Colli di Montebove

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Colli di Monte Bove
frazione
Veduta di Colli di Monte Bove
Veduta di Colli di Monte Bove
Dati amministrativi
Stato bandiera Italia
Regione Abruzzo – stemma Abruzzo
Provincia L'Aquila – stemma L'Aquila
Comune Carsoli – stemma Carsoli
Territorio
Coordinate 42°5′5″N 13°9′28″E / 42.08472°N 13.15778°E / 42.08472; 13.15778 (Colli di Monte Bove)Coordinate: 42°5′5″N 13°9′28″E / 42.08472°N 13.15778°E / 42.08472; 13.15778 (Colli di Monte Bove)
Altitudine 990 m s.l.m.
Abitanti 289 (2005)
Altre informazioni
Cod. postale 67065
Prefisso 0863
Fuso orario UTC+1
Patrono S. Berardo
Localizzazione
Colli di Monte Bove è posizionata in Italia
Colli di Monte Bove

Colli di Monte Bove, (Colli, fino al 13 marzo 1887) è un paese di circa 290 abitanti del comune di Carsoli, posta a 980 msl, in un posto strategico tra i comuni di Carsoli e Tagliacozzo, situata sul versante meridionale del monte Guardia d'Orlando il paese domina la valle del Turano, ed è dominato dai resti del castello edificato dai Conti dei Marsi tra il nono e il decimo secolo.

Il nucleo più antico del paese si svolge lungo l'antico tracciato romano della via Tiburtina Valeria, per poi espandersi successivamente anche lungo la variante carrabile costruita all'inizio del secolo scorso.

Questa località è ricca di leggende che la vogliono protagonista dell'attesa del passaggio dei Saraceni da parte di Orlando Paladino e Bovo d'Antona e di tradizioni, tenute vive dalla volontà popolare, come quella che vuole San Bernardo nato nel castello di Colli nel 1079 dai conti dei Marsi.

L'attuale tipologia urbana evidenzia ancora gli antichi tracciati medievali ad andamento parallelo, sovrapposti tra loro e collegati da ripide gradinate.

Indice

[modifica] Storia

Colli di Monte Bove nasce come avamposto della antica Carseoli, posta sulla antica Tiburtina Valeria subito dopo il valico omonimo era infatti un punto strategico per i rifornimenti per tutti coloro che da Roma raggiungevano la riviera adriatica. Dopo la dominazione longobarda, nel 591 sotto il dominio di re Agilulfo il paese entrò a far parte del ducato di Spoleto e successivamente, dopo una parentisi sotto il dominio dei franchi, Colli entrò a far parte del dominio dei Berardi, dai quali nacque S.Berardo, vescovo e cardinale, che ne è tuttora il patrono.

La Chiesa principale di Colli è però consacrata al culto di S.Nicola di Myra, città dell'asia minore. Proprio in quei luoghi si riallaccia la memoria del mito di Orlando (o Rolando), paladino di Carlo Magno, di cui troviamo traccia in molti toponimi della zona. Il nome della montagna Montebove, ad esempio, pare faccia riferimento a Bovo d'Antona, compagno d'Orlando. La leggenda vuole che nei dintorni di Colli i due paladini spiavano l'avvicinarsi dei saraceni, e Orlando impaziente con ripetuti colpi sua durlindana, la spada magica, spaccò il macigno. D'allora quella località sarebbe stata denominata Guardia di Orlando. Che è proprio il nome del monte sul cui versante sud sorge il paese.

Colli di Monte Bove, leggenda a parte, fu sicuramente soggetto a molteplici scorrerie dei saraceni e verso il X secolo si ebbero invasioni degli ungari terminate con la loro sconfitta presso S.Maria in Cellis

I conti dei Marsi nel tra i secoli IX e X edificarono nel paese una rocca quadrata, di cui ora rimangono solo alcuni resti ma il cui impianto è ancora ben visibile, per difendrerla da nuove invasioni.

All'inizio dell'abitato percorrendo l'antico tracciato della tiburtina valeria possiamo notare un arco di accesso con la seguente iscrizione posta sulla cima:

Carolus Dei Gratia Rex. Filippus Columna Princeps Romanus-Dux et princeps Palliani, Dux Tacacotti (sic.) etc, Regni Napolitani Magnus-Comestabiles Hispanarum primae Classis Magnates, et Velloris auri (sic) Eques. Tarifa data dalla Regia Camera per l'estration del Paso di Coli. Per qualsivoglia salma di mercanzia di gran valore grana doi 02. Per qualsivoglia salma di poco valore grana doi 02. Per salma di frutti di qualsivoglia genere e specie grana uno 01. E se dette salme non saranno intere pro rata si esiga alle suddette raggioni. Per centinaro di animali Baccini carlini cinque 50 (?). Per centinaro di animali minuti, cioè Porci, Pecore et altri animali minuti grana venticinque 25. E se detti animali saranno di maggiore o minore numero si paghi pro-rata alle suddette raggioni. Per qualsivoglia bestia cavallina che si porta o vendere grana uno 01.

Qui infatti, sotto il dominio di Re Carlo di Borbone, vi era una catena che sbarrava il passaggio del bestiame e delle merci ed era necessario corrispondere un dazio per il transito. Ecco perché Colli di Montebove per un certo periodo di tempo fu conosciuto come Colli Catena.

La richiesta del dazio e la relativa catena vennero a cadere nel 1799 o forse prima con il passaggio delle truppe di Championnet.

Alcune fonti riportano che Colli fu anche, in precedenza, feudo di Amatrice, che ebbe nel 1536, la concessione di tutti i privilegi e franchigie e che nel 1538, Amatrice fu concessa ad Alessandro Vitelli, dal quale per successione, nel 1554, passò a suo figlio Giacomo e nel 1586 alla figlia Beatrice, coniugata a Virginio Orsini, a cui successe Latino Orsini e poi Alessandro Maria Orsini, morto nel 1591. Tutto vero per quel che riguarda la discendenza di Alessandro vitelli, ma il realtà Colli di Monte Bove non appartenne mai a tale famiglia, seguendo invece le vicende di Carsoli, feudo dal 1307 degli Orsini del ramo di Tagliacozzo (Colli ne divenne feudo nel 1361) fino al 1497, quando passarano a Fabrizio colonna, famiglia a cui appartenne sino all'abolizioni della feudalità nel 1806

[modifica] Collegamenti

[modifica] Strade

[modifica] Ferrovie

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi la voce Stazione di Colli di Monte Bove.

[modifica] Monumenti

[modifica] S.Nicola di Bari

La chiesa parrocchiale di S. NICOLA DI BARI in COLLI DI MONTEBOVE, è la chiesa principale di Colli di Monte Bove. Tale chiesa risalirebbe ad epoca antichissima. anche se in tempi antichi probabilmente la chiesa era dedicata a S. Giovanni Battista, come risulterebbe da una bolla Clemente III nella quale essa appare appunto sotto il nome di S. Giovanni (1188).

Il complesso ha subito nel corso dei secoli moltissime trasformazioni, per cui non è stato finora possibile individuare le parti più antiche, ma probabilmente si può datare intorno al XII secolo. Il riferimento cronologico più antico è quello della data (purtroppo frammentaria) sottostante il dipinto con la Madonna Cella Concezione: A D (7) (..). Probabilmente risalente sempre al XII secolo e l'altro dipinto della Madonna del Rosario, con i medaglioni raffiguranti i 15 misteri del Rosario, e la raffirugurazione della crocifissione coperto dalla tela con S. Nicola di Bari, che si trova sull'altare.

La facciata ed il campanile sono risalente alla fine del sec. XVI, vennero costruiti conseguentemente all prolungamento di circa 3 metri della navata. Subito dopo fu realizzata la cornice architettonica dell'altare della Natività (datata al 1610 sull'architrave). Importanti trasformazioni dell'interno avvennero nella seconda metà del XVII sec con la realizzazione in stile barocco dell'altare maggiore e di quelli del Rosario, del Suffragio e di quello della Natività. Al 1739 risalgono invece la nicchia sulla parete sinistra e quelle laterali dell'altare maggiore.

All'interno della chiesa sono conservate opere d'arte di pregio, ad esempio i dipinti murali della Madonna della Concezione e quella del Rosario. L'affresco della Crocifissione, purtroppo rovinato, fu coperto quando venne costruito il nuovo altare maggiore. Sfilando la tela con S. Nicola di Bari, si vedono le figure della Madonna, della Maddalena inginocchiata ai pedi della Croce e sulla destra S. Giovanni Evangelista. La figura del Cristo è invece visibile solo nella metà inferiore. Sulle pareti laterali si trovano tracce di altri affreschi. Sulla parete sinistra, sotto la nicchia, è venuta alla luce la base di una colonna. Ciò fa supporre che tutta la parete doveva essere riempita da una decorazione con grosse colonne, risalenti forse al 500. Questa decorazione fu parzialmente distrutta quando vennero costruiti gli altari e la nicchia, ciò che rimaneva fu coperto da vari strati di pittura.

Anche la tela della Natività, risalente all'inizio del 600, è opera degna di nota, pur trovandosi ormai in cattive condizioni. Guardando la parte sinistra in una nicchia possiamo notare una statua lignea della Madonna col Bambino, proveniente dalla chiesa del castello orami distrutta. La tradizione vuole che davanti a questa statua avrebbe pregato S. Berardo.

L’Organo di grande pregio artistico e storico, risale al XVIII secolo e proviene dal Monastero di Santa Scolastica presso Subiaco. Il trasferimento dello strumento nella sede attuale avvenne nei primi decenni del secolo XX.

[modifica] Grotta S.Angelo

Situata A poco meno di mezz'ora di cammino dal paese in questa grotta secondo una tradizione antica, non solo da sarebbe nascosta in un muro la treccia della madonna.

La grotta consta di un vano d'accesso, la cui semplice conformazione geologica è stata in parte normalizzata dall'intervento umano così da rendere simile ad una navata, sulla quale si apre una cappella absidale costruita con pietrame, intonacata e affrescata sulla facciata esterna, oltre che sulla parete di fondo. Antistante ad essa si colloca un altare in pietra, intonacato. Sulla parete di sinistra della cappella una gradinata in pietrame conduce in alto alla conclusione dell'antro.

Come appena detto, la campagna pittorica si estende su quello che potremo chiamare l'arco absidale e sulla parete di fondo dell'abside. Sull'arco absidale l'immagine centrale rappresenta la Madonna col Bambino, seduta su un trono - con cuscino - dall'ampio e alto dossale a cuspide. Incoronata, Essa offre il seno di destra al Figlio il cui principale interesse sembra peraltro consistere nel gesto di benedizione della Santa a Lui di fronte. Con la sinistra il Bambino regge il rotolo della Legge. Veste e manto della Madonna sono blu e rosso scuro, con un gallone appena sopra l'orlo inferiore a dare un tocco di eleganza all'abbigliamento. Delle due aureole, di color giallo ocra, quella della Madonna e perlinata, quella di Cristo e crucigera.

Sopra gli spioventi del dossale e iscritto, in lettere greche e con la consueta abbreviazione, il termine di "Madre di Dio" (Meter Theou). La Santa, alla sinistra del gruppo centrale (alla destra del fedele o, comunque, dell'osservatore) e specularmene accompagnata da altra alla destra, ambedue caratterizzate da una sorta di cuffia sulla testa che lascia comunque abbondante spazio ai capelli raccolti con una certa eleganza sulla nuca. Le vesti delle Sante sono sul giallo ocra, rabescate da orbicoli e losanghe, corredate anch'esse da gallone. Sopra le vesti il manto ha lo stesso colore del manto della Vergine. Ambedue le Sante si rivolgono con una mano a palma aperta verso il gruppo divino, mentre con l'altra racchiudono un fiore di giglio, ovvio simbolo del loro stato virginale. Ambedue dovevano essere identificate da tituli latini, ma restano soltanto alcune lettere di quella alla destra della Madonna col Bambino, tuttavia incomprensibili a chiarire l'identità. Fiancheggiano le due sante da un lato S. Michele Arcangelo, dall'altro S. Biagio. Il primo è facilmente riconoscibile dalla sua impostazione iconografica (oltre alle larghe ali, l'asta che verosimilmente trafiggeva in basso il demonio - dove l'affresco è scomparso); il secondo, rappresentato con vesti e attributi della sua dignità vescovile, è identificato dal titolo latino.

Le figure si stagliano su riquadri delimitati da un sottile orlo bianco, al di là del quale il colore di fondo rimane il medesimo. Il fondo e blu intenso - qui e la decorato da gruppetti di puntini bianchi, quasi fiorellini - quella parte medio alta, e giallo nella parte bassa. E incorniciato da una fascia decorativa tricroma, che spicca soprattutto per il suo profilo 'gradinato' bianco, e una più ampia bordura rossastra. Caduto il colore sull'area di destra, sottostante l'arcangelo, rimane qualche traccia di pittura nel peonacchio trapezoidale sotto S. Biagio: vi si scorge un volatile dal lungo collo e dal piumaggio celeste, su un fondo giallo ocra bordato di celeste. Mancano, o almeno non sono conservate, iscrizioni di committenza o di data.

L'altro affresco e quello sulla parete di fondo: entro un clipeo blu, con il sistema di bordura analogo al riquadro già visto, spicca il busto del Cristo benedicente, purtroppo menomato da una lacuna particolarmente fastidiosa sull'occhio sinistro oltre che su parte del busto. Lo affiancano due figure intere, dunque sottodimensionate rispetto a Cristo, di angeli, ciascuno con un fiore di giglio in mano. Un'ala di ciascuno di loro contorna il clipeo di Cristo, l'altra discende in verticale ad affiancare il lato corto del rettangolo, entro cui e racchiusa l'intera composizione (tuttavia oltrepassata almeno dai piedi dell'angelo alla destra di Cristo - ed e presumibile che lo stesso accadesse per l'altro angelo). Non resta traccia alcuna di iscrizioni. Dallo spettatore che accede nella sacra grotta l'immagine sul cd. arco absidale e quella che per prima viene percepita.

Il trono, su cui siede la Madonna che ha in braccio il Figlio, conferisce al gruppo uno status di regalità, che alla Madonna viene accentuato dalla corona. E un'equivalenza, di sacralità e regalità, che affonda le sue radici nel V secolo, sul celebre arco di Santa Maria Maggiore, anche se, ovviamente non c'e qui bisogno di andare tanto lontano nel tempo e fino a un modello così prestigioso. Cristo-Bambino tuttavia non e colto in atteggiamento strettamente consono all'idea di regalità, ma, con maggior senso di umanità, nell'atto di venire allattato dalla Madre. Contestualmente all'allattamento Cristo compie tuttavia, come osservato, anche l'azione di benedire una Santa (e di reggere il rotolo della legge!), così da tradire il modello che all'origine fu 'contaminato' con quello della Madonna allattante: un modello di Cristo benedicente - quello che in area bizantina sarebbe pertinente all'iconografia convenzionalmente detta della "Madonna Odigitria".

Il gruppo divino è affiancato dalle due vergini che svolgono il loro ruolo di 'attrici' in quanto 'mediatrici' della 'visione celeste', secondo quanto si desume dalla loro gestualità. I due santi ai margini non entrano invece in dialogo col gruppo divino, ma si presentano già come immagini di culto: S. Michele nella sua posa canonizzata di vincitore del demonio, S. Biagio nel suo aspetto di vescovo che, senza il titulus, avrebbe potuto farlo identificare con una miriade di altri santi dello stesso rango. È un messaggio devozionale affidato a un disegno sostanzialmente corretto, semplice e non privo di effetti di suggestione, grazie al ricorso a qualche eleganza di abbigliamento, all'uso di un colore adeguatamente calibrato (nelle sue giustapposizioni fra le vesti, le aureole, lo sfondo) e a qualche elegante addizione ornamentale (bordura tricronia, fiorellini di sfondo, l'uccello in basso). L'immagine sulla parete di fondo svolge il ruolo di un "dossale" o "tavola d'altare" sia per il suo formato rettangolare che per la sua precisa disposizione al di sopra dell'altare, non tuttavia per la sua scelta tematica e compositiva - con un monumentale clipeo al centro predominante per scala sulle figure laterali.

E', questo, l'aspetto forse più interessante, perché suggerisce, a una data ancora precoce per l'area geografica in questione, la conoscenza e l'uso di strutture del mobilio liturgico che iniziarono ad essere usate solo con il XIII secolo."

Sul "dossale" figurano il clipeo di Cristo e due angeli, manifestazione teofanica ridotta all'essenziale. Il modello d'immagine per il clipeo con il solo busto di Cristo può essere stato tolto da troppi altri monumenti per aver l'enumerarli, anche perché tutti sono difficilmente considerati come diretti prototipi. Proprio allo scorcio del secolo si situano comunque due immagini non del tutto compositivamente dissimili anche se i resti architettonici abbiano favorito piuttosto l'idea degli angeli "in volo" che "stanti" al vertice di due pareti del "Sacro speco" di Subiaco. La "sacra grotta" ha dunque un programma devozionale sulla sua parete principale (l'arco absidale") e un abbreviata teofania fra angeli sulla parete retrostante l'altare a mo' di dossale. I mezzi formali con i quali il programma fu dipinto suggeriscono che ciò sia avvenuto nella seconda meta del Duecento, senza poter far rischiare una maggiore approssimazione, inevitabilmente soggettiva (che mi farebbe tuttavia propendere per l'ultimo quarto).

A una tale datazione l'iconografia della Maria lactans é perfettamente consona, anche se non significa l'esclusione di uri qualche decennio precedente. Il trono a dossale cuspidato e tuttavia già segno di una certa seriosità, perché forme analoghe si ritrovano soltanto verso la fine secolo. Anche il modo con cui è panneggiata la veste della Vergine rinvia d'altronde a modelli attenti a effetti di tridimensionalità che, pur se in via teorica attingibili già nella prima meta del secolo, furono divulgati solo dopo l'esaurimento del filone cd monrealese quale appare ancora negli anni '40 e '60 ai santi Quattro Coronati di Roma e a Bominaco. Rispetto alla Madonne abruzzesi questa è l'unica d'altronde con l'eccezione di Fossa, a rinunciare alla pura frontalità dell'ornato decorativo o a metalliche lamellature. L'ornamentalismo "senza tempo" caratterizza invece le vesti delle vergini, mentre nella loro impostazione fisionomica pare riverberarsi qualcosa degli affreschi di Bominaco, per via diretta o, piuttosto per comune derivazione da medesimi modelli.

Sul "dossale" gli orientamenti cambiano", tanto che si potrebbe essere addirittura tentati ad ascrivergli una data anteriore. Il pittore e infatti diverso e i suoi modelli non appaiono per nulla coincidenti con quelli finora indicati, né rivelano modi necessariamente posteriori ai decennali iniziali del '200. Tuttavia la pur estrinseca indicazione della medesima bordura decorativa tricroma e la plausibilità di un unico intervento mi fanno propende re per una datazione unitaria delle due parti. Il Cristo ha una tipo fisionomico che mi sembra ascendere a una "moda" d'immagine che nei modi più simili e rappresentata negli affreschi della cappella di San Gregorio a Subiaco, del 1228, sia che si prenda a confronto la famosa effigie di S. Francesco, sia quella di Ugolino. Li d'altronde si ritrova anche la bordura tricroma gradinata ed e almeno suggestivo che si ritrovino anche uccelli simili a quello del pennacchio trapezoidale. Il rinvio sublacense sarebbe storicamente del tutto giustificato iscrivendosi, seppur a una data ben più tarda, nel contesto dei rapporti che con Subiaco collegano questa zona dell'Abruzzo carseolano.

[modifica] Chiesa Madonna della Speranza

Fatta costruire da Antonio, Francesco e Giovanni Nicola Panegrossi nell' A.D. MDCCCXXXVI. Chiesa ad unica navata che risente dei motivi architettonici imperanti nella prima metà dell' Ottocento, si caratterizza per la presenza sull'altare Maggiore di un quadro rappresentante Vergine con Bambino di pregiata fattura (fine '400). Sulle pareti laterali vi sono 14 quadretti, riprodotti in policromia, risalenti ai primi dell'800, raffiguranti la Via Crucis con descrizione delle stazioni tradotte in quattro lingue (Latino, Italiano, Francese e Spagnola). Consacrata il 16 giugno 1839 dal Vescovo dei Marsi Alexander Colantonj, venne dotata di alcuni fondi affidati alla conduzione della famiglia Panegrossi, come da rogito notarile redatto presso il notaio Giovanni Bonomi di Tagliacozzo in data 2 settembre 1836. I fondi assegnati furono: Canapina di tre coppe e mezza in contrada Vallendenza; Canapina di una coppa circa contrada li Vignali; Seminatorio arbustato di coppe due circa contrada Ortonico; Seminatorio di tre coppe circa in località detta Fonti Frati. Alla famiglia Panegrossi venivano fatti gravare i seguenti pesi: Una messa cantata alla ricorrenza del SS.mo nome di Maria; Altre tre messe annue dette in giorni ad arbitrio; Provvedimento dei sacri arredi e suppellettili necessari e mantenimento della fabbrica e suoi annessi a norma del precitato istrumento.

[modifica] Collegamenti esterni

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