Consenso universale

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Consenso universale in filosofia è quello su cui convergono i giudizi di tutti riguardo ad idee, concetti, opinioni, valori. Lo stesso significato è nell'espressione "consensus gentium" ("consenso delle genti, dei popoli") che si ritrova per la prima volta nello stoicismo come dimostrazione di verità.[1]

La parola "consenso" deriva dal latino consensus, unione delle due parole cum e sentire. Quindi, etimologicamente, consenso vuol dire "sentire insieme". Il termine "universale" deriva anch'esso dal latino universorum, caso genitivo del sostantivo pl. universi che significa "tutti".

La parola consenso universale quindi vuol dire "il consenso di tutti" ed è un concetto che ricorre nell'argomento filosofico dell'innatismo il quale sostiene che vi siano nozioni, concetti e principi con specifici contenuti che non vengono appresi tramite l'esperienza ma che si ritrovano uguali in tutti gli uomini fin dalla nascita. A riprova di questa concezione si porta l'ulteriore argomento del consenso universale secondo il quale vi sarebbero idee o valori comuni a tutti gli uomini indipendentemente dalle loro differenze ambientali e culturali.

Storia dell'innatismo[modifica | modifica sorgente]

Gottfried Wilhelm von Leibniz

All'origine dell'innatismo vi è la filosofia platonica che afferma come il pensiero possa elaborare le forme concettuali iniversali e formali delle cose tramite il "ricordo" delle essenze ideali che l'anima ha contemplato prima di incarnarsi in un corpo.[2]

Aristotele si opporrà all'innatismo platonico criticando la dottrina delle idee in nome dell'esperienza sensibile [3] ma nello stesso tempo egli sarà all'origine di una diversa forma d'innatismo propria delle capacità e attitudini umane che sarà ripresa dallo stoicismo con la teoria delle communes notiones e del consensus gentium sulla quale Cicerone fonderà la concezione etica cosmopolitica della origine delle leggi.[4]

Dopo Platone la teoria dell'innatismo sarà fatta propria sia da filosofi pagani (Plotino e i filosofi neoplatonici, Giamblico, Proclo), che cristiani (Agostino d'Ippona, Giovanni Scoto Eriugena), i quali però per giustificare la presenza nell'uomo di idee innate sostituirono alla teoria della reminiscenza quella dell'illuminazione divina.

A favore di un certo tipo d'innatismo si schierò anche Gottfried Leibniz (1646-1716), che correggeva l'adagio empirista «nihil est in intellectu quod non prius fuerit in sensu» («Nulla è nell'intelletto che non fu già nei sensi») [5] aggiungendo «excipe: nisi intellectus ipse» («fatta eccezione per l'intelletto stesso») [6] Questo per significare che non vi è nulla nella mente prima della nascita, e quindi dell'esperienza sensibile, se non la mente stessa, con le sue strutture e categorie, che potrebbero già includere vari concetti molto generali, formali, quali spazio, tempo, oggetto, ecc.

Confusi con l'innatismo potrebbero sembrare, nello stesso senso della concezione di Leibniz, gli "a priori" kantiani di spazio e tempo e le categorie, ma in effetti questi sono modi di funzionamento della nostra mente, funzioni trascendentali, forme prive di contenuto mentre le idee innate hanno un preciso oggetto di conoscenza.

Anche nell'ambito della teologia cattolica e della casistica gesuitica si è ricorso all'argomentazione del consenso universale al fine di risolvere gli eventuali conflitti fra la libertà di coscienza e la legge ricorrendo a quei principi morali sui quali vi sia stato un accordo di tutti.

Critica[modifica | modifica sorgente]

John Locke ritratto da Herman Verelst (1689)

La critica più articolata sulla idea del consenso universale è stata espressa nell'ambito dell'empirismo, la corrente filosofica, nata nel Seicento in Inghilterra, secondo cui la conoscenza deriva esclusivamente dai sensi o dall'esperienza. Gli empiristi negano che gli uomini abbiano idee innate, o che qualcosa sia conoscibile a prescindere dall'esperienza.

Così si esprime infatti John Locke a proposito delle idee innate che sarebbero quelle «impresse nella mente dell’uomo, che l’anima riceve agli albori della sua esistenza e porta con sé nel mondo» [7] come l'idea di Dio o dell'infinito, i principi logici, come quello di non contraddizione, i principi morali universali.

Poiché questi principi sono «ammessi da tutto il genere umano come veri, sono innati; quei principi che ammettono gli uomini di retta ragione sono proprio i principi ammessi dall’intero genere umano; noi, e coloro che hanno la nostra stessa opinione, siamo uomini di retta ragione; dunque, poiché noi siamo d’accordo, i nostri principi sono innati.» [8]

« Ma, ed è la cosa peggiore, questa argomentazione del consenso universale, che viene impiegata per provare l'esistenza di princípi innati, mi sembra una dimostrazione che non c'è nessun principio al quale tutta l'umanità dia il proprio universale consenso. È evidente che tutti i bambini e gli idioti non hanno la minima apprensione o il minimo pensiero di quei princípi. E la mancanza di ciò è sufficiente a distruggere quel consenso universale che deve necessariamente accompagnare tutte le verità innate.[9] »

Ma anche senza le osservazioni precedenti quel preteso innatismo, ad esempio dell'idea di Dio che si ritroverebbe in tutti i popoli, è facile dimostrare, afferma Locke, come sia inconsistente se si chiedessero loro le caratteristiche della divinità in cui credono: questa infatti verrebbe descritta in base alla esperienze particolari dell'ambiente, della cultura di quei singoli uomini risultando alla fine molto diversa da tutte le altre idee della divinità; per cui ciò che veramente hanno in comune le diverse genti non è l'idea di Dio ma il semplice nome. Altra è la via per credere in Dio:

« Dio non ci ha dato idee innate di sé, non ha stampato caratteri originali nel nostro spirito, nei quali possiamo leggere la sua esistenza; tuttavia, avendoci forniti delle facoltà di cui il nostro spirito è dotato, non ci ha lasciato senza una testimonianza di se stesso: dal momento che abbiamo senso, percezione e ragione, non possiamo mancare di una chiara prova della sua esistenza, fino a quando portiamo noi stessi con noi. Non c’è verità più evidente che questa, che qualcosa deve esistere dall’eternità. Non ho mai sentito parlare di nessuno così irragionevole o che potesse supporre una contraddizione così manifesta come un tempo nel quale non ci fosse assolutamente nulla. Perché questa è la più grande di tutte le assurdità, immaginare che il puro nulla, la perfetta negazione e assenza di tutte le cose producano mai qualche esistenza reale. Se, allora, ci deve essere qualcosa di eterno, vediamo quale specie di essere deve essere. E a questo riguardo è assolutamente ovvio ragionare che debba necessariamente essere un essere pensante. Infatti pensare che una semplice materia non pensante produca un essere pensante intelligente è altrettanto impossibile quanto pensare che il nulla produca da se stesso materia.[10] »

L'innatismo ai fini del potere[modifica | modifica sorgente]

Locke si domanda come mai ai suoi tempi questa concezione dell'innatismo sia ancora così diffusa e risponde, anticipando il tema fondamentale dell'illuminismo, affermando che il fine degli innatisti è quello di sottrarre alcuni principi alla verifica continua dell'esperienza allo scopo di presentarsi come tutori interessati di verità assolute:

« Il fatto che gli uomini abbiano trovato alcune proposizioni generali che, una volta comprese, non possono essere sottoposte a dubbio, fu, io ritengo una breve via per concludere che erano innate. Una volta accettata tale conclusione liberò i pigri dalle fatiche della ricerca e impedì a chi aveva dubbi, concernenti tutto ciò che una volta per tutte era stato considerato come innato, di condurre avanti la propria ricerca. Ed era un vantaggio non piccolo per quelli che si presentavano come maestri ed insegnanti considerare questo come il principio di tutti i principi: i principi non devono essere messi in discussione. Infatti una volta stabilita la tesi che esistono principi innati poneva i suoi seguaci nella necessità di accogliere alcune dottrine appunto come innate: il che voleva dire privarli dell'uso della propria ragione e del proprio giudizio e porli nella condizione di credere ed accettare quelle dottrine sulla base della fiducia, senza ulteriore esame. Messi in questa posizione di cieca credulità, potevano essere più facilmente governati e diventavano più utili per una certa specie di uomini, che avevano l'abilità e il compito di dettar loro i principi e di guidarli.» [11] »

Comunicazione e consenso universale[modifica | modifica sorgente]

Jürgen Habermas

La concezione del consenso universale è collegata al tema della comunicazione se si riflette sul fatto che il fine del parlare è quello di conseguire un consenso universale che però potrebbe essere artificialmente costruito.

Secondo Jürgen Habermas alla base di questo consenso illusorio vi è però anche un principio a priori, conosciuto istintivamente da ciascuno, che rimanda ad una forma di comunicazione in cui i partecipanti cercano argomentazioni per arrivare ad un consenso di tutti, ottenuto liberamente e capace di valere come razionale.

Da qui, secondo Karl-Otto Apel - nato nel 1922 a Düsseldorf e professore dal 1972 nell'università di Francoforte - si evidenzia l'importanza dell'analisi del linguaggio per costruire il consenso universale rispettando i principi

  • di comprensibilità, in base alla correttezza grammaticale,
  • di verità, intesa come corrispondenza delle parole alla realtà,
  • di veridicità, nel senso di parole espresse in buona fede, e infine
  • di giustezza, di un parlare che rispetti le norme della comunità dei dialoganti.[12]

Riguardo a queste nuove considerazioni sul consenso universale connesse alla comunicazione, recentemente le analisi linguistiche della scuola di Noam Chomsky hanno indicato la probabile esistenza di strutture grammaticali innate, cioè presenti nel cervello già alla nascita (e.g. nell'area di Broca), grazie alle quali i bambini acquisiscono una (o più) lingue con maggiore rapidità di quanto sarebbe possibile senza queste strutture innate (teoria della grammatica universale).

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Cfr. voce corrispondente in Enciclopedia Treccani
  2. ^ Platone, Fedro, 247 c-e; Fedone, 72e-77b; Menone, 81c-86c
  3. ^ Aristotele, Metafisica, I, 993a
  4. ^ Cicerone, De legibus
  5. ^ J. Locke,Op. cit., Libro II, Cap. 1, § 5.
  6. ^ G. Leibniz Nuovi saggi sull'intelletto umano, Libro II, Cap. 1, § 6.
  7. ^ J. Locke Saggio sull'intelletto umano, I, II, §1.
  8. ^ J. Locke Op. cit., I, III, §20
  9. ^ J. Locke, Op.cit., I, cap. I
  10. ^ J. Locke, Op.cit., III, cap. X in Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, vol. XIII, pag. 655>
  11. ^ J. Locke Op. cit., I, 3
  12. ^ K. O. Apel, Trasformazioni della filosofia (1973) e Discorso di responsabilità (1988)

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Ippolito Desideri s.j., Origine degli esseri viventi e di tutte le cose, a cura di: E. G. Bargiacchi, editore: Institutum Historicum S. I., 2007, ISBN 88-7041-415-9
  • Mario Manlio Rossi: Alle fonti del deismo e del materialismo moderno, 1942
  • Ferm, Vergilius (1962), "Consensus Gentium", p. 64 en Runes (1962).
  • Susan Haack (1993), Evidence and Inquiry: Towards Reconstruction in Epistemology, Blackwell Publishers, Oxford, UK.
  • Habermas, Jürgen (1976), "What Is Universal Pragmatics?", 1ª edizione, "Was heißt Universalpragmatik?", Sprachpragmatik und Philosophie, Karl-Otto Apel (ed.), Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main. Reimpresión, pp. 1–68 in Jürgen Habermas, Communication and the Evolution of Society, Thomas McCarthy (trans.), Beacon Press, Boston, MA, 1979.
  • Habermas, Jürgen (1979), Communication and the Evolution of Society, Thomas McCarthy (trans.), Beacon Press, Boston, MA.
  • Habermas, Jürgen (1990), Moral Consciousness and Communicative Action, Christian Lenhardt and Shierry Weber Nicholsen (trans.), Thomas McCarthy (intro.), MIT Press, Cambridge, MA.
  • Habermas, Jürgen (2003), Truth and Justification, Barbara Fultner (trans.), MIT Press, Cambridge, MA.
  • James, William (1907), Pragmatism, A New Name for Some Old Ways of Thinking, Popular Lectures on Philosophy, Longmans, Green, and Company, New York, NY.
  • James, William (1909), The Meaning of Truth, A Sequel to 'Pragmatism', Longmans, Green, and Company, New York, NY.
  • Kant, Immanuel (1800), Introduction to Logic. Reimpresión Thomas Kingsmill Abbott (trans.), Dennis Sweet (intro.), Barnes and Noble, New York, NY, 2005.
  • Richard Kirkham (1992), Theories of Truth: A Critical Introduction, MIT Press, Cambridge, MA.
  • Nicholas Rescher (1995), Pluralism: Against the Demand for Consensus, Oxford University Press, Oxford, UK.
  • Dagobert D. Runes (ed., 1962), Dictionary of Philosophy, Littlefield, Adams, and Company, Totowa, NJ. Cited as DOP.
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