Coniugazione (linguistica)

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Coniugazione di "correre" in spagnolo. Da sinistra: passato, presente e futuro

Per coniugazione si intende la flessione del verbo, ossia la sua variabilità di forme. Per esempio, una forma verbale come mangio può essere cambiata a seconda del tempo: Io mangio; io mangiavo. In questo caso, si tratta del presente e dell'imperfetto.

Categorie della coniugazione[modifica | modifica wikitesto]

Il sistema verbale delle lingue romanze è fondamentalmente basato sulla categoria del tempo, come esposto qui sopra. Quella del tempo, tuttavia, non è che una delle categorie della coniugazione:

  • L'adattamento avviene anche a seconda del modo: Io mangio; io mangerei; i due esempi rappresentano l'indicativo ed il condizionale.
  • È variabile anche la persona: Io mangio; tu mangi, laddove io è prima e tu è seconda persona.
  • Lo stesso discorso riguarda il numero che caratterizza il soggetto: io mangio; noi mangiamo: In questo caso avremo il singolare ed il plurale.
  • Ha una grande importanza anche l'aspetto verbale, che può essere perfettivo in tempi come il passato prossimo oppure imperfettivo come nel caso dell'imperfetto.
  • Nei tempi composti come il passato prossimo, la coniugazione viene influenzata dal genere: Lui è andato; lei è andata. Dato che le forme del participio non vengono considerate pienamente come coniugabili, in italiano di solito non si parla di coniugazione maschile e femminile.
  • In latino si aveva una coniugazione separata per il passivo; dunque la coniugazione comprendeva anche la diatesi: amo, amor (amo, vengo amato). Come illustra questo stesso esempio, l'italiano provvede alla forma passiva attraverso forme verbali composte.

Non tutti i modi in italiano sono pienamente coniugabili: il gerundio e l'infinito, ad esempio, non cambiano le forme a seconda della persona; inoltre, l'imperativo non è coniugabile in tutte le persone.

Ci sono poi particolari verbi detti difettivi, che non sono completamente coniugabili in quanto mancano di specifiche voci o di interi modi/tempi. Esempi: prudere, bisognare, vigere.

Le tre coniugazioni in italiano[modifica | modifica wikitesto]

In italiano, si parla anche di 1a, 2a e 3a coniugazione per indicare i verbi che all'infinito terminano rispettivamente in -are, -ere ed -ire. Spesso le forme coniugate delle tre coniugazioni si distinguono per un'unica vocale, detta tematica.

Nella coniugazione delle forme semplici (eccettuati il futuro semplice ed il passato remoto), l'accento tonico cade sulla radice nelle forme al singolare e nella terza plurale (loro), mentre nelle forme in noi e voi cade sulla desinenza. Ad esempio, per il presente indicativo del verbo amare si avrà: àmo, àmi, àma, amiàmo, amàte, àmano. Durante l'apprendimento della lingua, possono creare alcune difficoltà alcune forme con comportamenti devianti nel presente ed in altre forme semplici. Il verbo abitare conserva l'accento sulla penultima sillaba nelle forme in noi e voi, ma ha una coniugazione ricca di forme sdrucciole: àbito, àbiti, àbita, abitiàmo, abitàte, àbitano. Similmente: dèdico eccetera.

La prima coniugazione[modifica | modifica wikitesto]

Tra le tre coniugazioni, la prima (quella in -are) è la più frequente ed è anche l'unica ancora produttiva: infatti, i neologismi che introducono nuovi verbi suffissano solo in -are: faxare, formattare ecc.

La prima coniugazione possiede soltanto quattro verbi irregolari: dare, stare, andare e fare (e i loro derivati). Tra questi quattro verbi, fare assume un ruolo particolare perché deriva dal latino facĕre e viene talvolta coniugato come i verbi della seconda coniugazione (-ere): conserva ad esempio la vocale tematica e in diverse forme verbali (facessi, facevo, facendo). Secondo la maggior parte delle fonti, comunque, fare viene considerato come un verbo della prima coniugazione [1]

La seconda coniugazione[modifica | modifica wikitesto]

La coniugazione in -ere è quella più ricca di forme irregolari. Corrisponde in origine alla seconda ed alla terza coniugazione latina. La bipartizione in due gruppi lascia le sue tracce anche nell'italiano di oggi. Infatti, si può in genere distinguere tra i verbi con l'accento tonico sulla radice (prèndere) e gli altri, che hanno invece l'accento sulla desinenza: potère. Il primo gruppo comprende meno irregolarità, di solito limitate al passato remoto ed al participio passato: presi, preso. Il secondo gruppo include molti verbi in cui le irregolarità si trovano già nelle forme del presente. Sempre a proposito del secondo gruppo, questo prevede in genere la caduta di -e- nelle forme del futuro semplice e del condizionale semplice: potrò, potrei al posto di poterò, poterei.

I verbi terminanti per -arre, -orre ed -urre appartengono alla seconda coniugazione, dato il loro etimo (si tratta di forme contratte):

trarre < lat. trahere
porre < lat. ponere
tradurre < lat. traducere

Altre forme contratte, le cui forme coniugate si allontanano dall'infinito, sono bere e dire, rispettivamente da bibere e dicere. Daranno le rispettive forme bevo, dico, eccetera. Il secondo dei due verbi, comunque, è passato alla terza coniugazione.

La terza coniugazione[modifica | modifica wikitesto]

La coniugazione in -ire si distingue principalmente per l'uso, in innumerevoli verbi come pulire, capire, preferire di un suffisso (-isc-), usato in numerose forme verbali dette tradizionalmente verbi incoativi. Si tratta del presente dell'indicativo e del congiuntivo, nonché dell'imperativo: tu pulisci; che tu pulisca; pulisci! ecc. Il suffisso non compare nella prima e nella seconda persona plurale (io capisco, ma noi capiamo, voi capite).

Alcuni altri verbi, spesso di ampio utilizzo come aprire o sentire, non prevedono il suffisso. Altri ancora, come nutrire, sono attestabili sia con che senza -isc- (nutro, nutrisco); in questo caso, si tratta comunque di eccezioni isolate, dato che similmente a nutrire si comportano pochi altri verbi tra cui i principali sono applaudire, assorbire, inghiottire e tossire.

Questa coniugazione comprende alcune particolari forme di derivazione dall'aggettivo, e caratterizzate da un prefisso: arrossire, dimagrire, inasprire, ingiallire, sfoltire. Si tratta di cosiddetti verbi parasintentici.

Corrisponde alla quarta coniugazione latina, pur includendo alcuni verbi che in questa lingua appartenevano alla seconda coniugazione (capere, oggi capire).

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Maurizio Dardano e Pietro Trifone, La nuova grammatica della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 1997, pag. 399 ISBN 8808104265.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]