Coglione

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Coglione è un'accezione popolare di una parte anatomica del corpo umano: il testicolo.

Il termine è anche utilizzato in senso dispregiativo è entrato da tempo nel linguaggio corrente con il significato di persona poco avveduta che non prevede le conseguenze dei propri atti per insufficiente intelligenza; e tuttavia mantiene caratteristiche di innegabile volgarità. Viene frequentemente adoperato per individuare e prendere a male parole qualcuno facendo riferimento a un attributo sessuale al fine di evidenziare la sprovvedutezza, dabbenaggine o stupidità della persona destinataria dell'ingiuria: vedi anche minchione (ad esempio, ne I Malavoglia di Giovanni Verga, padron 'Ntoni viene giudicato "minchione" dalla comunità perché incapace di perseguire i propri interessi).

Al plurale, sempre con tinte di volgarità ma questa volta in senso tutt'altro che dispregiativo, viene usato in varie espressioni colorite, quali "avere i coglioni" (o anche "avere le palle" o gli "attributi") per indicare una persona particolarmente capace e degna di ammirazione (uomo o anche donna, per un'impropria ma suggestiva forma di estensione).

Etimologia[modifica | modifica sorgente]

L'etimo certo della parola è il latino classico cōleus dal quale deriva cōleō, -ōnis, passato attraverso una forma volgare cūliō, -ōnis (nelle glosse) o (non attestata) *coljo, -onis.[1][2][3] Da questa la parola italiana nonché il provenzale colhos, l'antico francese coyon (in francese moderno couillon) e lo spagnolo cojon.[4]

Il Pianigiani ipotizzò che cōleus derivasse dal greco antico κολεός koleós che aveva il significato di guscio, fodero, sacchetto ed era l'epiteto sia di scroto che di vagina. Il significato si sarebbe quindi evoluto progressivamente da vagina a borsa dei testicoli (lo scroto, quindi, e non gli stessi didimi.[4] L'ipotesi comunque non è accettata né da Antoine Meillet e da Alfred Ernout, né da Giacomo Devoto, né tanto meno da Carlo Battisti e Giovanni Alessio.

Significativamente, nei dialetti italiani, le forme più diffuse sono cojjone (in romanesco) e cojon (ad esempio in milanese, in veneto e in emiliano).

In alcuni slang, negli Stati Uniti, si è diffuso l'uso del termine cojones, derivato dalla lingua spagnola, per indicare una persona coraggiosa o dall'atteggiamento particolarmente spavaldo. Equivale all'italiano "avere i coglioni" o "avere gli attributi".

Gesto scaramantico[modifica | modifica sorgente]

L'espressione "toccarsi i coglioni" indica invece un diffuso gesto scaramantico[5] che la Corte di Cassazione, nella sentenza 8389 del 25 febbraio 2008, ha definito «un atto contrario al decoro e alla decenza pubblica», configurante pertanto un illecito penale. Infatti, secondo la Corte, «il palpeggiamento dei genitali davanti ad altri soggetti, in quanto manifestazione di mancanza di costumatezza ed educazione, deve considerarsi atto contrario alla pubblica decenza, concetto comprensivo di quel complesso di regole comportamentali etico-sociali che impongono a ciascuno di astenersi da condotte potenzialmente offensive del sentimento collettivo della compostezza del decoro, generanti disagio, disgusto e disapprovazione nell'uomo medio». La Corte sottolinea che il reato è contemplato anche «se il fine del gesto è apotropaico».[6][7][8]

Gastronomia[modifica | modifica sorgente]

I testicoli ovini, bovini e di altri animali sono da tempo una specialità culinaria in varie parti del mondo: basti pensare alle cosiddette "Rocky Mountain oysters" o "prairie oysters" (letteralmente "ostriche delle Montagne Rocciose" o "ostriche di prateria") nordamericane, testicoli taurini fritti serviti come antipasto. Non è invece una preparazione culinaria a base di testicoli la mortadella di Campotosto, anche detta "coglione di mulo", salume tipico abruzzese che deve quest'ultimo nome soltanto alla forma dell'insaccato.

Accezioni letterarie[modifica | modifica sorgente]

Il termine si presenta spesso in letteratura, popolare e non, in molteplici accezioni.

Sinonimo di "testicoli"[modifica | modifica sorgente]

In questa accezione coglioni viene usato come termine non decoroso e parte anatomica che offende il pudore, e di conseguenza come offesa indecorosa.

Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9], in particolare il sonetto 107, Li penzieri libberi, composto il 21 settembre 1831, è interamente dedicato ad una raccolta scanzonata di sinonimi di quella che, ancora oggi, è una delle espressioni più scurrili del dialetto romanesco. L'autore dichiara di voler imitare il sonetto milanese del Porta, suo contemporaneo: Ricchezz del Vocabolari milanes. Il titolo del sonetto è dedicato a quello che viene definito un "libercolettaccio", pubblicato sotto il titolo di Pensieri liberi, di cui sarebbe autore un avvocato, tale Luigi Cecconi, il cui cognome Belli dichiara di voler considerare come l'ennesimo sinonimo del termine scurrile.

(ROMANESCO)
« Sonetto 107. Li penzieri libberi


Sonajji, pennolini, ggiucarelli,
e ppesi, e ccontrapesi e ggenitali,
palle, cuggini, fratelli carnali,
janne, ^1 minchioni, zebbedei, ggemmelli.

Fritto, ova, fave, fascioli, granelli,
ggnocchi, mmannole, ^2 bruggne, mi’-stivali,
cordoni, zzeri, O, ccollaterali,
piggionanti, testicoli, e zzarelli.

Cusí in tutt’e cquattordici l’urioni, ^3
pe pparlà in gerico, ^4 inzinent’a glieri ^5
se sò cchiamati a Roma li Cojjoni.

Ma dd’oggi avanti, spesso e vvolentieri
li sentirete a dí ppuro Cecconi,
pe vvia de scerta mmerda de Penzieri. ^6 »

(IT)
« Sonetto 107. I pensieri liberi


Sonagli, pendolini, giocarelli,
e pesi, e contrappesi e genitali,
palle, cugini, fratelli carnali,
ghiande, minchioni, zebedei, gemelli.

Fritto, uova, fave, fagioli, granelli,
gnocchi, mandorle, prugne, "i miei stivali",
cordoni, zeri, O, collaterali,
pigionanti, testicoli, e zarelli.

Così in tutti e quattordici i rioni,
per parlare in gergo, fino a ieri
si sono chiamati a Roma i Coglioni.

Ma da oggi in avanti, spesso e volentieri
li sentirete apostrofare pure Cecconi,
per via di certa merda di Pensieri. »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 107, Li penzieri libberi, 21 settembre 1831)

Note dell'autore: 1 Ghiande. 2 Mandorle. 3 Rioni. 4 Gergo. 5 Ieri. 6 L’avvocato Luigi Cecconi ha pubblicato un libercolettaccio sotto il titolo di: Pensieri liberi.

Nel complesso, il sonetto precede, per struttura ed ispirazione, altri sonetti più famosi come La madre de le Sante e l'analogo Er padre de li santi, datati entrambi 6 dicembre 1832.

Sinonimo di "sciocco"[modifica | modifica sorgente]

L'apparenza nell'immaginario collettivo dei testicoli, che restano appesi o addirittura penzolanti e vengono sballottati in balia dei movimenti del corpo, porta per traslazione metaforica al sinonimo di persona inerme, inetta o sciocca.

Ne La ninna-nanna de la guerra, poesia di Trilussa dell'ottobre 1914, l'autore esprime la propria amarezza per la grande guerra ma anche un violento sarcasmo contro i governi europei, accusati di fomentare inutili conflitti ai meri fini di ciniche speculazioni finanziarie.

Celebri i versi finali in cui Trilussa spiega che, alla fine della guerra, i governi europei torneranno "boni amichi come prima" e gli unici ad aver pagato il conto saranno i superstiti del "popolo cojone".

« E riuniti fra de loro

senza l'ombra d'un rimorso,
ce faranno un ber discorso
su la Pace e sul Lavoro
pe' quer popolo cojone
risparmiato dar cannone! »

(Trilussa, La ninna-nanna de la guerra, ottobre 1914)

Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9], il termine viene spesso utilizzato con il significato di sciocco, persona poco accorta, ingenua. Nel sonetto 56, Li conzijji de mamma, una madre spiega alla figlia come una donna può e deve trarre profitto prestando particolari servizi a ricchi gentiluomini:

(ROMANESCO)
« Sonetto 56. Li conzijji de mamma


Vedi l’appiggionante c’ha ggiudizzio
come s’è ffatta presto le sscioccajje?
E ttu, ccojjona, hai quer mazzato vizzio
d’avé scrupolo inzino de le pajje! »

(IT)
« Sonetto 56. I consigli di mamma


Vedi la co-inquilina che ha giudizio
come s’è fatta presto le scioccaglie?
E tu, cogliona, hai quel maledetto vizio
di farti scrupolo persino delle paglie! »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 56, Sonetto 56. Li conzijji de mamma, 14 settembre 1830)

D'altronde, conclude la madre premurosa, «chi nun z’ajjuta, fijja mia, s’affoga», variante del più noto proverbio «aiutati che dio t'aiuta». Nel sonetto 128, È tardi, con lo stesso significato ed in un contesto del tutto simile, l'autore si rivolge ad una giovinetta con le parole «Nun zai, cojjona, / che nun l’ajjuta Iddio chi nun s’ajjuta?».

Nel sonetto 79, La protennente, l'autore si rivolge ad una donna di poco conto e scarsa bellezza che si atteggia a gentildonna, con l'espressione triviale «Ciài pijjato davero pe ccojjoni?» nel significato ancor oggi assai diffuso: «ci hai preso davvero per degli sciocchi?».

Il verbo "cojjonare" significa generalmente "prendere per coglione", cioè "prendere in giro" oppure anche "parlare a vanvera": in entrambi i sensi è ad esempio usato nel sonetto 799, La Stramutazione:

«Credi che tte cojjoni, Madalena?
In ste cose che cqui nnun ze cojjona.»

che potrebbe tradursi come

«Credi che ti sto prendendo in giro, Maddalena?
Su queste cose qui non si parla a vanvera.»

Similmente, il sostantivo "cojjoneria" significa "sciocchezza". Ad esempio nel sonetto n. 814, La scrupolosa, si parla di una ragazza che si fa scrupoli ad avere rapporti sessuali con un tale per via di una lontana parentela (mentre non ha altrettanti scrupoli a farsi "fischiare" da un sacerdote di sua conoscenza). Ma, secondo lo spasimante Cristo [...] a ste cojjonerie manco sce penza, cioè Cristo non si occupa certo di queste cose di poco conto.

Sinonimo di "nient'affatto!"[modifica | modifica sorgente]

La costruzione "un par di coglioni!", analoga alla costruzione "un par di palle!", è la contrazione di neanche per un par de balle o manco per un par di coglioni a significare un fatto o azione che supera per importanza persino i testicoli e perciò sinonimo di "per niente al mondo!".

Nell'emiliano di Guccini, in particolare nella canzone in dialetto bolognese, La Fiera Di San Lazzaro, Francesco Guccini, un giovane ed una giovane si appartano per una fugace relazione sessuale. Vengono però scoperti da "Ana bràtta vciazza", cioè una "laida vecchiaccia", e i giovani provano a difendersi sostenendo che stessero "giocando al gioco della merla". La donna allora esclama:

"Sé, la merla i mi quaiånn cum' erån bî, cum' eren bòn,
sé, la merla i mi quaiånn cum' eran bî, cum' eren bòn ..."

dove in questo caso "i mi quaiånn!" ha il significato di "nient'affatto!" (schematizzazione di neanche per i miei coglioni).

Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9], in particolare il sonetto 209, Lo Stato der Papa, l'autore, immedesimatosi nel pensiero di un ecclesiastico, discute della possibilità che il papato possa spogliarsi del cosiddetto "potere temporale" e, protestando per l'assurdità dell'ipotesi, negando che il papa possa mai cedere sul punto in questione, esclama con veemenza, scandalizzato: «Cede un par de cojjoni!», ovvero "no, il papa non cede affatto! Per nulla al mondo!".

Sinonimo di "certo!"[modifica | modifica sorgente]

Tuttavia, come esclamazione, il termine viene assai spesso usato nel senso opposto, come significato di "certo! Come no!". Ad esempio nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9] in particolare il sonetto 1150, Er Cardinale de pasto, nel descrivere l'appetito di un cardinale, l'autore esclama:

(ROMANESCO)
« Sonetto 1150. Er Cardinale de pasto[10]


Cristo, che ddivorà! Ccome ssciroppa[11]
quer Cardinale mio, Dio l’abbi in pasce!
E la bbumba?[12] Cojjoni si jje piasce!
Come ssciúria,[13] per dio! come galoppa! »

(IT)
« Sonetto 1150. Il Cardinale di buona forchetta


Cristo, che appetito smodato! Come tracanna
quel Cardinale mio, Dio l’abbia in pace!
E il bere? Coglioni! se gli piace!
Come trinca, per dio! come galoppa! »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 1150, Er Cardinale de pasto, 3 aprile 1834)

in cui l'esclamazione ha il significato di "Certo! Per la miseria se non è così!"

Similmente nel sonetto 2043, Er pane per antri denti, il poeta, riferendosi ad una giovinetta di notevole bellezza, in cerca di marito e che, quindi, è irraggiungibile per chi non sia in grado di offrirle una dignitosa posizione sociale, esclama «Pe ppiascemme, cojjoni si mme piasce!», cioè «Per piacermi, certo che mi piace!», purtroppo è "pane per altri denti", ovvero "non me la posso permettere".

Sinonimo di "molestare"[modifica | modifica sorgente]

Nella fisiologia maschile i testicoli sono una parte esposta, vulnerabile e delicata, molto sensibile; per questo motivo colpire i testicoli di qualcuno o addirittura prosopopaicamente "rompere" i testicoli di qualcuno, può' essere una molestia molto fastidiosa e dolorosa.

La locuzione "rompere i coglioni" significa "dar fastidio", "infastidire"; al sostantivo, colui che "rompe i coglioni" è detto "rompicoglioni". Così si intitola il sonetto 398, Er rompicojjoni, in cui l'autore promette di impiegare "una buona parolaccia" per ingiuriare un tale che ha preso l'abitudine di "scocciargli" o di "squagliargli" i testicoli.

Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9] in particolare il sonetto 545, L’uffisci, un pover uomo viene afflitto dalla burocrazia che non fa che rimandare all'indomani ogni pratica, a meno che non si sia disposti ad elargire mazzette. Frustrato, sbotta: «Credi, si cce sò ssanti in Paradiso / j’ho rrotto li cojjoni uno per uno», ovvero «li ho infastiditi tutti con le mie preghiere insistenti (e forse anche con le mie bestemmie)».

Nel sonetto 873, Che or’è?, un marito, evidentemente seccato, risponde alla moglie: È ll’ora de nun rompe li cojjoni.

Sinonimo di "allontanare"[modifica | modifica sorgente]

Come sinonimo in questa accezione ad esempio nelle espressioni via dai coglioni o fuori dai coglioni, significa allontanare qualcuno o qualcosa dalla propria vicinanza, ovvero dalle proprie parti più intime che, per una persona di sesso maschile, equivale ad allontanare dai propri testicoli.

Nei sonetti di Giuseppe Gioachino Belli[9] in particolare il sonetto 1601, Bbone nove, il poeta fa uso di un'espressione ancora largamente utilizzata in italiano moderno:

(ROMANESCO)
« Sonetto 1601. Bbone nove


Bbe’ ddunque in Francia er Re li framasoni
nun ce lo vonno ppiú, nnun ce lo vonno;
e ss’ingeggneno a ffa cquello che pponno
pe llevàsselo for de li cojjoni. »

(IT)
« Sonetto 1601. Buone notizie


Be', dunque, in Francia - il Re - i massoni
non ce lo vogliono più, non ce lo vogliono;
e si ingegnano a fare quello che possono
per levàrselo fuori dai coglioni. »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 1601, Bbone nove, 28 agosto 1835)

Levarsi - togliersi - qualcosa fuori dai coglioni è sinonimo di allontanare un fastidio dai testicoli, ovvero liberarsi da/di qualcosa di fastidioso.

Curiosamente l'espressione viene utilizzata nel medesimo contesto nel sonetto 1982, Li rivortósi:

(ROMANESCO)
« Sonetto 1982. Li rivortósi


Chiameli allibberàli o fframmasoni,
o ccarbonari, è ssempre una pappina:
è ssempre canajjaccia ggiacubbina
da levàssela for de li cojjoni. »

(IT)
« Sonetto 1982. I rivoluzionari


Chiamali liberali o massoni,
o carbonari, è sempre la stessa storia
sono sempre canaglie giacobine
da levarsi fuori dai coglioni. »

(Giuseppe Gioacchino Belli, sonetto n. 1982, Li rivortósi, 2 settembre 1838)

Vicino a questo significato c'è Portare via i coglioni, cioè salvare o preservare le parti intime da una situazione potenzialmente negativa, allontanandosene senza indugio.

Sinonimo di "non poterne più"[modifica | modifica sorgente]

La condizione psicofisica maschile nella perdurante astinenza sessuale, porta ad una saturazione di materiale seminale nei testicoli provocando una fastidiosissima sensazione di gonfiore, pesantezza ed insofferenza alla situazione; per questo l'accezione è sinonimo di "insostenibile".

Il sonetto 129 di Carlo Porta si intitola significativamente «Sura Peppina, n'hoo pien i cojon» che sta per «Signora Peppina, ne ho pieni i coglioni» e documenta un uso tuttora molto frequente nel linguaggio comune[14]. Averne pieni i coglioni significa infatti non poterne più, essere estremamente infastiditi, seccati.

Nel sonetto I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell (cioè Le parole di un linguaggio, caro signor Gorelli) del 1812, il Porta spiega che qualsiasi linguaggio può essere bello o brutto a seconda della maestria, l'intelligenza, la cultura di chi lo usa e conclude insultando l'interlocutore, colpevole di parlare in modo pessimo il bel dialetto senese.

(dialetto milanese

)
« Tant l’è vera, che, in bocca de usciuria,
El bellissem lenguagg di Sienês,
L’è el lenguagg pu cojon che mai ghe sia. »

(IT)
« tant’è vero che in bocca a Vossignoria,

il bellissimo linguaggio dei Senesi,
è il linguaggio più coglione che ci sia. »

(Carlo Porta, sonetto I paroll d’on lenguagg, car sur Gorell, 1812)

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Giacomo Devoto, Avviamento all'etimologia italiana, Milano, Mondadori, 1979.
  2. ^ Carlo Battisti, Giovanni Alessio, Dizionario etimologico italiano, Firenze, Barbera, 1950-57.
  3. ^ Alfred Ernout, Antoine Meillet, Dictionnaire étimologique de la langue latine – Histoire de mots, Parigi, Klincksieck, 1979.
  4. ^ a b Vocabolario Etimologico della Lingua Italiana
  5. ^ Celebre l'uso che ne viene fatto nella satira. Cfr. ad esempio Il bisbetico trombato, tratto dalla rivista satirica "Il Male", Anno IV, n°17, 15 giugno 1981.
  6. ^ Cassazione. Reato grattarsi i genitali in pubblico
  7. ^ Cassazione: vietato toccarsi i genitali per strada, è indecente
  8. ^ È reato fare gli scongiuri toccandosi i genitali. La Cassazione: Offende la decenza pubblica
  9. ^ a b c d e f Le opere di Belli scaricabili su LiberLiber
  10. ^ Di buono appetito.
  11. ^ Come ingolla!
  12. ^ Il bere
  13. ^ Sciuriare, per «bevere con avidità».
  14. ^ A titolo di esempio, lo stesso Francesco Guccini, nella celebre L'avvelenata, cantava, questa volta in italiano:

    Colleghi cantautori, eletta schiera, che si vende alla sera per un po' di milioni,
    voi che siete capaci fate bene a aver le tasche piene e non solo i coglioni...

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]