Crêuza de mä

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Crêuza de mä

Artista Fabrizio De André
Tipo album Studio
Pubblicazione marzo 1984
Durata 33 min : 29 s
Dischi 1
Tracce 7
Genere World music
Musica d'autore
Folk
Musica etnica
Folk rock
Etichetta Ricordi
Produttore Mauro Pagani, Fabrizio De André
Arrangiamenti Mauro Pagani
Registrazione Felipe Studio (MI), Stone Castle Studios (Carimate)
Note L'album e la canzone Crêuza de mä si aggiudicano la Targa Tenco.
Fabrizio De André - cronologia
Album precedente
(1981)
Album successivo
(1990)
Recensioni professionali
Recensione Giudizio
Ondarock Pietra miliare
Allmusic 4.5/5 stelle[1]
Piero Scaruffi 7/10
« Crêuza è stato il miracolo di un incontro simultaneo fra un linguaggio musicale e una lingua letteraria entrambi inventati. Ho usato la lingua del mare, un esperanto dove le parole hanno il ritmo della voga, del marinaio che tira le reti e spinge sui remi. Mi piacerebbe che Crêuza fosse il veicolo per far penetrare agli occhi dei genovesi (e non solo nei loro) suoni etnici che appartengono alla loro cultura. »
(Fabrizio De André in un'intervista.)

Crêuza de mä (il cui nome originale è Creuza de mä, 1984) è l'undicesimo album registrato in studio di Fabrizio De André. L'album, realizzato in collaborazione con Mauro Pagani,[2] è interamente cantato in genovese, la lingua della Repubblica di Genova, tuttora viva, che è stata per molti secoli (approssimativamente dal Basso Medioevo fino al XVII secolo, il secolo dei genovesi) una delle lingue più usate per la navigazione e gli scambi commerciali nel Bacino del Mediterraneo.

Il disco è stato considerato dalla critica come una delle pietre miliari della musica degli anni ottanta e, in generale, della musica etnica tutta; David Byrne ha dichiarato alla rivista Rolling Stone che Creuza è uno dei dieci album più importanti della scena musicale internazionale degli anni ottanta,[3] e la rivista "Musica & Dischi" lo ha eletto migliore album degli anni ottanta[4]. Inoltre, l'album è nella posizione numero 4 della classifica dei 100 dischi italiani più belli di sempre, secondo Rolling Stone Italia.[5]

Il disco[modifica | modifica sorgente]

Il fenomeno delle "crêuze de mä" (Pegli con il castello dei Lomellini)

Tutte le canzoni sono in lingua ligure, idioma ricco di influenze mediterranee. Si tratta di una scelta che andava, almeno nel 1984, contro tutte le regole del mercato discografico (all'epoca in Italia non vi erano alcun album di media o elevata tiratura cantati in una lingua locale) e che - contro ogni aspettativa - ha segnato invece il successo di critica e di pubblico dell'album, il quale ha infatti segnato una svolta nella storia della musica italiana ed etnica in generale.

De André ha deciso di utilizzare il ligure non solo perché lingua a lui familiare - in quanto parlata nelle sue terre -, ma anche perché riteneva che rappresentasse già un misto di parole derivanti da lingue diverse, facendo perno sull'enorme "malleabilità" ed eterogeneità di questo idioma, che, in secoli di commerci, scambi e viaggi si è arricchita di numerosissime parole provenienti da lingue quali greco, arabo, spagnolo, francese, inglese ed altre[6].

Al centro dei testi vi sono i temi del mare e del viaggio, le passioni, anche forti, e la sofferenza altrettanto forte; questi temi vengono espressi anche sul piano musicale, attraverso il ricorso a suoni e strumenti tipici dell'area mediterranea, nonché all'aggiunta di contributi audio non musicali registrati in ambienti portuali o marinareschi, come le voci registrate dei venditori di pesce al mercato ittico di Piazza Cavour a Genova[7]. Il titolo dell'album e della canzone principale fa riferimento alla crêuza o crosa, termine che in genovese indica una stradina collinare (con struttura simile ai celebri caruggi, che però sono perlopiù urbani), spesso sterrata o mattonata, in salita, delimitata da mura, e che porta in piccoli borghi, sia marinareschi che dell'immediato entroterra.

In questo caso però la crêuza di mare si richiama poeticamente ed in maniera allegorica ad un fenomeno meteorologico del mare altrimenti calmo che, sottoposto a refoli e vortici di vento, assume striature contorte argentate o scure, simili a fantastiche strade da percorrere come vie, crêuze de mä appunto, per intraprendere dei viaggi, reali o ideali.

L'album è stato letteralmente reinterpretato nel 2004 da Mauro Pagani, che ne ha rinnovato gli arrangiamenti: oltre alle tracce già presenti nel disco originale, in 2004 Creuza de mä sono contenute anche Al Fair, introduzione vocalizzata nello stile dei canti sacri della Turchia, Quantas Sabedes, Mégu Megùn (già incisa da De André su Le nuvole) e Neutte, ispirata dal poeta greco Alcmane.

Tracce[modifica | modifica sorgente]

Lato A
  1. Crêuza de mä - 6:16
  2. Jamín-a - 4:52
  3. Sidún - 6:25
Lato B
  1. Sinàn Capudàn Pascià - 5:32
  2. Â pittima - 3:43
  3. Â duménega - 3:40
  4. D'ä mê riva - 3:04

Testi di Fabrizio De André; musiche di Mauro Pagani.

Le canzoni[modifica | modifica sorgente]

Crêuza de mä[modifica | modifica sorgente]

Una crêuza a Sant'Ilario
« Ombre de mori, mori de mainæ / donde ne vegnî, dove l'é ch'anæ? »
(F.De André-M.-Pagani, da Creuza de mä)

È la canzone d'apertura e dà il titolo all'album. Come già accennato, la locuzione ligure crêuza de mä, nel genovesato, definisce un viottolo o mulattiera, talvolta fatto a scalinata, che abitualmente delimita i confini di proprietà privata e porta (come del resto fanno praticamente tutte le strade in Liguria) dall'interno verso il mare. La traduzione letterale è quindi "viottolo di mare" o, utilizzando un ligurismo, "crosa di mare".

Il testo parla dei marinai che, tornati dal mare, poeticamente descritto come "un posto dove la Luna si mostra nuda" (non ombreggiata da colline, piante o case) e dove la notte ha puntato il coltello alla gola, vanno a mangiare alla taverna dell'Andrea, che sta in una casa di pietra, e pensano a chi vi potrebbero trovare. Il pezzo è interamente in lingua genovese (come l'intero album).

Il testo è incentrato sulla figura dei marinai, e sulle loro vite da eterni viaggiatori e racconta appunto di un ritorno notturno dei marinai a riva, quasi come estranei. De André parla delle loro sensazioni, la loro narrazione delle esperienze provate sulla propria pelle, la crudezza d'essere in balìa reale degli elementi; poi affiora una ostentata scherzosa diffidenza, che si nota nell'assortimento dei cibi immaginati, accettabili e normali (o quasi, per un vero marinaio), contrapposti ad altri, come le cervella di agnello, o il pasticcio di "lepre di tegole" (il gatto spacciato per una sorta di coniglio), decisamente e volutamente meno accettabili, citati evidentemente per fare ironia sulla affidabilità e saldezza dell'Andrea e, forse, di tutto un mondo a cui sanno di non appartenere.

"E 'nt' a barca du vin ghe navighiemu 'nsc'i scheuggi" (E nella barca del vino navigheremo [anche] sugli scogli) "finché u matin...bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä" (finché il mattino... padrone della corda marcia d'acqua e di sale") con quella corda finirà per legarci e riportarci al mare [al nostro destino] lungo una crêuza de ma.

Jamín-a[modifica | modifica sorgente]

Dettaglio di un oud, strumento a corda di tradizione araba

Tra le canzoni più cariche di sensualità di Fabrizio De André, è un vero e proprio inno o elogio all'erotismo, impersonato dalla "lupa di pelle scura" Jamín-a, capace di fare l'amore in modo travolgente e quasi insaziabile.

« ... Jamín-a non è un sogno, ma piuttosto la speranza di una tregua. Una tregua di fronte a un possibile mare forza otto, o addirittura ad un naufragio. Voglio dire che Jamín-a è un'ipotesi di avventura positiva che in un angolo della fantasia del navigante trova sempre e comunque spazio e rifugio. Jamín-a è la compagna di un viaggio erotico, che ogni marinaio spera o meglio pretende di incontrare in ogni posto, dopo le pericolose bordate subite per colpa di un mare nemico o di un comandante malaccorto »
(Fabrizio De André[8])

Sidún[modifica | modifica sorgente]

È il canto di dolore di un padre di fronte alla morte violenta, a causa della guerra, del proprio figlio, travolto dai cingoli di un carro armato.

Sidone, la città vecchia

"Sidùn" è in genovese la città di Sidone, in Libano, teatro, all'epoca della stesura del disco, di ripetuti massacri durante la guerra civile che sconvolse il paese (campo di battaglia di Siria e Israele) dal 13 aprile 1975 fino al 1991. A farne le spese fu in massima parte la popolazione civile, soprattutto i numerosissimi rifugiati palestinesi.

La canzone è introdotta dalle voci di Ronald Reagan e Ariel Sharon, alle quali fa da sfondo il rumore dei carri armati.[9]

« Sidone è la città libanese che ci ha regalato oltre all'uso delle lettere dell'alfabeto anche l'invenzione del vetro. Me la sono immaginata, dopo l'attacco subito dalle truppe del generale Sharon del 1982, come un uomo arabo di mezz'età, sporco, disperato, sicuramente povero, che tiene in braccio il proprio figlio macinato dai cingoli di un carro armato. Un grumo di sangue, orecchie e denti di latte, ancora poco prima labbra grosse al sole, tumore dolce e benigno di sua madre, forse sua unica e insostenibile ricchezza. La piccola morte, a cui accenno nel finale di questo canto, non va semplicisticamente confusa con la morte di un bambino piccolo. Bensì va metaforicamente intesa come la fine civile e culturale di un piccolo paese: il Libano, la Fenicia, che nella sua discrezione è stata forse la più grande nutrice della civiltà mediterranea. »
(Fabrizio De André[8])

Sinàn Capudàn Pascià[modifica | modifica sorgente]

Il Cicala

La canzone narra la storia, vera, del visconte Scipione Cicala, o Cigala (Çigä in lingua genovese), appartenente ad una nobile famiglia genovese catturato dai Mori durante uno scontro navale e in seguito, per aver salvato la vita al sultano, a mezzo del ripudio della propria fede e delle proprie origini, diviene alla fine fiduciario del sultano ed infine Gran visir con il nome di Sinàn Capudàn Pascià. Il personaggio, pur vedendo tutta la sua vita trasformata, non cambia intimamente e diventato importante dignitario, si giustifica dicendo che di fatto non molto è mutato nel flusso della sua vita, che continua erratica ed opportunista, (evidenziata dall'allegoria del pesce che quando le cose vanno bene sta a galla, ma quando vanno male si nasconde al fondo), e con la sola variante di proseguire giastemàndo Momâ òu pòsto do Segnô ("bestemmiando Maometto al posto di nostro Signore").

'Â pittima[modifica | modifica sorgente]

'Â pittima rappresentava, nell'antica Genova, la persona a cui i privati cittadini si rivolgevano per esigere i crediti dai debitori insolventi. Il compito della pittima era di convincere, con metodi più o meno leciti, i debitori a pagare; ancora oggi a Genova la parola pittima è sinonimo di persona insistente, noiosa, appiccicosa.[7]

« Il personaggio è la risultante di un'emarginazione sociale, almeno come io lo descrivo, dovuta principalmente alle sue carenze fisiche. "Cosa ci posso fare se non ho le braccia per fare il marinaio, se ho il torace largo un dito, giusto per nascondermi con il vestito dietro ad un filo": questo è il lamento di chi è stato costretto da una natura tutt'altro che benevola a scegliersi, per sopravvivere, un mestiere sicuramente impopolare. [...] Così ho immaginato la mia pittima, come un uccello che non riesce ad aprire le ali, ed è destinato a nutrirsi dei rifiuti dei volatili da cortile. »
(Fabrizio De André[8])

 duménega[modifica | modifica sorgente]

Genova, vista del porto antico
« Fabrizio: Lì è stata la forza di Pagani: "Adesso scrivo un pezzo alla De André", e ti esce fuori con "Â duménega".

Mauro: Io ho fatto "Â duménega" avvertendo Fabrizio che la gente avrebbe detto: "Eh, questo è il Fabrizio di una volta!" »

(Fabrizio De André e Mauro Pagani, riguardo alla musica di "Â duménega"[10])

Al pezzo, suonato a ritmo di ballata popolare, contribuisce il mandolino di Franco Mussida, chitarrista della Premiata Forneria Marconi, che esegue, sul finale, anche un assolo di chitarra andalusa.

Il brano racconta in maniera ironica il "rito" della passeggiata domenicale che il comune di Genova concedeva un tempo alle prostitute, per tutta la settimana relegate a lavorare in un quartiere della città. De André riporta le scenate dei cittadini al passaggio di queste prostitute e descrive le reazioni dei vari personaggi, tutti accomunati dal finto moralismo: da chi grida loro qualsiasi epiteto sconcio ma poi le frequenta durante la settimana, al direttore del porto, felice di tutto quel ben di Dio a passeggio che porta tanti soldi nelle casse del Comune, finanziando la costruzione di un nuovo molo (sembrava infatti che il Comune di Genova con i ricavi degli appalti delle case di tolleranza riuscisse a coprire per intero gli annuali lavori portuali[7]) ma le insulta comunque "per coerenza", al rozzo bigotto, che, per legge di contrappasso, sbraita contro le prostitute e non sembra affatto accorgersi che fra di loro c'è anche sua moglie.

D'ä mê riva[modifica | modifica sorgente]

Il brano chiude idealmente il discorso sull'eterno viaggiare dei marinai aperto ad inizio album con "Crêuza de mä". Qui infatti vediamo un marinaio al momento della partenza per un nuovo viaggio salutare con un triste canto d'addio l'innamorata che lo guarda dal molo e la sua città, Genova.

« Quando un navigante abbandona la banchina del porto della città in cui vive arriva il momento del distacco dalla sicurezza, dalla certezza, sotto specie magari di una moglie, custode del talamo nuziale, agitante un fazzoletto chiaro e lacrimato dalla riva; il distacco dal pezzetto di giardino, dall'albero del limone, e, se il navigante parte da Genova, sicuramente dal vaso di basilico piantato lì sul balcone [...] .
È un momento sottilmente drammatico, un momento che si vive come accecati da un controsole, e che suscita la nostalgia nel momento stesso in cui l'imbarcato fa l'inventario del suo baule da marinaio preparatogli dalla moglie: tre camicie di velluto, due coperte, il mandolino e un calamaio di legno duro [...] .
[Della] compagna della vita resta al marinaio soltanto una fotografia di quando lei era ragazza, una fotografia sbiadita in fondo ad un berretto nero, per poter baciare ancora Genova sull'immagine di una bocca che io definisco "in naftalina". »
(Fabrizio De André[8])

Formazione[modifica | modifica sorgente]

Bouzouki tetrachordo.jpg

Musicisti principali

Altri musicisti

  • Mario Arcari - shanai in Jamin-a
  • Francis Biggi - consulenza strumenti etnici e medioevali
  • Dino D'Autorio - basso in Sinàn Capudàn Pascià
  • Franco Mussida - chitarra classica e mandolini elettrici in  duménega
  • Introduzione a Creuza de mä da Aria per gaida sola (Tracia) del gruppo strumentale diretto da Domna Samiou (per gentile concessione Emial - Greece)

Crediti

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ {http://www.allmusic.com/album/creuza-de-m%C3%A4-mw0000336887}
  2. ^ Mauro Pagani è stato principalmente l'ideatore, curatore ed esecutore delle musiche. Per quanto riguarda i diritti SIAE, l'album è intestato a entrambi gli autori. Per maggiori informazioni si veda, per esempio, il volume Belin, sei sicuro? Storia e canzoni di Fabrizio De André. a cura di Riccardo Bertoncelli.
  3. ^ Mybestlife.com
  4. ^ .Fondazionedeandre.it
  5. ^ I 100 dischi italiani più belli di sempre secondo Rolling Stone
  6. ^ Un'analisi in questo senso è stata compiuta da Vito Elio Petrucci nella sua Grammatica sgrammaticata della lingua genovese.
  7. ^ a b c Note presenti sul disco
  8. ^ a b c d Creuza de mä - Incontro con Fabrizio De André, film-documentario di Mixer (1984) commentato dallo stesso De André. prima parte
  9. ^ Canzoni contro la guerra - Sidún
  10. ^ Giancarlo Susanna. Un viaggio nel sole e nell'azzurro del mediterraneo - Intervista a Fabrizio De André e Mauro Pagani. Fare Musica, 1º giugno 1984 [1]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]