Colonna serpentina

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La colonna serpentina ancora integra in una miniatura ottomana del 1582
La colonna serpentina oggi
La testa serpentina superstite, al Museo di Istanbul

La Colonna serpentina (in greco Τρικάρηνος Όφις, in turco Yılanlı Sütun), conosciuta anche come Tripode di Delfi o Tripode di Platea, è un'antica colonna di bronzo, alta circa 8 metri, collocata nell'Ippodromo di Costantinopoli, oggi Istanbul. L'impianto era noto nel periodo ottomano come Atmeydani, "la piazza dei cavalli".

La colonna è quanto rimane di un antico tripode sacrificale greco, originariamente collocato a Delfi e trasferito a Costantinopoli da Costantino nel 324, costruito per commemorare la vittoria dei Greci sull'Impero persiano nella battaglia di Platea (479 a.C.). La colonna rimase integra, con le tre teste di serpenti, fino alla fine del XVII secolo; delle tre teste, due sono scomparse, e l'unica oggi nota è esposta al Museo archeologico di Istanbul[1].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Provenienza[modifica | modifica wikitesto]

La colonna serpentina ha una delle storie letterarie più lunghe, tra gli oggetti provenienti dall'antichità greco-romana: la sua provenienza è indubbia, come è indubbio il fatto che compirà 2500 anni nel 2022. Insieme al tripode e al piatto dell'offerta (entrambi andati perduti da molto tempo) la colonna costituiva un memoriale sacrificale dedicato ad Apollo Delfico.

L'offerta fu presentata nella primavera del 478 a.C., alcuni mesi dopo la sconfitta dell'esercito persiano nella battaglia di Platea, ottenuta l'anno prima dalle città-stato greche contro i Persiani che avevano invaso la Grecia continentale.

Tra gli scrittori antichi che hanno citato la Colonna si contano Erodoto, Tucidide, Demostene, Diodoro Siculo, Pausania, Cornelio Nepote e Plutarco. Lo spostamento della colonna alla nuova capitale Costantinopoli per ordine dell'imperatore Costantino è descritto da Edward Gibbon, che cita la testimonianza degli storici bizantini Zosimo, Eusebio di Cesarea, Socrate Scolastico e Sozomeno.

La battaglia di Platea[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Battaglia di Platea.

La prima guerra persiana si era conclusa con la disfatta inflitta dagli Ateniesi, nella battaglia di Maratona, alla spedizione inviata da Dario I di Persia, nel 490 a.C., disfatta che aveva temporaneamente interrotto l'avanzata persiana verso occidente. Ma la situazione, secondo i persiani, andava risolta. Sicché nel 480 a.C., dopo 4 anni di preparazione militare, Serse I, il figlio di Dario, dava inizio alla seconda guerra persiana, finalizzata a sottomettere definitivamente la Grecia.

Le forze persiane mobilitate erano numerosissime, sia per terra che per mare. L'invasione di terra, avanzando attraverso la Tessaglia verso l'Attica, fu solo rallentata dalla eroica resistenza degli Spartani alle Termopili. La flotta degli alleati greci che doveva difendere la costa davanti alle Termopili, avuta notizia che quel passaggio era perduto, si ritirò verso l'isola di Salamina, mentre i Persiani dilagavano in Beozia e in Attica. La popolazione civile di Atene era stata evacuata, ma la città fu presa ed incendiata (agosto 490 a.C.). I Greci tuttavia riuscirono ad attirare la flotta persiana nello stretto canale tra Salamina e l'Attica, infliggendole nel settembre 480 a.C. una sonora sconfitta, favorita anche dalle dimensioni e dalla numerosità delle navi avversarie.

I persiani ripresero la campagna militare per via di terra nella primavera-estate successive, sotto la guida di Mardonio, che tentò di ingaggiare battaglia a Platea. La sua uccisione in una prima scaramuccia determinò però la catastrofe militare dell'intero esercito di terra, e subito dopo, a Micale, l'annientamento dei resti della flotta persiana.

Il significato della battaglia di Platea[modifica | modifica wikitesto]

Le vittorie greche a Platea e contemporaneamente nella battaglia navale di Micale ebbero come risultato che l'Impero persiano non attaccò mai più la Grecia continentale. In seguito la politica della Persia fu perseguita con strumenti diplomatici, corrompendo, raggirando, mettendo le città una contro l'altra. Però con queste vittorie e la creazione della Lega delio-attica, Atene riuscì a consolidare il proprio potere nella fioritura della democrazia ateniese del V secolo a.C., guidata da Pericle figlio di Santippo, il vincitore di Micale.

Dopo la battaglia di Platea - l'ultima delle guerre persiane - i Greci costruirono una colonna di bronzo costituita d tre serpenti interlacciati (in greco: Τρικάρηνος Όφις, il serpente a tre teste), i cui corpi formavano la colonna, per commemorare le 31 città-stato greche che avevano partecipato alla battaglia. Secondo Erodoto, la colonna venne fusa nel bronzo delle armi persiane. Dalle spoglie persiane fu ricavato anche un tripode aureo e l'intero memoriale fu dedicato ad Apollo e posto presso il suo altare a Delfi, su una base di pietra.

La colonna secondo gli scrittori antichi[modifica | modifica wikitesto]

Erodoto[modifica | modifica wikitesto]

Dopo aver descritto la vittoria greca a Platea nel 479 a.C., Erodoto racconta come gli Iloti spartani che avevano partecipato alla battaglia raccolsero le ricche spoglie, e poi annota la decisione di dedicare un'offerta ad Apollo Delfico:

« Quando il bottino fu tutto ammassato, la decima parte di esso fu messa da parte per il dio di Delfi, e da questa fu fatto il tripode d'oro che sta sul serpente di bronzo a tre teste vicino all'altare. »
(Erodoto, Storie, IX, 81)

Nello stesso capitolo, Erodoto annota che altri doni furono dedicati a Zeus Olimpio ("uno Zeus di bronzo alto 10 cubiti") e a Poseidone Istmico ("un Poseidone di bronzo di 7 cubiti"). È significativo (dell'importanza riconosciuta a questo dio) che le precedenza fosse data ad Apollo delfico, nonostante le ambiguità nel responso oracolare circa la conclusione dell'invasione, e un sospetto di inclinazioni filopersiane della città di Delfi.

Tucidide e Demostene[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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