Cloisonnisme

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Il cloisonnisme (compartimentismo, divisione in compartimenti) è una tecnica pittorica che consiste nel racchiudere le campiture cromatiche entro il limite netto di un contorno senza effetti chiaroscurali creando in questo modo dei blocchi compatti di colore.

Il termine, utilizzato la prima volta dal critico d'arte Édouard Dujardin, evoca una tecnica risalente al medioevo di costruzione delle vetrate dove i contorni delle figure formano dei compartimenti (cloisons) i quali vengono riempiti con polvere di vetro poi sottoposti ad alte temperature andando a formare colori compatti e privi di effetti chiaroscurali. Scrisse Dujardin che

« questi quadri danno l'impressione di una pittura decorativa, un tracciato esterno, un colore violento e di getto richiamano inevitabilmente l'imagerie e le giapponeserie. Poi, sotto il tono ieratico del disegno e del colore, s'intuisce una verità sorprendente che si libera dal romanticismo della passione, e soprattutto, poco a poco, la nostra analisi viene richiamata sulla costruzione intenzionale, razionale, intellettuale e sistematica [...] il pittore traccerà il disegno entro linee chiuse entro cui porrà diversi toni, la sovrapposizione dei quali darà la sensazione della colorazione generale ricercata, poiché colore e disegno si compenetrano a vicenda. Il lavoro di questo pittore è qualcosa come una pittura per compartimenti simile al cloisonné, e la sua tecnica risulterà una specie di cloisonnisme »

Il cloisonnisme fu elaborato dai pittori Émile Bernard e Louis Anquetin nel 1887 come reazione al naturalismo luministico dell'impressionismo, la tendenza a prendere l'ispirazione per la creazione non più sulla sensazione ma sulla ideazione e su una visione incentrata su zone piatte e di colore intenso e fu ripreso da Paul Gauguin nella sua celebre Visione dopo il sermone e dalla scuola di Pont-Aven. Una decisa polemica insorse fra Gauguin e Bernard, perché quest'ultimo riteneva di essere stato scavalcato e messo in ombra pur essendo stato l'ideatore della tecnica.[1]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Le muse, De Agostini, Novara, 1965, Vol.III, pag.337

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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