Commissione parlamentare per le riforme costituzionali

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[modifica] Storia

Nella storia della Repubblica italiana, ci furono diversi tentativi di modificare la costituzione, alcuni tentativi vennero fatti costituendo apposite commissioni bicamerali per le riforme istituzionali.

  • Bicamerale Bozzi 1983-1985
  • Bicamerale De Mita-Iotti 1993-1994
  • Bicamerale D'Alema 1997

[modifica] Bicamerale D'Alema 1997

La Commissione parlamentare per le riforme costituzionali, chiamata informalmente "Bicamerale", è stata costituita nel 1997 per lo studio e la presentazione di una riforma della Costituzione.

Il 24 gennaio 1997 venne promulgata la legge costituzionale "Istituzione di una Commissione parlamentare per le riforme costituzionali." Si decise la formazione di una bicamerale composta da 35 deputati e da 35 senatori. Il 5 febbraio del 1997 D'Alema venne eletto Presidente con 52 voti su 70 con l'appoggio di Forza Italia e dei centristi del Polo. Vennero eletti 3 vicepresidenti: Leopoldo Elia (PPI), Giuliano Urbani (Forza Italia) e Giuseppe Tatarella (AN). A seguito di ciò, la Lega Nord abbandonò la commissione per rientrarvi a sorpresa il 4 giugno e votare con il Polo il semipresidenzialismo.

Un evento importante, anche se avvenuto fuori dal contesto istituzionale, fu l'incontro della "crostata" il 18 giugno 1997 a casa di Gianni Letta, in cui Pds, Ppi, An e Forza Italia raggiunsero l'intesa per un presidente di garanzia e una legge elettorale a doppio turno di coalizione. Il 30 giugno la Bicamerale vota il testo di riforma completo, al quale vengono presentati 42 mila emendamenti.

Dopo molti colpi di scena, con la formazione e il disfacimento di assi inediti fra partiti di destra e sinistra, il 1 febbraio 1998 Berlusconi sorprende tutti ribaltando, con la richiesta di cancellierato e proporzionale, la posizione adottata fino a quel momento. A questa richiesta Berlusconi fa seguire un ultimatum il 27 maggio 1998, con l'effetto pratico di rovesciare il tavolo delle trattative.

La nota ufficiale della morte della Bicamerale viene diramata dal presidente della Camera Luciano Violante il 9 giugno, quando annuncia all'aula che Massimo D'Alema gli ha comunicato che in mattinata l'ufficio di presidenza della "commissione ha preso atto del venire meno delle condizioni politiche per la prosecuzione della discussione".

Fabio Mussi dei DS denunciò allora:

« La Bicamerale è morta. Sia chiaro che non è né un suicidio né un ictus. È un omicidio e l' assassino si chiama Silvio Berlusconi. »
(La Repubblica 10/06/1998)

Quest'ultimo rispose:

« Ho sentito che qualcuno vuole farmi un monumento. Credo che sia un titolo di assoluto merito avere evitato cattive riforme. Quindi se qualcuno mi sta costruendo un monumento lo ringrazio. »
(La Repubblica 10/06/1998)

Il giudice Gherardo Colombo la definì come "figlia del ricatto" attirando numerosissime critiche dal centrodestra e dal centrosinistra. In seguito Violante in un dibattito parlamentare ebbe a dire che "era stata data piena garanzia a Berlusconi e a Letta che non sarebbero state toccate le tv".

Secondo Paolo Sylos Labini

« La legittimazione politica scattò automaticamente quando fu varata la Bicamerale: non era possibile combattere Berlusconi avendolo come partner per riformare, niente meno, che la Costituzione, con l'aggravante che l'agenda fu surrettiziamente allargata includendo la riforma della giustizia, all'inizio non prevista. E la responsabilità dei leader dei Ds è gravissima »
(La Repubblica 27/04/2001)

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