Commercio d'avorio

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Commercianti d'avorio 1912

Il Commercio d'avorio o Traffico d'avorio è il commercio, spesso illegale delle zanne d'avorio dell'ippopotamo, del tricheco, del narvalo e dell'elefante africano ed asiatico[1].

L'avorio fu una merce di scambio per centinaia d'anni tra popolazioni della Groenlandia, dell'Alaska e della Siberia. Il commercio in tempi recenti, ha portato alla messa in pericolo delle specie da cui si ricava e quindi a restrizioni e proibizioni. L'avorio è usato per fare i tasti del pianoforte e altri generi decorativi.

Una soluzione al bracconaggio e al commercio illegale si focalizza sul controllo dei movimenti dell'avorio a livello internazionale attraverso CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora, in italiano: Convenzione sul commercio internazionale di specie in pericolo della flora e della fauna selvatica). CITES ha creato due sistemi di monitoraggio: il Monitoring the Illegal Killing of Elephants (MIKE) per il monitoraggio dell'uccisione illegale di elefanti e l'Etis (Elephant Trade Information System: Sistema informativo sul commercio di elefanti).

Nel 2011 sono stati confiscate 26,4 tonnellate di avorio mentre dal dal 2003 al 2010 ne erano stati sequestrati circa la metà. Il rapporto della banca dati Etis sul commercio illegale di avorio del 2012, conferma la floridità del mercato[2].

Il 6 gennaio 2013 il governo cinese distrugge pubblicamente sei tonnellate di avorio provenienti dal commercio illegale per sensibilizzare la popolazione sulla tematica. Di recente anche Gabon, Filippine e Stati Uniti hanno eliminato le loro scorte di avorio[2].

L'avorio dell'elefante[modifica | modifica sorgente]

L'avorio del tricheco[modifica | modifica sorgente]

L'avorio del narvalo[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Chris Lavers, The Natural History of Unicorns, USA, William Morris, 2009, pp. 112–150, ISBN 978-0-06-087414-8.
  2. ^ a b Cina distrugge sei tonnellate di avorio di elefante, Wwf: "Italia faccia altrettanto", 7 gennaio 2013. URL consultato il 9 gennaio 2013.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]