Commissione Dewey

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John Dewey in un'immagine del 1902
Leon Trotsky

La Commissione Dewey (denominazione usuale della "Commission of Inquiry into the Charges Made against Leon Trotsky in the Moscow Trials"), [1] così chiamata dal nome del suo presidente, il filosofo statunitense John Dewey, nata nel marzo del 1937, promossa dalla American Committee for the Defense of Leon Trotsky, [2] aveva il compito di esaminare la veridicità delle accuse rivolte al rivoluzionario russo Leon Trotsky, uno dei massimi protagonisti della rivoluzione d'ottobre, nel corso dei cosiddetti processi di Mosca, [3] svoltisi nella capitale dell'Unione Sovietica a partire dall'agosto del 1936.

I processi videro imputati, e poi in gran parte giustiziati, alcuni tra i maggiori esponenti del regime sovietico accusati di tradimento, spionaggio e collusione con i nemici del regime e, in particolare, primo tra tutti, con Trotsky, [4] giudicato in contumacia, tenace avversario di Stalin e da questi, dopo la morte di Lenin (21 gennaio 1924) e la conseguente lotta per la sua successione, prima espulso dal partito (12 novembre 1927), poi esiliato in Kazakistan ed infine (17 gennaio 1929) costretto a lasciare l'Unione Sovietica.

I processi moscoviti furono l'episodio iniziale di un più vasto fenomeno, le Grandi purghe staliniane, che coinvolse anche politici di minore rilievo, dirigenti, militari e semplici cittadini e suscitarono una notevole impressione negli intellettuali occidentali. Fecero scalpore, in particolare, le confessioni, apparentemente spontanee, degli accusati, uomini che per il loro passato rivoluzionario sembravano immuni da colpe tanto infamanti. [5]

Oltre al presidente Dewey, facevano parte della Commissione Carleton Beals, Otto Ruehle, Benjamin Stolberg, Suzanne LaFollette, Alfred Rosmer, Wendelin Thomas, Edward A. Ross, John Chamberlain, l'italiano Carlo Tresca, e Francisco Zamora.

Cinque componenti della Commissione, John Dewey, Carleton Beals, Otto Ruehle, Benjamin Stolberg, Suzanne LaFollette (segretaria), [6] si recarono, nell'aprile 1937, a Coyoacán, nel rifugio messicano di Trotsky, per raccogliere le sue testimonianze. Le audizioni furono tredici: dal 10 al 17 aprile. [6] Trotsky fu assisttito dall'avvocato Albert Goldman; Carleton Beals si dimise dopo l'undicesima audizione. [6]

Le conclusioni del lavori della Commissione, che ritenne le accuse contro Trotsky infondate, furono rese pubbliche a New York il 21 settembre del 1937 e pubblicate in un libro dal titolo Not Guilty (non colpevole).

Il responso della Commissione Dewey, che esaminò con cura deposizioni e fatti, fu in buona parte ignorato, anche dalla pubblica opinione più partecipe. [7] Un manifesto critico verso la Commissione fu firmato da alcuni intellettuali americani, tra i quali lo scrittore e poeta Theodore Dreiser, il filosofo Corliss Lamont, il giornalista Maxwell "Max" Alan Lerner. [8] Un altro dei firmatari, il critico letterario Granville Hicks, «ne fece in seguito onorevole ammenda». [9]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Commissione d'inchiesta sulle accuse contro Leon Trotsky nei processi di Mosca
  2. ^ Comitato americano per la difesa di Leon Trotsky
  3. ^ I processi di Mosca furono quattro: tre, pubblici, contro esponenti politici, uno, segreto, contro alti ufficiali dell'Armata Rossa. Nell'ordine: Il processo "dei sedici" (19-28 agosto 1936); il processo "dei diciassette" (23-30 gennaio 1937); il processo "degli ufficiali" (giugno 1937); il processo "dei ventuno" (2-13 marzo 1938).
  4. ^ L'accusa di trotskismo, contro gli avversari, reali o presunti di Stalin, fu ricorrente per tutto il periodo delle Grandi purghe ed una delle più gravi per gli imputati.
  5. ^ Per una disamina delle ragioni che potevano indurre gli imputati a false confessioni vedi il capitolo La questione delle confessioni nella voce Grandi purghe.
  6. ^ a b c The case of Leon Trotsky Report of Hearings on the Charges Made Against Him in the Moscow Trials dal sito Marxists Internet Archive
  7. ^ Vedi: Robert Conquest, Il grande terrore, terza edizione, Milano, Rizzoli, 2006, pp. 739-740. ISBN 88-1725850-4.
  8. ^ Robert Conquest, ibidem, pag. 742.
  9. ^ Robert Conquest, ibidem, nota pag. 742.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]