Condaghe

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Il condaghe (anche condake, condaxi, fundaghe, in lingua sarda, dal bizantino κοntàkion: forma di inno liturgico) era un documento amministrativo in uso nella Sardegna bizantina e giudicale, indicativamente fra l'XI ed il XIII secolo. Definiva originariamente la raccolta degli atti di donazione a favore di un ente ecclesiastico; in seguito acquistò maggiore estensione semantica, descrivendo un registro patrimoniale in cui erano raccolti inventari ed annotazioni varie riguardanti atti notarili e giudiziari (come eredità, donazioni (Datura), permute (Tràmutu), commerci, liti (Kertu) relativi principalmente a chiese o comunità religiose, con la volontà di certificare e attribuire data certa ad eventi giuridici utili in caso di liti. Esiste anche un condaghe laico la cui redazione si deve al giudice Barisone II di Torres, sovrano del Logudoro che, nel 1190, fece compilare l'elenco delle donazioni fatte a favore dell'Ospedale di San Leonardo di Bosove. Esistono anche i condaghes di fondazione, testi narrativi pervenuti in copie del XVI o XVII secolo, ma la cui origine risale ai primi periodi basso-medioevali. Tramandano leggende miste a fatti storici legati alla consacrazione di diverse chiese. Tra questi il Condaghe di S. Gavino, di S. Maria di Tergu, della Trinità di Saccargia.

Materialmente consistevano in manoscritti su pergamena, rilegati come schede sovrapposte ed infine avvolte intorno ad un bastone (che i bizantini in greco chiamavano kontakion, termine rimasto ad indicare l'intero documento), assumendo successivamente l'aspetto più familiare dei libri. La maggior parte dei condaghi redatti negli "scriptoria" delle diocesi e dei monasteri isolani relativi alle cattedrali ed ai cenobi sono andati perduti, con l'eccezione dei condaghi di San Pietro di Silki, di San Nicola di Trullas, di San Michele di Salvenor e di Santa Maria di Bonarcado.

L'importanza storica dei condaghi deriva dall'impiego nella loro redazione della lingua sarda, della quale rappresentano alcune delle prime testimonianze.

Condaghe di San Gavino[modifica | modifica wikitesto]

O Condaghes Sancti Gauini, Prothi & Ianuarij, ovvero San Gavino, San Proto e San Gianuario, i tre martiri turritani. Condaghe di fondazione, ripercorre gli eventi delle prime fasi di affermazione dell'istituzione giudicale, della fondazione e della consacrazione della basilica di S. Gavino secondo l'impianto architettonico attuale. Riporta una teoria originale ed unica sull'origine dei giudicati e l'attestazione dei primi giudici, figure sulla cui verità storica si discute: Comita e suo figlio Orgodori (fine X-inizi XI secolo) e dei familiari: le sorelle del giudice Comita, Caterina, Preziosa e Giorgia. Il testo ebbe grande successo fino alla fine dell'Ottocento; conobbe giudizi critici alternati ad altri favorevoli per tutto il '900. Di recente la validità storica di questo documento è stata rivalutata, anche se con prudenza.

Condaghe di Barisone II[modifica | modifica wikitesto]

È l'unico condaghe laico a noi pervenuto[1]. La redazione si deve al giudice Barisone II di Torres, sovrano del Logudoro che, nel 1190, fece compilare l'elenco delle donazioni fatte da lui, anche a nome della moglie Marcusa de Gunale e del figlio Costantino, a favore dell'Ospedale di San Leonardo di Bosove, località che corrisponde all'odierno quartiere di Latte Dolce, alla periferia settentrionale di Sassari, struttura di accoglienza dei lebbrosi, collegata con l'Ospedale di San Leonardo di Stagno, presso Livorno.

Condaghe di Santa Maria di Bonarcado[modifica | modifica wikitesto]

Monastero di Santa Maria di Bonarcado.

Col nome di Condaghe di Santa Maria di Bonarcado si fa riferimento al manoscritto 277 custodito nella Biblioteca Universitaria di Cagliari, redatto fra il 1120 ed il 1146, in varietà sardo arbonense. Si tratta di una collezione di documenti, inquadrabili cronologicamente dagli inizi del XII secolo fino alla metà del XIII secolo, che presentano le trascrizioni degli atti relativi ai movimenti patrimoniali del monastero di Santa Maria di Bonarcado.

Nel condaghe troviamo attestate diverse varianti (come Bonarcatu, Bonarcato o Bonarcanto) del toponimo Bonarcado, derivazione dal termine greco bizantino Panàchrantos (immacolata, purissima), l'attributo con cui si venerava la Vergine Maria nel santuario di Nostra Signora di Bonacattu originariamente sede monastica greca affidato poi ai frati Camaldolesi.

Dal più antico documento presente nel condaghe, databile intorno al 1110, apprendiamo che i frati Benedettini si insediarono a Bonarcado proprio in quella data. Tale documento attesta che il giudice d'Arborea Costantino I de Lacon-Serra, con la moglie Anna de Zori e con il consenso dell'arcivescovo di Oristano, istituì una donazione ed un cenobio in onore della Trinità e della Vergine Maria madre di Dio. Il cenobio venne affidato all'abate camaldolese di San Zeno di Pisa, con l'impegno di inviare propri monaci a reggere e ad amministrare il monastero in onore di Dio, Santa Maria, San Benedetto e San Zeno. La nuova fondazione comprendeva nove chiese e beni vari quali uomini (servi e ancelle), terre coltivate, vigne, aree boschive (saltos), pascoli, bestiame.

Da due pergamene, databili probabilmente al 1146-47, apprendiamo la data di consacrazione (appunto l'anno 1146-47) della chiesa camaldolese. I due documenti ci informano del fatto che il giudice d'Arborea Barisone I de Lacon-Serra[senza fonte] accrebbe con nuove donazioni i possedimenti del monastero in occasione della solenne consacrazione della "clesia nuova" di Santa Maria, a cui prese parte anche l'arcivescovo arborense Comita de Lacon ed i vescovi suffraganei (termine che designa un attributo dei vescovi che dipendono da un metropolita: cosiddetti perché aiutano il superiore nell'esercizio del suo ministero spirituale) Paucapalea, Alibrandino di Terralba, Murrello di Usellus.

All'evento presero parte anche l'arcivescovo di Torres Azzo con un suo vescovo, Mariano Thelle di Bisarcio, la popolazione ed i rappresentanti delle curatorie arborensi, l'arcivescovo di Pisa Villano (in qualità di legato pontificio) ed i giudici degli altri tre giudicati di Sardegna: Costantino II Salusio III di Cagliari, Gonario II di Torres, Costantino III di Gallura.

L'abbazia camaldolese deve la dedica a Santa Maria e l'appellativo di "chiesa nuova" al fatto che essa viene a soppiantare il precedente santuario ormai inadeguato per le anguste dimensioni a soddisfare le nuove esigenze sia cultuali che politiche inaugurate proprio con la fondazione regia donata all'Ordine camaldolese ma affiliata non direttamente all'abbazia-madre, bensì a quella pisana di San Zeno. L'abate di Bonarcado fu così designato non a Camaldoli ma a San Zeno di Pisa.

Condaghe di San Michele di Salvennor (o Salvenor)[modifica | modifica wikitesto]

Il condaghe di San Michele di Salvennor (CSMS) prende il nome dall’omonima abbazia vallombrosana situata tra Ploaghe e Codrongianos, nel sito in cui sorgeva il villaggio medioevale di Salvennor. Il documento si conserva nell’Archivio di Stato di Cagliari (Fondo Antico Archivio Regio, C. 4, B 75). Gli storici collocano le prime notizie dell’abbazia tra il 1127 e il 1139. La prima carta del condaghe è più antica di qualche anno (1121) rispetto a questa datazione. Le ultime carte sono successive alla caduta del Regno di Logudoro e risalgono ai primi decenni della seconda metà del ’200. Il CSMS si differenzia dai condaghes coevi perché rappresenta una traduzione in spagnolo (con numerose parole in catalano) del perduto testo in sardo, del quale una trentina di anni fa sono state ritrovate quattro schede. Il documento è comunque importante perché conserva i nomi in sardo dei numerosi possedimenti (casali, terreni, vigne, saline) che l’abbazia di Salvennor deteneva in parecchie curatorie (Coros, Nurra, Romangia, Nurcar, Caputabas, Nuketu, Goceano) del Logudoro storico.

Condaghe di San Nicola di Trullas[modifica | modifica wikitesto]

Dal condaghe di San Nicola di Trullas
150 - De iudike
San Nicola di Trullas, particolare della facciata.
(SC)
« Ego prebitero Rodulfo - ki certait mecu iudice Gunnari in su monte pro Simion Macara. Et ego non bi voli ’n’ certare cun illu. Et osca falaince assa festa de sanctu Gaviniu et naraililu assu archipiscopu su certu: a donnu Athu, ci fuit monacu de Camaldula. Et isse naraitindeli a iudice ca: «Male fakes et peccatu, ki li lu levas a Sanctu Nichola». Et isse, co donnu bonu et ca la amavat sa anima sua, benedissitililu a Sanctu Nichola, o clericu esseret o laycu. Testes: su archipiscopu, et issu piscopu de Plavaki donnu Gualfredi, et issu piscopu de Gisarclu donnu Mariane Thelle. Testes. »
(IT)
« Io prete Rodolfo (scrivente): il giudice Gonario fece lite con me sul monte per Simone Macara. Ed io non volli contendere con lui. E poi scesi alla festa di San Gavino e la lite la raccontai all’arcivescovo: a donnu Athu, ch’era monaco di Camaldoli. Ed egli disse al Giudice: «Ti comporti male e fai peccato, se lo levi (un bene o un servo) a San Nicola ». Ed egli, ch’era uomo buono e che amava la sua anima, lo lasciò a San Nicola, sia che fosse di proprietà ecclesiastica o laica. Testimoni: l’arcivescovo e il vescovo di Ploaghe donnu Gualfredo e il vescovo di Bisarcio donnu Mariano Thelle. »
(Condaghe di San Nicola di Trullas)

Del 1115-1176.

Risulta che il 29 ottobre 1113 la chiesa fu donata dalla famiglia di majorales degli Athen ai monaci di Camaldoli. In quest’atto di donazione si fa riferimento a dei donnos heremitas che avevano il diritto di continuare a utilizzare quelle strutture (ci vi sunt comodo in su eremu et hibi habent essere a vestara), verosimilmente gli stessi monaci Camaldolesi i quali seguivano sia la vita cenobitica che quella eremitica. Non è rimasta infatti alcuna evidenza archeologica o documentale relativa a preesistenze di un insediamento monastico o di un edificio ecclesiastico anteriore a quello del XII secolo.

Le recenti campagne di scavo, che hanno riportato alla luce le rovine del monastero camaldolese annesso alla chiesa di San Nicola di Trullas, sembrano invece escludere del tutto la preesistenza di un edificio sacro greco-bizantino, antecedente all'attuale tempietto romanico, e del quale si è tanto fantasticato (cfr. Giuseppe Padua, I bacini ceramici, in Antonietta Boninu - Antonella Pandolfi, San Nicola di Trullas. Archeologia-Architettura-Paesaggio, Sassari, TAS/Stampacolor, 2010, p. 115).

Condaghe di San Pietro in Silki[modifica | modifica wikitesto]

Le prime carte sono del 1065-1180 (periodo del regno di Barisone e Mariano, giudice di Arborea e Torres) mentre gli scritti più frequenti sono quelli della Badessa Massimilla nel 1180 (il codice si forma infatti per ricopiatura e riconferma di carte precedenti che preesistevano, su impulso di Gonario II di Torres, della moglie Maria degli Ebriaci e del figlio Rege Barisone. Il Condaghe di San Pietro di Silki riporta gli atti relativi alla consistenza patrimoniale di chiese e monasteri del circondario dell'abbazia benedettina di Silki fondata a Sassari attorno al 1065. Il condaghe include i vecchi condaghes di San Pietro (a partire dal 1065), di Sant'Imbiricu (San Quirico), di Santa Maria di Codrongianos. Il manoscritto è conservato presso la Biblioteca Universitaria di Sassari.

« Ego Maximilla, abatissa de scu. Petru de Silki ki lu renouo custu condake, ad unore deus innanti, e de scu. Petru e de sca. Julia, e ccun boluntate dessu donnu meu iudike Gunnari, e dessu fiiu iudike Barusone, e dessos frates, e dessos maiorales de Locudore, dandem’isse paragula de renobarelu su condake. »
(Condaghe di San Pietro in Silki)

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Giuseppe Meloni, Andrea Dessì Fulgheri, Mondo rurale e Sardegna del XII secolo. Il Condaghe di Barisone II di Torres, Liguori, Napoli, 1994, ISBN ISBN 88-207-1860-X.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Rosalind Brown, “The Sardinian Condaghe of S. Michele di Salvenor in the Sixteenth Century”, Papers of the british school at Rome, LI (1983); pp. 248-257.
  • Raffaele Di Tucci, Il condaghe di S. Michele di Salvenor, Archivio Storico Sardo, VIII (1912), pp. 247-337.
  • Virgilio Tetti, Il condaghe di S. Michele di Salvennor. Patrimonio e attività dell’abbazia vallombrosana, Roma, Carlo Delfino editore, 1997. ISBN 88-7138-157-2
  • Il Condaghe di San Michele di Salvennor, edizione critica a cura di Paolo Maninchedda e Antonello Murtas, Centro di Studi Filologici Sardi, Cagliari, CUEC 2003. ISBN 88-8467-142-6
  • Mauro Maxia, Il Condaghe di San Michele di Salvennor, edizione e commento linguistico, Condaghes, Cagliari 2012. ISBN 978-88-7356-185-9.
  • Ginevra Zanetti, “Per una storia dei Vallombrosani in Sardegna”, Studi Sassaresi, XXX (1965), fasc. II-IV, Appendice II.
  • Ginevra Zanetti, I Vallombrosani in Sardegna, Gallizzi, Sassari 1968, pp. 225-27.

Graziano Fois, Mauro Maxia, Il condaghe di Luogosanto (PDF), Olbia, Editrice Taphros, 2009, ISBN 978-88-7432-073-8. URL consultato il 28 ottobre 2010.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]