Comitati di Difesa della Rivoluzione

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L'emblema dei Comitati

Comitati di Difesa della Rivoluzione o CDR (dallo spagnolo Comités de Defensa de la Revolución), è un insieme di organizzazioni di massa cubane che presidiano il territorio con l’obiettivo di combattere la delinquenza e la controrivoluzione.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

I Comitati sono nati il 28 settembre 1960, annunciati durante un comizio di Fidel Castro come risposta popolare al terrorismo che si opponeva clandestinamente alla Rivoluzione Cubana. Durante il suo discorso Castro venne interrotto da alcune esplosioni ma la folla raccolta per ascoltarlo rispose intonando l'inno nazionale e Fidel disse che bisognava reagire costruendo un sistema di vigilanza rivoluzionaria collettiva ("Vamos a establecer un sistema de vigilancia revolucionaria colectiva"). La notte stessa si formarono i primi Comitati e sei mesi dopo furono queste peculiari organizzazioni a contrastare efficacemente gli elementi che avrebbero dovuto servire da quinta colonna alla brigata mercenaria di Playa Girón[1].

Al 2005 venivano dichiarati quasi 133000 nuclei, per un totale quasi otto milioni di cittadini cubani con più di 14 anni aderenti ai CDR, che svolgono un ruolo decisivo anche per la sorverglianza, l'organizzazione di lavoro volontario, l'assistenza sociale, la promozione culturale, le donazioni volontarie di sangue[2]. Non va dimenticata inoltre la partecipazione alle Commissioni di Candidatura, prima fase del processo elettorale.

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Alcuni critici del regime affermano che la struttura dei CDR ha prodotto un sistema di vigilanza statale che, al di là del lavoro sociale, svolge principalmente la missione di controllare la vita pubblica e privata dei cittadini.

I Comitati sono inoltre stati criticati da alcune associazioni di difesa dei diritti umani, come Amnesty International, perché coinvolti in cosiddetti "actos de repudio", quali intimidazioni, abusi e maltrattamenti contro persone etichettate come nemici della Rivoluzione[3].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Da un articolo di Vanguardia del 28 settembre 2005
  2. ^ ibidem
  3. ^ Amnesty International report 2006 (in inglese)