Confine tra il Messico e gli Stati Uniti d'America

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La linea in verde evidenzia il confine tra il Messico e gli USA

Il confine tra il Messico e gli Stati Uniti d'America divide i due paesi da Oceano ad Oceano, correndo per circa 3000 chilometri e lambendo quattro Stati USA e sei Stati messicani.

Geografia[modifica | modifica sorgente]

La frontiera si estende dall'Oceano Pacifico (Tijuana, Bassa California) a ovest fino al Golfo del Messico (Matamoros, Tamaulipas e Brownsville, Texas) a est, percorrendo in totale 3,169 km secondo i rapporti dell'International Boundary and Water Commission[1].

Lungo di esso si possono individuare due parti geograficamente molto diverse tra loro: il "river borderlands" tra il Golfo del Messico e Ciudad Juárez-El Paso, caratterizzato dalla presenza del fiume Rio Grande (Río Bravo) e il "desert borderlands" che prosegue dopo il fiume fino ad un'indeterminata zona ad ovest, caratterizzato da terre desertiche.

Da ovest a est, il confine corre lungo quattro stati USA: California, Arizona, Nuovo Messico e Texas. Sul versante messicano, invece, gli stati lambiti dal confine sono sei: Bassa California, Sonora, Chihuahua, Coahuila, Nuevo León, e Tamaulipas.

Le città situate lungo il confine sono caratterizzate da una fitta gamma di relazioni economiche e commerciali con le città corrispondenti nell'altra sponda del confine, tanto da essere definite le città gemelle: ad esempio Tijuana e San Diego, Ciudad Juárez ed El Paso, Nuevo Laredo e Laredo, Matamoros e Brownsville. In totale, esistono 42 connessioni internazionali lungo il confine.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Storia del Messico e Storia degli Stati Uniti d'America.

L'area dove attualmente è situato il confine fu colonizzata dagli Europei solo a partire dalla metà del XVI secolo, in seguito alla scoperta di giacimenti di argento. All'epoca la zona, pur sotto il teorico controllo spagnolo, veniva di fatto considerata una "terra di nessuno" a causa della scarsità di popolazione e divenne così un coacervo di coloni dalla nazionalità più disparata. Questa situazione durò fino al XIX secolo, quando, in seguito all'acquisizione della Luisiana dalla Francia, gli Stati Uniti iniziarono una politica di espansione orientata dalla teoria del "Destino manifesto"[2].

Mappa del Messico nel 1842.

Quasi contemporaneamente, a sud, il Messico riuscì ad ottenere l'indipendenza dalla Spagna; il confine iniziò così a divenire una zona ben definita, e allo scopo di creare una "zona cuscinetto" fra il proprio Stato e gli USA il neonato governo messicano promosse l'insediamento di propri cittadini nell'area oggi nota come Texas. Tuttavia, il tentativo fallì in seguito alla dichiarazione di indipendenza dei Texani stessi, che nel 1836 si emanciparono dal messico, per poi venire annessi dagli USA nel 1845.

Le tensioni e gli scontri tra statunitensi e messicani in Texas portarono infine alla Guerra messicano-statunitense, che iniziò nel 1846 si concluse nel 1848 con il Trattato di Guadalupe Hidalgo. Questo costringeva il Messico a cedere circa 2 500 000 km² di terreno, pari al 55%[3] del suo territorio nazionale, comprese le aree degli attuali Stati di California, Arizona, Nuovo Messico, Utah, Nevada e di parte del Colorado, Wyoming, Kansas e Oklahoma. Inoltre, lo stato centroamericano fu costretto ad abbandonare ogni pretesa sul Texas e sui territori tra il Rio Grande e il Rio Nueces.

Cinque anni dopo l'Acquisto Gadsden completò la definizione del confine tra Messico e USA quale è oggi.

Nel corso degli anni e dei decenni successivi, le città messicani poste lungo il confine iniziarono ad allacciare rapporti commerciali ed economici con le città statunitensi poste a nord; negli anni tra il 1876 e il 1910, sotto la presidenza del messicano Porfirio Díaz, questi rapporti si fecero sempre più stretti, anche a livello istituzionale. Furono costruite numerose ferrovie che attraversavano il confine, facilitando gli scambi, e molte aziende e società statunitensi effettuarono investimenti oltre confine[4], soprattutto in campo minerario. Agli inizi del XX secolo, le agenzie americane controllavano circa l'80% degli stabilimenti industriali messicani nella zona di confine, e vi avevano investito 125 milioni di dollari[5].

Migrazione attraverso il confine[modifica | modifica sorgente]

Dati dell'immigrazione messicana verso gli Stati Uniti[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Immigrazione negli Stati Uniti d'America.
Il confine nei pressi di Tijuana, a destra, e San Diego, a sinistra.

Stime ufficiali indicano come questo sia uno dei confini maggiormente attraversati del mondo, registrando il passaggio di circa 250 milioni di persone ogni anno.[6] [collegamento interrotto]. Fra di esse, hanno una notevole rilevanza i migranti che attualmente abbandonano il Messico diretti verso gli Stati Uniti.

È possibile individuare nel corso del XX secolo quattro diverse tipologie di migranti provenienti dall'area messicana diretti in particolare negli Stati Uniti[7].

  • I braceros, immigrati che, essendo dotati di un regolare contratto di lavoro sono stati ammessi legalmente nel territorio statunitense. Essi sono lavoratori temporanei, che hanno caratterizzato il periodo intorno al 1942 grazie ad accordi tra il governo messicano e quello statunitense, con l'obiettivo da parte di quest'ultimo di rispondere all'esigenza di manodopera dovuta all'intervento nella seconda guerra mondiale. Caratterizzarono l'"epoca dei braceros" in cui si introdusse l'utilizzo delle quote di immigrati-lavoratori da contattare.
  • I trasmigranti o "commuters" o "tarjetas verdes" (dal colore del documento del permesso di soggiorno - "Green Card"), in altre parole persone residenti in Messico ma autorizzati a lavorare negli Stati Uniti. Il periodo coinvolto ha inizio negli anni venti.
  • Gli immigrati legali, vale a dire le persone ammesse dalle autorità statunitensi con un regolare visto d'ingresso.
  • Gli immigrati illegali, sprovvisti in pratica del documento. Questo tipo di immigrazione viene favorita indirettamente dagli effetti degli accordi sui braceros: i migranti che non rientrano nelle quote statunitensi dei lavoratori "necessari" e sono quindi costretti ad entrare in modo clandestino. Negli anni '50 divenne un vero e proprio problema politico, che culminò nel 1954 con una campagna di deportazione massiccia di indocumentados, la "Wetback Operation".

Controllo statunitense della frontiera[modifica | modifica sorgente]

Spesso, per il governo statunitense, il tema dell'immigrazione messicana è visto come un problema di criminalità e di traffici di droga da risolvere anche tramite l'esercito.

La gestione della frontiera venne regolamentata dalla legge statunitense detta Simpson-Rodino (in realtà il nome ufficiale è Immigration Reform and Control Act)[7] e negli anni novanta trovò le sue applicazioni pratiche: un muro d'acciaio lungo più di 30 chilometri tra San Diego e Tijuana (detto "Muro di Tijuana") e l'introduzione di alcune strategie congiunte di controllo territoriale nei punti della frontiera maggiormente soggetta a traffici clandestini.

Nel 2010, il lato statunitense del confine era pattugliato da più di 20 000 guardie di frontiera, appartenenti al corpo dei "border patrol agents"[8]. Tuttavia, si stima che queste riescano ad operare un controllo effettivo su poco più di un terzo dell'estensione totale del confine[9]

Barriera di confine nel deserto del Nuovo Messico.

Si stima che mezzo milione di immigranti provenienti dal Messico attraversino illegalmente il confine ogni anno.[10] Il presidio dei Border Patrol si concentra principalmente nei pressi delle grandi città di confine, come San Diego o El Paso; queste misure, tuttavia, incoraggiano la dispersione dei migranti illegali nelle zone rurali meno controllate, causandone un elevato tasso di mortalità, essendo queste zone per lo più desertiche ed inospitali.[11]

Il cammino dell' "indocumentado"[modifica | modifica sorgente]

Dall'altro lato della frontiera, invece, in Messico il fenomeno emigratorio viene visto come una "soluzione" per far fronte a situazioni disagevoli della società, quindi non è mai stato affrontato seriamente come un problema sociologico.

Il contesto da cui partono i migranti illegali -detti "indocumentados"[7]- è molto particolare: gli aeroporti messicani sono tappezzati da manifesti orgogliosi dei compatrioti che emigrano, e programmi bilaterali o delle agenzie internazionali dei diritti umani fanno il possibile per impedire o rendere meno drammatico il difficile viaggio verso i più ricchi Paesi del Nord.

Per molti questa tappa arriva dopo un lungo percorso che parte da altre zone sudamericane e dunque attraverso numerosi rischi e pericoli. Oltre ai pericoli naturali rappresentati dai fiumi e dal deserto ci sono anche quelli rappresentati dagli uomini: i coyotes (trafficanti di immigrati clandestini) abbandonano qui i propri "clienti" ad un destino che vede il rischio di essere derubati da criminali qualunque o avere a che fare con le autorità messicane e statunitensi; pagare è spesso l'unico modo di proseguire il viaggio e la mordida (la tangente) è uno strumento ormai consolidato[7].

Il governo messicano ha avviato due iniziative per far fronte alla questione dei migranti: il Grupo Beta e il Programma Paisano. Il primo è un gruppo di polizia speciale che è stato creato per difendere gli indocumentados scortandoli o raccogliendo le denunce riguardanti i maltrattamenti subiti dalle forze di polizia (si registrano però anche denunce agli stessi agenti del Grupo Beta)[7].

Il "Muro di Tijuana", ironicamente decorato con delle bare, a ricordare i migranti che annualmente perdono la vita nel tentativo di attraversare il confine.

La seconda iniziativa, invece, è un sistema di assistenza che si occupa di varie iniziative come la distribuzione di materiale informativo sui diritti umani e sui centri utili ai migranti. L'assistenza più efficace viene però fornita da organismi privati, nella frontera norte il principale è la Casa del Migrante (Tijuana e Ciudad Juárez).

Ai "fortunati" migranti che riescono ad entrare nel territorio statunitense poi, si prospettano una nuova serie di problemi, spesso estremamente pericolosi. Durante l'attraversamento della frontiera sono frequenti gli abusi della Border Patrol (la polizia di frontiera degli Usa), molti di essi riguardano soprattutto le donne[7]. Luogo di desaparicion e di morte quindi, di territori controllati dai nuovi cartelli del traffico internazionale della droga a cui si aggiunge la diffidenza della popolazione oltre frontiera che in alcuni casi sfocia in un vero e proprio conflitto.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ United States Section Directive. URL consultato il 30 ottobre 2006. [collegamento interrotto]
  2. ^ Martínez, Oscar J. Troublesome Border. Tucson, University of Arizona Press: 1988.
  3. ^ Treaty of Guadalupe Hidalgo, www.ourdocuments.gov. URL consultato il 27 giugno 2007.
  4. ^ Hart, John M. “The Mexican Revolution, 1910–1920”. Oxford History of Mexico. New York: Oxford University Press, 2000 pp 433-466.
  5. ^ Lorey, David E. The U.S.-Mexican Border in the Twentieth Century. Wilmington, Scholarly Resources, Inc.: 1999.
  6. ^ Borders and LawSDEASDASDS Enforcement, US Embassy Mexico. URL consultato il 7 marzo 2006 (archiviato dall'url originale il 15 dicembre 2005).
  7. ^ U.S. Department of Homeland Security, Fact Sheet: Southwest Border Next Steps, 23 giugno 2010. URL consultato il 6 agosto 2010.
  8. ^ Terence P. Jeffrey, Administration Will Cut Border Patrol Deployed on U.S-Mexico Border, Cybercast News Service, 24 settembre 2009. URL consultato il 25 settembre 2009.
  9. ^ Border-Crossing Deaths Have Doubled Since 1995; Border Patrol’s Efforts to Prevent Deaths Have Not Been Fully Evaluated (PDF), Government Accountability Office, agosto 2006, p. 42.
  10. ^ GAO-06-770 (PDF), United States Government Accountability Office, agosto 2006.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Galeano, Eduardo 2003 (1997), Le vene aperte dell’America Latina, Milano, Sperling & Kupfer Editori
  • John Noble, Sandra Bao, Susan Forsyth, Beth Greenfield, Michael Grosberg, Morgan Konn, Andrew Dean Nystrom, Suzanne Plank, Michael Read, D. C. Schechter, Iain Stewart, Wendy Yanagihara (2005), Messico, Guide EDT/Lonely Planet
  • Davis, Mike 2001 (2000), I latinos alla scoperta degli USA, Feltrinelli Editore, Milano
  • Corna-Pellegrini, Giacomo, (1988), Geografia dell’America Latina, UTET Libreria
  • Greenfield, Beth and Reid, Rob 2004 (1997), New York City, Lonely Planet Publications
  • Bellingeri, Marco; Rhi-Sausi, José Luis 1993, il Messico, Giunti Editore, Firenze

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]