Costantino XI Paleologo

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Costantino XI Paleologo Dragaš
Icona bizantina raffigurante Costantino XI Paleologo.
Icona bizantina raffigurante Costantino XI Paleologo.
Basileus
In carica 6 gennaio 1449 - 29 maggio 1453
Predecessore Giovanni VIII Paleologo
Successore Finisce l'impero bizantino, conquistato dall'Impero Ottomano, il titolo di pretendente al trono di Bisanzio va a Tommaso Paleologo (fratello).
Morte Costantinopoli, 29 maggio 1453
Casa reale Paleologi
Coniugi Maddalena Tocco
Caterina Gattilusio
Caterina Notara (?)

Costantino XI[1] Paleologo Dragases[2] (in greco Κωνσταντίνος ΙΑ’ Δραγάσης Παλαιολόγος, Kōnstantìnos hendèkatos – XI – Dragàses Palaiològos, in serbo: Константин Драгаш Палеолог/Konstantin Dragaš Paleolog; Costantinopoli, 8 febbraio 1405Costantinopoli, 29 maggio 1453) è stato un imperatore bizantino.

Fu l'ultimo sovrano (βασιλεύς) dell'Impero romano. Regnò dal 6 gennaio 1449 fino alla morte, avvenuta durante la difesa di Costantinopoli, posta sotto assedio da parte degli Ottomani che avrebbero poi conquistato la città, ponendo così fine al millenario impero bizantino.

La sua morte in battaglia assurse a simbolo della lotta della cristianità contro i turchi e, nel XIX secolo, dell'indipendentismo greco. Viene considerato santo e martire dalla Chiesa ortodossa.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Gioventù[modifica | modifica sorgente]

Era quartogenito[3] di Manuele II Paleologo[4] e di Elena Dragaš e dunque anche nipote, per via materna, del principe serbo Costantino Dragaš.

I suoi fratelli erano Giovanni VIII, anch'egli imperatore bizantino[5], i despoti della Morea Teodoro II[6], Demetrio II[7], Tommaso e il despota di Tessalonica Andronico.

Nell'impero bizantino non era raro che una persona per motivi di prestigio portasse due cognomi, uno del padre e uno della madre; per questo motivo Costantino XI è noto sia come Paleologo che come Dragaš [8][9], dalla famiglia dei despoti serbi della Macedonia; egli prese il nome della madre, come segno di un forte legame affettivo: infatti Costantino era il figlio prediletto di Elena[10]. Anche il fratello Giovanni VIII ammirava molto Costantino, a tal punto che in seguito avrebbe deciso di passare a lui la corona, nonostante vi fossero altri fratelli più anziani[10].

Costantino despota della Morea[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Despotato di Morea.
L'imperatore bizantino Giovanni VIII Paleologo, fratello di Costantino XI.

Nel 15 novembre del 1423, Giovanni VIII partì per Venezia, Milano, Mantova e l'Ungheria in cerca di aiuti contro la continua minaccia ottomana, ma prima di lasciare la capitale[11], nominò il fratello Costantino reggente del trono di Bisanzio. Durante l'assenza del fratello, sotto la guida della madre Elena Dragaš, Costantino siglò un trattato di pace col sultano Murad II[12]. Fu poi nominato despota e gli fu affidata la gestione della costa del Mar Nero, all'epoca ancora bizantina, e dell'Acaia, che a partire dalla quarta crociata (1204) era ancora in mani latine[13].

Nel novembre 1427 fu accompagnato da Giovanni in Morea (l'odierno Peloponneso) per prendere possesso dell'Acaia[14]. Costantino dimostrò immediatamente le sue capacità e profuse il massimo sforzo per la riconquista della regione, iniziando con l'attaccare i domini dei Tocco, signori dell'Epiro e del Peloponneso occidentale. Costantino aveva organizzato un forte esercito, al comando dell'amico fidato Giorgio Sfranze, al quale i Tocco non poterono far resistenza[14]. Dopo che la conquista venne ultimata, il passaggio dei poteri venne sigillato con un matrimonio. La figlia di Leonardo II Tocco, Maddalena, fu data in sposa a Costantino [14]. Il matrimonio fu celebrato nel luglio 1428[15] e Maddalena, secondo le usanze, assunse un nome bizantino e fu rinominata Teodora. Tuttavia, la sposa morì appena un anno dopo le nozze.

Costantino proseguì con la sua politica espansionistica dei territori bizantini, sollevando così numerose proteste dai signori veneziani e francesi del luogo, che avevano stretto legami matrimoniali con la famiglia dei Paleologi. Nel 1430 l'esercito di Costantino, dopo un lungo assedio, conquistò la città di Patrasso (all'estremo nord della Morea),[14] i cui signori erano legati a Papa Martino V; finalmente tutta la Morea era bizantina, ad eccezione delle città veneziane di Corone e Modone, il conflitto tra bizantini e franchi in Morea, che era iniziato nel 1259 era finalmente concluso e il vincitore era Costantino[14]. Dopo questi successi Costantino, oltrepassato l'istmo di Corinto, entrò in Beozia, territorio appartenente all'Impero Ottomano, ma qui la sua avanzata fu fermata dagli eserciti di Turakhan Bey.

Il despotato della Morea, dopo le conquiste di Costantino, nel 1430.

Ritornato a Costantinopoli, Costantino continuò a esercitare per alcuni anni le funzioni di reggente del trono imperiale[16], mentre il fratello era impegnato in Occidente nel vano tentativo di giungere alla riunificazione della Chiesa cattolica con la Chiesa ortodossa, nel concilio di Ferrara[17]. In questo modo Giovanni voleva ottenere aiuti militari contro l'avanzata ottomana sui pochi territori rimasti in mano all'impero bizantino[18]. Affiancato dalla madre Elena, fronteggiò con forza le tensioni popolari che tale tentativo di riunione, non voluta dal clero e dai fedeli ortodossi, stava sollevando; successivamente esercitò personalmente le funzioni di governo in più occasioni, a causa delle cattive condizioni di salute di Giovanni, tornato in patria nel febbraio 1440.[19]

A metà del 1440 tornò in Morea per riprendere l'amministrazione dei territori affidatigli e durante il viaggio fece tappa nell'isola di Lesbo, dove Costantino si sposò in seconde nozze con Caterina Gattilusio, figlia del signore genovese Dorino I Gattilusio [15]. Anche quest'unione fu tuttavia sfortunata: ella, come la moglie precedente, morì dopo un anno di matrimonio, mentre Costantino si trovava in viaggio verso Costantinopoli per accorrere in aiuto dell'imperatore Giovanni VIII, che stava combattendo contro gli Ottomani di Murad II. All'interno della corte bizantina, due altissimi esponenti erano contrari a qualsiasi patto con i cattolici: Demetrio II, fratello di Costantino, e Luca Notara, mega dux dell'Impero (carica paragonabile al "primo ministro della corona")[20]. Demetrio, che sperava d'impadronirsi del trono di Bisanzio, aveva stretto un'alleanza con gli Ottomani, nell'estate del 1442[19]. Ma l'attacco finale non scattò poiché l'esercito di Demetrio si sciolse e Costantino poté quindi tornare in Morea senza colpo ferire.

Secondo alcune fonti[15], nel 1443 Costantino avrebbe sposato Caterina Notara, appartenente a una delle più influenti famiglie bizantine dell'epoca, di cui il membro più importante era il mega dux, Luca: anche questo matrimonio sarebbe stato di breve durata, a causa della morte della sposa. Le più rilevanti fonti contemporanee, in particolare Giorgio Sfranze, non fanno menzione di questo terzo matrimonio.[21]

Un tratto delle mura di Hexamilion.

Al rientro, Costantino concentrò nuovamente i suoi sforzi nella protezione e nell'espansione dei suoi territori; per prima cosa nel 1443 fece ricostruire le mura di Hexamilion[22], che erano state distrutte nel 1423.[23] Nello stesso anno varcò nuovamente l'istmo di Corinto, conquistò Atene e Tebe, obbligò il duca d'Atene, Nerio II Acciaiuoli, a riconoscerlo come suo signore e a pagargli tributi annuali, invece che agli Ottomani; con questa mossa, Costantino pose nuovamente l'Attica sotto il suo potere.[24]

Approfittando della temporanea vittoria delle potenze cristiane contro gli Ottomani, Costantino avanzò in Grecia centrale[25], nei territori appartenenti all'Impero Ottomano. Ma le cose stavano cambiando, infatti i crociati furono sconfitti nella battaglia di Varna il 10 novembre 1444[26]. Costantino però non si fece intimorire e continuò le sue conquiste, tra cui la Beozia e la Focide, spostando il confine fino al Pindo[22]. Sembrava che Costantino stesse ricostruendo un nuovo forte stato bizantino in Grecia. Sfortunatamente per il despota, Murad II non aveva intenzione di lasciare i suoi territori ai bizantini e, nel 1446, si mise alla testa di un grande esercito ed invase i territori appena conquistati da Costantino. Il despota con il suo esercito si rifugiò sulle mura di Hexamilion[22], ma la resistenza fu inutile: i bizantini erano nettamente in minoranza, mentre gli Ottomani avevano nuovi modelli di cannone, e in breve le mura furono sfondate[27]. Era il 10 dicembre 1446: gli Ottomani vincitori iniziarono a razziare la Morea, catturando numerosi prigionieri,[28], impedendo così a Costantino di continuare i suoi progetti espansionistici e imponendogli una pace che lo avrebbe costretto a pagare un tributo annuale al sultano[29].

L'inizio del regno di Costantino[modifica | modifica sorgente]

Mattonella di marmo, con l'emblema dei Paleologi, nella chiesa di San Demetrio a Mistra, dove Costantino XI fu incoronato.

Il 31 ottobre 1448 Giovanni VIII morì dopo una lunga malattia.[22] In attesa dell'arrivo di Costantino, la madre Elena Dragaš dovette assumere il controllo di Costantinopoli per fronteggiare la tentata usurpazione del trono da parte del figlio Demetrio. Elena inviò a Costantino due emissari, accompagnati dal figlio Tommaso, fedele alla Corona, chiedendogli di ritornare al più presto alla capitale.[30]

Il 6 gennaio 1449 Costantino organizzò a Mistra, nel centro del Peloponneso, la cerimonia per la sua incoronazione a basileus dei romei:[22] non si trattò di un'incoronazione ufficiale, data l'assenza di un patriarca ortodosso (vedi paragrafo successivo). Costantino ricevette il riconoscimento da parte dell'esercito; nessuno, peraltro, osò, durante il suo regno, tacciare di illegittimità la nomina.[31] Il 12 marzo il nuovo sovrano approdò con una nave veneziana a Costantinopoli,[32] dove sua madre gli consegnò le insegne imperiali e la chiave delle tesorerie, che aveva nel frattempo protetto dalle mire di Demetrio. Questi fu nominato da Costantino despota della Morea insieme a Tommaso, di cui si fidava, per evitare complotti da parte di Demetrio.[22]

Progetti matrimoniali[modifica | modifica sorgente]

Divenuto imperatore, Costantino volle trovare un'imperatrice per i suoi sudditi. Nell'ottobre del 1449 affidò quindi al fidato amico Giorgio Sfranze la ricerca di una moglie, una principessa o iberiana o trapezuntina[33] Per sbalordire i regnanti con cui contrattare il matrimonio, Costantino diede un grande seguito a Sfranze: soldati, nobili, cantori, medici, musici e monaci, con un'ambasceria di doni preziosi. Il primo stato visitato fu l'Iberia, dove Sfranze ebbe un'ottima accoglienza: la gente del luogo non aveva mai visto molti degli strumenti che i bizantini possedevano, come l'organo, e per questo in moltissimi si recarono ad ascoltare l'affascinante musica.[34] Dopo aver visto la principessa iberiana, Sfranze andò al vicino impero di Trebisonda, nell'omonima capitale, dove trovò un'accoglienza simile a quella iberiana, tanto che Sfranze si trovò indeciso sulla scelta per il suo imperatore.[35]

Rappresentazione di Costantino XI, prodotta nel XIX secolo.

Mentre Sfranze si trovava ancora a Trebisonda, gli giunse la notizia che il sultano ottomano Murad II era appena morto (3 febbraio 1451).[36] Al trono dei sultani era salito il giovane e ambizioso Maometto II, che si capiva avere gli occhi puntati su Costantinopoli.[37] Per mantenere i rapporti di pace che si erano venuti a formare con l'Impero Ottomano, durante il regno di Murad II, l'ambasciatore bizantino pensò di far sposare al suo basileus la vedova di Murad II, Mara Branković, una principessa serba di religione ortodossa. Sfranze inviò quindi una lettera all'imperatore, avvisandolo anche degli svantaggi, come il fatto che Mara avesse già quarantanove anni e difficilmente gli avrebbe dato un erede, o che fosse stata moglie di un infedele, cosa che poteva essere considerata severamente nella capitale. Costantino capì immediatamente che quella era un'occasione da cogliere senza esitazioni e chiese consiglio ai suoi più alti dignitari: date le condizioni in cui versava l'impero e per la sua stessa sopravvivenza, tutti furono d'accordo con la proposta di Sfranze.[35] Immediatamente Costantino mandò una lettera a Đurađ Branković, padre di Mara e despota di Serbia, che si dimostrò entusiasta dell'unione proposta. Neanche la Chiesa bizantina si oppose alla scelta del basileus. Il matrimonio però non avvenne, a causa del rifiuto di Mara: dopo la morte di Murad II infatti, aveva preso i voti e si era ripromessa di passare tutto ciò che le rimaneva da vivere in un monastero.[35]

Sfumato questo progetto, Sfranze consigliò di accettare la proposta di nozze del regnante iberiano piuttosto che quella di Giovanni IV Comneno (1429-1459), imperatore trapezuntino.[38] Infatti il re iberiano proponeva come dote di nozze della figlia grandi doni d'oro e d'argento, magnifici gioielli, un immenso guardaroba per la futura imperatrice e 56.000 monete d'oro, oltre all'invio dall'Iberia la somma di 3.000 monete d'oro all'anno, finché ella fosse rimasta imperatrice.[39] Tra settembre e ottobre del 1451, Sfranze ritornò a Costantinopoli, seguito da un ambasciatore iberiano, per annunciare la proposta a Costantino.[40] Portava con sé sontuosi regali del re iberiano, tra cui alcuni tessuti preziosi. Costantino immediatamente firmò con l'inchiostro rosso dei basileis una bolla d'oro, in cui dichiarava ufficialmente che avrebbe sposato la principessa iberiana. Nella primavera del 1452 il basileus consegnò la bolla all'ambasciatore iberiano, per rendere nota al suo re la sua decisione; incaricò quindi Sfranze di andare a prendere la sua futura sposa.[39] Nonostante il rispetto che Sfranze portava per il suo amico e imperatore, non voleva condurre questa ennesima ambasceria. Era già stato due lunghi anni fuori dalla capitale e sua moglie minacciava di divorziare e prendere l'abito da monaca. L'imperatore tentò di convincerlo ad andare comunque, promettendogli in cambio grandi favori. Nel frattempo, gli Ottomani si stavano preparando ad assediare Costantinopoli e Costantino fu costretto a rinunciare al matrimonio tanto cercato per difendere la sua capitale.[39]

Il problema ecclesiastico[modifica | modifica sorgente]

Bandiera bizantina, degli eserciti dei Paleologi.

La situazione religiosa a Costantinopoli era molto confusa. Con il Concilio di Ferrara-Firenze cui aveva partecipato il fratello Giovanni, era stata decisa l'unione della Chiesa cattolica e della Chiesa ortodossa: l'impero bizantino sarebbe così stato sotto la potestà spirituale del papa;[41] la netta maggioranza dei bizantini, tuttavia, era contraria e anche gli altri stati che si erano convertiti all'ortodossia si rifiutarono di accettare le decisioni di Costantinopoli. Sul trono patriarcale sedeva Gregorio III, patriarca di rito latino e odiato da quasi tutti i bizantini poiché considerato un traditore. Gregorio III, che aveva fatto il possibile per far unire le due Chiese fu per questo, in seguito, esiliato a Roma.[42]

Costantino XI, vista la precaria situazione dell'impero, non poteva far altro che appoggiare l'unione tra le due Chiese, visto che i turchi ottomani erano ormai alle porte di Costantinopoli e, per sperare di salvare la sua capitale, aveva assolutamente bisogno dell'aiuto dei latini: ciò sarebbe stato possibile unicamente tramite l'unione delle due Chiese.[43] La sua coraggiosa posizione però fu pagata a caro prezzo: venendogli infatti a mancare l'appoggio dei sudditi, contrari all'unione con la Chiesa di Roma, non poté mai essere incoronato ufficialmente basileus. Questo però evitò anche lo scoppio di una guerra civile tra la minoranza di coloro che appoggiavano i latini e i sostenitori della tradizione ortodossa.[42]

La costruzione di una nuova fortezza ottomana sul Bosforo[modifica | modifica sorgente]

Costantino XI Paleologo in una miniatura dell'epoca.

Appena eletto, Costantino XI tentò di imporre dazi sulle merci d'importazione nel tentativo di risollevare le quasi vuote casse imperiali, suscitando però le proteste della repubblica di Venezia, che costrinse l'imperatore, in breve tempo, ad abolire le nuove imposte.[43] La decisione di cedere alle proteste veneziane fu dovuta principalmente al fatto che la minaccia turca si stava facendo sempre più incalzante, soprattutto dopo la morte del sultano Murad II e la salita al trono del giovane Maometto II. Nonostante questi avesse rinnovato il trattato di pace con l'impero bizantino, già siglato dal padre, la sua politica verso Costantinopoli si manteneva ambigua.[44]

Costantino, non fidandosi di Maometto II, inviò quindi l'ambasciatore Leontari Briennio a Venezia, Ferrara, Napoli e Roma per chiedere appoggio economico ed eventualmente aiuti militari.[44] Le risposte però rimasero vaghe, con promesse che presto furono dimenticate. Il papa Niccolò V promise di impegnarsi nella salvaguardia di Costantinopoli ma richiese quale contropartita il reintegro del patriarca Gregorio III e l'accelerazione del processo di riunificazione delle due Chiese, reso assai difficile dalla forte opposizione dei nobili anti-unionisti e del popolo.[40]

I sospetti di Costantino sulle vere intenzioni del nuovo sultano furono confermati quando, nell'aprile del 1451, gli Ottomani, per ordine di Maometto II, iniziarono a costruire una nuova fortezza a pochi chilometri di distanza da Costantinopoli.[20] Già il sultano Bayazet I aveva fatto edificare nel XIV secolo una fortificazione sul lato opposto del Bosforo. Attraverso le due fortezze Maometto II avrebbe potuto dominare interamente lo stretto. Oltre a ciò, il sultano si sarebbe trovato in ottima posizione per attaccare la capitale bizantina. Dopo la costruzione della fortezza, gli Ottomani si diedero al saccheggio sistematico delle zone limitrofe, che culminò col massacro nel villaggio bizantino di Epibation, successivo alla rivolta delle popolazioni locali.[45] Il terrore si diffuse a Costantinopoli. I Bizantini protestarono con gli Ottomani e alle loro voci si aggiunsero anche quelle dei Genovesi della città di Pera.[46]

A questa ennesima provocazione Costantino XI rispose con l'ordine d'arresto di tutti i Turchi risiedenti in città e con la chiusura delle porte di Costantinopoli.[45] Quando iniziarono i lavori, l'imperatore mandò subito due successive ambascerie cariche di doni, per indurre il sultano a rispettare il trattato vigente e l'integrità dei piccoli villaggi bizantini che si trovavano sulle coste del Bosforo.[46] Il sultano però, respinte le ambascerie, oppose un secco rifiuto. I rappresentanti di una terza ambasceria, inviata due settimane più tardi da Costantino, furono giustiziati per ordine del sultano. Il 31 agosto del 1451 la costruzione della fortezza ottomana, chiamata Boghaz-Kesen (cioè "tagliatore dello stretto" od anche "del collo" - ancor oggi esistente col nome di Rumeli Hisari, ovvero "Fortezza di Rumelia"), fu completata. Ora le due fortezze dominavano lo stretto e rendevano possibile a Maometto II il controllo del passaggio di ogni nave e l'eventuale arrivo di forze di terra lungo la costa.

Costruita la fortezza, Maometto II cominciò a ordinare perquisizioni sistematiche su tutte le navi transitanti per il Bosforo, a qualsiasi nazionalità appartenessero. Nello stesso tempo lanciò duri attacchi alle città ancora bizantine sul mar Nero, con l'obiettivo di isolare il Peloponneso, affidato ai fratelli dell'imperatore Tommaso e Demetrio. Il 26 novembre dello stesso anno, un vascello veneziano proveniente dal Mar Nero che, fidandosi della neutralità della repubblica, non rispettò la disposizione, fu distrutto a cannonate. Dei trenta superstiti che raggiunsero a nuoto la riva, il capitano Antonio Rizzo fu portato a Didymoteicho e impalato, mentre gli altri marinai furono segati in due.[47] Con la politica repressiva adottata dal sultano, l'Occidente prese coscienza del reale pericolo costituito dal sultano.

La riunificazione delle due Chiese[modifica | modifica sorgente]

La bandiera dell'Impero bizantino in uso dal 1259 fino alla caduta della Morea nel 1460.

Vista la gravità della situazione, Costantino moltiplicò le richieste di aiuto all'Europa occidentale sollecitando l'arrivo da Roma del cardinale Isidoro, previsto ad ottobre, per trattare sulla riunificazione delle due Chiese.[45] Il papa acconsentì e Isidoro partì da Roma il 20 maggio del 1452 portando con sé una truppa di 200 arcieri napoletani,[48] che furono subito messi a disposizione dell'imperatore.

Oltre al papa, fra tutte le potenze occidentali solo il Regno di Napoli e le due repubbliche di Venezia e di Genova, e principalmente per motivi molto poco ideali, prestarono aiuto reale all'imperatore bizantino. Gli interessi veneziani e genovesi infatti sarebbero stati toccati profondamente dall'assalto dei Turchi contro la capitale bizantina. Se fosse caduta la "Roma d'Oriente", sarebbero andati perduti non soltanto beni e immobili di straordinario valore, che le due repubbliche possedevano a Costantinopoli, ma anche le ricche colonie del Mar Nero: tagliate dai collegamenti con la madrepatria, esse sarebbero divenute ben presto preda degli Ottomani. I Genovesi e la loro colonia di Chios mandarono materiale da guerra ed un'eccellente schiera di guerrieri, che si dedicarono con tutta l'anima all'opera di difesa delle mura di Costantinopoli. Venezia invece, impegnata dalla guerra contro il Ducato di Milano, usò molta diplomazia: ricevette gli ambasciatori bizantini, fece loro delle promesse, ma poi si limitò a inviare a Costantinopoli solo alcune navi.

Intanto Isidoro aveva portato a compimento la missione affidatagli da papa Niccolò V e il 12 dicembre del 1452[49] (un venerdì), nella basilica di Santa Sofia, proclamò solennemente l'unione della Chiesa d'Oriente con la Chiesa d'Occidente alla presenza di Costantino.[20] Fu così decretata l'unione delle Chiese, già decisa al Concilio di Ferrara dal fratello Giovanni VIII.[50] Ma la festa dell'unione rimase sostanzialmente limitata ai circoli di Corte: non ci furono festeggiamenti, le chiese di rito latino restarono deserte, compresa la stessa Santa Sofia. Anche coloro che erano più strettamente legati al basileus preferirono assistere a funzioni religiose svolte secondo la liturgia ortodossa.

La città era agitata dalle proteste popolari e dalla generale preoccupazione di un imminente attacco degli Ottomani. Costantino ordinò di rafforzare le mura e di bloccare nei porti le navi occidentali,[51] con l'intento di indurre i Veneziani presenti a sollecitare l'aiuto della madrepatria. L'inverno passò senza fatti di guerra; da una parte e dall'altra si fecero con tutte le forze i preparativi per l'anno seguente, che avrebbe dovuto portare allo scontro decisivo.

L'assedio di Costantinopoli[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Assedio di Costantinopoli (1453).

Negli ultimi anni la marina ottomana aveva conosciuto un'impressionante espansione. Costantinopoli, che era praticamente imprendibile per via terrestre a causa delle potentissime mura teodosiane, poteva però essere conquistata per fame, attraverso un ferreo blocco marittimo.

Nel marzo del 1453, a Gallipoli, un villaggio sullo stretto dei Dardanelli, si radunò una enorme flotta turca, forte di circa 250 imbarcazioni, che si attestò davanti alle mura marittime di Costantinopoli.[52] Nel contempo una grande armata terrestre, di circa 100.000 uomini - di cui 60.000 bashi-bazuk - entrò in azione in Tracia,[53] attestandosi davanti alle mura teodosiane di Costantinopoli.[51]

Maometto II aveva anche un'arma "segreta" di cui andava fortemente orgoglioso: un cannone enorme, fabbricato appositamente per lui da Urbano di Transilvania, nel gennaio del 1453. Poteva sparare proiettili di sei quintali a una distanza di un chilometro e mezzo ogni novanta minuti.

Ci vollero duecento uomini per trasportare la bombarda, trainata fino a Costantinopoli da 70 coppie di buoi.[54].

Il 5 aprile del 1453 Maometto II, tramite un messaggero, intimò a Costantino di arrendersi. Se lo avesse fatto, avrebbe avuto salva la vita e sarebbe diventato governatore, risparmiando dai saccheggi e dall'eccidio anche tutta la popolazione di Costantinopoli. Costantino a ciò rispose:

« Darti la città non è decisione mia né di alcuno dei suoi abitanti; abbiamo infatti deciso di nostra spontanea volontà di combattere e non risparmieremo la vita. »
(Costantino XI Paleologo)

Nelle prime ore di venerdì 6 aprile del 1453 il sultano fece aprire il fuoco su Costantinopoli.[55] I bizantini avevano già previsto questa mossa e tutti i residenti in città, compresa la parte di popolazione solitamente estranea agli armamenti, come donne, anziani e bambini, avevano già iniziato a lavorare per rinforzare le mura cittadine.[51]

L'esercito ottomano, con la grande bombarda.

Costantino fece rinforzare inoltre anche le mura marittime che si affacciavano sul mar di Marmara e sul Bosforo, lo stretto che mette in comunicazione il Mar Nero con il Mare Egeo.[51]

Il ricordo della quarta crociata non si era ancora cancellato: i crociati avevano infatti espugnato la città dal mare, evidenziando così un suo punto debole.[56] I rapporti fra Bizantini e Latini continuavano ad esser tesi. Pochi giorni prima era stata festeggiata la Pasqua, ma anche per questa importante ricorrenza Santa Sofia era rimasta deserta: la riunificazione delle due Chiese sembrava non volesse assolutamente essere accettata dalla popolazione.

Nel febbraio del 1453, il senato veneziano, memore della morte di Antonio Rizzo, decise di mandare in aiuto a Costantinopoli due galere con quattrocento uomini l'una e con la promessa di inviarne altre quindici.[57] Lodevole fu il comportamento del governatore del quartiere veneziano in città, Girolamo Minotto: egli promise infatti tutto l'aiuto che gli fosse stato possibile dare e assicurò che nessuna nave veneziana sarebbe salpata senza il suo consenso.[58]

A Costantinopoli erano inoltre ancorate alcune imbarcazioni genovesi provenienti sia da Galata (insediamento genovese situato dall'altra parte del Corno d'Oro) sia dall'Italia, inviate da papa Niccolò V e dalla Repubblica di Genova.[55]

Fra queste ultime vi erano anche due galere con settecento volontari pronti alla lotta, che avevano abbracciato la causa bizantina ed erano pronti a difenderla con la propria vita. Questi uomini d'arme facevano parte dell'esercito privato di Giovanni Giustiniani Longo,[59] appartenente ad una delle più potenti famiglie di Genova ed esperto in poliorcetica (πολιορκητικά). Papa Niccolò V promise inoltre di inviare tre navi cariche di uomini e viveri.[57]

La grande bombarda ottomana.

In totale Costantino poteva disporre di dieci navi bizantine, otto veneziane, cinque genovesi, una proveniente da Ancona, una catalana ed una provenzale, per un totale di ventisei navi:[55] una cifra ben modesta se paragonata alla potente flotta ottomana.

Ancor più preoccupante era il limitato numero di soldati a sua disposizione: 5.000 bizantini e poco più di 2.000 latini, per un totale di 7.000 uomini[20][60] che avrebbero dovuto difendere ventidue chilometri di mura da un esercito di 160.000 Turchi.

La mattina del 6 aprile tutti i cristiani erano ai propri posti di combattimento. Costantino e Giovanni difendevano la parte più vulnerabile delle mura, dove probabilmente si sarebbe riversato l'attacco musulmano, ossia la porta di San Romano. Le mura marittime erano quasi deserte: i pochi soldati presenti erano adibiti per lo più a compiti di vedetta e di controllo degli spostamenti delle navi ottomane. Il sultano fece bombardare le mura terrestri di Costantinopoli con una violenza sconosciuta fino a quel tempo nella storia degli assedi.

Al termine di quella prima giornata gli Ottomani avevano demolito buona parte delle mura nei pressi della porta Carsio e tentato ripetutamente di penetrare in città attraverso le brecce che si erano create, ma senza successo. Nella notte, mentre i musulmani riposavano nei propri accampamenti, la popolazione era riuscita a riparare le brecce. Il sultano, scoraggiato, decise allora di sospendere l'assedio e di attendere l'arrivo di rinforzi.

Questi arrivarono l'11 aprile in numero ingente, per un totale di 60.000 uomini aggiuntivi alle forze già spiegate. Fu ripreso il fuoco, che durò ininterrottamente per quarantotto giorni e che provocò crolli continui di mura in due punti diversi nei pressi del fiume Licino. Le brecce che si creavano venivano però sempre riparate dai cristiani nel corso della notte.

Miniatura francese, rappresentante l'assedio di Costantinopoli del 1453, Voyages d'Outremer di Bertrandon de la Broquière, del 1455.

In quei giorni arrivarono dallo stretto dei Dardanelli le tre navi genovesi promesse dal Papa, accompagnate da una nave da trasporto carica di grano ed inviata da Alfonso V d'Aragona. Maometto II aveva commesso un errore: aveva lasciato sguarnito lo stretto dei Dardanelli e le quattro navi latine erano entrate nel mar di Marmara indisturbate. Era la mattina del 20 aprile. L'ammiraglio ottomano, Solimano Baltoğlu, non riuscì ad impedire che le navi raggiungessero la città.[61].

Dopo ciò, il sultano escogitò un metodo per far entrare le sue navi nel Corno d'Oro, cioè sotto la città. Chiese ai suoi ingegneri di progettare una strada dietro Galata, che dal mar di Marmara avrebbe raggiunto l'attuale piazza Taksim per poi sboccare nel Corno d'oro. I fabbri ottomani iniziarono a costruire subito ruote di ferro e binari di metallo, mentre i carpentieri si impegnarono a fabbricare intelaiature di legno tanto grandi da poter racchiudere la chiglia di una nave di media grandezza. Era un'opera colossale, pagata dalle ricche casse ottomane.[61]

Quando i bizantini videro le navi ottomane nel Corno d'oro rimasero sbalorditi. Ora la situazione si era aggravata: il porto non era più sicuro e nemmeno le mura, sottoposte ai bombardamenti, erano più difendibili, essendo malconce in più punti. Nei primi giorni di maggio, Costantino aveva ormai capito che la fine era vicina: i viveri scarseggiavano e le navi promesse da Venezia non giungevano.

C'era ancora però qualche speranza che da Venezia fosse partita quella spedizione che era stata promessa. Il 3 maggio, un po' prima di mezzanotte, un brigantino battente bandiera turca e con un equipaggio di dodici volontari travestiti da Ottomani uscì silenziosamente dal mar di Marmara[62].

La notte del 23 maggio fece ritorno il brigantino. Il capitano della spedizione chiese di parlare con urgenza con Costantino XI e con Girolamo Minotto e riferì di aver setacciato per tre settimane il mar Egeo, ma di non aver trovato traccia della spedizione promessa dai Veneziani.[63] Poi il capitano disse che l'equipaggio si era riunito e che un membro aveva proposto di tornare a Venezia, ma fu messo a tacere. Gli altri undici, invece, avrebbero voluto tornare a riferire all'imperatore ciò che era stato scoperto. Costantino allora volle ringraziare i marinai uno a uno, ma con la voce soffocata dalle lacrime, anche i suoi più fidati avevano le lacrime che scendevano sul loro viso.

Dopo questi fatti, i ministri e i senatori bizantini scongiurarono l'imperatore di abbandonare la capitale e mettersi in salvo. Ma l'imperatore con determinazione rispose:

« So che avrei vantaggi se abbandonassi la città, ma via non posso andare... Non vi lascerò mai. Ho deciso di morire con voi![64] »
(Costantino XI Paleologo)

Sabato 26 maggio Maometto II riunì il consiglio di guerra e annunciò che l'attacco finale sarebbe stato sferrato il giorno 29 maggio, preceduto da un giorno di riposo e di preghiera (28 maggio). Quando il giorno di pausa giunse, tutto tacque e gli Ottomani iniziarono a pregare e a riposarsi in vista del giorno successivo, quando avrebbero scatenato la battaglia decisiva. Mentre i suoi soldati dormivano, il sultano fece un lungo giro di ispezione, tornò tardi al campo e solo successivamente andò a dormire.[65]

La sera del 28 maggio Costantino XI e Giustiniani Longo si misero a presidio della porta di S. Romano[65]. Nell'occasione il basileus tenne un discorso ai difensori che è giunto fino a noi in questa forma, sicuramente enfatizzata nel corso dei secoli:

« Miei signori, miei fratelli, miei figli, l'ultimo onore dei Cristiani è nelle nostre mani.[10] »
(Costantino XI Paleologo)
Siège de Constantinople di Jean Chartier.
Una rappresentazione dell'assedio realizzata nel XV secolo.

In quell'ultimo lunedì della Costantinopoli bizantina, furono dimenticate tutte le liti e i contrasti tra Bizantini e Latini. Per l'occasione si svolse una lunghissima processione spontanea che si snodò in ogni angolo di Costantinopoli. I fedeli attraversarono le vie della capitale con le icone più adorate.

L'imperatore riunì per l'ultima volta, davanti a Santa Sofia i suoi comandanti, e disse a loro:

« So che l'ora è giunta, che il nemico della nostra fede ci minaccia con ogni mezzo... Affido a voi, al vostro valore, questa splendida e celebre città, patria nostra, regina d'ogni altra.[66] »
(Costantino XI Paleologo)

Poi Costantino lì abbracciò tutti, dicendo poi:

« Vi chiedo scusa per ogni eventuale sgarbo, che io ho compiuto verso di voi senza volerlo.[66] »
(Costantino XI Paleologo)

Dopo di che il basileus si voltò verso la folla adunata davanti a Santa Sofia, e disse:

« Ci sono quattro grandi cause per cui vale la pena di morire: la fede, la patria, la famiglia e il basileus. Ora voi dovete essere pronti a sacrificare la propria vita per queste cose, come d'altronde anch'io sono pronto al sacrificio della mia stessa vita.[67] »
(Costantino XI Paleologo)

Poi si rivolse ai Latini e li ringraziò per tutto ciò che avevano fatto per aiutare Costantinopoli, dicendo:

« Da oggi Latini e Romani sono lo stesso popolo, uniti in Dio, e con l'aiuto di Dio salveremo Costantinopoli.[67] »
(Costantino XI Paleologo)

Anche le differenze religiose furono dimenticate: tutta la popolazione di Costantinopoli si riversò nella chiesa di Santa Sofia, simbolo da quasi un millennio del cristianesimo d'Oriente.

Fu l'ultima liturgia cristiana celebrata nella cattedrale e, probabilmente, la più commovente di tutta la storia dell'impero bizantino. Poi, a liturgia non ancora finita, irruppe in chiesa Costantino che si inginocchiò e chiese perdono dei suoi peccati. L'imperatore ricevette l'eucarestia.

Maometto II entra vittorioso a Costantinopoli.

Tornato nella sua reggia, il palazzo delle Blacherne, salutò per l'ultima volta i familiari e la servitù e, verso mezzanotte, ispezionò a cavallo tutte le mura di terra. Era accompagnato dal suo migliore amico, il fedele Giorgio Sfranze.

Martedì 29 maggio del 1453 fu l'ultimo giorno di vita della Costantinopoli "romana". All'una e mezza di notte Maometto II diede l'ordine di attaccare e le campane delle chiese presero a suonare per avvisare la città che la battaglia finale era iniziata.[68]

Maometto II sapeva che se voleva vincere non avrebbe dovuto concedere tregua ai cristiani, in modo tale da evitare di concedere loro occasione e possibilità di potersi riorganizzare. I primi soldati che il sultano mandò all'attacco furono i bashi-bazuk, male armati e peggio addestrati, sospinti a colpi di nerbo di bue e di mazze di ferro.[69]

Per due ore e mezza i bashi-bazuk continuarono ininterrottamente ad attaccare i cristiani finché, alle quattro del mattino, Maometto II ordinò alla seconda schiera di combattenti di intervenire. Questa era costituita da reparti di soldati arruolati in Asia Minore, molto ben equipaggiati e addestrati. Questi ultimi furono però subito circondati dai soldati comandati direttamente da Costantino e conseguentemente annientati. Gli ultimi ad intervenire nella battaglia furono i reparti di élite degli Ottomani, i giannizzeri. Bizantini e latini erano spossati: combattevano ormai da cinque ore ininterrotte e non avrebbero potuto resistere a lungo.

La situazione, per i Bizantini, precipitò poco dopo l'alba: il capitano Giovanni Longo Giustiniani fu ferito ed allontanato dalla battaglia dai suoi uomini. Molti difensori latini interpretarono questa mossa come una fuga disperata e fuggirono alle barche. Maometto II si accorse di ciò, e ordinò ai giannizzeri di concentrare l'attacco sulle postazioni genovesi. I bizantini iniziarono ad arretrare e, trovandosi accerchiati, vennero quasi tutti massacrati. Costantinopoli era ormai perduta e l'impero bizantino, ultimo erede della grande Roma, aveva cessato di esistere, bagnato dal sangue di un manipolo di eroi.[70]

La morte[modifica | modifica sorgente]

Ricostruzione della colonna di Costantino I a Costantinopoli.

Le fonti relative alla morte di Costantino XI si fanno a questo punto discordanti: il gran logoteta Giorgio Sfranze, fedele compagno del basileus, che in quel momento era lontano dalla battaglia, dice unicamente:

« Il mio signore e imperatore, di felice memoria, il signore Costantino, cadde ucciso, mentre io mi trovavo in quel momento non vicino a lui, ma in altra parte della città, per ordine suo, per compiervi un'ispezione: ahimè ahimè! »
(Giorgio Sfranze[71])

Secondo alcuni cronisti l'imperatore sarebbe rimasto ucciso mentre si dirigeva verso la porta Aurea; altri sostengono invece che cadde nei pressi di Santa Sofia; altri ancora sostengono addirittura che Costantino XI si sia spogliato delle insegne imperiali e che sia fuggito confondendosi tra la popolazione, riuscendo così a salvarsi.

La maggior parte dei cronisti, oltre che gli storici attuali, sono quasi certi nel sostenere che Costantino XI perdette la vita nei pressi della porta di San Romano:[68] dopo aver lasciato le insegne imperiali, egli si gettò nella mischia con valore assieme ai suoi ultimi compagni ancora in vita, e scomparve per sempre dopo aver ucciso, si dice, l'iperbolica cifra di seicento Ottomani. Sembra che le ultime parole di Costantino prima di morire, siano state:

« Non c'è un cristiano, qui, disposto a prendersi la mia testa? »
(Costantino XI Paleologo[72])

Probabilmente il corpo fu riconosciuto grazie agli stivali che indossava, color porpora, che solo gli imperatori bizantini avevano il diritto di portare. Maometto II lo fece seppellire in una fossa comune, per evitare che i cristiani potessero erigere un mausoleo alla sua memoria, o che potesse diventare luogo di pellegrinaggio dall'Europa[73]. Ma prima di essere sepolto, sembra che al corpo di Costantino, fosse mozzata la testa, una mano e fatti tirar fuori gli intestini, per ordine di Maometto II. La testa fu poi fissata sopra la colonna di Costantino I, in modo da umiliare l'impero millenario che era appena caduto, poi Maometto II fece imbalsamare la testa, che girò gli angoli del suo impero[72].

Eredità[modifica | modifica sorgente]

Monumento di Costantino XI nella piazza Mitropoleos ad Atene

Costantino XI divenne il simbolo dei greci durante la guerra per l'indipendenza con l'Impero Ottomano. Oggi l'Imperatore è considerato un eroe nazionale in Grecia.

I compositori contemporanei come Apostolos Kaldaras e Stamatis Spanoudakis hanno scritto canzoni per il Re di Marmo re. [74][75] Una statua che rappresenta Costantino XI - posta durante la rivoluzione greca contro l'Impero Ottomano di cui dunque l'imperatore veniva fatto simbolo - si trova di fronte alla cattedrale di Atene,[10] mentre una seconda è ubicata nella città di Mistra, dove venne acclamato imperatore nel 1448.

Nei film[modifica | modifica sorgente]

Il film turco Istanbul'un fethi (La caduta di Costantinopoli) di Aydin Arakon, del 1951, racconta l'assedio del 1453: la parte di Costantino XI è stata interpretata da Cahit Irgat.

Nella letteratura[modifica | modifica sorgente]

Il poeta greco Kostis Palamas ha dedicato a Costantino XI Paleologo un suo brano omonimo. Anche il Premio Nobel per la letteratura Odysseus Elytis scrisse un'ampia lirica dedicata al sovrano, dal titolo Morte e resurrezione di Costantino Paleologo.

San Costantino Imperatore[modifica | modifica sorgente]

Costantino viene venerato come santo e martire dalla chiesa Ortodossa, e da alcune chiese Cattoliche sui iuris, anche per il suo tentativo di ricomposizione dello scisma[76].

Genealogia[modifica | modifica sorgente]

Michele IX Paleologo
 
Rita di Armenia Amedeo V di Savoia
 
Maria di Brabant Michele Cantacuzeno
 
Teodora Paleologina Angelina Cantacuzena Andronico Asen Stefano Uroš III Dečanski
 
Teodora di Bulgaria
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Andronico III Paleologo
 
 
 
 
 
Anna di Savoia Giovanni VI Cantacuzeno
 
 
 
Irene Asanina Dejan
 
Teodora di Serbia
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Giovanni V Paleologo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Elena Cantacuzena
 
 
 
 
 
Costantino Dragaš
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Manuele II Paleologo
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Elena Dragaš
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Costantino XI Paleologo

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Sulla numerazione esistono molte incertezze, in quanto alcuni storici contano nella numerazione Costantino XI Lascaris (1204-1205) che però non batté moneta, ed in tal caso Costantino Paleologo avrebbe il nome di Costantino XII.
  2. ^ Dragases (Dragaš) era il cognome della madre, poi fattasi monaca col nome di Epomena.
  3. ^ Costantino XI era quartogenito dell'imperatore Manuele II Paleologo, non contando due figli morti ancora infanti.
  4. ^ Fu imperatore bizantino dal 17 febbraio 1391 fino al 21 luglio 1425.
  5. ^ Giovanni VIII Paleologo fu imperatore bizantino dal 21 luglio 1421 fino alla sua morte giunta il 31 ottobre 1448.
  6. ^ Fu despota della Morea dal 1407 fino al 1443.
  7. ^ Fu despota della Morea dal 1436 al 1438, e poi dal 1451 fino al 1460.
  8. ^ sito che parla della vita di Manuele II Paleologo, e dei suoi figli, vi si può trovare Costantino XI Dragasse.
  9. ^ * John Julius Norwich, Bisanzio, Milano, Mondadori, 2000, ISBN 88-04-48185-4. p. 405.
  10. ^ a b c d Sito che racconta la vita di Costantino XI.
  11. ^ Norwich, p. 399.
  12. ^ Fu sultano ottomano dal 1421 fino al 1444 e poi dal 1446 fino al 1451.
  13. ^ Georg Ostrogorsky, Storia dell'Impero bizantino, Milano, Einaudi, 1968, ISBN 88-06-17362-6. cartina 8.
  14. ^ a b c d e Ostrogorsky, p. 500.
  15. ^ a b c Sito sulla famiglia dei Paleologi.
  16. ^ Ostrogorsky, p. 501.
  17. ^ Sito in inglese che parla del concilio di Ferrara.
  18. ^ Norwich, p. 401.
  19. ^ a b Norwich, p. 403.
  20. ^ a b c d Ostrogorsky, p. 506.
  21. ^ D. M. Nicol, The Immortal Emperor, 1992, p. 35.
  22. ^ a b c d e f Ostrogorsky, p. 505.
  23. ^ Ostrogorsky, p. 499.
  24. ^ Ostrogorsky, p. 504.
  25. ^ Giorgio Ravegnani, Introduzione alla storia bizantina, Bologna, il Mulino, 2006, ISBN 88-15-10863-7. p. 183.
  26. ^ Norwich, p. 404.
  27. ^ Ralph-Johannes Lilie, Bisanzio la seconda Roma, Roma, Newton & Compton, 2005, ISBN 88-541-0286-5. p. 461.
  28. ^ Ravegnani. Introduzione alla storia bizantina, p. 183.
  29. ^ Lilie, p. 461.
  30. ^ Norwich, p. 405
  31. ^ Agostino Pertusi (a cura di), La caduta di Costantinopoli. Le testimonianze dei contemporanei, Milano, Mondadori (Fondazione Valla), 1976, ISBN 88-04-13431-3, p. LIX.
  32. ^ Ravegnani. Introduzione alla storia bizantina, p. 184.
  33. ^ Charles Diehl, Figure bizantine, introduzione di Silvia Ronchey, 2007 (1927 originale), Einaudi, ISBN 978-88-06-19077-4, p. 494.
  34. ^ Diehl, pp. 494-495.
  35. ^ a b c Diehl, p. 495.
  36. ^ Justin McCarthy, I turchi ottomani, Genova, Ecig, 2005, ISBN 88-7544-032-8. p. 64.
  37. ^ McCarthy, p. 67.
  38. ^ Diehl, pp. 495-496.
  39. ^ a b c Diehl, p. 496.
  40. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXI.
  41. ^ Decreto di unione delle Chiese greca e latina, Firenze, 6 luglio 1439.
  42. ^ a b Norwich, p. 405.
  43. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LIX.
  44. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LX.
  45. ^ a b c Pertusi (vol. 1), p. LXIII.
  46. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXII.
  47. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXVI.
  48. ^ Lilie, p. 464.
  49. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXVIII.
  50. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXV.
  51. ^ a b c d Pertusi (vol. 1), p. LXX.
  52. ^ Secondo le cronache di Leonardo di Chio, contemporaneo della caduta di Costantinopoli, la marina ottomana era forte di 250 navi, di cui 6 erano triremi, 10 biremi, 70 fuste, 164 di altri tipi. Quella di Leonardo di Chio è la versione più accreditata ma vi sono anche altre versioni e i numeri riportati variano da 70 a 400 navi.
  53. ^ Questi sono i dati che si credono più veritieri dati dallo storico Barbaro: altri dati parlano dai 200.000 ai 700.000 uomini.
  54. ^ Secondo Leonardo di Chio, la bombarda più grande ottomana fu trasportata da 70 coppie di buoi e 2000 uomini; altri storici parlano dai 40 ai 150 coppie di buoi e dai 200 ai 2000 uomini, ma la testimonianza più credibile sembra quella di Leonardo di Chio.
  55. ^ a b c Pertusi (vol. 1), p. LXXIII.
  56. ^ Meschini, pp. 122-129.
  57. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXXVI.
  58. ^ Petrusi (vol. 1), p. LXXIII.
  59. ^ Ravegnani, Bisanzio e Venezia, p. 187.
  60. ^ Preso dalle cronache di Giorgio Sfranze che ci riporta che vi erano 4.773, e 200 stranieri, ma sicuramente in queste cifre vi è un errore e i Latini erano 2.000, per un totale di quasi 7.000 uomini.
  61. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXXVII.
  62. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXXIX.
  63. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXXXIII.
  64. ^ Gerhard Herm, I bizantini, Milano, Garzanti, 1985. p. 297.
  65. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXXXIV.
  66. ^ a b Herm, p. 299.
  67. ^ a b Norwich, p. 412.
  68. ^ a b Pertusi (vol. 1), p. LXXXV.
  69. ^ Babinger, p. 98.
  70. ^ Pertusi (vol. 1), p. LXXXVI.
  71. ^ Giorgio Sfranze, Cronaca, 1477, vv. 41-45.
  72. ^ a b Rivista online sui Paleologi, p. 103.
  73. ^ Norwich, p. 416.
  74. ^ Stamatis Spanoudakis - Marmaromenos Vasilias
  75. ^ Thartheis san astrapi - Stamatis Spanoudakis
  76. ^ San Costantino XI Paleologo

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Cinquecentine
  • Diedo, Girolamo Lettera del clarissimo s. Girolamo Diedo nobile venitiano, all'illustrissimo signor Marc'Antonio Barbaro, allhora dignissimo bailo in Costantinopoli, & hora meritissimo procurator di S. Marco. Nellaqu - In Venetia: presso gli heredi di Francesco Ziletti, 1588.
  • Diuerse croniche degne di memoria le quali narrano le più notabili cose, & guerre successe in molte parte tra Christiani e Turchi, cominciando l'anno 1453, che fu la presa di Costantinopoli sino al 15 - In Vicenza, 1586.
  • La guerra del Turcho contra a Costantinopoli et altre terre cosa bellissima. - S.l. : s.n., [circa 1530].
Fonti moderne

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Predecessore Imperatore bizantino Successore CoA of the Byzantine Empire.svg
Giovanni VIII 6 gennaio 1449 - 29 maggio 1453 Nessun successore - Fine dell'Impero Romano d'Oriente
Predecessore Despoti della Morea Successore CoA of the Byzantine Empire.svg
Teodoro II Paleologo
(Codespota di Costantino XI fino al 1443)
1428 - 1449 Tommaso Paleologo

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