Codice di Dresda

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Codice di Dresda, seconda pagina

Il Codice di Dresda (in latino Codex Dresdensis) è uno dei pochissimi codici in lingua maya ancora esistenti.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1739 Johann Christian Götze, direttore della Biblioteca Reale di Dresda, acquistò il codice da uno sconosciuto cittadino di Vienna. Nel 1744 Götze lo donò alla biblioteca.

Nel 1810, mentre preparava i risultati dei suoi viaggi compiuti nell'arco di cinque anni in America centrale e Meridionale, Alexander von Humboldt, studioso dai vasti interessi, fece pubblicare a colori anche cinque pagine del codice di Dresda, sottoposte alla sua attenzione da Karl August Böttiger, esperto di storia antica e residente a Dresda.

Durante la seconda guerra mondiale il codice subì gravi danneggiamenti dovuti all'acqua usata per spegnere gli incendi seguiti al bombardamento di Dresda (13-15 febbraio 1945).

Contenuto[modifica | modifica wikitesto]

Il codice contiene solo 74 pagine; tratta esclusivamente temi di ordine religioso e rituale, come il moto orbitale di Venere, il calcolo delle sue fasi, le previsioni delle eclissi solari e lunari, le cerimonie per il nuovo anno.[1] Un capitolo è dedicato alla dea Luna ed all'influsso che essa esercita sulle malattie e sulle nascite. Altri capitoli sono dedicati a Chaak, il dio della pioggia, ed al suo potere di influenzare il clima ed il raccolto.

Si ritiene che il codice di Dresda sia una copia redatta nel periodo Postclassico da un manoscritto del periodo Classico.

Varie differenze stilistiche riscontrate nella scrittura fanno pensare che si tratti dell'opera di almeno cinque scribi diversi. Sul luogo d'origine non vi sono ipotesi certe; si ritiene, però, che possa essere originario dello Yucatan settentrionale forse da Chichén Itzá[2].

DresdenCodexCorrectReadingSequence.jpg
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Il Codice di Dresda completo nella corretta sequenza di lettura (pagine 1-24, 46-74, 25-45), include le pagine vuote.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ The Dresden Codex in World Digital Library, 1200-1250. URL consultato il 21 agosto 2013.
  2. ^ Aveni, p. 221

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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