Ciociaria

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La Ciociara di Francesco Hayez.
La Ciociara di Francesco Hayez.

Ciociarìa, o Ciocerìa, è il nome con cui sono identificati alcuni territori del Lazio a sud-est di Roma, senza limiti ben definiti[1]. A partire dal ventennio fascista, con un uso improprio che perdura ancora oggi, lo stesso nome è spesso usato dalla stampa locale, da associazioni promozionali e manifestazioni folcloristiche come sinonimo di provincia di Frosinone e dell'insieme delle tradizioni popolari del suo territorio[2].

Indice

[modifica] Geografia

Una descrizione geografica della Ciociaria che risolva e completi i molteplici studi storiografici e cartografici dedicati al problema dei suoi confini e delle sue peculiarità etniche non è mai stata fornita. La prima analisi sistematica fu fatta nel 1916 da Adele Bianchi, dalla quale risultò che «la Ciociaria comprende l'ampia Valle del Sacco, i Monti Ernici, il versante interno degli Ausoni e parte dei Lepini»[3]. Pochi anni più tardi lo studio fu ripreso da alcuni intellettuali fascisti frusinati, la cui idea di Ciociaria fu anche bandiera delle loro iniziative politiche, che apportarono nuova confusione al problema. Nel 1930 l'«Enciclopedia Italiana» si discostò dalle opinioni dei fascisti e riprese in parte e rielaborò gli studi della Bianchi. Dal secondo dopoguerra però, poiché nel Lazio fu conservato l'assetto amministrativo del regime e con esso il termine ciociaro per promuovere un'identità territoriale omogenea entro i confini provinciali frusinati, fu sollevato da diversi autori il problema di individuare se esistesse una regione storica ciociara e quali fossero le sue caratteristiche ed i suoi limiti; costoro avanzarono poi soluzioni molto divergenti fra loro. Le analisi storiche e toponomastiche, pubblicate dai primi anni '60 furono tanto varie che si arrivò ad identificare la Ciociaria ora nel territorio fra il Liri e i Castelli romani[4] ora in parte dell'antica provincia pontificia di Campagna e Marittima[5], o persino con l'intera provincia di Frosinone o buona parte del Lazio meridionale. Con un elementare gioco etimologico nei luoghi comuni a volte si fa coincidere la presunta regione ciociara con l'area appenninica e preappenninica della diffusione delle ciocie.

[modifica] Distinzioni territoriali

[modifica] Evo antico e medio

Per approfondire, vedi le voci Latium adjectum e Ducato romano.
Il Latium secondo Plinio e Strabone.
Il Latium secondo Plinio e Strabone.

Diverse regioni storiche del Lazio meridionale sono impropriamente accostate all'idea di Ciociaria promossa da alcuni studiosi e scrittori[6][7]. Alla conquista romana Volsci, Ernici e Aurunci occupavano tutto il territorio a sud della capitale, che fu incluso nella Regio I Latium et Campania dell'età augustea. Coeva è anche la prima sistemazione urbana nel Lazio in piccole comunità sufficientemente autonome da non avere altre dipendenze politiche se non la subordinazione a Roma, in un assetto territoriale perdurato fino all'età industriale. Le caratteristiche sociali ed urbanistiche che hanno caratterizzato il Lazio a sud di Roma e che accomunano molte città delle province di Frosinone e Latina hanno spesso indotto alcuni autori ad individuare in miti e nella locale omogeneità economica e sociale l'impronta storica su cui si sarebbe evoluta poi la Ciociaria, fino a differenziarvi per le stesse ragioni un'identità etnica ciociara[8][9].

Nel Medioevo infine si stabilirono quei confini che fino all'unità d'Italia caratterizzarono il Lazio. Dopo una serie di conflitti che videro contrapposti Bizantini e Longobardi prima, Stato Pontificio e Regno di Napoli poi, il fiume Liri e parte degli monti Ausoni divennero un confine che tagliava in due le attuali province di Frosinone e di Latina e che segnò fortemente le direttrici di sviluppo e modernizzazione, di fatto però più debole nel separare le identità culturali[10].

[modifica] Evo moderno

Il più antico documento che testimonia l'uso del nome Ciociaria per indicare una regione fisica risale al XVII secolo e consiste in un manoscritto in cui è registrato il toponimo Ciocciarìa[11]. Non esistono invece documenti nel regno di Napoli o in Terra di Lavoro che attestino l'espressione geografica entro i confini delle Due Sicilie.

La Campagna e Marittima nella carta del Magini.
La Campagna e Marittima nella carta del Magini.

Nei testi e nella letteratura per la prima volta si parla di Ciocerìa nel 1833, così si ritiene che il toponimo sia effettivamente entrato nell'uso comune a partire dalle invasioni francesi nello Stato Pontificio, quando fu istituito anche nelle province romane l'obbligo di prestare il servizio di leva, situazione che portò a Roma i contadini e pastori delle periferie, che in città furono denominati, in base ai loro costumi, ciociàri (dalla ciocia)[12]. A partire dal XVIII secolo infatti a Roma divenne comune il termine ciociaro con cui si appellavano gli abitanti di alcuni comuni non assimilabili direttamente all'economia della capitale, prevalentemente collocati a sud della valle del Tevere. I toponimi Campagna di Roma e Campagna e Marittima che ricalcano direttamente il nome imperiale Campania, con cui erano conosciuti alcuni territori della Regio I, furono però da sempre le uniche denominazioni adottate per indicare i territori del Lazio meridionale, assieme al Latium dei cartografi e degli umanisti[13][14] e, nei territori duosiciliani, al toponimo Terra di Lavoro, fino al 1927. L'aggettivo campanino era inoltre il vocabolo con cui si qualificavano gli abitanti della Campagna e con cui si indicava tutto ciò che riguardava l'omonima provincia pontificia, con pertinenza geografica ed amministrativa [15][16].

[modifica] Etnologia

[modifica] Il brigantaggio, Sonnino e la «Ciocerìa della Croce»

Per approfondire, vedi la voce Sonnino.
Thomas Allom, La famiglia del Brigante - Sonnino.
Thomas Allom, La famiglia del Brigante - Sonnino.

Nessuna delle testimonianze toponomastiche e storiografiche dell'uso del termine lascia spazio ad una sistemazione geografica definitiva. Risalgono al XIX secolo le prime fonti bibliografiche che attestano un uso etnico, più ampio e generale, del termine ciociàro, e quindi i toponimi Ciociarìa e Ciocerìa: la più antica testimonianza è contenuta nell'Epistolario di Giuseppe Giusti, in cui si accenna alla «cornamusa dei ciociari»[17]; Francesco Bulgarini, nel 1848, parla di contadini montagnoli «ciociari» in riferimento a dei mezzadri provenienti stagionalmente, dal circondario di Subiaco a Tivoli, per coltivare granturco[18]. Franco Mistrali invece, nel 1861, identifica come ciociàri una «razza di banditi o briganti della Sabina», e parlando del cardinale Giacomo Antonelli, definisce anche lui ciociaro con scherno, per dubbie qualità morali e perché nato a Sonnino, nel 1806[19]; è registrato dunque un significato territoriale e gentilizio[20].

Sonnino poi è il paese di cui parlano importanti testimonianze storiche che riconducono al senso originario del termine Ciociaria: tra il 1843 e il 1844 alcune opere geografiche identificano una regione attorno a Sonnino come Ciociarìa[21] o Ciocerìa della Croce[22]. Una zona che fu centro di un radicato movimento di resistenza all'occupazione francese durato dall'inizio della repubblica romana fino al 1815, condotto da un gruppo di briganti locali che ebbero sottratto al controllo militare straniero buona parte della montagna àusone tra Roccasecca dei Volsci e Priverno. Poiché anche le altre fonti storiche[23][24] attestano una stretta connessione tra l'uso del termine «ciociàri» e il fenomeno del brigantaggio, è probabile che alcuni territori attorno a Roma, anche distanti fra loro (Subiaco, Sabina[25], Sonnino), particolarmente soggetti al fenomeno del banditismo e per questo spesso caduti sotto l'anarchia di governi popolari, siano stati più volte definiti Ciociaria, diacronicamente, a causa di insoliti briganti popolani e improvvisati, come nel caso di Sonnino, che calzavano le ciocie, costume affatto esotico rispetto agli altri indumenti tradizionali dei territori pontifici e alle abitudini dei mercenari, capitani di ventura e briganti cittadini, di Tuscia, Marche e Umbria[26][27]. La sostenibilità di quest'ipotesi invaliderebbe qualsiasi posizione che identifichi nella Ciociaria una regione storico-geografica, salvo che si consideri solo il significato che ha assunto il toponimo nella pubblicistica locale e nazionale dalla seconda metà del novecento[28][29].

Modello di zampitto dell'Etna.
Modello di zampitto dell'Etna.

[modifica] Ciocie e zampitti: i «ciociàri» e le Due Sicilie

Per approfondire, vedi la voce Ciocia.

Nessuna regione storico-geografica in Italia coincide con il territorio di diffusione dell'uso della ciocia. Delle calzature molto simili si rinvengono un po' ovunque nelle regioni dell'ex Regno delle Due Sicilie, a volte in forme primitive, nonché in Albania, Grecia, Macedonia e Cossovo. Tra queste nazioni, solo in Italia, ed in particolar modo nel Lazio, la calzatura ha interessato studiosi ed artisti, anche in tempi recenti, molti dei quali hanno ritenuto di aver individuato una caratteristica folklorica che univa culturalmente le popolazioni del Lazio meridionale. In realtà storici ed illustratori, dall'inizio del XX sec. hanno spesso usato impropiamente o approssimativamente il termine ciocia. Almagià, in maniera estensiva, usa la parola ciocie[30] per designare le analoghe calzature dei Balcani, senza citare altri nomi popolari locali; Emma Calderini parla di cioce laziali[31] e in altre opere si rinvene l'espressione cioce romane, in locuzioni che suonano un po' forzate, dal momento che la parola ciocia, in senso stretto, è propriamente romanesca e forse sublacense[32][33]. In area meridionale, nel circondario di Minturno, a ridosso del Garigliano, è registrata la parola «cioceri»[34].

Nei territori delle Due Sicilie i vernacoli del Mezzogiorno possiedono diverse parole indigene, sia per indicare la ciocia tipica, sia per delle calzature che le rassomigliano molto, che allargano le prospettive della relativa indagine etnologica: «zampitti» e «sciòscio». Zampitti è un vocabolo dialettale molto più affermato del romanesco ciocia, per estensione territoriale, riscontrato anche nei territori dell'ex Stato Pontificio. Nella Marsica e nel Sud-Pontino è usato come nome etnico, e nell'etimologia e nel significato si avvicina molto alla voce italiana ciociaro: con «i sampìtte» ad Avezzano si definiscono gli abitanti della Vallelonga (Collelongo, Villavallelonga) e della Valle Roveto, con il nomignolo di «zampitti» a Terracina si scherniscono gli abitanti di Vallecorsa e nel 1869 lo stesso nome indicava volgarmente i membri di una milizia irregolare al soldo di Papa Pio IX, ingaggiata per controllare e reprimere il brigantaggio sul confine meridionale pontificio, composta da soldati popolari che indossavano ciocie[35][36]. «La zampitta» o «gli zampitti» sono anche un tipo di calzatura delle popolazioni dell'Etna, Cilento e Basilicata[37].

Le calzature in uso nell'ex Regno delle Due Sicilie però non raggiungono mai uno standard unico nella foggia e sono diffuse senza continuità in molte regioni meridionali ed è per questo che alcuni considerano la ciocia laziale, a cui corrisponderebbe uno specifico territorio di diffusione, come un'evoluzione delle corrispettive duosicialiane. Non esiste comunque nemmeno una terminolgia popolare che rilevi varietà specifiche nella tradizione laziale o in quella duosiciliana: il dialetto marsicano e terracinese, nonché la lingua napoletana, ad esempio, conoscono il termine zampitto proprio come sinonimo dell'it. ciocia (cfr. il nap. sciòscio), oppure come parola il cui significato è molto similie a quello di ciociaro o di villano, ed è quindi scorretto isolare il folclore laziale dal contesto etnologico dell'Italia meridionale, studiandone le caratteristiche separatamente[38][39]. Ciononostante solo una calzatura è stata considerata fin'ora il modello tipico di ciocia, quella della tradizione di molti paesi dell'antica Campagna e Marittima, che sarebbe sempre realizzata in cuoio sia nelle suole che nelle stringhe, sempre annodate («abbote») fino al ginocchio con tredici giri[40]; nessuno studio adeguato sugli elementi meridionali però è stato mai fornito per riscontrare e provare le differenze specifiche proprie delle calzature del Lazio. Si sostiene che i materiali di cui è costituita e la conformazione avrebbero reso la ciocia laziale adatta prevalentemente per paesaggi rurali variegati, i cui abitanti erano dediti indifferentemente o contemporaneamente alla pastorizia e alla mezzadria, senza che nessuna delle due attività prevalga sull'altra. L'uso versatile e rustico l'avrebbe resa poi inadeguata per affrontare gli inverni dell'Appennino abruzzese o condurre quasiasi attività legata alle pianure della Campania e al Lazio marittimo con vaste aree soggette a manutenzione idraulica, impantanate e malariche, e per questo colà o non ebbe grande diffusione o fu rimpiazzata per la maggiorparte delle attività quotidiane da zoccoli, stivali o altre calzature già dalla seconda metà del XIX secolo, sopravvivendo solo in forme più rudimentali e d'uso occasionale[41][42][43].

Le ciocie in una esibizione folkloristica.
Le ciocie in una esibizione folkloristica.

[modifica] Antroponimi

È altresì importante notare la diffusione di cognomi, nel territorio interessato nonché a Roma, riconducibili all'aggettivo ciociàro: Cioccari sui Colli Albani, Ciocari nel Sublacense, Ciocci nell'Anagnino, Ciòci nella valle del Sacco, Sòcci nella valle di Comino. Cognomi più vicini al toponimo sono registrati in un territorio ampio, come Ciociaro/Ciociari o Ciocia/Cioce (Terracina, Napoli e Bari); Sciòscia ad Avellino, Potenza e Foggia, Zampetti ad Albano Laziale, Ascoli Piceno, Avellino, Cisterna e Roma[44].

Confine storico della Terra di Lavoro.
Confine storico della Terra di Lavoro.

[modifica] Letteratura e luoghi comuni

Fatta eccezione per il Bragaglia e pochi altri, la maggiorparte degli studiosi ritengono che il toponimo Ciociaria fosse originariamente diffuso solo della cultura popolare romanesca e fra gli intellettuali che ne divulgavano le tradizioni, risultando dunque insignificante al di fuori dei confini dello Stato Pontificio: il toponimo non compare in nessun documento del regno di Napoli o delle Due Sicilie per indicare la valle del Liri o il territorio di Fondi, né si fa uso dell'aggettivo ciociaro per designare una popolazione o una cultura nello Stato napoletano. Dal secondo dopoguerra, però, i topos letterari realisti e neorealisti[45], la ricerca di una identità politica democristiana comune nel Lazio meridionale[46] e in parte la soppressione della provincia ecclesiastica di Capua con l'annessione delle diocesi di Montecassino, Aquino e Atina alla provincia ecclesiastica romana, sono stati i fattori culturali che hanno favorito, nell'opinione comune, la diffusione di quel punto di vista secondo cui il territorio ciociaro a sud raggiungerebbe il Garigliano (includendo secondo alcuni persino la costa laziale)[47][48].

[modifica] La Ciociaria di Gregorovius

L'originario uso etnico del termine ciociaro che si rinviene nei documenti storici più antichi relativi a Sonnino e alla Sabina è ignorato dal Gregorovius. Nelle sue Peregrinazioni in Italia, dove parla ampiamente del Lazio, egli cerca di stabilire dei confini geografici più o meno razionali, senza però fonti attendibili, e finisce per creare nuovi toponimi che risultano quasi un artificio letterario, considerato anche il contesto informale della sua opera. Attorno al 1858, descrivendo l'appennino laziale, egli designa un vasto territorio dell'attuale provincia di Frosinone come Montagna Ciociara (Bergciociaren[49]), la zona pedemontana della catena oggi conosciuta come monti Ernico-Simbruini. Parla poi di Terre Ciociare (Ciociarenlandes) nel narrare il viaggio nella Campagna di Roma, così chiamando le valli e i monti che da Anticoli (Fiuggi) arrivano a Sora[50].

Cippi di confine fra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie.
Cippi di confine fra lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie.

[modifica] L'Unità d'Italia

Per approfondire, vedi le voci Campagna romana, Campagna di Roma e Agro Romano.

Con l'Unità d'Italia i territori dell'ex Stato Pontificio furono soggetti alle riforme politiche ed amministrative del governo italiano: le divisioni amministrative preunitarie vennero soppresse e il territorio fra Viterbo e Frosinone fu riunito sotto un unica provincia, detta provincia di Roma o provincia del Lazio. Per la prima volta con Lazio, mutuato il termine Latium dei classici, si indicavano contemporaneamente i territori a nord e a sud del Tevere e scomparvero dalle pagine degli storici e geografi e dalle denominazioni ufficiali i toponimi preunitari dei territori pontifici (Patrimonio di San Pietro, Sabina, Campagna di Roma, Marittima, Comarca). Il tentativo di costruire nomi territoriali adeguati alla nuova situazione amministrativa finì con il rendere ancora più confusa la ricerca filologica e semantica nella toponomastica laziale. Scomparve lentamente e perse il suo significato territoriale l'aggettivo «campanino»; il termine sabino assunse un significato più estensivo e classicheggiante, l'ampia catena oggi conosciuta come monti Ernico-Simbruini era denominata genericamente monti Sabini[51] e si coniavano nuovi termini come Agro romano per indicare le terre bonificate dei latifondi attorno a Roma, e campagna romana, la regione che secondo Giuseppe Tomassetti si estendeva dal Circeo e dal contado anagnino a Tivoli e Bracciano[52], in realtà più vicina all'immaginario degli artisti che rappresentarono i paesaggi laziali in quadri e ai racconti dei viaggiatori stranieri che ad una vera e propria realtà storico-geografica. Il termine ciociaro sopravviveva, senza significati etnici o geografici, solo in ambito artistico-letterario: si ritrova in poesie di Carducci[53] e Pascoli[54] e in una novella di D'Annunzio per indicare gli zampognari di Atina[55].

Johann Wilhelm Schirmer, La fine del temporale nella Campagna romana, 1858.
Johann Wilhelm Schirmer, La fine del temporale nella Campagna romana, 1858.
« Ed un ciociaro, nel mantello avvolto,

grave fischiando tra la folta barba,
passa e non guarda. Febbre, io qui t'invoco,

nume presente. »
(Carducci G., Dinnanzi alle terme di Caracalla, in «Odi Barbare» del 1889)

Il processo di ridefinizione delle espressioni geografiche e territoriali continuò anche nel primo novecento: nel 1891 «Pònza» veniva rinominata «Arcinazzo Romano» mentre nel 1911 «Anticoli di Campagna» diventava «Fiuggi» (qualche anno prima furono realizzati gli stabilimenti termali e la ferrovia Roma-Fiuggi), e l'ultima traccia nella toponomastica ufficiale della regione di Campagna e Marittima fu cancellata dalle carte geografiche[56][57][58].

[modifica] La "grande Ciociaria" e la provincia di Frosinone

Per approfondire, vedi le voci Fascismo, latifondismo, corporativismo e squadrismo.

Politici ed intellettuali tornarono ad interessarsi delle espressioni geografiche per delimitare identità e territori nel Lazio meridionale (Ciociaria, Castelli Romani, Agro Pontino come Sabina e Tuscia) solo dopo la prima guerra mondiale, quando dopo i fermenti del biennio rosso, anche nei circondari di Frosinone e di Sora, come nel resto del Lazio, iniziarono ad organizzarsi i movimenti fascisti. Alle elezioni comunali del 1920 il partito socialista conquistò 14 comuni del Frusinate ed 11 del Sorano mentre nelle provinciali il PSI divenne il partito più influente del Circondario di Sora, conquistando i seggi di Alvito, Sora e Pontecorvo[59]. Il controllo delle politiche antirivoluzionarie e delle azioni repressive nelle città tra Roma e Napoli invece era conteso fra gli esponenti dei Fasci Italiani di Combattimento e del Partito Nazionalista; quando però i due movimenti confluirono nel P.N.F., le rivalità che erano sorte fra i fascisti laziali furono superate, anche nel progetto comune di istituire una nuova provincia fra Alatri, Sora, Cassino, Veroli, Ferentino o Frosinone, nel processo di riforma amministrativa e politica noto come «ruralizzazione» e infine nella propaganda e nel sostegno dei modelli sociali corporativisti[60][61][62]. Il 1920 fu anche l'anno della ricostruzione del centro storico di Sora, in parte distrutto dal terremoto di Avezzano nel 1915. La progettazione dei principali edifici religiosi fu affidata all'ingeger Paolo Cassinis, membro dell'ASCI, che adottò per ciascuna chiesa un manierismo medievalista vicino ai modelli architettonici di Roma e circondario, raccogliendo elementi gotico-cistercensi, bizantini e romanici. Con la nomina a podestà di Annibale Petricca fu approvata la ripianificazione urbanistica del Corso Volsci: i palazzi furono riedificati ex-novo in stile eclettico neo-classicista, unico caso nel Basso Lazio insieme a Via Vitruvio di Formia, e fu cancellato ogni tratto di napoletanità presente nella città, fino ad allora con Castel di Sangro ed Avezzano il centro più settentrionale di diffusione del neoclassico e del barocco napoletano [63][64][65][66][67].

Frosinone, il palazzo provinciale nel 1930.
Frosinone, il palazzo provinciale nel 1930.

Negli stessi anni un movimento radicato nel territorio ernico si adoperava per proporre ai vertici politici italiani l'istituzione della provincia di Frosinone, raccogliendo le proprie idee e la propria propaganda attorno al sindaco di Frosinone Pietro Gizzi. Fu però solo nel 1924 che il frusinate Gizzi, seguendo l'esempio delle varie iniziative culturali che sorgevano in altre città laziali (a Viterbo «La nuova Provincia» ed a Rieti «Latina Gens» e «Terra Sabina»)[68] per l'istituzione di nuove entità amministrative, si fece promotore della rivista «La Ciociaria», diretta da Gulielmo Quadrotta, per divulgare il progetto di costituire la provincia di Frosinone. Alla rivista collaboravano pubblicisti e storici del frusinate, alcuni dei quali dichiaratamente fascisti[69]. Precedentemente un altro giornale di propaganda fascista aveva pubblicato studi indirizzati verso la ricerca o la costruzione di un'«identità ciociara»: il settimanale «Ciociaria Nuova», del giornalista Carlo Mancia (vicino alla subfederazione del PNF di Frosinone); ivi si proponeva l'annessione del circondario di Sora e parte dell'attuale Casertano a quello di Frosinone, per ricostruire l'antico Latium adjectum[70]. Gli studiosi che scrivevano su «Ciociaria Nuova» passarono poi a pubblicare su «La Ciociaria» del Quadrotta e, probabilmente condividendo i disegni politici di chi prevedeva la soppressione della provincia di Terra di Lavoro, arrivarono nei loro articoli anche a proporre una vera e propria «nuova regione» che, secondo il Gizzi[71][72], avrebbe dovuto comprendere l'intera Valle del Liri da Tagliacozzo a Sessa Aurunca, le paludi pontine da Anzio a Terracina, nonché parte dell'attuale Molise con Venafro, ed essere chiamata Ciociaria[73][74][75].

« (Del confine della Ciociaria) ...figura di un rettangolo limitato 1) a nord-ovest, da Velletri, Palestrina, Subiaco; 2) a nord-est, da Subiaco, Tagliacozzo, Civita d'Antino, Sora, Atina, Sant'Elia sul fiume Rapido o Gari, che, affluendo nel Liri, dà origine al Garigliano; 3) a sud-est da Sant'Elia sul fiume Rapido o Gari, Monte Massico, Sessa Aurunca; 4) a sud-ovest dal Mar Tirreno »
(Cipolla C., Il territorio della Ciociaria, in «La Ciociaria», I, 1924.)
La Ciociaria secondo il Cipolla: sono evidenziati i quattro circondari storici interessati (Frosinone, Gaeta, Sora, Velletri).
La Ciociaria secondo il Cipolla: sono evidenziati i quattro circondari storici interessati (Frosinone, Gaeta, Sora, Velletri).

Le riforme ambite dagli esponenti della rivista «La Ciociaria», divenuta poi «Rassegna del Lazio e dell'Umbria», non furono mai realizzate completamente: nel 1927, su pressione dei sindaci ernici, Mussolini promulgò la nascita della provincia di Frosinone, inverando in parte le proposte del movimento culturale frusinate. A partire poi dagli anni '60 si consolidò, nella pubblicistica e nell'editoria locale e nazionale, l'uso di identificare la Ciociaria con una zona precisa del Lazio, l'intera provincia di Frosinone[76], ciò anche se già attorno al 1930 l'Almagià sfatava il nascente concetto geografico, che nella Enciclopedia Italiana considerò come l'espressione di una «regione indefinita» e «priva di una propria individualità»[77], mentre molte delle opinioni dei fascisti frusinati furono presto dimenticate. Il Quadrotta, nel 1968, propose di nuovo di identificare i confini ciociari con quelli dell'antico Latium Novum, annettendovi sta volta pure i Castelli Romani[78].

« La Ciociaria costituisce il Lazio meridionale, il Latium Adjectum o Novum dei Romani, che oltre il territorio primitivo dei Latini, comprendeva le terre degli Ernici, dei Volsci, degli Ausoni, allargandosi ad est e a sud sino ai confini della Marsica, del Sannio, della Campania »
(Quadrotta G., La Ciociaria nei suoi confini, in Scopriamo la Ciociaria, Casamari 1968)

Attualmente è molto diffusa l'equazione Ciociaria = provincia di Frosinone in alcune locali associazioni culturali e promozioni commerciali, nelle pubblicazioni dell'EPT di Frosinone[79] e persino nella stampa nazionale. Nel Cassinate e nel Sorano, insieme alle proposte per l'istituzione della provincia del Lazio meridionale, sta nascendo un movimento culturale che contrasta l'idea di «Ciociaria» affermatasi dal secondo dopoguerra e l'unità etnica e folclorica della provincia di Frosinone che con essa si vuole esprimere: si cercano nelle tradioni e nella storia della Terra di Lavoro fonti geografiche e etnologiche che provino l'esistenza di un'identità territoriale comune, propria delle popolazioni della Media e Bassa Valle del Liri-Garigliano.

[modifica] Dialetto

Per approfondire, vedi le voci Italiano centrale e dialetto ciociaro.
Situazione linguistica del Lazio meridionale: in rosa i dialetti mediani (romanesco, ciociaro, sabino), in magenta i dialetti meridionali (laziale meridionale, campano, abruzzese occidentale).
Situazione linguistica del Lazio meridionale: in rosa i dialetti mediani (romanesco, ciociaro, sabino), in magenta i dialetti meridionali (laziale meridionale, campano, abruzzese occidentale).[80]

È in uso la connotazione "dialetto ciociaro" per un gruppo di parlate, conosciute storicamente come campanino[81], più o meno omogenee dal punto di vista lessicale e fonetico proprie degli abitanti della valle del Sacco e dei monti Lepini, appartenente al gruppo dei dialetti italiani centrali, con sporadici aspetti di transizione verso i dialetti meridionali. A volte identificato anche come ciociaresco[82], il dialetto ciociaro si differenzia in un'area a sud di Roma compresa entro delle linee immaginarie che lo separano dal territorio dei dialetti campani, del romanesco, degli abruzzesi e, più debolmente, del dialetto dei Castelli e del sublacense. Un confine meridionale intuitivo è delineato dalla fascia Veroli-Priverno-Fondi, mentre a nord dalla linea immaginaria Vallepietra-Valmontone-Colleferro-Velletri: si distingue dal sublacense per la totale assenza del vocalismo arcaico, tipico dei dialetti umbri e del sabino. Ad ovest il confine è delineato dallo spartiacque dei monti Ernico-Simbruini, ad est dai paesi del Preappennino laziale (Cori-Sezze-Sonnino). Con i dialetti meridionali condivide le seguenti caratteristiche: la sonorizzazione della sorda dopo N (montone > mondone), fenomeno estraneo al romanesco, e la posposizione del pronome personale possessivo (mio padre > patremo), mentre per la quasi totale assenza dello schwa[83] e della riduzione dei nessi consonantici latini PL - CL in kj e FL in sc/ċ, è incluso nel gruppo dell'italiano centrale[84][85][86].

Belisario Gioia, Ciociarella, XIX sec.
Belisario Gioia, Ciociarella, XIX sec.

[modifica] Arte

Sono anche denominati ciociàri i personaggi di alcune raffigurazioni e cartoline, realizzate verso la fine del XIX secolo, che indossano i costumi tipici del Lazio meridionale: si indicavano così un abito popolare laziale e quindi una nuova figura artistica, spesso reinterpretando con immagini folkoristiche e bucoliche quanto la tradizione letteraria e le fonti storiche tramandavano. Dalla seconda metà del 1700 i nobili e gl'intellettuali d'Europa scelsero i territori italiani come meta dei loro viaggi d'istruzione, fra cui Roma e le sue campagne. Con l'affermarsi del romanticismo, delle correnti artistiche neoclassiche e degli studi archeologici nei paesi nordici, molte zone del Lazio odierno destarono l'interesse di artisti e incisori che presero a raffigurare i principali reperti archeologici dei territori pontifici con scopi per lo più documentativi, e spesso il culto romantico per il patrimonio classico si colorava di fantastiche teorie su civiltà perdute o armonie e idilli stereotipati[87][88][89]. Come reazione al formalismo dei disegni degli archeologi e alle ricostruzioni fantastiche dei «granturisti», il sostrato culturale romantico fu anche la base della debole produzione iconografica di alcuni incisori ed illustratori che, nel raffigurare soggetti popolari laziali, gettarono le basi di un tòpos conosciuto volgarmente come la ciociara. Il primo a denominare nei suoi lavori un tipo di costumi, e i personaggi che li indossano, ciociari, fu Bartolomeo Pinelli agli inizi del XIX secolo, in acqueforti di ottima qualità descrittiva ma senza pretese artistiche. Lo stesso soggetto venne rappresentato più volte poi anche in tele o acquerelli, di autori minori, quali i quadri pittoreschi di Nicola Palizzi (Scuola di Posillipo), le contadine di Joanny Chatigny o gli oli di Jan Baptist Lodewyck Maes, in cui il realismo ed il sentimentalismo[90] delle opere romantiche fu abbandonato per rappresentare allegorie semplici e simboli primitivi, nuovi nella tradizione figurativa italiana, come la conca e la cannata, quali segni di operosità e femminilità, o il corallo, ripresi poi anche nelle opere di grandi artisti (Hayez, Depero)[91].

Enrico Bartolomei

L'opera poco conosciuta del perugino Enrico Bartolomei è per lo più tematizzata sullo studio del costume ciociaro. La donna il cui vestito ricorda quello delle popolazioni dei Lazio meridionale, ha in mano un secchio colmo d'uva, senza nessuno dei simboli iconografici di altre opere dallo stesso soggetto.

Francesco Hayez

Nell'opera di Francesco Hayez intitolata La ciociara (1842), diversamente dalle incisioni e dalle rappresentazioni folcloriche del primo ottocento, la donna è rappresentata in solitudine; l'unico simbolo nel quadro è la collana di corallo che si piega secondo le forme del seno. La donna è sulla cima di un monte, seduta su una roccia, con alle spalle un paesaggio collinare. All'orizzonte una vasta pianura brulla e desolata che finisce verso il mare ricorda l'Agro pontino.

La ciociara di Vicente March.
La ciociara di Vicente March.
Vito D'Ancona

Il dipinto (1865) raffigura una donna in costume tradizionale ciociaro.[92]

Filippo Balbi

Filippo Balbi rappresenta La ciociara (1880) nell'atto di disvelare un paniere ricolmo di uova bianche, vestita di bianco e rosso e con una collana di corallo, simboli propri della tradizione iconografica cattolica[93].

Cesare Tallone

L'opera, il cui titolo originale è Ritratto della sorella del pittore Giuseppina Tallone in Scribante in costume di Ciociara (1885-1887), documenta un costume ciociaro; la donna ha in mano un tamburello[94].

Fortunato Depero

Depero rinnova il soggetto de la ciociara (1919) adattandolo ad alla poetica del futurismo: la donna è al centro della stanza, vestita con un grembiule ricamato con trama floreale. Dalla stanza si aprono due finestre che mostrano un'altra donna con in testa un'otre che ricorda una conca e lo scorcio di una chiesa che ricorda le acropoli di molti paesi della provincia di Frosinone [95].

Vicente March

Il soggetto di Vicente March è una giovane donna che tiene in mano un'otre, il cui vestito ricorda molto quello de la ciociara di Hayez, privato però della luminosità e della sontuosità del panneggio, in una poetica vagamente realista e impressionista.

Sofia Loren in un'immagine tratta dal film del 1960 La ciociara.
Sofia Loren in un'immagine tratta dal film del 1960 La ciociara.

[modifica] Cinema e spettacolo

Per approfondire, vedi la voce Ciociaria nel cinema.

La frequentazione da parte di registi e letterati dei territori a sud di Roma ne ha fatto anche un riferimento per ambientazioni letterarie e set cinematografici, spesso in contesti vaghi che esprimono un indeterminato provincialismo meridionale. Queste peculiarità non accomunano solo un insieme di film, ambientati tra il Tevere e il Garigliano, ma anche i caratteri e la recitazione di alcuni attori che a volte, ancora abusando del termine, sono definiti ciociari, così come è definita Ciociaria la terra rappresentata in molte pellicole girate nel frusinate e nel territorio sud-pontino[96]. Benché questi film siano accomunabili per le tematiche trattate e per collaborazioni tra i vari registi, solo pochi autori e attori hanno ritrovato una identità ciociara nelle proprie opere dichiarandola.

Nel 1960 De Sica girò La Ciociara, tratto dall'omonimo romanzo di Alberto Moravia: il successo di pubblico e critica fanno sì che l'opera diventi l'eponimo della produzione neorealista, anche precendente all'uscita del film, a cui avevano dato il loro notevole contributo artisti legati al Basso Lazio come Cesare Zavattini e Giuseppe De Santis. Così delle vaghe idee come quella di ciociari e di «la Ciociaria» furono prese per una sorta di topos neorealista da alcuni critici e scrittori, espressioni di un'Italia rurale e primitiva, ancorata ai problemi del padronato e della disoccupazione, lontana pure dalle lotte politiche e dalle rivendicazioni sociali: sono delle categorie che ancora oggi riscuotono successo; si considerano infatti ciociari tutti i film e gli attori nati fra Roma e il Garigliano in diverse pubblicazioni, convegni e manifestazioni culturali, dai western alle commedie. Non si tratta però di un vero luogo comune proprio degli ambienti artistici, quanto più, ancora una volta, delle espressioni abusate nella pubblicistica locale e nella promozione territoriale. In conclusione, solo pochi artisti hanno infatti contribuito a promuovere l'idea di una «identità ciociara» e delle caratteristiche che ad essa si addurrebbero. Vittorio De Sica, in Pane, amore e fantasia del 1953, cita il Bosco di Forca d'Acero, località di San Donato Val di Comino, senza però aver mai fatto alcun riferimento alla Ciociaria, né come sua terra di nascita né come ambientazione. Parlava nel '50 invece di «realtà della Ciociaria» il De Santis, in proposito del suo film Non c'è pace tra gli ulivi, e aggiunse «vera e storica, e cioè trascende i confini della Ciociaria per diventare una caratteristica universale, è l'esistenza dei soprusi e delle violenze da parte di individui che accentrando il potere economico, di esso si servono per continuare a padroneggiare ed arricchirsi sui più deboli».[97]

Citò la Ciociaria anche Nino Manfredi: egli affermava, introducendo il suo film velatamente autobiografico Per grazia ricevuta, girato in parte a Fontana Liri Vecchia, di esser nato in «un paese della Ciociaria, che si chiama Castro dei Volsci» e di aver «covato per anni dei sentimenti che somigliavano alla ribellione e ho sentito il bisogno di esprimerli».[98] Solo pochi film per affermazione stessa dei registi distinguono un'idea geografica e culturale o anche artistica di Ciociaria, che per altro non è nemmeno univoca. L'approssimatività con cui è stato usato il termine anche in ambito cinematografico, spesso ha contribuito poi a sovrapporre i problemi storico-geografici del concetto di Ciociaria con quelli artistici e poetici, da una parte diffondendo nell'opinione comune una categoria indefinita come quelle di cinema ciociaro, che non é chiaro se debba contenere tutti i film ambientati nel Basso Lazio o i film ispirati dalle poetiche neorealiste laziali, dall'altra, nel mondo dello spettacolo, uno stereotipo che è spesso visto come un insulto, di persona beota e buffa: «il ciociaro».[99][100]

[modifica] Note

  1. ^ Roberto Almagià nell'Enciclopedia italiana definisce la Ciociaria non solo come «regione indefinita», ma anche «priva di una propria individualità», scansando ogni dubbio sulla possibilità dell'esistenza di una identità territoriale ciociara. Almagià R., Enciclopedia italiana, vol. X, Roma 1931, p. 384.
  2. ^ Alonzi L., Il concetto di Ciociaria dalla costituzione della provincia di Frosinone a oggi, in «L'Italia ritagliata. L'identità storico-culturale delle regioni: il caso del Lazio meridionale ed orientale», Società Geografica Italiana, Roma 1997 (gli atti del congresso sono inediti ma delle anticipazioni sono state pubblicate in Arnone Sipari L., Spirito rotariano e impegno associativo nel Lazio meridionale: i Rotary Club di Frosinone, Cassino e Fiuggi, 1959-2005, Università degli Studi di Cassino, Cassino 2005, pp. 33-36).
  3. ^ Bianchi A., La Ciocieria. Monografia corografica, in «La Geografia», vol. IV, 1916, pp. 85-99 e 230-252.
  4. ^ Di quest'opinione anche l'artista frusinate Anton Giulio Bragaglia che nella prefazione a «I Ciociari, dizionario biografico» (Roma 1961) di Willy Pocino, individua il confine settentrionale della Ciociaria nel corso del fiume Aniene registrando inoltre che con ciociari a Roma si etichettano anche gli abitanti di paesi del sublacense.
  5. ^ Merlini F., Grande Dizionario Enciclopedico, IV, Torino 1969, p. 117, s.v. «Ciociaria».
  6. ^ Il Bragaglia cerca un «Regno Ciociaro» (Bragaglia A. G., Cioce con le ali in Ciociaria, Amministrazione Provinciale di Frosinone, Frosinone 1957).
  7. ^ L'archeologo Giuseppe Marchetti Longhi ritiene che i confini della moderna Ciociaria coincidano con quelli dell'ex Circondario di Frosinone includendo però anche alcuni comuni dell'ex Circondario di Velletri; «alla confluenza delle due valli: del Cosa e, la maggiore, del Sacco, possiamo panoramicamente comprendere la zona, che chiamiamo Ciociaria». L'antico Latium adjectum sarebbe quindi l'odierna Ciociaria, dice poi lo studioso, e la «civiltà» delle mura pelasgiche con l'uso della ciocia i fattori storici che contraddistinguerebbero questa parte del Lazio (Marchetti Longhi G., La Ciociaria dal V all'XI secolo, in «La Ciociaria. Storia. Arte. Costume.», Editalia, Roma 1972, p. 79)
  8. ^ Bragaglia A. G., op.cit..
  9. ^ Virgilio, Aen., libro VII.
  10. ^ «Atlante Storico Garzanti», A. Garzanti Ed., Milano 1974.
  11. ^ Beranger E. M. & Sigismondi F., Un inedito documento cartografico sulla Valle di Comino, in Il ducato di Alvito nell'Età dei Gallio, I (Atti), Banca della Ciociaria, Alvito 1997, pp. 37-52. Gli autori registrano la presenza, nella Biblioteca Apostolica Vaticana, di una descrizione cartografica dal titolo Descrizione della Ciocciaria e della provincia marittima, ancora oggi inedita.
  12. ^ Scotoni L., Un nome territoriale recente: la Ciociaria (Lazio), in «La geografia delle scuole», XXII (1977), n° 4, pp. 199-207.
  13. ^ Nella galleria delle Mappe del Vaticano la Campagna di Roma è rappresentata assieme alla Sabina sotto la denominazione classica di Latium et Sabina. La mappa risale al 1636, commissionata sotto il pontificato di Urbano VIII, ed fu realizzata da Luca Holstenio che coprì il precedente lavoro di Ignazio Danti. Nel 1602 Giovanni Antonio Magini disegnava invece una mappa della Campagna di Roma identificandola con l'antico Latium. Nel 1595 Abraham Ortelius digegnava una carta del Latium in cui distingueva un Latium vetus nel territorio dei Castelli Romani e un Latium novum fra questi e il fiume Liri. Cfr. la carta del Magini. Almagià R., Le pitture murali della Galleria delle carte geografiche, in «Monumenta Cartographica Vaticana», Città del Vaticano 1952.
  14. ^ Il Latium cartografico degli umanisti, compreso entro i confini pontifici, faceva riferimento ad un passo di Strabone (V, 4) e di Plinio (III, 9) nei quali si distinguono il Latium Antiquum dal Novum:
    « Nunc quidem ora maritima, ab Ostia ad Sinuessa usque, Latium appellatur; quod olim tantum ad montem usque Circaeum pertinuit »
    (Strabo, V - 4)
    « Latium antiquum a Tiberi Circeios servatum est mille passuum L longitudine tam tenues primordio imperii fuere raduces at nomen modo Latii processit ad Lirim amnem. »
    (Plinio, III - 9)
  15. ^ Muratori L. A., Antiquitates Italicae Medii Aevii, vol. I, Arezzo 1773, pp. 282-283.
  16. ^ «Atlante Storico Mondiale», De Agostini, Novara 1993.
  17. ^ Frassi G., Epistolario di Giuseppe Giusti, Felice Le Monnier ed., Firenze 1839, p. 244.
  18. ^ Bulgarini F., Notizie storiche, antiquarie, statistiche ed agronomiche intorno all'antichissima città di Tivoli e suo territorio, Tip. G. B. Zampi, Tivoli 1848, pp. 194-195.
  19. ^ Mistrali F., Ritratti popolari, Gernia ed Erba ed., Milano 1861, p. 114.
  20. ^ i.e. «etnico».
  21. ^ Moroni G., Dizionario di erudizione storico-ecclesiastica da S. Pietro ai nostri giorni, Tip. Emilina, Venezia 1844, pp. 296-297.
  22. ^ Zuccagni-Orlandini A., Corografia fisica, storica e statistica dell'Italia e delle sue isole, corredata di un atlante, di mappe geografiche e topografiche, e di altre tavole illustrative, supplemento al vol. X (Italia Media o Centrale), Firenze 1843, p. 274. Lo Zuccagni-Orlandini cita il toponimo Ciocerìa della Croce, oggi riconducibile alle sole frazioni di Sonnino «Capocroce», nel territorio più estensivamente definito «Cutinòle» (<CATINUS = ciotola, piatto fondo; toponimo derivato dalle numerose piccole doline a fondo coltivato che caratterizzano l'area), tra Sonnino città e «Monte Romano-Case Murate». Si tratta di una vasta area pedemontana con molti insediamenti rurali, tra cui la località Fienili di recente valorizzazione turistica: nella zona si trova anche un'antica consolare romana che collegava Terracina e Privernum, identificata spesso con un tracciato viario minore definito via volosca (da volsci). È probabile che questo sia il nucleo originario della «Ciocerìa» citata dallo Zuccagni nonché della resistenza antifrancese del XIX secolo. È pure diffuso in Abruzzo il toponimo Ciceràna per indicare aree o altopiani carsici (Fonte La Cicerana a Lecce ne' Marsi, la Ciceràna a Gioia dei Marsi. Cfr. «Carta IGM» 1:25.000, tav. Gioia Vecchio), a cui potrebbe essere ricondotta la Ciocierìa dello Zuccagni (Cicerana <CICER, cece, escrescenza, verruca).
  23. ^ Mistrali F., op. cit., p. 114.
  24. ^ Colagiovanni M., Ciociaria fin dove?, in «Ciociaria ieri, oggi, domani», 18, EPT di Frosinone 1985, p. 10.
  25. ^ Prima del 1927, anno dell'istituzione della provincia di Rieti, «Sabina» era solo la zona montana a cavallo tra Rieti e la valle del Tevere: il toponimo non aveva più nulla a che fare con l'antico territorio dei sabini che ricadeva fino al fascismo per buona parte fuori dallo Stato Pontificio, nell'Abruzzo Ultra, da Cittaducale a Civitatomassa.
  26. ^ Farini L. C., Storia d'Italia dall'anno 1814 sino ai nostri giorni, Tip. La Scolastica, Torino 1854-1859, p. 27.
  27. ^ Capocroce.com, la località nel comune di Sonnino.
  28. ^ I dati raccolti però sono comunque insufficienti anche per identificare la Ciociaria con l'intera provincia di Frosinone, perché mai il termine è stato adottato ufficialmente da enti o governi locali; qualora si volesse trovare un significato storico-geografico del termine Ciociaria nell'uso iniziato con il Fascismo, solo la pubblicistica e le manifestazioni editoriali del ventennio fascista e del dopoguerra sosterrebbero un punto di vista univoco in tal senso, non permettendo di estendere il territorio interessato oltre i confini dell'amministrazione frusinate e senza che al termine corrisponda un significato etnoantropologico.
  29. ^ Il Colagiovanni per queste ragioni identifica la Ciociaria con i feudi dei Colonna, appestati dal fenomeno del brigantaggio (Colagiovanni M., Ciociaria fin dove?, in «Ciociaria ieri, oggi, domani», 18, EPT di Frosinone 1985, p. 10).
    Per approfondire, vedi la voce Ducato di Paliano.
  30. ^ Almagià R., op. cit., p. 384.
  31. ^ Calderini E., Il costume popolare in Italia, Sperling & Kupfer, Milano 1953.
  32. ^ Secondo il «Dizionario Etimologico Italiano Battisti-Alessio» il termine ciocia potrebbe derivare da una voce dialettale meridionale «chjochjara», «chjocre», «chjochjere». L'Azzocchi riporta il plurale ciociere. Cfr. Azzottchi T., Vocabolario domestico della lingua italiana, Roma 1846, ad vocem.
  33. ^ Il Fanfani raccoglie nel suo dizionario il lemma «cioce», termine pistoiese che indica delle ciabatte o pantofole ad uso casalingo (Fanfani P., Vocabolario dell'uso toscano, Barbera ed., Firenze 1863, p. 273).
  34. ^ In particolare, per i tenimenti di Castelforte e Santi Cosma e Damiano (LT), cfr. R. Di Bello, Suio, borgo medioevale: glió paese meio, Kennedy, Castelforte 2004, p. 160; A. Di Tano, Il nostro linguaggio dialettale, Edizioni Emmegi, Castelforte 2007, p. 17. Il circondario di Minturno, nel territorio della provincia di Latina, presenta fortissime affinità linguistiche con i dialetti italiani mediani, come l'assenza dello schwa e la metafonia sabina, nonché l'articolo determinativo singolare maschile di area mediana gliu (cfr. B. Fedele, Minturno: storia e folklore, CAM, Napoli 1958, p. XIII). Per avere un riferimento sulla complessità e la frammentazione liguistica dell'area: G. Di Massa, I dialetti della Ciociaria attraverso la poesia, Tecnostampa, Frosinone 1990; F. Avolio, Il confine meridionale dello Stato Pontificio e lo spazio linguistico Campano, "Contributi di filologia dell’Italia mediana VI" 1992; A. Schanzer, Per la conoscenza dei dialetti del Lazio sud-orientale: lo scadimento vocalico alla finale (primi risultati) , "Contributi di filologia dell’Italia mediana III" 1989.
  35. ^ Selvaggi E., Ciocie e Zampitti.
  36. ^ Zampitti di Castro dei Vosci
  37. ^ Zambitti o zampitti nelle Due Sicilie: Cilento, Cilento, Cilento, Sicilia, Basilicata, Basilicata, Basilicata, Basilicata, Molise, Molise, Campania, Campania.
  38. ^ Celebre è anche la figura del combare zappìtto del setino Martufello
  39. ^ Il vocabolario napolitano-toscano del D'Ambra riporta il termine sciòscio come sinonimo di zampitto, preziosa testimonianza di linguistica popolare meridionale. Zampìtto poi significa pure villano, in napoletano, e più propriamente così si chiama una «specie di calzamento da campagnuoli di alcune province meridionali dove suolo, tomajo e quartieri son fatti da un brano di pelle lanuta, raccomandato da cordicelle al piede e alla gamba». D'Ambra R., Vocabolario napolitano-toscano domestico di arti e mestieri, s.e., Napoli 1873, rispettivamente alle pp. 301, 335 e 405.
  40. ^ Almagià R., op. cit., p. 384.
  41. ^ Santulli M., Ciociaria sconosciuta, Tip. «La Monastica», Casamari di Veroli 2002, pp. 183-208.
  42. ^ Poesia in napoletano con riferimento agli 'zampitti', propri degli zampognari.
  43. ^ Nel Lazio zampitto è anche sinonimo di «villano»: Carpineto Romano, Veroli.
  44. ^ http://www.paginebianche.it
  45. ^ Del 1957 è La Ciociara di Alberto Moravia, mentre del 1960 l'omonimo film di De Sica.
  46. ^ La prima opera in cui l'intera provincia di Frosinone è definita «Ciociarìa» è indivinduata convenzionalmente in un libro a cura dell'Amministrazione provinciale di Frosinone, edito in occasione del trentennale dell'istituzione della provincia del 1957. I primi però a connotare come Ciociaria i territori entro i confini provinciali frusinati del 1927 furono invece i fascisti: essi adottano per la prima volta espressioni come capoluogo ciociaro per Frosinone e centri della Ciociaria per i comuni della provincia e fascismo ciociaro. Cfr. Squardismo. 20 ottobre XVIII. Ventennale del Fascio di Frosinone, Federazione ciociara del P.N.F., Coop. Tip. Frusinate, Frosinone 1940.
  47. ^ Il fondano Libero de Libero nella poesia Ascolta la Ciociaria menziona fra i luoghi ciociari anche il Circeo.
  48. ^ Isa Grassano, ne «I Viaggi di Repubblica» (anno X, 24 maggio 2007), dedica un articolo intitolato La Ciociaria tra passato e presente alle città di Fondi, Itri, Campodimele, Monte San Biagio e Sperlonga, i luoghi d'ambientazione de La Ciociara di Moravia, considerando agevolmente i paesi descritti come Ciociaria.
  49. ^ Gregorovius F., Aus den Bergen der Herniker, in «Wanderjahre in Italien», Brockhaus, Leipzig 1877.
  50. ^ Ibidem.
  51. ^ «Carta d'Italia», Utet, Torino 1900. Nella stessa mappa i Monti Aurunci e i Monti Ausoni con tutto il Preappennino Laziale sono detti Monti Lepini.
  52. ^ Tomassetti G., Della campagna romana nel medioevo, Reale Società Romana di Storia Patria, Tip. Forzani e C., Roma 1892.
  53. ^ Carducci G., Dinanzi alle terme di Caracalla, in «Odi Barbare» del 1889.
  54. ^ Si ricordi «Fanciulle ciociare erano assise/presso l'ignota fonte di Iuturna» in Pascoli G., Garibaldi fanciullo a Roma, IV, 5-6.
  55. ^ D'Annunzio G., Novelle della Pescara. La Vergine Orsola, 1902.
  56. ^ Storia di Fiuggi
  57. ^ Storia di Arcinazzo Romano
  58. ^ Un processo simile avvenne in altri territori delle Due Sicilie dove i nomi di Campania, Irpinia, Sannio, Puglie e Calabria furono sostituiti ad antichi termini quali Principato di Salerno, Terra di Lavoro, Terra di Bari, Terra d'Otranto o Capitanata.
  59. ^ Il socialismo in Terra di Lavoro si connotò di forti tendenze rivoluzionarie; i principali leader presero come modello politico e sociale i soviet e la rivoluzione russa, unico caso in tutto il Mezzogiorno. A Sora, nell'ottobre del 1920, quando fu costituito il nuovo consiglio comunale, fu approvato l'ordine del giorno che prevedeva di adottare la bandiera rossa come simbolo del comune. Cfr. Avanti!, 8 ottobre 1920, Insediamento del Consiglio comunale di Sora. Cfr anche A.S.F., S.S., 1920, b552. Telegramma Prefettura di Caserta del 2 dicembre 1920.
  60. ^ Federico M., Il biennio rosso in Ciociaria, 1919-1920. Il movimento operaio e contadino dei circondari di Frosinone e Sora tra dopoguerra e fascismo, E.D.A., Frosinone 1985.
  61. ^ Baris T., Il fascismo in provincia. Politica e realtà a Frosinone (1919-1940), Laterza, Roma-Bari 2007.
  62. ^ Nel 1921 ad Isola del Liri fu costituita l'unica sezione campana degli Arditi del Popolo, soppressa poi per ordine della procura di Caserta (Federico M., op. cit., p. 180).
  63. ^ Magnone G., Annibale Petricca, in Vita Sorana, anno X n. 11-12, p. 5-10.
  64. ^ Un fenomeno simile avvenne nella Valle Roveto dove la ricostruzione degli edifici pubblici e religiosi fu ispirata dal romanico abruzzese della Val Pescara e del Teramano, e dall'eclettismo neoclassicista; dal 1915 furono cancellati i legami artistici ed architettonici dell'Abruzzo occidentale con la Terra di Lavoro e la Valle del Liri.
  65. ^ Per le analogie fra l'architettura antica di Sora ed il barocco napoletano vedi «Sora d'altri tempi» in Soraweb.it.
  66. ^ Senese V., 1907-1997. 90° anno del Sora Calcio, Printhouse S.r.l., Castelliri 1997, pp. 75-105.
  67. ^ Foto storiche di Avezzano
  68. ^ AA.VV., Atlante storico-politico del Lazio, p.132
  69. ^ Musci L., Il Lazio contemporaneo: regione definita: regione indefinibile, in «Atlante storico-politico del Lazio», Laterza, Roma-Bari 1986.
  70. ^ Mancia C., Ciò che la Ciociaria ha dato. Ciò che la Ciociaria chiede, in «Ciociaria Nuova» del 20 aprile 1924.
  71. ^ Gizzi P., Problemi del Lazio meridionale, in «Rassegna del Lazio e dell'Umbria», III, 1925.
  72. ^ Una pagina di «Rassegna del Lazio e dell'Umbria»
  73. ^ Jadecola C., Nascita di una provincia, Le Torri ed., Roccasecca 2003.
  74. ^ Carta topografica della Ciociaria, in «La Ciociaria», 1924, n° 4-5.
  75. ^ Risulta evidente come il progetto di riforma amministrativa avrebbe penalizzato l'antica provincia di Caserta. Oltre metà del territorio della Terra di Lavoro sarebbe stato tolto alle amministrazioni campane, una trasformazione territoriale che avrebbe aggravato i problemi poltici di Caserta, dove già le lotte fra i nazionalisti, capeggiati da Paolo Greco e sostenitori dei latifondisti, e le locali camicie nere, avevano comportato l'espulsione dal partito del ras campano Aurelio Padovani. La provincia di Terra di Lavoro fu poi soppressa nel 1927 e gran parte del suo territorio entrò nelle province di Frosinone e di Roma. Cfr. Candeloro G., Il fascismo e le sue guerre, in Storia dell'Italia moderna, Feltrinelli 1956, pp. 26-28.
  76. ^ Alonzi L., Il concetto di Ciociaria dalla costituzione della provincia di Frosinone a oggi, atti inediti cit. in Arnone Sipari L., op.cit., pp. 33-36.
  77. ^ Anche lo studio dell'Almagià è influenzato dai cambiamenti poltici che avvenivano all'epoca. Nel territorio ciociaro egli include l'intero circondario di Frosinone appena soppresso «fino al