albanese e cartelli di droga magrebini e nigeriani.[7]

In Sicilia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Cosa Nostra e Stidda.

La criminalità nella regione è stata secolarmente rappresentata dall'organizzazione di stampo mafioso Cosa Nostra. In un'escalation di violenza che avuto inizio a partire dalla fine del secondo dopoguerra e termine nei primi anni '90, una lotta repressiva dello Stato cominciata dopo una stagione di attentati diretti a personalità politiche di spicco ha ridimensionato il fenomeno malavitoso.

In Puglia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Sacra Corona Unita.

Terrorismo politico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Anni di piombo e Nuove BR.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ [Noi Italia - 100 Statistiche per capire il Paese in cui viviamo 2012, pag. 132]
  2. ^ Statistiche della criminalità, agosto 2012, Eurostat, http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/Crime_statistics/it
  3. ^ Rapporto sulla Criminalità
  4. ^ Presseurop.eu, Diamo una tivù alla Lega
  5. ^ a b c Ilvo Diamanti su Repubblica, 11 ottobre 2010
  6. ^ Torino, al "clan dei catanesi" 130 condanne. Ergastolo per 25, La Repubblica, 06-11-1988. URL consultato il 09-06-2010.
  7. ^ Criminalità a Torino (2003); rapporto del Comune.