Cinema italiano

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Stabilimenti di Cinecittà a Roma

Il cinema italiano inizia la propria attività pochi mesi dopo la prima proiezione pubblica, avvenuta nel sottosuolo di un caffè sul boulevard des Capucines, a Parigi, il 28 dicembre 1895; data da cui si fa tradizionalmente iniziare la storia del cinema.[1]

Il primo proiettore cinematografico viene portato in Italia dagli operatori Auguste e Louis Lumière nel corso del 1896. A marzo il cinematografo giunge a Roma e a Milano. Ad aprile a Napoli, Salerno e Bari. Durante l'estate arriva dapprima a Livorno e in seguito a Bergamo, Ravenna e Bologna. Nell'ottobre dello stesso anno ad Ancona[2] e Perugia; a dicembre a Torino, Pescara e Reggio Calabria.

A Pisa, nel 1905, apre al pubblico il cinema Lumière, considerato il più antico cinema italiano fino alla sua chiusura, avvenuta il 13 febbraio 2011 e conseguente riapertura nel febbraio del 2013.[3] La sala cinematografica è situata nel retro di Palazzo Agostini. Tuttavia, alcune sperimentali proiezioni hanno avuto inizio nel secolo precedente, esattamente nel 1899, nella sala dei biliardi dell'attiguo Caffè dell'Ussero.[4]

Gli inizi (1896-1909)[modifica | modifica wikitesto]

I primi film[modifica | modifica wikitesto]

In alto un fotogramma del più antico documentario italiano tuttora visibile che ritrae papa Leone XIII

Per convenzione si fa risalire la nascita del cinema italiano alla prima proiezione pubblica del Cinématographe, avvenuta il 13 marzo 1896 presso lo studio Le Lieure di Roma[5]. Nel giro di pochi giorni lo spettacolo arriverà in tutte le principali città del paese.

I primi film prodotti in Italia sono documentari della durata di pochi secondi dedicati a regnanti, imperatori, papi e a location di varie cittadine. Il primo operatore di rilevanza storica è Vittorio Calcina, autore di cortometraggi sia in forma documentaria che a soggetto. Tra le sue "vedute" più celebri va ricordata la ripresa della visita a Monza di re Umberto I e della regina Margherita di Savoia, girata su commissione per conto dei fratelli Lumière[6]. Il più antico documentario italiano tuttora visibile è invece Sua Santità papa Leone XIII, una breve inquadratura di papa Leone XIII nei Giardini Vaticani.

In poco tempo altri pionieri si fanno strada. A mettersi in luce è il regista e inventore Filoteo Alberini, che già a partire dal 1895 perfeziona un apparecchio di ripresa non dissimile da quello dei Lumière[7], Italo Pacchioni, Roberto Omegna, Giuseppe Filippi, Giovanni Vitrotti e molti altri.

Il successo di questi "quadri in movimento" è immediato. Pur confuso tra le tante meraviglie para-scientifiche dei padiglioni delle fiere e dei luna park, il cinematografo affascina per la sua capacità innata di mostrare con precisione inedita realtà lontane e, viceversa, di immortalare momenti quotidiani senza storia. Se la risposta delle classi popolari è entusiasta, la novità tecnologica sarà trattata con riserva dalla stampa e da una parte del mondo intellettuale.

Nel frattempo, il cinema scala le gerarchie della società incuriosendo i ceti nobiliari. Il 28 gennaio 1897 i principi Vittorio Emanuele e Elena di Montenegro assistono a una proiezione organizzata da Vittorio Calcina, in una sala di Palazzo Pitti a Firenze[8]. Decisi a sperimentare il nuovo mezzo presteranno i propri volti per alcune riprese nel documentario S.A.R. il Principe di Napoli e la Principessa Elena visitano il battistero di S. Giovanni a Firenze, seguito dalla documentazione visiva del loro matrimonio in Dimostrazione popolare alle LL. AA. i Principi sposi (al Pantheon - Roma)[9][10].

Nascita dell'industria cinematografica[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Nascita dell'industria cinematografica italiana.
uno dei tanti loghi della Cines

Tra il 1903 e il 1909 il cinema, sino ad allora considerato alla stregua di un fenomeno da baraccone, assume i caratteri di una vera e propria industria. Centinaia di case di produzione nascono e si moltiplicano in tutta la penisola: tra le più note si ricordano la Cines, Milano Films, Itala Film, Caesar Film, Società Anonima Ambrosio, Partenope Film, Pasquali Film, Roma Film, e innumerevoli sigle minori destinate a durare il tempo di un film. Contemporaneamente si organizza una rete sempre più capillare di sale cinematografiche nei centri urbani. Questa trasformazione porta alla produzione dei film a soggetto, che per gran parte del periodo muto affiancano la forma del documentario fino a sostituirlo completamente all'inizio della prima guerra mondiale.

La scoperta delle potenzialità spettacolari del mezzo cinematografico favorisce lo sviluppo di cinema di grandi ambizioni, capace di inglobare tutte le suggestioni culturali e storiche del paese. La formazione scolastica è fonte inesauribile di idee e spunti facilmente assimilabili dal pubblico popolare. Decine di personaggi incontrati sui libri di testo fanno il loro esordio sul grande schermo: il Conte di Montecristo, Giordano Bruno, Giuditta e Oloferne, Francesca da Rimini, Lorenzino de' Medici, Rigoletto, il conte Ugolino, Beatrice Cenci, Elettra, Giulio Cesare, Romeo e Giulietta, Socrate, Galileo, Francesco d'Assisi, Lucia di Lammermoor, Giulio Mazzarino e altri ancora. Dal punto di vista iconografico i riferimenti principali sono i grandi artisti rinascimentali e neoclassici, non da meno i simbolisti e le illustrazioni popolari.

Il primo film a soggetto, lo storico La presa di Roma, viene realizzato da Filoteo Alberini nel 1905, ma i generi di maggior successo presso il pubblico risultano essere i drammi passionali e storici.

Periodo aureo (1910-1919)[modifica | modifica wikitesto]

Nei primi anni dieci l'industria cinematografica conosce un rapido sviluppo. Nel 1912, l'anno della massima espansione, vengono prodotti a Torino 569 film, a Roma 420 e a Milano 120[11]. Nei tre anni che precedono la Prima guerra mondiale, mentre la produzione si consolida, vengono esportati in tutto il mondo film mitologici, comici e drammatici. Con la fine del decennio Roma si impone definitivamente come principale centro produttivo; tale resterà, nonostante le crisi che periodicamente scuoteranno l'industria, fino ai nostri giorni.

I kolossal storici[modifica | modifica wikitesto]

Locandina di Cabiria (1914) di Giovanni Pastrone

Nel momento di massivo sviluppo produttivo, il genere storico perde il suo carattere pedagogico e illustrativo a favore di quelli più spettacolari. I kolossal presentati nei primi anni del novecento mostrano tutte le ambizioni dell'Italia giolittiana che celebra sul grande schermo avvenimenti dell'antichità, con ambizioni proprie di una potenza internazionale. Prima ancora del dell'avvento fascismo, questi film rievocano con sfarzo i trionfi e la potenza degli antichi imperi romani di cui si rivendica la discendenza culturale[12]. La conquista della Libia segna l'avvicinamento definitivo tra il sostrato nazionalista di questi film e la politica imperialista.

L'archetipo di tale filone è il Nerone (1909) di Luigi Maggi e Arrigo Frusta, inspirato all'opera di Pietro Cossa e che si rifà iconograficamente alle acqueforti di Bartolomeo Pinelli, al neoclassicismo e allo spettacolo del circo Barnum Nero, or the Destruction of Rome (1889)[13]. Seguono Marin Faliero, doge di Venezia (1909) di Giuseppe De Liguoro, Otello (1909) di Yambo, Odissea (1911) di Bertolini, Padovan e De Liguoro. L'Inferno (1911), prima ancora che un adattamento della cantica dantesca, è una traduzione cinematografica delle incisioni di Gustave Doré che sperimenta l'integrazione tra effetti ottici e azione scenica, mentre Gli ultimi giorni di Pompei (1913) di Mario Caserini ricorre a innovativi effetti speciali.

Il primo regista a sfruttare in modo coerente questo enorme apparato spettacolare è Enrico Guazzoni, già pittore e scenografo. Nel suo Quo vadis? (1912) i personaggi e lo spazio scenico creano rapporti finora inediti, esaltando la dialettica tra individuo e massa che sarà al centro dei futuri film storici. La storia rimane sullo sfondo, mentre in primo piano si agitano drammi personali derivati dal melodramma[14]. Il successo internazionale del film segna la maturazione del genere e permette a Guazzoni di realizzare film sempre più spettacolari, come Cajus Julius Caesar (1913) e Marcantonio e Cleopatra (1913). Dopo Guazzoni vengono Emilio Ghione, Febo Mari, Carmine Gallone, Giulio Antamoro e tanti altri che contribuiscono all'espansione del genere.

Giovanni Pastrone è il regista più interessato alla ricerca di soluzioni scenografiche inedite. Già in La caduta di Troia (1911) sperimenta originali costruzioni prospettiche, ma è con il celebre Cabiria (1914) che la sua filmografia e l'intero genere raggiungono l'apice. Concepito come un autentico film-evento (anche grazie alla collaborazione di Gabriele D'Annunzio), il film colpisce il pubblico per le sue innovazioni tecniche (tra cui l'uso dei carrelli e del primo piano). La complessità della trama, l'uso espressivo del trucco e l'opulenza scenografica contribuiscono alla sua fama di "oggetto d'arte" capace di superare i limiti del mezzo cinematografico[15].

Dopo il grande successo di Cabiria, con il mutare dei gusti del pubblico e le prime avvisaglie della crisi industriale, il genere comincia a mostrare segni di stanchezza. Il progetto di Pastrone di adattare la Sacre scritture con migliaia di comparse resta irrealizzato. Il Christus (1916) di Antamoro e La Gerusalemme liberata (1918) di Guazzoni restano notevoli per la complessità iconografica ma non offrono novità sostanziali. Nonostante sporadici tentativi di riallacciarsi al grandeur del passato, il filone dei kolossal storici si esaurisce all'inizio degli anni venti.

Le dive[modifica | modifica wikitesto]

Tra il 1913 e il 1920 si assiste all'ascesa, allo sviluppo e al declino del fenomeno del divismo cinematografico, nato con l'uscita di Ma l'amor mio non muore (1913) di Mario Caserini. Il film ha un successo di pubblico enorme e codifica la recitazione e l'estetica del divismo femminile. La recitazione di Lyda Borelli esercita una grandissima influenza per tutto il decennio e contribuisce a rinnovare l'immaginario romantico con influenze melodrammatiche, decadenti e simboliste.

Nel giro di pochi anni si affermano Francesca Bertini, Pina Menichelli, Leda Gys, Eleonora Duse e Italia Almirante Manzini. Film come Fior di male (1914) di Carmine Gallone, Il fuoco (1915) di Pastrone, Rapsodia satanica (1917) di Nino Oxilia e Cenere (1917) di Febo Mari arrivano a modificare il costume nazionale, imponendo canoni di bellezza, modelli di comportamento e oggetti del desiderio. Questi modelli, fortemente stilizzati secondo le tendenze culturali e artistiche dell'epoca, non hanno legami con la realtà ma sintetizzano la recitazione melodrammatica, il gesto pittorico e la posa teatrale[16].

Francesca Bertini è, dopo Lyda Borelli, la seconda grande diva del cinema italiano. Dotata di una maggiore versatilità rispetto alle dive contemporanee, passa dalla commedia al dramma passionale ricoprendo vari ruoli sociali e comunicando con efficacia un'ampia gamma di sentimenti. In Assunta Spina (1915) di Gustavo Serena si allontana dalle influenze liberty dell'epoca per avvicinarsi a una recitazione più naturalistica che ne favorisce la forza espressiva[17].

Nonostante la diversità delle interpreti e dei film, il modello femminile che emerge dal cinema di questo periodo è sostanzialmente riconducibile al modello melodrammatico, anche se contaminato dal decadentismo dannunziano e dalle teorie di Lombroso: «ora innocenti e pure, ora deliranti e in preda al "déreglement de tous les sens", ora madri dolcissime a cui viene negata la maternità, ora donne capaci di amare oltre la stessa morte»[18]. Soltanto negli anni venti, con la crisi produttiva e il tramonto delle dive, sarà possibile l'emergere di una figura femminile più realistica, priva dell'aura divina e più accessibile allo spettatore.

Il cinema futurista[modifica | modifica wikitesto]

Un fotogramma di Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema futurista.

Nella prima decade del novecento, l'avanguardia futurista subisce la fascinazione del mezzo cinematografico. Con il suo interesse per la rapidità e la violenza espressiva, il futurismo trova nel cinema un'arte giovane, meno compromessa con la retorica passatista, e soprattutto aperta ai futuri sviluppi tecnologici. Nel Manifesto della cinematografia futurista (1916) Filippo Tommaso Marinetti, Bruno Corra, Emilio Settimelli, Arnaldo Ginna e Giacomo Balla descrivono il cinema come l'arte capace di sintetizzare tutte le tendenze sperimentali dell'epoca. Così facendo, rivendicano l'uso di "drammi di oggetti", "sinfonie di linee e colori" e "giochi delle proporzioni" per superare i limiti del naturalismo ottocentesco. Il cinema che auspicano è "antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico, parolibero".

Al di là della dichiarazione d'intenti, il futurismo non riuscirà a far proprio il nuovo mezzo di espressione, né sarà in grado di lasciare un segno duraturo nella sua evoluzione. A contrario sarà il cinema a influenzare la produzione artistica del movimento, grazie al montaggio, ai primi piani, al taglio eccentrico delle immagini, all'uso di didascalie, stacchi e dissolvenze[19].

I film riconducibili al movimento sono pochissimi. Oltre ai film astratti dipinti su pellicola da Bruno Corra e Arnaldo Ginna, andati perduti, le opere più significative sono soltanto due. Thaïs (1917) di Anton Giulio Bragaglia e Vita futurista (1916), diArnaldo Ginna. La prima nasce sulla base del trattato estetico Fotodinamismo futurista (1911) dello stesso autore. Il film, costruito attorno a una vicenda melodrammatica e decadente, rivela molteplici influenze artistiche diverse dal futurismo marinettiano. Basti pensare alle scenografie secessioniste, all'arredamento liberty, ai momenti astratti e surreali che contribuiscono a creare un forte sincretismo formale. Nello stesso periodo Bragaglia realizza altri film (Perfido incanto, Il mio cadavere e il cortometraggio Dramma nell'Olimpo) andati perduti. La seconda è una sorta di verifica pratica delle tesi esposte nel Manifesto. Ironico e intenzionalmente provocatorio, il film ricorre a numerosi effetti speciali (parti colorate a mano, viraggi, inquadrature eccentriche, montaggio anti-naturalistico) per stimolare le reazioni emotive dello spettatore.

La grande crisi e l'avvento del sonoro (1920-1930)[modifica | modifica wikitesto]

Il regista Roberto Roberti

Con la fine della Grande guerra il cinema italiano attraversa un periodo di crisi dovuto a molti fattori: disorganizzazione produttiva, aumento dei costi, arretratezza tecnologica, perdita dei mercati esteri e incapacità di far fronte alla concorrenza internazionale, in particolare quella hollywoodiana[20]. Tra le cause principali va segnalata la mancanza di un ricambio generazionale, con una produzione ancora dominata da produttori e autori di formazione letteraria e teatrale, incapaci di far fronte alle sfide della modernità. La prima metà degli anni venti segna un netto riflusso produttivo: dai 350 film prodotti nel 1921 si passa alla sessantina del 1924[21].

Resistono ancora i drammi passionali, perlopiù ripresi da testi classici o popolari e diretti da specialisti come Roberto Roberti; assieme a questi ottengono consensi i kolossal religiosi di Giulio Antamoro e i film d'ambienti e atmosfere proprie del feuilleton. Letteratura e teatro sono ancora le fonti narrative privilegiate. Sulla scorta dell'ultima generazione di dive, si diffonde un cinema sentimentale al femminile, incentrato su figure ai margini della società che, invece di lottare per emanciparsi (come accade nel contemporaneo cinema hollywoodiano), attraversano un autentico calvario spirituale allo scopo di preservare la propria virtù. La protesta e la ribellione da parte delle protagoniste femminili sono fuori discussione. È un cinema fortemente conservatore, legato a regole sociali sconvolte dalla guerra e in via di dissoluzione in tutta Europa. Un caso esemplare è quello di La storia di una donna (1920) di Eugenio Perego, che usa una costruzione narrativa originale per proporre, con toni melodrammatici, una morale ottocentesca[22]. Un filone particolare è quello di ambientazione napoletana, grazie all'opera della prima regista donna del cinema italiano, Elvira Notari, che dirige numerosi film tratti da famose sceneggiate, canzoni napoletane, romanzi d'appendice oppure ispirati a fatti di cronaca.

In realtà la produzione italiana di questo periodo è marginale e il mercato è dominato dai film hollywoodiani. L'unico produttore capace di adeguarsi alla situazione è Stefano Pittaluga, destinato a esercitare un controllo quasi assoluto sui film italiani fino agli anni trenta. Tra i registi in grado di misurarsi con le produzioni europee troviamo Lucio D'Ambra, Carmine Gallone e soprattutto Augusto Genina. Realizzatore versatile e attento ai gusti del pubblico, Genina si dedica con facilità alla commedia brillante, ai melodrammi e ai film d'avventura, ottenendo spesso grandi successi al botteghino. Il suo Cyrano de Bergerac (1923) è il maggiore incasso del periodo, mentre Miss Europa (1930) sfrutta con efficacia la moda del divismo e contamina il melodramma con scorci realisti. Per tutti gli anni trenta sarà uno dei registi di punta del cinema fascista[23].

Si dovrà attendere la fine del decennio per trovare dei film di maggior respiro. In quel periodo un gruppo di intellettuali vicini alla rivista Cinematografo e guidati da Alessandro Blasetti lancia un programma semplice quanto ambizioso. Consapevoli dell'arretratezza culturale italiana, decidono di rompere ogni legame con la tradizione cinematografica precedente attraverso una riscoperta del mondo contadino, fino ad allora praticamente assente nel cinema italiano. Sole (1929) di Alessandro Blasetti mostra l'evidente influenza delle avanguardie cinematografiche sovietiche e tedesche nel tentativo di rinnovare l'iconografia cinematografica italiana in accordo con gli interessi del regime fascista. Rotaie (1930) di Mario Camerini fonde invece il genere tradizionale della commedia con il kammerspiel e il film realista, rivelando l'abilità del regista nel tratteggiare i caratteri della media borghesia[24]. Pur non essendo paragonabili ai risultati più alti del cinema internazionale del periodo, i lavori di Blasetti e Camerini testimoniano un avvenuto passaggio generazionale tra i registi e gli intellettuali italiani, e soprattutto un'emancipazione dai modelli letterari e un avvicinamento ai gusti del pubblico. Una volta riorganizzata l'industria, i frutti di questa rinascita saranno presto messi al servizio del regime fascista.

Tra le altre cose, Blasetti ha avuto il merito di essere stato il primo artista in Italia ad aver sperimentato il sonoro nella pellicola Resurrectio, del 1930[25] e il colore nel film Caccia alla volpe nella campagna romana, del 1938.[26] Inoltre, ha di fatto forzato i limiti di quanto fosse lecito mostrare sul grande schermo, proponendo le prime nudità del cinema italiano (La corona di ferro e La cena delle beffe del 1941). Nel 1982 ha ricevuto l'ambito Leone d'oro alla carriera.

Nel frattempo viene distribuito nelle sale il primo film sonoro italiano: La canzone dell'amore (1930) di Gennaro Righelli, che ha un grande successo di pubblico. Con il passaggio al sonoro la maggior parte degli attori del cinema muto si ritrova squalificata. L'epoca delle dive e dei forzuti, sopravvissuta a stento agli anni venti, è definitivamente conclusa. Anche se alcuni interpreti passeranno alla regia o alla produzione, l'arrivo del sonoro favorisce il ricambio generazionale già in atto da qualche anno e la modernizzazione delle strutture.

Il cinema fascista (1922-1945)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinecittà.
L'Istituto Luce nella nuova sede del 1937

Consapevole dell'importanza del cinema nella gestione del consenso sociale, il regime fascista si preoccupa fin da subito di rilanciare una cinematografia in declino. Nel 1924 viene fondata l'Unione Cinematografica Educativa Luce, una società di produzione e distribuzione a controllo statale. Nello stesso periodo viene istitutito il Ministero della Cultura Popolare che, attraverso considerevoli contributi a fondo perduto (regolati dalla legge 918 del 1931), finanzia direttamente l'industria dello spettacolo. Tra i maggiori beneficiari c'è la casa di produzione Cines-Pittaluga, che nel 1925 costruisce nuovi teatri di posa alle porte di Roma. Nonostante l'aumento degli investimenti derivato da questa politica dirigista, però, l'arretratezza tecnologia e culturale condanna alla marginalità l'ultimo periodo del cinema muto. Nel primo anno di vita della Cines saranno prodotti in Italia soltanto 12 film, contro i 350 importati dall'estero[27].

Entro la fine del decennio, il regime diventa il principale finanziatore dell'industria cinematografica. Da questo momento fino allo scoppio della guerra, la crescita della produzione si manterrà costante. Nel 1934 è istituita la Direzione generale per la Cinematografia, guidata da Luigi Freddi, che di fatto controllerà la produzione fino alla caduta del regime. Lo stesso anno viene creata la Corporazione dello spettacolo, dove trovano posto tutti i principali produttori e distributori del paese. In questo periodo, oltre alla Cines, nascono altre società di produzione, tra cui la Lux Film, specializzata in adattamenti letterari e film religiosi, e la Novella Film di Angelo Rizzoli. Tra i produttori più attivi vanno ricordati Gustavo Lombardo (presidente della Titanus), Giovacchino Forzano e i fratelli Scalera. Tutti i produttori e i distributori ricevono fondi dallo Stato, che si dota anche di una propria catena di sale, l'Enic.

Nel 1935 viene istituito il Centro sperimentale di cinematografia, destinato a imporsi come il principale luogo di formazione professionale del cinema italiano. Nello stesso anno gli stabilimenti della Cines vengono distrutti da un incendio. Sulle ceneri del vecchio complesso industriale sorge nel 1937 Cinecittà, uno dei complessi produttivi più grandi d'Europa, inaugurato in aperta sfida agli studios di Hollywood. Nel 1940 gli stabilimenti sono statalizzati e ben presto diventano il cuore produttivo dell'industria cinematografica: metà della produzione di quell'anno è girata nei suoi teatri di posa. Da quel momento Roma diventa la capitale indiscussa del cinema italiano, con Cinecittà e il Centro Sperimentale destinati a esercitare per circa mezzo secolo un dominio incontrastato nella formazione delle competenze e nella produzione.

Fino alla fine del 1938 il regime fascista non si oppone all'importazione di film stranieri (basti pensare che il 73% degli incassi di quell'anno vanno a film hollywoodiani), ma con il rafforzamento produttivo e il sempre maggiore ruolo dello Stato nella produzione vengono adottate misure protezionistiche volte a limitare le importazioni. La legge Alfieri del 6 giugno 1938 blocca la circolazione di film stranieri, dando impulso alla produzione nazionale. Nel 1939 si realizzano 50 film, che diventeranno 119 nel 1942; contemporaneamente la quota di mercato nazionale dei film italiani passa dal 13% al 50%[28]. Nemmeno la guerra è capace di arrestare questo stato di euforia produttiva, che durerà fino al 1943.

Fino al momento del suo crollo, il regime imporrà senza opposizioni un cinema strutturato in generi codificati. Il cinema del fascismo non sarà il veicolo privilegiato della propaganda (un compito svolto molto più persuasivamente dai Cinegiornali Luce), ma contribuirà a formare l'idea di società che il fascismo vuole imporre: una società pacificata, priva di conflitti interni, capace di slanci produttivi ma non toccata dai mali della modernità. A questo intento celebrativo contribuisce anche una nuova generazione di divi e dive: Massimo Girotti, Amedeo Nazzari, Gino Cervi, Rossano Brazzi e Raf Vallone incarneranno la virilità e l'orgoglio della nazione, mentre Isa Miranda, Clara Calamai, Alida Valli, Valentina Cortese e Doris Duranti saranno compagne remissive e fedeli.

Film di propaganda[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema di propaganda fascista.
Sopra un'immagine del film Scipione l'Africano, diretto da Carmine Gallone

Le rappresentazioni cinematografiche dello squadrismo e delle prime azioni fasciste sono pressoché rare. Tra le più rilevanti si segnala Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti, che rievoca la supposta spontaneità vitalistica dello squadrismo con toni retorici e populisti. Camicia nera (1933) di Giovacchino Forzano, realizzato per il decennale della marcia su Roma, celebra i successi del regime (la bonifica delle paludi pontine, la costruzione di Littoria) alternando sequenze narrative a brani documentari.

Con il consolidamento politico, il regime impone all'industria cinematografica di rafforzare l'identificazione del fascismo con la storia e la cultura del paese. Da qui nasce la necessità di rileggere la storia italiana in chiave fascista, riducendo teleologicamente ogni avvenimento passato a un prodromo della "rivoluzione fascista". Questa operazione si pone in diretta continuità con l'opera storiografica di Gioacchino Volpe. Dopo i primi tentativi in questa direzione, volti soprattutto a sottolineare la presunta continuità tra Risorgimento e fascismo (Villafranca di Forzano, 1933; 1860 di Blasetti, 1933), la tendenza raggiunge l'apice poco prima della guerra. Cavalleria di Goffredo Alessandrini rievoca la nobiltà dei combattenti sabaudi presentandone le gesta come anticipazioni dello squadrismo. Condottieri di Luis Trenker racconta la storia di Giovanni dalle Bande Nere stabilendo esplicitamente un parallelo con Mussolini, mentre Scipione l'Africano (1937) di Carmine Gallone, uno dei maggiori sforzi produttivi dell'epoca, celebra l'impero romano e indirettamente quello fascista.

L'invasione dell'Etiopia dà ai registi italiani la possibilità di estendere gli orizzonti delle ambientazioni, ma rafforza anche l'autorità del regime sul cinema di propaganda[29]. Il grande appello (1936) di Mario Camerini celebra l'imperialismo descrivendo la "nuova terra" come un'opportunità di lavoro e redenzione e contrapponendo l'eroismo dei giovani soldati alla pavidità borghese. La polemica antipacifista che accompagna le imprese coloniali è evidente anche in Lo squadrone bianco (1936) di Augusto Genina, che unisce la retorica propagandistica a notevoli sequenze di battaglia girate nel deserto della Tripolitania. La maggior parte dei film a celebrazione dell'impero sono però documentari, volti soprattutto a presentare la guerra come una lotta della civiltà contro la barbarie. La guerra di Spagna è descritta dai documentari Los novios de la muerte di Romolo Marcellini, 1936 e Arriba España, España una, grande, libre! di Giorgio Ferroni, 1939 e fa da sfondo a una mezza dozzina di film, tra i quali il più spettacolare è L'assedio dell'Alcazar (1940) di Genina.

Una scena del film Vecchia guardia (1934) di Alessandro Blasetti

Con l'entrata in guerra, il regime fascista rafforza ulteriormente il controllo sulla produzione e richiede un impegno più deciso nella propaganda. Oltre agli ormai canonici documentari, cortometraggi e cinegiornali, aumentano anche i film a soggetto in elogio delle imprese belliche italiane. Tra i più rappresentativi troviamo Bengasi (1940) di Genina, Gente dell'aria (1942) di Esodo Pratelli, I tre aquilotti (1942) di Mario Mattoli su sceneggiatura di Vittorio Mussolini e Quelli della montagna (1943) di Cino Betrone con la supervisione di Blasetti. Una citazione a parte merita Uomini sul fondo (1941) di Francesco De Robertis, un film notevole grazie al suo approccio quasi documentaristico.

Il film di maggiore successo del periodo è il dittico Noi vivi-Addio, Kira! (1942) di Goffedo Alessandrini. Riconducibile al genere del dramma anticomunista, questo cupo melodramma ambientato in un'improbabile Unione Sovietica è ispirato a un romanzo di Ayn Rand che esalta l'individualismo più radicale. Proprio a causa di questa generica critica all'autoritarismo, il dittico ha potuto essere interpretato anche come una blanda accusa al morente regime fascista[30]. Tra i registi che danno il loro contributo alla propaganda bellica c'è anche Roberto Rossellini, autore di una trilogia composta da La nave bianca (1941), Un pilota ritorna (1942) e L'uomo dalla croce (1943). Anticipando per certi versi le sue opere della maturità, il regista adotta uno stile dimesso e immediato, che non contrasta l'efficacia della propaganda ma neppure esalta la retorica bellica dominante[30]: è lo stesso approccio anti-spettacolare a cui resterà fedele per tutta la vita.

Il cinema dei telefoni bianchi[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema dei telefoni bianchi.
Assia Noris con in mano un telefono bianco

La stagione cinematografica dei telefoni bianchi interessa un periodo di tempo relativamente breve, dalla seconda metà degli anni trenta alla caduta del fascismo. Il nome del filone proveniva dalla presenza di telefoni di colore bianco nelle sequenze di alcuni film del periodo, che all'epoca era un segno di benessere sociale. Il rifiuto di qualunque problematica civile, della verosimiglianza e di riferimenti alla contemporaneità sono i tratti distintivi di queste esili commedie sentimentali, che conoscono un effimero successo negli anni in cui il fallimento delle promesse del fascismo si fa sempre più evidente.

Una denominazione alternativa del genere è "cinema déco"[31], per sottolineare i frequenti riferimenti alla moda e al costume dell'epoca: queste commedie traboccano di macchine di grido, case di lusso arredate con stile e vestiti alla moda, degno contorno delle innocue vicende sentimentali di Amedeo Nazzari, Vittorio De Sica, Alida Valli e Assia Noris. Il cosmopolitismo superficiale del genere è spiegabile anche per le necessità produttive: molti film sono adattamenti di commedie mitteleuropee di inizio secolo, che tentavano di mascherare la frivolezza del contenuto con la brillantezza dello stile. L'ambientazione straniera di molte storie (spesso in un'Europa centrale mitizzata e indifferente alle tragedie del continente) contribuisce a relegare questo cinema nel puro disimpegno, lontano dalle preoccupazioni belliche.

Tra i maggiori successi di pubblico del genere troviamo: La casa del peccato (1938) e Mille lire al mese (1939) di Max Neufeld, Ore 9: lezione di chimica (1941) di Mario Mattoli e Apparizione (1944) di Jean de Limur.

Il calligrafismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Calligrafismo (cinema).
Una foto di scena di Tragica notte (1942) di Mario Soldati

Il calligrafismo è una tendenza cinematografica relativa ad alcuni film realizzati in Italia nella prima metà degli anni quaranta, aventi in comune una complessità espressiva e molteplici riferimenti figurativi, letterari e cinematografici che li isolano dal contesto cinematografico dominante. L'esponente più noto di questa tendenza è Mario Soldati, scrittore e regista di lungo corso destinato a imporsi con film di ascendenza letteraria e solido impianto formale: Dora Nelson (1939), Piccolo mondo antico (1941), Malombra (1942), Tragica notte (1942), Quartieri alti (1943). I suoi film mettono al centro della storia personaggi femminili dotati di una forza drammatica e psicologica estranea al cinema dei telefoni bianchi. Luigi Chiarini, già attivo come critico, approfondisce la tendenza nei suoi La bella addormentata (1942) e Via delle Cinque Lune (1942). I conflitti interiori dei personaggi e la ricchezza scenografica sono ricorrenti anche nei primi film di Alberto Lattuada (Giacomo l'idealista, 1942) e Renato Castellani (Un colpo di pistola, 1942), dominati da un senso di disfacimento che sembra anticipare la fine della guerra.

La caratteristica dominante in questo corpus eterogeneo di film è la volontà di competere con il cinema di livello europeo affermando l'autonomia espressiva del cinema nei confronti delle altre arti e, al tempo stesso, la possibilità di confrontarlo con esse mediante uno stile che possa fondere e contaminare i diversi linguaggi artistici ed espressivi[32]. Il risultato è un cinema formalmente complesso, capace di rievocare numerose tendenze culturali e di armonizzarle in una forma espressiva "artigianale", svilita nel periodo del cinema dei telefoni bianchi. I riferimenti letterari principali sono quelli della narrativa ottocentesca, in prevalenza italiana (da Antonio Fogazzaro a Emilio De Marchi), russa e francese. Ai film collaborano letterati come Corrado Alvaro, Ennio Flaiano, Emilio Cecchi, Francesco Pasinetti, Vitaliano Brancati, Mario Bonfantini e Umberto Barbaro. Sul versante visivo, il calligrafismo si rifà ai macchiaioli toscani, ai preraffaeliti e ai simbolisti[33].

I film di questa breve tendenza non hanno vocazione realista o di impegno sociale. L'interesse principale resta la cura formale e la ricchezza di riferimenti culturali racchiusi in un cinema capace di valorizzare la professionalità di ogni componente produttiva. La critica del tempo bolla questa tendenza come velleitaria e superficiale (coniando appositamente l'espressione "calligrafismo"); in seguito, a partire dagli anni Sessanta, questo giudizio riduttivo è stato corretto[34].

Il cinema della Repubblica di Salò[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinevillaggio.
Osvaldo Valenti con la divisa della Xª MAS

Per la brevità della sua storia, la fragilità delle strutture produttive e la debolezza dei film, il cinema della Repubblica di Salò è un campo scarsamente considerato dalla storiografia. Questa "non storia"[35] inizia all'indomani dell'armistizio dell'8 settembre, quando Luigi Freddi stabilisce il nuovo centro della cinematografia fascista a Venezia allo scopo di riprendere la produzione. Ferdinando Mezzasoma, nominato Ministro della Cultura Popolare, tenta di creare una piccola Cinecittà veneziana con i registi, le maestranze e gli attori di second'ordine che hanno risposto all'appello di trasferirsi al nord. Ma il cinema della Repubblica Sociale è da subito condannato a lottare contro la scarsità di mezzi concessi dalle autorità, ormai prive di interesse per quella che Mussolini stesso aveva definito "l'arma più forte". Giorgio Venturini, Direttore generale dello spettacolo (peraltro privo di qualunque esperienza in campo cinematografico), descrive con realismo la situazione in cui si trova a operare:

« Quel che vedete non è certo Cinecittà: chiamiamolo pure un cinevillaggio; ma il piano urbanistico ne è stato così ben tracciato da consentire domani ogni più ampio sviluppo[36]. »

All'inizio del 1944 vengono inviate a Venezia da Praga le apparecchiature cinematografiche requisite dai tedeschi a Cinecittà, e la produzione può iniziare. Il tentativo di stabilire un solido gruppo di attori è però fallimentare: Osvaldo Valenti e Luisa Ferida sono i soli nomi di richiamo ad aver giurato fedeltà al nuovo regime, mentre gli altri (tra cui Emma Gramatica, Mino Doro, Elena Zareschi, Maurizio D'Ancora) non bastano a suscitare l'interesse del pubblico. Tra i registi che aderiscono al cinema repubblichino troviamo Piero Ballerini, Francesco De Robertis, Fernando Cerchio, Giorgio Ferroni, Ferruccio Cerio; tra gli sceneggiatori, Corrado Pavolini e Alessandro De Stefani.

Le risorse del Ministero sono usate principalmente per riportare in vita il Cinegiornale Luce. I 55 servizi realizzati dalla metà del 1943 alla fine della guerra si occupano di cronache mondane, eventi sportivi, curiosità dall'estero. La guerra resta spesso sullo sfondo, e in un solo numero si citano i partigiani[37]. I lungometraggi a soggetto, una quarantina in totale, evitano con cura la propaganda. Tra i titoli più significativi c'è La vita semplice (uscito nel 1946) di De Robertis, un'amena storia sentimentale ambientata nella Venezia popolare.

La fine della guerra è anche la fine di questo fragile cinevillaggio. Subito dopo i dissidi saranno ricomposti in nome della ricostruzione nazionale e nella vana speranza di mantenere anche in tempo di pace una parte della produzione a Venezia[38].

Il cinema del dopoguerra (1945-1955)[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi anni della guerra l'Italia conosce distruzioni immani. Uno dei sistemi produttivi più avanzati d'Europa si è dissolto e la produzione è praticamente ferma. In questo scenario desolante si manifesta comunque una volontà di rinascita, che nel 1944 porta alla fondazione dell'ANICA, erede diretta della FNFIS di epoca fascista, che raccoglie gli interessi di produttori, distributori ed esercenti. Un articolo del Mondo Nuovo, rotocalco statunitense in lingua italiana, sintetizza così questa fragile volontà di resurrezione:

« Produrre film in Italia è come costruire una casa cominciando dal tetto. [...] Eppure nei teatri di posa italiani si continua a girare film. Meraviglia come soltanto ora, che non si hanno più i mezzi di una volta, la cinematografia italiana corrisponda a quello che è l'animo del paese »
(Mondo Nuovo, 1945[39])

Nel giro di pochi anni la produzione si stabilizza: nel 1945 vengono prodotti 28 film, che salgono a 62 l'anno successivo e a 104 nel 1950. Alla fine degli anni Cinquanta si arriverà a 167[40]. La ripresa produttiva è facilitata anche da una politica di assistenza da parte del governo intesa a garantire la stabilità dell'assetto industriale, in opposizione all'azione degli studios hollywoodiani, della PWB e della diplomazia statunitense, che puntano invece a impedire la ripresa produttiva[41]. Nel corso del decennio la produzione nazionale si imporrà sui film statunitensi, che si sono abbattuti in massa sul mercato alla fine della guerra[42].

Il neorealismo (1945-1953)[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Neorealismo (cinema).

In questo campo di contraddizioni si sviluppa il neorealismo, una corrente artistica e culturale che riguarda tutte le forme d'arte, ma in particolare il cinema. Il neorealismo nasce dal libero incontro di alcune individualità artistiche all'interno di un clima storico comune, rappresentato dal trauma della guerra e la relativa lotta di liberazione. Per tali motivi il cinema neorealista non può essere considerato né una corrente né un movimento, dato che i registi di spicco (Roberto Rossellini, Vittorio De Sica, Luchino Visconti e Giuseppe De Santis) manterranno sempre una personalità artistica autonoma e originale. I tratti comuni del neorealismo, inseparabili dal contesto storico, sono identificabili piuttosto nel senso etico di solidarietà umana nato dall'antifascismo, nell'attenzione agli eventi contemporanei, nella centralità di personaggi comuni e antieroici, nell'intreccio tra vicende private e storia pubblica, tutti elementi che spingono all'uso preferenziale (ma non esclusivo) di attori non protagonisti e di ambientazioni reali. Tali registi si propongono di osservare la realtà senza pregiudizi, rinunciando agli interventi falsificanti e alla narrazione classica. Il cinema diventa così un simbolo della volontà di riscatto dell'Italia, di quella società povera ma vitale che il cinema dell'epoca fascista aveva rimosso. Di conseguenza, viene rifiutato con forza tutto il cinema precedente, dal calligrafismo, al cinema dei telefoni bianchi, oramai inadatti a fotografare la realtà post-bellica dell'Italia democratica.

Il momento di svolta avviene con Roma città aperta (1945) di Roberto Rossellini, rievocazione della lotta antifascista a Roma negli ultimi mesi della guerra in cui le diverse anime della resistenza romana (comunista, liberale, cattolica) collaborano nel rispetto reciproco. Quello che più interessa al regista sono "le strade, le chiese, i tetti, le case popolari, quegli spazi vitali che l'uomo è chiamato a difendere"[43]. Il film ottiene grande successo internazionale e consacra Rossellini a portavoce del neorealismo. La visione ecumenica ritorna nel film successivo, Paisà (1946), affresco bellico sull'avanzata degli alleati dalla Sicilia alla valle del Po, che rispetto al precedente sacrifica la psicologia individuale alla necessità dell'itinerario storico e geografico. Per certi versi speculare a Paisà è invece Germania anno zero (1947), girato tra le macerie di una Berlino distrutta dai bombardamenti. In questo film, che chiude idealmente la parabola neorealista di Rossellini, inserisce il trauma bellico nella visione cattolica della lotta dell'uomo contro le avversità della storia, che nel tragico finale sembra sancire la morte della solidarietà. Francesco, giullare di Dio (1950) abbandona l'ambientazione contemporanea per rinnovare la ricerca tematica del regista, rappresentando la religione popolare come risposta al senso del vivere. Nei film successivi (Stromboli, 1950 ed Europa '51, 1952 (segnati dalla collaborazione con Ingrid Bergman), Rosselini si interroga sul rapporto tra individuo e società, sulla solitudine dell'esistenza, sul silenzio di Dio, rappresentando i dati visibili come correlativi di una ricerca interiore. Questi film, accolti inizialmente con freddezza dalla critica, avranno grande influenza nello sviluppo del cinema europeo dei decenni successivi.

Il piccolo Enzo Staiola in una scena di Ladri di biciclette (1949) di Vittorio De Sica

Sul versante opposto, la parabola di Vittorio De Sica è inseparabile da quella del suo sceneggiatore di fiducia, Cesare Zavattini, che rappresenta quasi la coscienza teorica del neorealismo. Insieme hanno già realizzato I bambini ci guardano (1944), che mostra già un'attenzione alla realtà contemporanea, ma è con Sciuscià (1946) che la coppia si impone definitivamente a livello internazionale. A differenza di Rossellini, De Sica carica il film di intensità emotiva e cerca il coinvolgimento dello spettatore nella storia patetica di due ragazzini sconfitti dalla società. Con Ladri di biciclette (1949) il dramma individuale, inserito in una più ampia problematica sociale, si carica di un pathos abilmente gestito dal regista, capace di impiegare al massimo grado le interpretazioni di attori non professionisti. Miracolo a Milano (1951) entra invece nel territorio della favola (portando allo scoperto una tendenza latente nella poetica di Zavattini) sotto forma di un apologo fantastico sul bisogno della solidarietà sociale, ma questa rivendicazione del potere dell'immaginazione viene accolta con scetticismo dalla critica e non avrà seguito. La descrizione della vita quotidiana raggiunge invece il punto più alto con Umberto D. (1953), per molti versi l'apice del neorealismo. La storia di un individuo qualunque alle prese con il dramma di vivere procede per accumulazione di dettagli quotidiani che la regia porta fino al culmine della forza espressiva. Dopo questo exploit la coppia si limiterà a forme narrative più consolidate, e lo stesso neorealismo sembrerà aver esaurito le sue potenzialità.

Un'inquadratura de La terra trema (1949) di Luchino Visconti

Tra i registi di questo periodo, Luchino Visconti è il più complesso, solo in parte riconducibile ai moduli del neorealismo. Il suo cinema apre la strada alla riscoperta della realtà con Ossessione (1943), autentico film-spartiacque che mostra già l'ascendenza letteraria del suo cinema, l'interesse per il melodramma e l'ambientazione rurale. Piegando i motivi del noir americano ai moduli del cinema realista (in particolare francese), questo tragico dramma psicologico risulta del tutto anomalo nel contesto del cinema fascista e sarà un punto di riferimento obbligato per tutto il cinema del decennio successivo[44]. Dopo la partecipazione al film collettivo Giorni di gloria (1945) e un'importante attività teatrale, Visconti raggiunge uno degli apici del suo cinema con La terra trema (1949). Interpretato da attori non protagonisti e parlato in dialetto, il film è la summa di tutte le influenze artistiche del regista, figura unica di intellettuale aristocratico e comunista. Il regista guarda alla storia di una comunità di pescatori (liberamente tratta dai Malavoglia di Giovanni Verga) attraverso la lettura esplicitamente marxista della lotta di classe: il pessimismo verghiano si trasforma quindi nel dominio economico della borghesia e i proletari acquisiscono la consapevolezza del loro sfruttamento. Il complesso apparato figurativo rende funzionale al dramma ogni elemento della masse in scena, con le scene costruite secondo precisi rapporti plastici, cromatici, sonori, musicali[45]. Il film è un insuccesso di pubblico e Visconti ripiega su progetti meno ambiziosi. Bellissima (1951) torna quindi alla contemporaneità con una descrizione minuziosa del mondo del cinema e del fascino esercitato sui popolani, ma non rinuncia alla costruzione narrativa romanzesca né alla complessità figurativa.

Interessato a estendere i confini del neorealismo è anche Giuseppe De Santis. Dopo un lungo apprendistato critico per la rivista Cinema, De Santis esordisce nel 1946 con Caccia tragica, che mostra già la sua preferenza per il racconto corale, la complessità della messa in scena e la tendenza epicizzante. Nell'arco di una dozzina di film, De Santis cercherà di adattare i moduli neorealisti al cinema popolare contemporaneo, il realismo socialista sovietico allo spettacolo hollywoodiano. L'ambizione è meglio espressa in Riso amaro (1949), grande successo internazionale, che coniuga ambizione sociale e cultura popolare. In Non c'è pace tra gli ulivi (1950) vengono riassunti tutti i temi a lui più cari: la centralità del personaggio femminile, l'ambientazione agricola, la precisa descrizione sociale[46]. Roma ore 11 (1952) abbandona l'abientazione rurale per descrivere il processo di inurbamento e le contraddizioni della ripresa economica. I pochi film successivi (tra cui Un marito per Anna Zaccheo, 1953; Giorni d'amore, 1954; Uomini e lupi, 1956; La strada lunga un anno, 1958) saranno accolti con freddezza dalla critica, quasi a significare l'esaurimento creativo del neorealismo e la difficoltà di rappresentare una società più complessa[47].

Fino alla metà degli anni cinquanta moltissimi film riprenderanno, in forme più o meno consapevoli, temi e ambientazioni del neorealismo. Alberto Lattuada coniuga realismo e necessità spettacolare con Il bandito (1946), influenzato dal genere noir, l'ambizioso affresco storico Il mulino del Po (1949) e Il cappotto (1952), entrambi di origine letteraria. Anche Mario Soldati mette la vocazione letteraria al servizio del realismo con Le miserie del signor Travet (1946), prima di dedicarsi soprattutto alla narrativa. Tra i registi di commedie attivi nei decenni precedenti che continuano a lavorare si segnalano Mario Camerini (Due lettere anonime, 1946; Ulisse, 1954), Luigi Zampa, che realizza i suoi film più celebri con la collaborazione di Vitaliano Brancati (Anni difficili, 1948; L'arte di arrangiarsi, 1954), e Renato Castellani (Sotto il sole di Roma, 1948; Due soldi di speranza, 1952). Pietro Germi guarda invece ai moduli del cinema statunitense (Il testimone, 1945; Gioventù perduta, 1947); In nome della legge (1949) conferma la solidità della sua regia e Il cammino della speranza (1959) aggiorna il neorealismo in chiave melodrammatica[48]. Una certa attenzione sociale, ormai ridotta a puro sfondo per commedie sentimentali, sopravviverà fino alla fine del decennio in un filone bollato dalla critica come "neorealismo rosa", di cui i film di Luciano Emmer costituiscono gli esempi migliori (Domenica d'agosto, 1950; Le ragazze di piazza di Spagna, 1952; Terza liceo, 1953; La ragazza in vetrina, 1961).

Sopra Roberto Rossellini con la Moglie Ingrid Bergman

A metà del decennio la tendenza neorealista può dirsi esaurita. Tra le cause vanno citate la crescita produttiva (con la contemporanea affermazione di generi più codificati), il raffreddamento ideologico imposto dal governo in cambio del sostegno all'industria, l'evoluzione dei registi maggiori e la difficoltà di rappresentare una società in continuo cambiamento. A segnare la chiusura di questa esperienza provvede l'esaurimento della vena realista di Vittorio De Sica (con l'insuccesso produttivo e critico di Stazione Termini, 1953, e la conseguente conversione alla commedia) e soprattutto il clamore suscitato da Senso (1954) di Luchino Visconti, che supera il realismo contemporaneo nella direzione dell'affresco storico risorgimentale (riletto attraverso Gramsci) e dell'interesse per la complessità psicologica[49]. Ma è soprattutto Roberto Rossellini con la pellicola Viaggio in Italia (1953), a creare le premesse per un definitivo superamento della stagione neorealista. In tale pellicola Rossellini (in maniera coeva al nuovo cinema di Antonioni) stacca la macchina da presa dai fatti e impone agli attori una recitazione straniata, arrivando a cogliere il senso profondo dell'alienazione contemporanea prodotta dalla nuova società industriale. Il film viene stroncato quasi ovunque, tranne in Francia: la rivista i Cahiers du cinema, infatti, include il film tra i migliori dieci di ogni epoca.[50]

I generi popolari[modifica | modifica wikitesto]

Melodramma[modifica | modifica wikitesto]

Fra la metà degli anni quaranta e la metà degli anni cinquanta fiorisce il genere dei melodrammi popolari, detti comunemente strappalacrime. Le esili trame sono spesso costruite attorno a giovani coppie unite dall'amore ma divise dai ceti sociali di appartenenza, con particolare insistenza sulle sofferenze, le vessazioni e le rinunce che i personaggi (soprattutto femminili) sono costretti a subire. I melodrammi strappalacrime sono poco apprezzati dalla critica, che li considera alla stregua di fotoromanzi cinematografici, ma il successo di pubblico è immediato.

Il regista principale del filone è Raffaello Matarazzo, attivo già dai tempi del fascismo e prolifico autore di una serie di film interpretati da Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson. Il suo film più celebre, Catene, è il maggior incasso in Italia nella stagione 1949-1950. Altri registi specializzati nel genere sono Guido Brignone, Luigi Capuano, Gennaro Righelli, Mario Bonnard, Ubaldo Maria Del Colle, Giorgio Walter Chili, Carlo Borghesio, Giorgio Pàstina, Flavio Calzavara, Carlo Campogalliani, Roberto Mauri, Carmine Gallone, Leonardo De Mitri, Giuseppe Guarino e Mario Costa. Alberto Lattuada si cimenterà con questo filone con Anna (1951), che toccherà il miliardo di lire di incasso. Anche Riccardo Freda, Sergio Corbucci e Vittorio Cottafavi, prima di prendere strade diverse nell'ambito del cinema popolare, inizieranno le carriere con questo genere di film.

Nel decennio successivo il filone tenta di aggiornarsi ai gusti del pubblico. I film di questo periodo sono incentrati soprattutto su bambini con genitori troppo distaccati o in procinto di separarsi, destinati a morire per una disgrazia o una malattia; altri raccontano di coppie in crisi che riescono a ritrovare l'amore per poi essere separate inesorabilmente da un destino avverso. Capostipite di questo revival è Incompreso di Luigi Comencini. Il successo del film dà il via a una serie di imitazioni più o meno esplicite lungo tutti gli anni sessanta e settanta. Tra i titoli di maggior successo si ricordano Anonimo veneziano di Enrico Maria Salerno, L'ultimo sapore dell'aria di Ruggero Deodato, Cuore di Romano Scavolini, Il venditore di palloncini di Mario Gariazzo, Bianchi cavalli d'agosto e L'ultima neve di primavera di Raimondo Del Balzo. Contemporaneamente si provvede anche a una riconsiderazione critica dei film di Matarazzo, a lungo considerato un mestierante senza personalità e ora rivalutato per la competenza della messa in scena e le invenzioni cinematografiche[51]. Nel 1974 vengono girati due remake di suoi film: I figli di nessuno di Bruno Gaburro e Catene di Silvio Amadio. Il filone continua con successo fino alla metà degli anni ottanta, quando la scomparsa dei generi popolari cinematografici relega i film sentimentali alla produzione televisiva.

In questo genere va inserito anche il fortunato sotto-filone delle cine-sceneggiate napoletane, interpretate da un'autentica schiera di divi regionali: Pino Mauro, Mario Trevi e soprattutto Mario Merola e Nino D'Angelo. I titoli più famosi di questo sottofilone sono Zappatore, Lacrime napulitane, Carcerato e I figli... so' pezzi 'e core.

Peplum e Cappa e spada[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Peplum.
La locandina americana del film Le fatiche di Ercole (1958) di Pietro Francisci

Appartengono al genere peplum tutti quei film ambientati nell'antichità narranti fatti mitologici o biblici, nati sulla scia del successo di kolossal hollywoodiani come Ben Hur. Questi film narrano le gesta di potenti eroi mitologici, come Ercole, Golia, Maciste, Sansone o Ursus, in lotta per liberare interi popoli da mostri o sovrani malvagi oppure con la missione di salvare fanciulle in pericolo. Tali personaggi entrano da subito nell'immaginario collettivo e vengono interpretati da attori americani, provenienti da esperienze di body-builder come Gordon Scott, Steve Reeves e Brad Harris. Dalla metà degli anni sessanta tale genere inizia a mescolarsi ad altri, come l'horror, a causa di una iniziale disaffezione del pubblico nei confronti di queste pellicole. Le trame incrociate e sincretiche, che legano improbabili compresenze di miti ed eroi, il dialogo fuori sincrono, la recitazione legnosa dei forzuti personaggi, uniti ai primitivi effetti speciali che ritraggono mostri, divinità e creature leggendarie sono le principali caratteristiche di questo genere definitivamente tramontato agli inzi degli anni ottanta.

Analogo al peplum è il genere "cappa e spada", in cui, si inseriscono film avventurosi e storici ambientati nel Medioevo o nel Rinascimento. Tali film narrano le gesta di uomini e donne realmente esistiti oppure vedono protagonisti i personaggi della narrativa avventurosa. La critica ha inseguito bollato questi generi come immensi spettacoli di cartapesta, promossi al puro scopo commerciale, volutamente privi di qualsiasi velleità artistica.

Il cinema d'autore degli anni cinquanta, sessanta e settanta[modifica | modifica wikitesto]

Nella foto il regista Michelangelo Antonioni

A partire dalla metà degli anni cinquanta il cinema italiano si svincola dal neorealismo affrontando tematiche prettamente esistenziali, filmate con stili e punti di vista differenti, spesso più introspettivi che descrittivi. Il cinema italiano vive così una nuova fioritura di cineasti che contribuiscono in maniera fondamentale allo sviluppo della settima arte. L'artista ferrarese Michelangelo Antonioni è il primo ad imporsi, divenendo in breve tempo un autore di riferimento del cinema moderno.[52][53] Tale carica di novità è ravvisabile fin dal principio. Infatti, la prima opera del regista, Cronaca di un amore (uscita nel 1950), segna un'indelebile frattura con il mondo del neorealismo e la conseguente nascita di una nuova stagione cinematografica[54]

Negli anni tra il 1960 e il 1962, l'artista dirige la celebre "trilogia dell'incomunicabilità", composta dai film L'avventura, La notte e L'eclisse (con protagonista la giovane Monica Vitti). In tali pellicole Antonioni affronta in maniera diretta i moderni temi dell'incomunicabilità, dell'alienazione e del disagio esistenziale, dove i rapporti interpersonali sono volutamente descritti in maniera oscura e sfuggevole. [55] Il regista riesce così a rinnovare la drammaturgia filmica e a creare un forte smarrimento tra pubblico e critica, i quali accolgono queste opere in maniera spesso contrastante.[55] Con i successivi Il deserto rosso (Leone d'oro al miglior film al Festival di Venezia) e Blow-Up[56] (Palma d'oro al Festival di Cannes), si consacra definitivamente all'attenzione internazionale aggiudicandosi i due Festival cinematografici più importanti. Assieme a Federico Fellini è stato l'unico regista italiano a vincere sia il Leone d'oro alla carriera che l'Oscar alla carriera, rispettivamente nel 1983 e 1995.

Altra figura centrale per lo sviluppo della settima arte è il regista riminese Federico Fellini. Con capolavori come Le notti di Cabiria (1956) e La dolce vita (1960), oltre ai già citati I vitelloni e La strada, si impone come uno dei massimi punti di riferimento del cinema italiano. Il suo stile surreale e inconfondibile viene esaltato dal fortunato sodalizio con il compositore Nino Rota, le cui colonne sonore entreranno nell'immaginario collettivo. Alcune scene dei suoi film più celebri assurgeranno a simboli di un'intera epoca, come la famosa sequenza di Anita Ekberg che, ne La dolce vita, entra nella Fontana di Trevi divenendo, da allora, un'icona del cinema internazionale. Già insignito di quattro premi Oscar al miglior film straniero, gli è stato conferito nel 1993 l'Oscar alla carriera. Vincitore due volte del Festival di Mosca (1963 e 1987), ha inoltre ricevuto nel 1960 la Palma d'oro al Festival di Cannes e nel 1985 il Leone d'oro alla carriera.

Nel corso degli anni sessanta il cineasta romagnolo inizia una fase di sperimentazione col monumentale, onirico e visionario (1963), che aprirà una nuova fase della sua lunga e luminosa carriera. Opere successive come Fellini Satyricon, Amarcord, Il Casanova di Federico Fellini, La città delle donne, E la nave va, Ginger e Fred, Intervista e La voce della luna, consacrano Fellini come uno dei più grandi artisti della macchina da presa del XX secolo.

Luchino Visconti

Se Roberto Rossellini e Vittorio De Sica perseguono altre strade, il primo come autore di nicchia televisivo e il secondo come attore e regista di successo, Luchino Visconti continuerà a regalare al cinema italiano altre indimenticabili e prestigiose creazioni. Fra la metà degli anni cinquanta e la metà degli anni settanta, sarà autore di un'ininterrotta serie di capolavori, fra cui: Senso, Rocco e i suoi fratelli, Il Gattopardo (Palma d'oro al Festival di Cannes) La caduta degli dei, Morte a Venezia, Ludwig e Gruppo di famiglia in un interno. Con la pellicola Vaghe stelle dell'Orsa, riceve nel 1965 Il Leone d'oro come miglior film al Festival di Venezia. Come allievo di Visconti si mette in luce il regista fiorentino Franco Zeffirelli. Tra le sue opere più note vi sono le trasposizioni shakespeariane de La bisbetica domata (1967) e Romeo e Giulietta (1967), con cui ottiene la nomination all'oscar come miglior regista; traguardo raggiunto nuovamente con La traviata, uscito nelle sale cinematografiche nel 1982.

Altro protagonista del cinema d'autore è sicuramente Pier Paolo Pasolini. Cineasta, attore, poeta e scrittore infaticabile, nella varietà delle sue opere si è spesso opposto ai costumi e alla morale del tempo, risultando a posteriori uno dei maggiori intellettuali del XX secolo. Figura iconoclasta del cinema e della letteratura italiana ha sempre intrapreso con fortuna molteplici campi del sapere, proponendo valori alternativi e contrari al conformismo borghese. Attento osservatore della trasformazione della società italiana dal secondo dopoguerra sino alla metà degli anni settanta, ha spesso suscitato forti polemiche per la radicalità e vivacità del suo pensiero. Vivacità che ha saputo mettere in evidenza anche in campo cinematografico lasciando una serie ininterrotta di capolavori a partire dal suo film d'esordio Accattone, del 1961, che vede alla sceneggiatura la presenza del collega e regista Sergio Citti.

Tra i vari lungometraggi meritano di essere ricordati: Mamma Roma, (1962), Il Vangelo secondo Matteo (1964), Uccellacci e uccellini (1966), Edipo re (1967), Teorema (1968), Medea (1969) e le trasposizioni cinematografiche della "trilogia della vita" : Il Decameron (1971), I racconti di Canterbury (1972) e Il fiore delle Mille e una notte (1974). Da ultimo si evidenzia l'agghiacciante Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975), (che avrebbe dovuto far parte della trilogia della morte, assieme a Porno-Teo-Kolossal, ed un terzo film che non saranno mai realizzati a causa dell'assassinio del regista). Tali pellicole hanno proposto chiavi di lettura differenti, scatenando sovente lunghe polemiche, talvolta con strascichi giudiziari ed episodi di censura. Nel 1972 riceve l'Orso d'oro a Berlino per il già citato film I racconti di Canterbury.

Un altro regista di rilievo è Valerio Zurlini: i suoi film, da Estate violenta a La ragazza con la valigia, da Cronaca familiare a Il deserto dei Tartari alternano suggestive rievocazioni letterarie ad analisi psicologiche raffinate e complesse, con risultati spesso notevoli. Molto raffinato sul piano formale è il cinema di Mauro Bolognini che, pur soffrendo talora di eccessi di decadentismo e affettazione, presenta una ricchezza scenografica di ampia derivazione viscontiana. A tal proposito si ricordano i lungometraggi La giornata balorda, Il bell'Antonio e Metello.

Altri autori del cinema italiano[modifica | modifica wikitesto]

Ermanno Olmi alla Mostra del cinema di Venezia del 1965

Pur individuando nei decenni cinquanta e sessanta il periodo aureo del cinema d'essai, numerosi altri registi hanno conquistato la nomea di autori anche nei decenni successivi, in special modo dalla metà degli anni settanta fino ad arrivare ai giorni nostri. Questa nutrita schiera di cineasti, coltivando stili e tematiche differenti, è riuscita, anch'essa, a raccogliere consenso e prestigio internazionale.

Ermanno Olmi esordisce con il film Il tempo si è fermato (1958), emozionante parabola sui rapporti tra uomo e natura che fa subito emergere le sue peculiari doti artistiche. La notorietà arriverà tre anni dopo con Il posto (1961), un ritratto dolce-amaro della Milano del boom economico. Dopo alcuni lavori interlocutori gli anni settanta consacrano Olmi a livello internazionale con L'albero degli zoccoli (1978) elegiaco affresco di un mondo contadino ormai scomparso, premiato a Cannes con la Palma d'oro. Dopo una lunga malattia Olmi ritorna alla ribalta negli anni ottanta col surreale Lunga vita alla signora! (1987) e l'intenso La leggenda del santo bevitore (1988) premiato col Leone d'oro al festival di Venezia. Nel 2001 l'anziano regista realizza quello che molti considerano il suo miglior lavoro: Il mestiere delle armi, dedicato al mito di Giovanni dalle Bande Nere. Il film, ottiene a sorpresa un grande successo di pubblico e conquisterà nel 2002 ben nove David di Donatello. Un rinnovato interesse critico accompagna l'uscita dei successivi lungometraggi Cantando dietro i paraventi (2003), Centochiodi (2007) e Il villaggio di cartone (2011). Nel 2008 gli viene assegnato a Venezia il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Marco Ferreri si è imposto all'attenzione a partire dagli anni cinquanta con un cinema grottesco e provocatorio dai tratti parzialmente "bunueliani". I titoli più importanti della prima fase della sua carriera sono El pisito (1958), La carrozzella (1960) (girati entrambi in Spagna) e La donna scimmia, interpretato da Ugo Tognazzi e Annie Girardot (1964). Raggiunge la piena maturità artistica con Dillinger è morto (1969), stralunato e attualissimo capolavoro sull'alienazione della vita moderna. Dopo il percorso kafkiano e surreale de L'udienza (1971) ottiene la massima popolarità internazionale con il sorprendente e discusso La grande abbuffata (1973). Il regista meneghino torna alla ribalta nel 1991 con la direzione del film La casa del sorriso che si aggiudicherà l'Orso d'oro al Festival di Berlino. Tra i suoi ultimi lavori si ricordano Diario di un vizio (1993) e Nitrato d'argento, uscito nelle sale cinematografiche nel 1996.

In alto il regista Marco Ferreri

Sempre negli anni sessanta si impone all'attenzione di pubblico e critica l'opera del giovane Marco Bellocchio che tramite pellicole apertamente in contrasto con la società ed i valori borghesi anticipa il fermento generazionale del sessantotto. La sua pellicola d'esordio I pugni in tasca, a causa dei suoi contenuti altamente drammatici scuote l'opinione pubblica aprendo la strada ad una prolifica serie di film tra i quali si ricordano: La Cina è vicina del 1967, Amore e rabbia del 1969 e Nel nome del padre del 1972. A partire dagli anni ottanta instaura un sodalizio artistico con lo psichiatra Massimo Fagioli (autore di molte sceneggiature) fino al ritorno in auge negli anni duemila con numerose pellicole che ne hanno consolidato definitivamente il prestigio autoriale. Tra queste si menzionano: L'ora di religione (2002), Buongiorno, notte (2003), Il regista di matrimoni (2006), Vincere (2009) e da ultimo Bella addormentata, liberamente ispirato agli ultimi giorni di vita della giovane Eluana Englaro. Nel 2010 riceve a Venezia il Leone d'oro alla carriera.

Bernardo Bertolucci si avvicina al cinema grazie a Pier Paolo Pasolini di cui sarà assistente sul set di Accattone. Ben presto si stacca dal mondo pasoliniano per inseguire una personale idea di cinema, basata sullo studio antropologico dell'individuo e del suo relazionarsi ai mutamenti sociali che la storia impone. Esordisce giovanissimo nel lungometraggio La commare secca (1962), e desta attenzione con Prima della rivoluzione (1964). Nei primi anni settanta realizza in rapida successione tre capisaldi del suo cinema: Il conformista (1970) tratto dal romanzo di Moravia, il metafisico La strategia del ragno (1970) e il film scandalo Ultimo tango a Parigi (1972), con Marlon Brando e Maria Schneider. Consolida la fama internazionale con il kolossal Novecento (1976), della durata di oltre cinque ore e che vede come primi attori Robert De Niro e Gerard Depardieu. Il 1987 segna un'ulteriore svolta: dirige infatti in il ciclopico affresco L'ultimo imperatore, che si aggiudicherà ben nove Premi Oscar, tra cui quelli per miglior film e regia. Negli anni successivi Bertolucci prosegue sulla strada del kolossal per il mercato internazionale con Il tè nel deserto (1990) e il Piccolo Buddha (1993), ambientato in Nepal e negli Stati Uniti. La seconda metà degli anni novanta e i primi anni del nuovo millennio vedono Bertolucci impegnato nuovamente in chiave più intimista con Io ballo da sola (1996) e The Dreamers - I sognatori (2003). Costretto su una sedia a rotelle per problemi di salute, dopo quasi dieci anni torna dietro la macchina da presa per dirigere il delicato Io e te, uscito nelle sale nell'autunno del 2012. A consacrare la sua lunga e prolifica carriera giungono nel 2007 e nel 2010 i rispettivi Leone d'oro alla carriera e Palma d'onore al Festival di Cannes.

I fratelli Paolo e Vittorio Taviani, appassionati fin da giovanissimi al cinema, conosco un primo discreto successo con il film I sovversivi (1967), che vede come primo attore il cantautore Lucio Dalla, a cui seguono Sotto il segno dello scorpione (1969) e il film sulla restaurazione Allonsanfan, con Marcello Mastroianni e Laura Betti. Il seguente Padre padrone (1977) , tratto dal romanzo di Gavino Ledda, racconta la lotta di un pastore sardo contro le regole feroci del proprio universo patriarcale. Il film riscuote critiche favorevoli aggiudicandosi nello stesso anno la Palma d'oro al Festival di Cannes. Ne Il prato (1979) si riscontrano echi neorealistici, mentre La notte di San Lorenzo (1982) racconta, con uno stile vicino al realismo magico, la deliberata fuga di un gruppo di abitanti della Toscana, nella notte in cui tedeschi e fascisti compiono una sanguinosa rappresaglia nel Duomo della città. Lo scenario della battaglia nel grande campo di grano (avvenuta tra i fascisti di Salò e i partigiani), rappresenta il momento culminante di un film che riscuote grandi consensi e che vince il gran premio speciale della giuria al Festival di Cannes. Nel 2012 si aggiudicano l'Orso d'oro al Festival di Berlino e il David di Donatello per il miglior film e per il miglior regista con il film Cesare deve morire, realmente recitato dai detenuti del carcere di Rebibbia. Nel 1986 ricevono il Leone d'oro alla carriera.

Il regista Gianni Amelio

Gianni Amelio dopo molte regie televisive per la Rai, esordisce al cinema con Colpire al cuore (1982), un film sul terrorismo che non passa inosservato. Dopo l'interessante I ragazzi di via Panisperna sul leggendario gruppo di fisici guidato da Enrico Fermi, raggiunge la notorietà internazionale con l'acclamato e premiato Porte aperte, tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia. Nei film che seguono, Amelio sviluppa tematiche legate alla realtà sociale con dolorosa partecipazione e sensibilità artistica. Con Il ladro di bambini, suo maggior successo commerciale, vince nel 1992 il Premio speciale della giuria al Festival di Cannes e l'European Film Award come miglior film, oltre a due Nastri d'Argento e cinque David di Donatello. Lamerica si aggiudica nel 1994 il premio Osella d'oro alla Mostra del cinema di Venezia, oltre al Premio Pasinetti come miglior film. Quattro anni dopo, Così ridevano, probabilmente il suo lavoro di più difficile comprensione per il grande pubblico, vince il Leone d'oro, sempre alla Mostra del cinema di Venezia. Dopo Le chiavi di casa (2004) sul problematico rapporto tra un padre e il figlio disabile, Amelio cerca una storia di più ampio respiro con La stella che non c'è ambientato tra l'Italia e la Cina con Sergio Castellitto nel ruolo di protagonista. Negli ultimi anni è tornato alla regia con regolare continuità come dimostrano i lungometraggi Il primo uomo (2011), L'intrepido (2013), con Antonio Albanese, e il documentario Felice chi è diverso, uscito nel marzo del 2014.

Nanni Moretti esordisce al cinema con mezzi amatoriali nel film Io sono un autarchico (1976), riscuotendo subito l'attenzione della critica che individua nel giovane regista un'inedita e personale vena sarcastica. Le prime riflessioni del suo cinema sono tutte incentrate sulle problematiche giovanili, non disdegnando una più generale critica alla morale e al costume del suo tempo. Il successivo Ecce bombo, uscito nel 1978, consolida la fama del regista, ottenendo al botteghino un grande e inaspettato successo. Dopo l'interlocutorio Sogni d'oro (1981), realizza verso la metà degli anni ottanta una serie di pellicole che ne sanciscono la definitiva maturità. La prima di queste è Bianca (1984), intrigante e personale giallo esistenziale a cui segue La messa è finita (1985) con un inedito Moretti nelle vesti di un sacerdote, da molti considerata una delle sue opere più lucide e riflessive. Ricevuto nel 1986 l'Orso d'argento al Festival internazionale del cinema di Berlino, Moretti si dedicherà nel lustro successivo a un cinema più "politico" con il documentario La cosa, incentrato sullo scioglimento del PCI, e il criptico film a soggetto Palombella rossa nel quale i contenuti politici costituiscono parte integrante della storia.

Il 1993 sancisce il definitivo riconoscimento internazionale di Moretti con l'uscita del film a episodi Caro diario, che si aggiudica il premio per la miglior regia al Festival di Cannes. Dopo un altro diario personale (Aprile, del 1998), Moretti conquista la Palma d'oro al Festival di Cannes con La stanza del figlio (2001), in cui vengono descritti gli effetti che la morte accidentale di un figlio provoca in una famiglia medio borghese. Nel 2006 gira il lungometraggio Il caimano, ispirato alla figura di Silvio Berlusconi che vede come primo attore Silvio Orlando. Il film, presentato nel pieno della campagna elettorale per le elezioni politiche dello stesso anno, ha suscitato numerose polemiche presentando scenari apocalittici che sarebbero seguiti a un rifiuto del leader politico di abbandonare il mondo delle istituzioni. Nel 2011 esce Habemus Papam, con Moretti nelle vesti di uno psicanalista alle prese con un nuovo inaspettato paziente: un neo eletto pontefice in crisi spirituale, interpretato dall'attore francese Michel Piccoli. Quattro anni più tardi è di nuovo sulle scene con l'uscita del suo dodicesimo lungometraggio dal titolo Mia madre, con protagonista l'attrice Margherita Buy.

Le attrici italiane[modifica | modifica wikitesto]

Alla fine degli anni quaranta e per tutti gli anni cinquanta, le attrici italiane vivono un fortunato periodo di gloria. Oltre ad Anna Magnani, Valentina Cortese ed Alida Valli (le uniche che continuano a lavorare con continuità anche dopo la fine del regime fascista), si fanno notare le nuove dive "maggiorate" (così chiamate per via delle loro forme prorompenti). Tra queste si ricordano: Gina Lollobrigida, Silvana Mangano, Silvana Pampanini, Lucia Bosè, Virna Lisi e soprattutto Sophia Loren che conoscono successo ed allori sia in Italia che all'estero, arrivando addirittura ad oscurare le dive hollywoodiane a loro contemporanee. Alida Valli esordisce giovanissima sul grande schermo, assumendo ruoli da protagonista in molti film dell'epoca, diventando ben presto l'attrice simbolo del cosiddetto cinema dei telefoni bianchi. La sua versatilità la mette in evidenza in ruoli più drammatici, soprattutto nel film Piccolo mondo antico di Mario Soldati (1941) che al Festival di Venezia le vale un premio speciale per la miglior interprete femminile. Negli anni quaranta lavora con alcuni dei più grandi registi del panorama internazionale come Alfred Hitchcock e Orson Welles. Nel 1951 presta una delle sue migliori interpretazioni nel capolavoro Senso, per la regia di Luchino Visconti. Nel 1997 le viene attribuito il Leone d'oro alla carriera.

Anna Magnani viene considerata dalla critica cinematografica come una delle maggiori interpreti femminili della storia.[57][58][59][60] Attrice simbolo del cinema italiano, è altresì conosciuta per essere stata, insieme ad Aldo Fabrizi e Alberto Sordi, una delle figure preminenti della cinematografia romana del XX secolo.[61] Tra i suoi riconoscimenti internazionali sono senz'altro da ricordare l'Oscar assegnato come migliore attrice protagonista per il film La rosa tatuata e l'Orso d'argento al Festival di Berlino per il film Selvaggio è il vento (1958). Indimenticabili le sue interpretazioni sotto la guida di registi come Roberto Rossellini, Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

Allo stesso modo, Sophia Loren viene considerata come una delle attrici più celebri dell'intera storia della settima arte. Da Vittorio De Sica sarà diretta, nel 1960, nel film La ciociara, che gli vale l'Oscar alla migliore attrice (il primo ad essere assegnato per un'interpretazione che non fosse in lingua inglese). Nella sua lunga e acclamata carriera ha ricevuto un Golden Globe, un Leone d'oro alla carriera, una Palma d'oro a Cannes, un BAFTA, dieci David di Donatello e tre Nastri d'argento. Nel 1999, l'American Film Institute l'ha inserita al ventunesimo posto tra le più grandi star della storia del cinema. Fra le venticinque interpreti presenti in classifica, la Loren è risultata l'unica attrice ancora in vita.[62] Silvana Mangano conosce un notevole successo alla fine degli anni quaranta per l'interpretazione del film film neorealista Riso amaro, diretto da Giuseppe De Santis. La pellicola la impone come una delle prime sex symbol nazionali del dopoguerra. Tra gli anni sessanta e settanta diviene una delle protagoniste principali della commedia all'italiana, vestendo con spiccata intensità ruoli più regali in alcuni film di Luchino Visconti e Pier Paolo Pasolini.

Sopra l'attrice Claudia Cardinale

Nei primi anni sessanta fa la sua comparsa Claudia Cardinale, scoperta e lanciata alla fine degli anni cinquanta da Mario Monicelli che la scrittura per una piccola parte nel film del 1958 I soliti ignoti. La sua «bellezza in pari tempo solare e notturna, delicata e incisiva, enigmatica e inquietante»[63] è stata utilizzata e valorizzata dai maggiori autori dell'epoca. Si ricordano in particolare le sue interpretazioni per Visconti (Il Gattopardo, Vaghe stelle dell'Orsa), Fellini (), Bolognini (Il bell'Antonio, La viaccia, Senilità), Zurlini (La ragazza con la valigia), Comencini (La ragazza di Bube), Sergio Leone (C'era una volta il West), Luigi Zampa (Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata), Luigi Magni (Nell'anno del Signore) e Damiano Damiani (Il giorno della civetta). Tra i suoi numerosi riconoscimenti si ricordano Il Leone d'oro alla carriera (1993), l'Orso d'Oro alla carriera (2002) e Il pardo d'onore al Festival di Locarno, ricevuto nell'agosto del 2011.

Nella foto l'attrice Monica Vitti

In egual misura si impone come nuova figura femminile l'attrice romana Monica Vitti. Musa per antonomasia del cinema esistenziale di Antonioni, ha ricoperto più volte ruoli comici e farseschi, spesso in coppia con i vari protagonisti della commedia all'italiana. L'opera che avvia la sua stagione di brillante interprete di commedie è la pellicola La ragazza con la pistola, uscita nelle sale nel 1968 per la regia di Mario Monicelli. Tra i molti riconoscimenti ha ricevuto ben nove David di Donatello e un premio BAFTA. Nel 1995 riceve al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera. L'ultima figura di rilievo venuta alla luce negli anni sessanta è l'attrice Stefania Sandrelli. Entra nel mondo del cinema a soli quindici anni nel film di Mario Sequi Gioventù di notte (1961), e si afferma accanto a Ugo Tognazzi nel film Il federale (1961), diretto da Luciano Salce. Sarà Pietro Germi a donarle la definitiva notorietà con due capolavori della commedia quali Divorzio all'italiana (1961), con Marcello Mastroianni, e Sedotta e abbandonata (1964). Nel 1965 è la protagonista del film di Antonio Pietrangeli Io la conoscevo bene. In seguito lavora con alcuni dei massimi registi italiani come Bernardo Bertolucci, Luigi Comencini, Mario Monicelli ed Ettore Scola. Nel 2005 le viene assegnato il Leone d'oro alla carriera. Negli anni settanta si fanno conoscere Mariangela Melato (raffinata interprete di commedie e pièce teatrali) e la giovanissima Ornella Muti; accanto ad esse trovano successo numerose attrici di "genere"; ovvero tutte quelle interpreti legate ad un preciso genere commerciale come l'horror, la commedia sexy, il poliziesco, il western ed altri ancora.

Gli attori italiani[modifica | modifica wikitesto]

In alto l'attore Alberto Sordi

Tra gli uomini ottengono fama oltre i confini nazionali Alberto Sordi, Vittorio Gassman e Marcello Mastroianni. L'attore romano Alberto Sordi, in oltre cinquant'anni di attività, ha messo a servizio della settima arte un numero cospicuo di interpretazioni, tutte volte a incarnare vizi e virtù del popolo italiano, spesso in commedie autoriali di grande levatura. Inizia la propria attività nel mondo della radio, divenendo per molti anni la voce italiana del celebre comico inglese Oliver Hardy. Durante gli anni cinquanta vive una felice collaborazione artistica con Federico Fellini nei rispettivi film Lo sceicco bianco e I Vitelloni, dando contemporaneamente prova di grande versatilità comica nel celebre film di Steno Un americano a Roma. A partire dal film La grande guerra, di Mario Monicelli, diverrà uno dei protagonisti indiscussi della Commedia all'italiana, iniziando parallelamente l'attività di regista a partire dal 1966 con il film Fumo di Londra. Oltre ad aver conseguito ben dieci David di Donatello, in campo internazionale è stato insignito, nel 1972, dell'Orso d'Argento per il miglior attore al Festival di Berlino, nonché, nel 1995, del Leone d'oro alla carriera.

In alto un giovane Vittorio Gassman

L'attore ligure Vittorio Gassman vivrà assieme a Sordi il grande periodo aureo della commedia sfruttando in molte interpretazioni la propria verve istrionica maturata sui palcoscenici teatrali. Attore di formazione drammatica scoprirà la propria vena di interprete a tutto tondo grazie a Mario Monicelli, che scritturerà l'artista nel film I soliti ignoti, evidenziandone le doti comiche e farsesche. Con il regista Dino Risi ha dato vita a una duratura collaborazione artistica che ha portato alla produzione di moltissime commedie, tra le quali si ricordano Il sorpasso, I mostri e Profumo di donna, con il quale si aggiudica la Palma d'oro per la miglior interpretazione maschile nel 1975. Anch'egli vincitore di dieci David di Donatello, ha ricevuto nel 1996 il prestigioso Leone d'oro alla carriera.

Marcello Mastroianni diviene, a cavallo degli anni sessanta e settanta, l'attore italiano più conosciuto e acclamato all'estero; merito dell'indiscussa fama acquisita con i capolavori di Fellini La dolce vita e . Attore polivalente e versatile ha spaziato in molti generi cinematografici, lavorando con i massimi registi italiani del tempo. Ha, inoltre, collaborato con molti registi internazionali come Roman Polanski, Manoel de Oliveira, Theo Angelopoulos, Louis Malle e Robert Altman. Assieme a Sophia Loren ha costituito una delle coppie cinematografiche più conosciute e apprezzate, soprattutto grazie ai vari lungometraggi diretti da Vittorio De Sica. Tra i suoi maggiori riconoscimenti cinematografici vanta sette David di Donatello, due Premi BAFTA (1963 e 1964) e ben due Palme d'oro per la migliore interpretazione maschile al Festival di Cannes (1970 e 1987). Inoltre, è stato il primo attore italiano a conseguire nel 1990 il Leone d'oro alla carriera.

Altra figura chiave tra gli attori italiani del tempo è senz'altro Ugo Tognazzi. Attivo nel mondo dell'industria cinematografica fin dagli anni cinquanta è divenuto popolare grazie alle sue innati doti comiche nel programma televisivo Un due tre. Dall'inizio degli anni sessanta è protagonista di numerose commedie che lo impongono come uno dei massimi interpreti del filone della commedia all'italiana. Il cineasta che più di tutti mette in evidenza le sue capacità attoriali è Marco Ferreri, che scritturerà l'artista come protagonista di film grotteschi e sferzanti come Una storia moderna: l'ape regina, del 1963 e La donna scimmia, del 1964. La collaborazione tra i due artisti avrà luogo anche nel decennio successivo: basti pensare ai film L'udienza, Non toccare la donna bianca e in particolar modo La grande abbuffata. Nel 1981 vince il premio per la miglior interpretazione maschile al Festival di Cannes per il film La tragedia di un uomo ridicolo, diretto dal regista emiliano Bernardo Bertolucci.

Sopra l'attore Ugo Tognazzi

Ultimo protagonista del cinema italiano degli anni sessanta e settanta è stato l'attore ciociaro Nino Manfredi che ha sempre saputo svariare tra cinema, teatro e televisione, risultando un interprete poliedrico e incisivo. Nel corso della sua lunga carriera ha alternato ruoli comici e drammatici con notevole efficacia, ottenendo svariati riconoscimenti come il Premio per la migliore opera prima al Festival di Cannes per il film da lui stesso interpretato e diretto Per grazia ricevuta. L'attore che più di tutti ha unito le proprie capacità attoriali ad un esplicito impegno civile è sicuramente Gian Maria Volontè. Occasionale interprete di commedie è ricordato per la presenza magnetica e la recitazione matura, non priva di accenti aggressivi e istrionici. Ha raggiunto la fama internazionale ricoprendo il ruolo del "cattivo" negli spaghetti western di Sergio Leone, per poi divenire dalla fine degli anni sessanta un attore-simbolo del cinema sociale e politico, in particolar modo sotto la regia di Francesco Rosi ed Elio Petri. Ha collaborato con molti registi di calibro internazionale come Jean-Pierre Melville e Jean Luc Godard. Tra i suoi molteplici premi vale la pena ricordare la Palma d'oro a Cannes come miglior attore nel 1983, l'Orso d'Argento per il miglior attore nel 1987, il Pardo d'onore al Festival di Locarno e il Leone d'oro alla carriera, rispettivamente nel 1990 e nel 1991.

A partire dagli anni ottanta e per tutti gli anni novanta il nostro cinema non è stato più capace di lanciare nuovi attori che si siano distinti anche fuori dall'Italia per via della crisi dell'industria cinematografica che non consentiva più una facile distribuzione dei film nostrani all'estero. L'unica eccezione si è avuta per l'attore e regista Roberto Benigni (vincitore nel 1999 del premio Oscar come miglior attore, per il film La vita è bella) e Massimo Troisi (candidato all'Oscar postumo nel 1996 per il film Il postino); quest'ultimo si è distinto, fin dai primi sketch televisivi, come l'esponente di punta di una nuova comicità napoletana (portata alla ribalta dal gruppo teatrale La Smorfia). Allo stesso modo l'attore toscano si è rivelato, fin da subito, come uno dei comici più dissacranti e originali di tutto il cinema italiano. Esordisce in televisione verso la fine degli anni settanta, divenendo a partire dagli anni ottanta autore e interprete di commedie di grande successo. Oltre ad essere l'unico attore italiano maschile a vantare un premio Oscar come migliore attore, ha altresì conseguito sei David di Donatello e il Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes, sempre per il film La vita è bella.

Solo recentemente con la ripresa dell'industria cinematografica italiana nuovi attori si stanno facendo notare anche a livello internazionale: un esempio su tutti è l'interprete napoletano Toni Servillo, vero alter ego cinematografico dell'amico e regista Paolo Sorrentino. La coppia ha conosciuto molta fama anche all'estero soprattutto in pellicole come Il divo e La grande bellezza. Da non dimenticare l'attore romano Elio Germano, vincitore della Palma d'oro a Cannes nel 2010 come migliore attore protagonista per il film La nostra vita di Daniele Luchetti.

La grande stagione della commedia[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia all'italiana.
Sopra il film di Mario Monicelli, dal titolo I soliti ignoti

Nella seconda metà degli anni cinquanta si sviluppa il genere della commedia all'italiana; una definizione che fa riferimento al titolo di un film di Pietro Germi: Divorzio all'italiana (1961) con Marcello Mastroianni e Stefania Sandrelli. Il termine, più che indicare un vero genere, riguarda una particolare stagione cinematografica, contrassegnata da un nuovo modo di intendere gli elementi costitutivi della commedia. Tali elementi si pongono in netto contrasto con la commedia leggera e disimpegnata del neorealismo rosa, assai in voga per tutti gli anni cinquanta. Tenendo a mente la lezione del neorealismo, la nuova commedia all'italiana pone la proprie attenzioni sulla realtà sociale prodotta dal boom economico. Di conseguenza, accanto alle situazioni comiche e agli intrecci tipici della farsa tradizionale, vediamo emergere una pungente satira di costume, che evidenzia con tagliente ironia le contraddizioni della società industriale. A partire dalla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta, l'Italia vive numerose fasi che muteranno in maniera radicale la mentalità e il costume degli italiani. La crisi economica, le agitazioni studentesche e la ricerca di nuove emancipazioni nel mondo del lavoro e della famiglia, diverranno il luogo ideale entro il quale proiettare i personaggi della commedia, pronti a far rivivere sulla scena i mutamenti della società civile.

Monicelli alla macchina da presa

A tale stagione cinematografica si ricollegano i nomi dei principali attori italiani del tempo: da Alberto Sordi a Ugo Tognazzi, da Monica Vitti a Claudia Cardinale, da Vittorio Gassman a Nino Manfredi, senza dimenticare Sophia Loren, Silvana Mangano, Giancarlo Giannini e Mariangela Melato, oltre ai già citati Mastroianni e Sandrelli. Generalmente si ritiene sia stato il regista Mario Monicelli, capostipite e fra i massimi esponenti (con Ettore Scola, Pietro Germi, Luigi Comencini e Dino Risi) della commedia italica, ad inaugurare questa nuova fase con il lungometraggio I soliti ignoti, uscito nelle sale cinematografiche nel 1958. Originario di Roma (e non di Viareggio come molte biografie riportano) Monicelli entra nel mondo del cinema a soli vent'anni, dirigendo assieme al collega Alberto Mondadori la sua prima pellicola dal titolo I ragazzi della via Paal (1935). Negli anni cinquanta, assieme a Steno, dirige il comico Antonio De Curtis in molti lungometraggi, tra i quali si ricordano Guardie e ladri e Totò e Carolina. Dopo il successo del già citato I soliti ignoti (nominato all'oscar come miglior film straniero), il regista darà vita a una serie di pellicole di fondamentale valore non solo per la commedia ma per l'intero cinema italiano, tra le quali si ricordano: La grande guerra (Leone d'oro al Festival di Venezia), I compagni, L'armata Brancaleone, Romanzo popolare, Amici miei , Un borghese piccolo piccolo e Il marchese del Grillo. Vincitore di numerosi premi cinematografici, è stato candidato per sei volte al Premio Oscar. Nel 1991 ha ricevuto il Leone d'oro alla carriera.

Dino Risi e il direttore della fotografia Romolo Garroni

Gli anni sessanta sono il periodo del boom economico e di conseguenza il cinema risente dei cambiamenti che modificano la società italiana. Uno dei primi artisti a documentare tali cambiamenti è senz'altro il cineasta milanese Dino Risi. Nel suo lungometraggio più celebre (Il sorpasso), il regista mescola, con acuta sensibilità, comicità e serietà del soggetto, virando (in maniera inconsueta) in un finale drammatico e raggelante. L'istrionismo dell'attore protagonista (Vittorio Gassman) e la colonna sonora, con brani di Edoardo Vianello (con Guarda come dondolo) e Domenico Modugno (con Vecchio frack), fotografano perfettamente il quadro sociale del tempo, facendo raggiungere al genere della commedia una piena maturità autoriale. Sempre per la regia di Dino Risi vanno menzionati il film a episodi I mostri (con Vittorio Gassman e Ugo Tognazzi) e Una vita difficile, che vede come attore protagonista Alberto Sordi. Nel 2002 riceve al Festival di Venezia il Leone d'oro alla carriera.

Va messo in evidenza come spesso gli elementi costitutivi della commedia siano stati intrecciati ad arte con generi diversi, dando vita a pellicole decisamente inclassificabili. Nell'inaugurare tale tecnica, Il cineasta Luigi Comencini è stato senz'altro uno degli autori di maggior rilievo. Dopo aver raggiunto la celebrità negli anni cinquanta con alcune commedie rosa (tra tutte la celebre Pane, amore e fantasia del 1953 a cui seguiranno due sequel altrettanto riusciti), ha regalato al cinema italiano opere come Tutti a casa (con Alberto Sordi), Lo scopone scientifico ( ancora con Sordi), lo sceneggiato Le avventure di Pinocchio (con Nino Manfredi) e Il gatto, in cui si fondono generi e stili differenti. Nel 1987 si aggiudica, a Venezia, Il Leone d'oro alla carriera.

Altra figura centrale per lo sviluppo è l'imposizione della commedia all'italiana è il regista Pietro Germi. Dopo essersi cimentato in opere ad evidente contenuto politico, spesso riconducibili entro i canoni del Neorealismo, nell'ultima fase della sua carriera ha diretto pellicole inseribili a pieno titolo nel filone della commedia,[64] dove accanto agli abituali toni umoristici sopravviveranno componenti di critica sociale.[65] Il già citato Divorzio all'italiana apre a Germi le porte del successo che si concretizzerà nel 1965 con il limpido e caustico Signore & signori (satira sull'ipocrisia borghese di una cittadina dell'alto Veneto), con Virna Lisi e Gastone Moschin. Il film vince la Palma d'oro al Festival di Cannes ex aequo con Un uomo, una donna di Claude Lelouch. Tra i vari riconoscimenti vanta un Oscar alla migliore sceneggiatura originale, per il film Divorzio all'italiana e un Gran premio della giuria al Festival di Berlino per il film Il cammino della speranza.

Alberto Sordi in una scena de Il vigile (1960) di Luigi Zampa, manifesto dell'Italia degli anni sessanta

L'ultimo protagonista della grande stagione della commedia è il regista romano Ettore Scola. Dopo aver vestito i panni dello sceneggiatore, esordisce alla regia nel 1964 con il film Se permettete parliamo di donne. Il primo successo giungerà quattro anni dopo, dirigendo Alberto Sordi, Nino Manfredi e Bernard Blier in Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l'amico misteriosamente scomparso in Africa? (1968). Nel 1974 dà alla luce il suo film più noto, C'eravamo tanto amati, che ripercorre trent'anni di storia italiana attraverso le vicende di tre amici: l'avvocato Gianni Perego (Vittorio Gassman), il portantino Antonio (Nino Manfredi) e l'intellettuale Nicola (Stefano Satta Flores). Nel film, dedicato a Vittorio De Sica, compaiono anche Marcello Mastroianni, Federico Fellini e Mike Bongiorno nella parte di se stessi, oltre ad Aldo Fabrizi e Giovanna Ralli. Altre pellicole di sicura importanza sono: Brutti, sporchi e cattivi (1976) (grottesca commedia con Nino Manfredi) e Una giornata particolare (1977), con Marcello Mastroianni e Sophia Loren. Nel 1980 il regista tira le somme della commedia all'italiana nell'affresco generazionale de La terrazza, che descrive con lucida efficacia l'amaro bilancio esistenziale di un gruppo di intellettuali di sinistra. Al film prendono parte Ugo Tognazzi, Vittorio Gassman, Jean-Louis Trintignant e Marcello Mastroianni. La pellicola, secondo gran parte della critica, è una delle ultime opere ancora ascrivibile al genere. Scola, in oltre quarant'anni di carriera, ha ricevuto quattro nomination all'Oscar per il miglior film straniero. Vincitore di sei David di Donatello, ha ritirato nel 1976 il premio per la miglior regia al Festival di Cannes.

Altri importanti film del filone sono i sempre attuali Il medico della mutua e Il prof. dott. Guido Tersilli primario della clinica Villa Celeste convenzionata con le mutue rispettivamente di Luigi Zampa e Luciano Salce. Senza dimenticare il film di Franco Brusati, Pane e cioccolata, interpretato da Nino Manfredi. Sempre nell'ambito della commedia, si menziona il lavoro svolto dalla regista Lina Wertmuller, che assieme alla rodata coppia di attori Giancarlo Giannini e Mariangela Melato ha dato vita, nella prima metà degli anni settanta, a pellicole di sicuro successo tra le quali si evidenziano: Mimì metallurgico ferito nell'onore, Film d'amore e d'anarchia - Ovvero "Stamattina alle 10 in via dei Fiori nella nota casa di tolleranza..." e da ultimo Travolti da un insolito destino nell'azzurro mare d'agosto. Da sottolineare, inoltre, l'opera di Antonio Pietrangeli, che in quasi tutti i suoi film si è occupato di psicologia femminile, delineando con precisione amari e finissimi ritratti di donna. Tra i suoi migliori lavori si menzionano: Adua e le compagne , La visita, La Parmigiana (con Catherine Spaak) e Io la conoscevo bene, considerato il suo capolavoro. Vi è infine da ricordare che nell'arco di oltre un ventennio (a partire dagli anni sessanta), sono stati numerosissimi i registi che hanno partecipato e contribuito allo sviluppo della commedia. Tra questi è doveroso ricordare: Nanny Loy, Sergio Corbucci, Salvatore Samperi, Marcello Fondato e Luigi Magni.

Il cinema comico[modifica | modifica wikitesto]

Agli albori del cinematografo e per i primi decenni del ventesimo secolo si sviluppa un genere di intrattenimento denominato Comiche del muto che giunge ben presto anche in Italia, riscuotendo un discreto successo. Il tratto rilevante di questa produzione, che conta centinaia di film (quasi tutti cortometraggi), è la capacità di assimilare varie forme di spettacolo: dalle recite di piazza al vaudeville, tutti costruiti attorno a esili trame o semplici spunti umoristici. Questi brevi film fungono sovente da semplice contorno a lungometraggi più ambiziosi.

Il comico di maggior successo in Italia è André Deed, più noto come Cretinetti, protagonista di innumerevoli corti per la Itala Film. Il suo successo apre la strada a Marcel Fabre (Robinet), Ernesto Vaser (Fricot) e tanti altri. L'unico attore di una certa sostanza è però Ferdinand Guillaume, che diventerà celebre come Polidor[66].

L'interesse storico di questi film sta nella loro capacità di rivelare le aspirazioni e le paure di una società piccolo-borghese, divisa tra il desiderio di affermazione e le incertezze del presente. È significativo che i protagonisti delle comiche italiane non si pongano mai in contrasto con la società né incarnino desideri di rivalsa sociale (come accade per esempio con Charlie Chaplin), ma cerchino piuttosto di integrarsi in un mondo fortemente desiderato[67].

Il luogo ideale dove il genere comico trova ampia affermazione è senz'altro il teatro dove, tra gli anni trenta e quaranta, si sviluppano numerose scuole di avanspettacolo che vedono tra le proprie file attori comici di prim'ordine come Carlo Dapporto, Gilberto Govi, Ettore Petrolini, Erminio Macario e Antonio De Curtis, in arte Totò. Proprio a quest'ultimo si deve il merito di aver spostato e integrato tale forma di genere artistico dal palcoscenico alla celluloide. Ideatore di un'autentica maschera nel solco della tradizione della commedia dell'arte, Totò ha spaziato dal teatro (con oltre 50 titoli) al cinema (con 97 pellicole) e alla televisione (con 9 telefilm e vari sketch pubblicitari). I suoi film riscuotono ancora oggi molto successo, e talune sue battute sono diventate perifrasi entrate nel linguaggio comune.[68] Tra i suoi innumerevoli film si ricordano: I pompieri di Viggiù, Totò cerca casa, Totò le Mokò, Totò a colori, Miseria e nobiltà e Signori si nasce. Da non dimenticare, inoltre, il fortunato sodalizio artistico con il grande attore di teatro Peppino De Filippo, con il quale ha dato vita a numerosi film di sicura presa sul pubblico: tra i tanti si menzionano La banda degli onesti, Totò, Peppino e... la dolce vita e il celebre Totò, Peppino e la... malafemmina. Oltre ad aver rappresentato per oltre un ventennio l'attore comico per antonomasia, Totò si è cimentato in altre pellicole rientranti più esplicitamente nel filone della commedia all'italiana, finanche nel cinema d'autore (in particolar modo negli anni sessanta).

Paolo Villaggio nelle vesti del ragionier Ugo Fantozzi

Analogo discorso avviene nei successivi anni settanta con l'emergere di una nuova personalità comica facente capo all'autore, attore e scrittore Paolo Villaggio. Dopo aver esordito nel piccolo schermo verso la fine degli anni sessanta presentando vari personaggi dalla mimica grottesca ed inedita, fa esordire sul grande schermo la maschera di Fantozzi, ideata dallo stesso artista all'inizio degli anni settanta e pubblicata con notevole richiamo nell'omonimo libro. Il film Fantozzi, uscito nelle sale cinematografiche nel 1975 e diretto da Luciano Salce, ha dato vita a una saga di ampio successo, che si è protratta con altre nove pellicole fino alla fine degli anni novanta. Accanto all'artista hanno poi recitato tutta una serie di attori divenuti fin da subito molto popolari tra i quali si ricordano Milena Vukotic, Anna Mazzamauro e soprattutto Gigi Reder, il quale ha composto con Villaggio un fortunato sodalizio, riscontrabile in oltre quattordici pellicole. Allo stesso modo di Totò anche Villaggio ha effettuato svariate incursioni nel cinema d'autore, continuando in parallelo la principale attività di attore comico e scrittore satirico. Se si esclude Roberto Benigni (il quale è sia interprete che regista), entrambi gli artisti sono gli unici attori comici in Italia ad aver vantato riconoscimenti di livello internazionale. Totò ha infatti ricevuto nel 1966 una menzione speciale al Festival di Cannes, per l'interpretazione nel film Uccellacci e uccellini; a Villaggio sono andati rispettivamente il Leone d'oro alla carriera (1992) e il Pardo d'onore al Festival di Locarno (2000).

Da non tralasciare, l'ampia popolarità del duo comico composto da Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, che per tutti gli anni sessanta ha dato vita a numerosi lungometraggi di stampo parodistico, proponendo mimiche e gag derivanti dall'avanspettacolo e dal teatro di strada. Una ritrovata linfa nel contesto di tale forma artistica viene alla luce sul finire degli anni settanta con la comparsa di una nuova generazione di attori e registi che avrebbe, seppur con tematiche sociali differenti, continuato il percorso già tracciato dalla commedia all'italiana. Attori comici quali Roberto Benigni, Carlo Verdone, Massimo Troisi, Francesco Nuti e Maurizio Nichetti, hanno proposto all'inizio degli anni ottanta un nuovo modo di fare comicità, passando con disinvoltura dallo sketch televisivo al cinema, presentando pellicole quasi sempre dirette e interpretate da se medesimi.

Il cinema sociale e politico[modifica | modifica wikitesto]

Nell'immagine il regista Francesco Rosi

Il cinema d'autore degli anni sessanta continua il proprio percorso affrontando tematiche differenti. Dalle vene surreali ed esistenziali di Fellini e Antonioni si emancipa una nuova visone autoriale che vede nel cinema un mezzo ideale per denunciare corruzioni e malaffare, sia del sistema politico che del mondo industriale. Nasce così il filone del film inchiesta che partendo dall'analisi neorealista dei fatti, vi aggiunge ad essi un conciso giudizio critico, con il manifesto intento di scuotere le coscienze dell'opinione pubblica. Tale tipologia tocca volutamente questioni scottanti, spesso prendendo di mira il potere costituito, con l'intento di ricostruire una verità storica il più delle volte negata o celata. Vero precursore di questo modo di intendere il mestiere del regista è l'artista napoletano Francesco Rosi. Dopo essere stato sceneggiatore e aiuto regista di Luchino Visconti, nel 1958 dirige la sua prima pellicola La sfida, a cui segue un anno dopo I magliari (1959), che vede come primo attore Alberto Sordi. Nel 1962, inaugura il filone dei film-inchiesta ripercorrendo, attraverso una serie di lunghi flashback, la vita del malavitoso siciliano Salvatore Giuliano. L'anno successivo dirige Rod Steiger ne Le mani sulla città (1963), nel quale denuncia con coraggio le collusioni esistenti tra i diversi organi dello Stato e lo sfruttamento edilizio a Napoli. La pellicola viene premiata con il Leone d'Oro al Festival di Venezia.

Questi film sono generalmente considerati i capostipiti del cinema ad argomento politico, che vedrà spesso, la recitazione duttile e spontanea di Gian Maria Volontè. Uno dei punti di arrivo del percorso artistico di Francesco Rosi è senz'altro Il caso Mattei (1972); un film inchiesta in cui il regista cerca di far luce sulla misteriosa scomparsa di Enrico Mattei, manager del più importante gruppo statale italiano, l'Eni. La pellicola di Rosi, con Gian Maria Volonté protagonista, vince la Palma d'oro al festival di Cannes e diviene un vero e proprio modello per analoghi film di denuncia civile prodotti nei successivi decenni (a partire dal celebre JFK - Un caso ancora aperto di Oliver Stone). Vincitore di dieci David di Donatello, nel 2008 ha conseguito l'Orso d'Oro alla carriera e successivamente, nel 2012, il Leone d'Oro alla carriera.

Elio Petri

I movimenti studenteschi, operai ed extra-parlamentari della fine degli anni sessanta e quelli del decennio successivo influenzeranno molte arti, in particolar modo in cinema, che sviluppa sulle orme di Rosi un genere socialmente e politicamente impegnato. In questo contesto nuovi registi continuano e potenziano l'opera del regista napoletano; tra questi il più attivo è l'autore romano Elio Petri, che utilizza il cinema politico in un ottica di superamento e completamento del filone neorealista. A tal proposito il regista milanese dichiara: «Il "Neorealismo" se non è inteso come vasta esigenza di ricerca e di indagine, ma come vera e propria tendenza poetica, non ci interessa più (...) Occorre fare i conti con i miti moderni, con le incoerenze, con la corruzione, con gli esempi splendidi di eroismi inutili, con i sussulti della morale: occorre sapere e potere rappresentare tutto ciò».[69]

Dopo aver lavorato con Alberto Sordi nel film il Il maestro di Vigevano, verso la metà degli anni sessanta stringe un autentico sodalizio con l'attore e alter ego Gian Maria Volontè, protagonista di punta del cinema d'impegno civile di quegli anni. Tra i loro film vanno ricordati: A ciascuno il suo (1967), tratto da un romanzo di Leonardo Sciascia, La classe operaia va in paradiso (1971), corrosiva satira sulla vita in fabbrica (vincitrice della Palma d'oro a Cannes) e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Quest'ultimo, sorretto dall'incisiva colonna sonora di Ennio Morricone, rappresenta il film più noto del regista. La pellicola ottiene un vasto consenso, aggiudicandosi, l'anno seguente, l'Oscar al miglior film straniero. Nel 1976 Petri porta al cinema un altro romanzo di Sciascia, Todo modo, che racconta il grottesco decadimento di una classe dirigente, rifugiatasi in un albergo-eremo, allo scopo di praticare esercizi spirituali. Il film si avvale delle interpretazioni di Gian Maria Volontè, Marcello Mastroianni e Mariangela Melato.

Altro regista distintosi per lo sviluppo di tematiche proprie del cinema d'impegno civile è l'autore Damiano Damiani, che con Il giorno della civetta (1967) (con attori come Franco Nero e Claudia Cardinale), conosce un notevole successo. Altri lungometraggi da menzionare sono: Confessione di un commissario di polizia al procuratore della repubblica (1971), L'istruttoria è chiusa: dimentichi e Girolimoni, il mostro di Roma (1972), Perché si uccide un magistrato (1974) e Io ho paura, del 1977.

Altro film di estrema importanza è il duro e realistico Detenuto in attesa di giudizio (1971) di Nanni Loy, con protagonista un insolito Alberto Sordi. Il film del regista sardo è una sorta di incubo kafkiano, perfettamente calato nella realtà sociale del tempo. La pellicola ha suscitato ampio scalpore, in quanto, per la prima volta, un'opera cinematografica denunciava la drammatica arretratezza dei sistemi giudiziario e carcerario italiani.

Anche se non strettamente legato alla realtà italiana è doveroso ricordare La battaglia di Algeri, dell'autore toscano Gillo Pontecorvo (1966). L'opera è una potente ricostruzione degli eventi civili e militari che portarono l'Algeria all'indipendenza dal colonialismo francese. Acclamato da critica e pubblico, Il film (Leone d'oro a Venezia), è divenuto nel tempo una delle opere italiane più conosciute e celebrate nel mondo. Nel 1969 Marlon Brando è il protagonista di un nuovo film politico sempre diretto da Pontecorvo: Queimada, che descrive le sopraffazioni del colonialismo e la rivolta dei popoli oppressi in un paese del Sud America. Da ultimo, Il regista pisano affronta, nel 1979, il tema della resistenza antifranchista basca in Ogro, con Gian Maria Volonté, raccontando la vicenda dell'attentato all'Ammiraglio Luis Carrero Blanco, avvenuto nel 1973. Un'altro regista legato al cinema politico e d'impegno sociale è l'emiliano Florestano Vancini, che nelle sue opere più riuscite ha coniugato la robustezza della ricostruzione storica con il resoconto di crisi sentimentali e soggettive. Tra le sue opere più note si ricordano: La lunga notte del '43 (1960), Le stagioni del nostro amore (1966) e Il delitto Matteotti (1973).

Il cinema d'animazione[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Storia dell'animazione italiana.

Nonostante l'Italia non abbia una grande tradizione nell'ambito del cinema d'animazione, nel corso del tempo si sono rivelati diversi autori degni d'attenzione. Il pioniere del cartone animato italiano è stato Francesco Guido, meglio conosciuto come "Gibba". Ha realizzato nel 1946 il primo mediometraggio animato del nostro cinema: L'ultimo sciuscià, a tematica neorealista e nel decennio successivo i lungometraggi Rompicollo e I picchiatelli, in collaborazione con Antonio Attanasi. Negli anni settanta, dopo molti documentari animati, tornerà al lungometraggio con Il racconto della giungla e l'erotico Il nano e la strega. Interessanti anche i contributi del pittore e scenografo Emanuele Luzzati che dopo alcuni pregevoli cortometraggi, realizza nel 1976 uno dei capolavori dell'animazione italiana: Il flauto magico, basato sull'omonima opera di Mozart.

Ma è con Bruno Bozzetto che il cartoon italiano raggiunge una dimensione internazionale: il suo lungometraggio d'esordio West and Soda (1965), un'irresistibile ed esuberante parodia del genere Western accoglie consensi sia di pubblico che di critica. Pochi anni dopo sarà la volta di Vip - Mio fratello superuomo (1968), una parodia del genere supereroistico, assai in voga all'epoca. Dopo tanti cortometraggi satirici (spesso incentrati sul suo celebre "Signor Rossi") torna al lungometraggio con quello che viene considerato il suo lavoro più ambizioso: Allegro non troppo (1977). Ispirato al celebre Fantasia della Disney è un film a tecnica mista, in cui gli episodi animati sono plasmati su celebri brani di musica classica. Uno dei protagonisti è l'attore e regista Maurizio Nichetti che anni più tardi, sulla falsariga del successo di Chi ha incastrato Roger Rabbit, realizzerà il film Volere volare, dove realtà e fantasia, animazione e attori professionisti si interscambiano reciprocamente.

Nel decennio successivo l'animazione italiana entra in una nuova fase produttiva grazie allo studio torinese Lanterna Magica che nel 1996, con la regia di Enzo D'Alò, realizza l'intrigante favola natalizia La freccia azzurra, basata su un racconto di Gianni Rodari, con musiche dell'artista astigiano Paolo Conte. Il film è un successo e apre la strada, negli anni successivi, ad altri lungometraggi. Infatti, nel 1998, dopo soli due anni di lavoro, viene distribuito La gabbianella e il gatto tratto dal romanzo Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare di Luis Sepúlveda, che risulta essere un grande successo di pubblico, toccando un nuovo vertice del nostro cinema animato. L'opera vince una nastro d'argento e il premio del pubblico al Festival del cinema di Montreal. Il regista Enzo d'Alò, separatosi dallo studio Lanterna Magica, produrrà negli anni seguenti altre pellicole come Momo alla conquista del tempo (2001) e Opopomoz (2003). Lo studio torinese distribuisce dal canto suo le pellicole Aida degli alberi (2001) e Totò Sapore e la magica storia della pizza (2003), accompagnati da un buon riscontro di pubblico. Nel 2003 esce il primo film d'animazione in computer grafica di produzione interamente italiana dal titolo L'apetta Giulia e la signora Vita, per la regia di Paolo Modugno.

Nel 2010 giunge il primo film d'animazione italiano in tecnologia 3D ovvero Winx Club 3D - Magica avventura, tratto dall'omonima serie animata italiana che ha goduto di fama e successo in tutto il mondo. Nel 2012 ottiene credito presso il pubblico la pellicola Gladiatori di Roma, anch'esso girato in tecnologia 3D. Da ultimo, nel 2013, esce Pinocchio, ancora del regista napoletano Enzo d'Alò.

Il cinema di genere italiano[modifica | modifica wikitesto]

Accanto al cinema neorealista ed esistenziale degli autori, della commedia all'italiana e del cinema di denuncia sociale, a partire dal secondo dopoguerra si sviluppa, parallelamente, un cinema italiano più popolare che se da una parte viene snobbato ed osteggiato dalla critica, dall'altra viene accolto con entusiasmo da gran parte del pubblico, nazionale e internazionale. Dopo aver toccato il proprio culmine negli anni sessanta e settanta del Novecento, Il cinema di genere entra in declino a metà degli anni ottanta per due motivi principali: da una parte la grave crisi che colpisce tutto il cinema italiano e dall'altra l'affermazione della televisione commerciale, che in pochi anni priva le sale cinematografiche del suo pubblico abituale. Tale tipo di cinema è venuto ad affievolirsi ed a scomparire all'inizio degli anni novanta.

I generi cinematografici prodotti in Italia sono stati molteplici (variando a seconda dei decenni) e molte volte si sono incrociati tra loro, attraverso varie commistioni e fusioni. Qui di seguito è rappresentata una sommaria lista dei vari generi cinematografici che hanno incontrato, in periodi diversi, maggior successo.

Western[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Western all'italiana.

Sergio Leone è unanimamente considerato il precursore del cinema western all'italiana. Figlio del cineasta Roberto Roberti, dopo alcune prove come aiuto regista in varie produzioni hollywoodiane, fa il suo esordio alla regia nel 1961, con il peplum Il colosso di Rodi. Due anni più tardi, sulla scia dei grandi maestri americani, si dedica al genere western lanciando nelle sale il film Per un pugno di dollari, seguito da Per qualche dollaro in più (1965) e dal Il buono, il brutto, il cattivo (1966). Tali film vengono comunemente denominati la trilogia del dollaro. La forza innovativa di tali pellicole risiede nel rifiuto del western americano tradizionale, non più incentrato sul mito della frontiera o sulle guerre con gli indiani ma su eroi cinici e disincantati, avvolti in un mondo dove conta solo la violenza e la sopraffazione[70]. Tutto ciò è rafforzato da uno stile registico irreale e iperbolico, perfettamente coadiuvato dalle colonne sonore di Ennio Morricone. La qualità filmica della trilogia raggiunge l'apice con Il buono, il brutto, il cattivo: una sorta di aggiornamento de La grande guerra di Mario Monicelli e raccontato mescolando toni picareschi a momenti di grande lirismo. A questo trittico seguiranno il kolossal epico C'era una volta il West (1968), girato in parte nella Monument Valley, e Giù la testa (1971). Sergio Leone, snobbato all'epoca da buona parte della critica, viene oggi celebrato come uno dei registi italiani più noti ed acclamati nel mondo.

Il successo mondiale dei film di Leone apre la strada a una moltitudine d'imitazioni made in Italy (circa cinquecento pellicole spalmate in quindici anni), alcune delle quali hanno riscontrato un notevole seguito sia nazionale che estero. È il caso del lungometraggio Django (1966), diretto da Sergio Corbucci. Django (primo western italiano vietato ai minori di diciotto anni) ha conosciuto una larga fortuna oltre oceano, lanciando il divo e primo attore Franco Nero. Il film ha dato vita a una miriade di imitazioni e un solo sequel originale: Django 2 - Il grande ritorno, per la regia di Ted Archer (1987). Il regista americano Quentin Tarantino ha intitolato il suo primo e unico western con il nome di Django Unchained, dichiarato omaggio al film di Corbucci.

Tra le altre pellicole rientranti nel medesimo genere si ricordano: Il grande silenzio (1969) e Vamos a matar, compañeros (1970), sempre di Sergio Corbucci, La resa dei conti (1966) e Faccia a faccia (1967) di Sergio Sollima, Una pistola per Ringo (1965), Il ritorno di Ringo (1966) e Viva la muerte... tua! (1972) di Duccio Tessari, Quién sabe? (1966) di Damiano Damiani, Tepepa (1968) di Giulio Petroni, Keoma (1976) di Enzo G. Castellari, Le colt cantarono la morte e fu... tempo di massacro (1966), I quattro dell'apocalisse (1975) e Sella d'argento (1978) di Lucio Fulci.

Al filone degli spaghetti-western si ricollegano le commedie vicine al genere del film comico, scritte e dirette dal regista Enzo Barboni (firmatosi sempre con lo pseudonimo di E.B. Clucher) e con protagonisti gli attori Bud Spencer e Terence Hill (nomi d'arte degli italiani Carlo Pedersoli e Mario Girotti). I due film più importanti del duo, che coniugano con simpatia risate e scene d'azione, sono Lo chiamavano Trinità... (1970) e il seguito ...continuavano a chiamarlo Trinità (1972), quest'ultimo è risultato campione d'incassi nella stagione cinematografica 1971-1972. Entrambi gli attori, su proposta del regista Ermanno Olmi, vengono insigniti, nel 2010, del David di Donatello alla carriera. Da menzionare, inoltre, il film del 1973 Il mio nome è Nessuno, per la regia di Tonino Valerii. La pellicola, prodotta da Sergio Leone e interpretata da Terence Hill, unisce l'epicità di opere come C'era una volta il West con elementi tipici della farsa e della commedia.

Giallo, thriller e horror[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Giallo all'italiana.

Per quanto riguarda il cinema di genere, un'importante rilevanza va data all'horror e al thriller, che proprio in Italia ha avuto, all'inizio degli anni sessanta, un notevole successo, che si è protratto con fortuna per molti decenni. I registi italiani che si sono cimentati in tali generi sono stati spesso fonte d'ispirazione per un'intera schiera di registi internazionali tra i quali si ricordano: Quentin Tarantino, Brian De Palma e Tim Burton.

I due registi di maggior rilievo e importanza sono stati Mario Bava e Dario Argento. Il primo, direttore della fotografia passato alla regia, ha non solo creato un vero presupposto per un horror di qualità, ma si è rivelato soprattutto un notevole narratore, colto e raffinato. Titoli fondamentali della sua filmografia sono La maschera del demonio (1960), La frusta e il corpo (1962), I tre volti della paura (1965), Operazione paura (1966) e l'antesignano del moderno slasher Reazione a catena (1971).

Dario Argento, ideale continuatore di certe atmosfere baviane, ha avuto il merito di trainare l'horror italiano verso il grande pubblico, riscontrando fortuna e successi per tutti gli anni settanta e ottanta. La poesia macabra di Argento è resa tale da una sapiente miscela che varia dal thriller all'horror di natura fantastica, con pellicole che sono tuttora prese a modello sia dal punto di vista estetico che da quello narrativo. Pur avendo attinto a piene mani da pellicole come La ragazza che sapeva troppo (1963) e Sei donne per l'assassino (1964) di Mario Bava, Argento, nelle sue opere migliori, ha saputo emanciparsi dal suo maestro grazie ad un uso incalzante del montaggio in combinazione a colonne sonore rimaste negli annali (fondamentale, nel suo periodo d'oro, la collaborazione con il gruppo musicale dei Goblin). Opere come L'uccello dalle piume di cristallo (1970) e Profondo rosso (1975), hanno imposto figure e maniere (killer con impermeabile nero, soggettive dell'assassino, telefonate misteriose etc..) poi riprese da tutto il thriller italiano e internazionale.[71] Tra i vari titoli della sua filmografia si ricordano: Il gatto a nove code (1971), 4 mosche di velluto grigio (1971), Suspiria (1977), Inferno (1980), Tenebre (1982), Phenomena (1985) ed Opera (1987).

Giuliana Calandra in una famosa sequenza di Profondo rosso (1975) di Dario Argento

Nell'ambito di questi due generi, tuttavia, intorno agli anni sessanta e in particolare nel decennio seguente si è sviluppata un'ondata di registi che hanno reinventato diverse forme di cinema horror lasciando contributi di rilievo: tra i molti è possibile ricordare Antonio Margheriti (Danza macabra, Contronatura), Riccardo Freda (I vampiri, il quale è stato il primo film horror italiano del periodo sonoro, L'orribile segreto del dr. Hichcock, Lo spettro), Lucio Fulci (Non si sevizia un paperino, ...E tu vivrai nel terrore! L'aldilà), Pupi Avati (La casa dalle finestre che ridono, Zeder), Ubaldo Ragona (L'ultimo uomo della Terra), Francesco Barilli (Il profumo della signora in nero), Sergio Martino (Lo strano vizio della signora Wardh, I corpi presentano tracce di violenza carnale), Ruggero Deodato (La casa sperduta nel parco), Pasquale Festa Campanile (Autostop rosso sangue), Aldo Lado (La corta notte delle bambole di vetro, Chi l'ha vista morire? ), Massimo Dallamano (Il medaglione insanguinato, Cosa avete fatto a Solange?), Lamberto Bava (figlio di Mario) (La casa con la scala nel buio, Morirai a mezzanotte, Dèmoni, Dèmoni 2... L'incubo ritorna e il remake de La maschera del demonio) Michele Soavi (Deliria, La chiesa, La setta, Dellamorte Dellamore). Lo stesso Federico Fellini si è concesso un'intrigante divagazione horror nell'episodio Toby Dammit, facente parte del film Tre passi nel delirio.

il sottogenere splatter[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Splatter.
Una scena del film Zombi Holocaust (1979) di Marino Girolami

Nel corso degli anni settanta il cinema horror italiano sconfina più volte nel sottogenere splatter e nel gore, dando vita a un filone esecrato dalla critica dell'epoca ma che, in alcuni casi, è stato decisamente rivalutato, lasciando un proprio segno nell'immaginario cinematografico italiano.

Suscita interesse internazionale il genere "cannibalistico", avviato da Umberto Lenzi nel 1972 con Il paese del sesso selvaggio. L'idea di ambientare storie horror/avventurose in scenari esotici e solari si rivela vincente, soprattutto sotto il profilo commerciale, tanto da far sviluppare negli anni successivi un vero e proprio filone. Esempi ne sono La montagna del dio cannibale (1978) di Sergio Martino, Mangiati vivi! (1979), Cannibal Ferox (1980) ed Incubo sulla città contaminata (1980) (quest'ultimo precursore di film come 28 giorni dopo e 28 settimane dopo) di Umberto Lenzi, Emanuelle e gli ultimi cannibali (1977) e Antropophagus (1980) di Joe D'Amato, Zombi Holocaust (1979) di Marino Girolami, Ultimo mondo cannibale (1977) e Cannibal Holocaust di Ruggero Deodato. Quest'ultimo film, uscito nel 1980, ha avuto numerosi strascichi polemici per via dell'estrema violenza impartita realmente a molti animali. Condannato e sequestrato più volte è tornato nuovamente in circolazione con appositi tagli di censura.

Nel corso degli anni ottanta, questi film d'eccezione diventano una vera e propria prassi, quasi una regola. Non a caso vengono prodotte decine di pellicole thriller/horror di bassa qualità (all'epoca si preferiva usare la definizione "Serie Z", analoga al B-movie), spesso seguiti apocrifi di film d'oltreoceano. Gli scarsi mezzi produttivi di queste pellicole (con regie approssimative, sceneggiature stiracchiate e cast poco più che dilettanteschi), non hanno impedito di conquistarsi, nel tempo, un'ampia schiera d'estimatori.

Poliziesco all'italiana[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Poliziottesco.
Il regista Fernando Di Leo

Altro genere di successo negli anni settanta è il cosiddetto poliziesco all'italiana (detto in gergo poliziottesco), in cui vengono trattate storie di poliziotti o commissari dai metodi poco ortodossi, talvolta non tanto differenti da quelli dei loro antagonisti. Tali figure sono spesso alle prese con delinquenti, terroristi ed organizzazioni criminali e agiscono sullo sfondo delle principali città italiane come Roma, Milano, Napoli, Torino, Palermo, Genova e Bologna. Protagonisti di questi lungometraggi possono essere, altresì, normali cittadini, sovente vittime di episodi criminosi che, di fronte all'inefficienza ed alla lentezza della giustizia, agiscono in solitudine, divenendo una sorta di vendicatori in lotta contro il crimine.

Tali film, carichi di azione, inseguimenti e scene violente, hanno evidenti richiami a fatti di cronaca nera. Non bisogna dimenticare che tali operazioni cinematografiche risentivano fortemente del clima angusto formatosi durante gli anni '70 caratterizzati dagli anni di piombo e dalla strategia della tensione. In questo contesto, la larga diffusione di tali produzioni ha generato nel pubblico un forte consenso emotivo, spingendo numerosi registi a intraprendere la strada del cinema di genere. Al contrario la critica tende, fin da subito, a ridimensionare la portata del fenomeno nonché la qualità artistica di tali prodotti, denigrandone esplicitamente i contenuti; spesso bollati come qualunquisti se non addirittura eversivi.

Bisogna, inoltre, aggiungere come la diffusione del poliziesco sia mutuata dall'esplosione precedente del genere western, di cui, in parte ne riprende stili e contenuti. A mutare è solo il paesaggio che vira bruscamente dal mondo rurale ai bassifondi urbani dove la continua lotta tra bene e male non è altro che una moderna riproposizione dei tipici duelli in salsa western. Tale genere diviene, dunque, il naturale erede del western all'italiana, dove atmosfere e situazioni tipiche dei fuorilegge vengono abilmente calate nel contesto moderno. Uno dei principali artefici della fortuna del poliziesco italiano è senz'altro Fernando Di Leo, che in più occasioni, con film come Milano calibro 9, La mala ordina e Il boss, ha saputo creare un cinema di genere maturo ed efficace. Autore di alcuni dei più interessanti film noir italiani, è stato oggetto negli anni duemila di una autentica riscoperta critica, venendo tutt'oggi considerato un maestro del cinema noir.[72]Altri registi di sicura importanza sono stati: Umberto Lenzi, Stelvio Massi ed Enzo G. Castellari. Tra gli attori hanno avuto fortuna interpreti come Maurizio Merli, Franco Nero, Gastone Moschin, Tomás Milián, Ray Lovelock e John Saxon. Oltre ai film di Fernando Di Leo, opere come Il cittadino si ribella, La polizia incrimina, la legge assolve, Roma violenta e Napoli violenta, sono stati di recente oggetto di rivalutazione da molta parte della critica cinematografica, anche in virtù del regista Quentin Tarantino, che in più occasioni ha pubblicamente elogiato l'artigianato di lusso di tali pellicole.

Così come nello spaghetti-western, anche in questo genere si è sviluppato un sottofilone comico, in particolar modo nella serie di film che hanno visto protagonista il colorito commissario Nico Giraldi, interpretato da Tomas Milian, che in precedenza aveva preso parte a molti poliziotteschi di carattere drammatico. In questo sottofilone rientra la saga del poliziotto napoletano Piedone, interpretato dall'attore Bud Spencer. Il successo del poliziesco all'italiana è stato, comunque, tanto intenso quanto breve; infatti la produzione di tali film è durata poco più che un decennio, per poi scomparire del tutto alla fine degli anni ottanta. Attualmente il poliziesco ha trovato una sua dimensione sul piccolo schermo (sotto forma di fiction), ad uso e consumo di un pubblico familiare, privando il genere della carica violenta e iperrealistica che lo aveva caratterizzato.

Spionistico[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di spionaggio.

Il genere spionistico fa la sua comparsa nel cinema italiano tra la metà degli anni anni sessanta e la metà dei settanta, raggiungendo il suo culmine tra il 1965 e il 1967 con l'uscita di oltre cinquanta film fanta-spionistici[73] di poche pretese, realizzati sull'onda del successo mondiale conseguito dalle pellicole di James Bond, all'epoca interpretato da Sean Connery.

Questa serie di film (realizzati sempre in tempi brevissimi e a basso costo), si propongono di ricreare situazioni ed azioni che vedono come protagonisti agenti segreti in lotta contro organizzazioni terroristiche o talvolta contro scienziati con deviazioni comportamentali, che spesso detengono per fini eversivi ordigni o armi apocalittiche. I protagonisti di turno hanno il compito di ricalcare pedissequamente la figura dell'agente James Bond, con anch'essi annessa la notoria sigla 077 o magari declinata in altri numeri come 008, 009 e molti ancora. Per la scelta del cast femminile, spesso sono state ingaggiate attrici di fama, che in precedenza avevano lavorato in film spionistici americani ad alto budget e sicuro successo. Proprio come lo spaghetti-western e il poliziottesco, anche questo genere ha generato un filone comico-parodistico, in voga specialmente negli anni sessanta come ad esempio nel film Le spie vengono dal semifreddo (1966), del regista Mario Bava. La realizzazione della pellicola ha coinvolto una coproduzione Italia-USA, in cui recita la coppia comica Franco e Ciccio assieme a Vincent Price.

Tra i pochi precursori del genere spionistico in Italia troviamo il film del 1938 Lotte nell'ombra di Domenico Gambino e La casa senza tempo di Andrea Forzano: un fanta-spionistico "giallo-rosa" realizzato nel 1943 come film di propaganda fascista e poi ridoppiato nel 1945 subito dopo la fine della guerra. Tale filone si è sviluppato non solo in Italia ma anche in altri paesi come la Francia (è nota la serie dell'agente segreto Francis Coplan). Di conseguenza la critica americana dell'epoca ha etichettato questi film europei (inclusi quelli italiani) sotto il nome di Eurospy.

Guerra[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Euro War.

Euro War (o in gergo Macaroni Combat) è la dicitura americana che indica specifici film bellici sviluppatisi in Italia tra gli anni sessanta e ottanta. Il genere, per ovvie ragioni propagandistiche, ha avuto una prima diffusione già in epoca fascista, senza incontrare tuttavia un largo consenso di pubblico. Il cinema a tematica bellica, già attivo negli Stati Uniti negli anni cinquanta, conosce una certa popolarità a partire dagli anni sessanta, spesso dotandosi di mezzi produttivi esigui e con attori il più delle volte sconosciuti. Il soggetto e la sceneggiatura si ispirano in gran parte a scene di guerra realmente accadute o, in alcuni casi, semplicemente immaginarie ed hanno come ambientazione luoghi esotici come l'America latina, l' Asia, o il Medio Oriente.

Tra i registi che si sono distinti in questo genere troviamo: Enzo G. Castellari, Umberto Lenzi, Joe D'Amato, Claudio Fragasso, Bruno Mattei, Fabrizio De Angelis, Camillo Teti, Armando Crispino, Ignazio Dolce ed Antonio Margheriti, mentre tra gli attori ricorrenti si ricorda l'attore tedesco Klaus Kinski. Il film più famoso del genere è Quel maledetto treno blindato di Enzo G. Castellari, uscito nel 1978, che ha avuto un buon riscontro anche negli Stati Uniti. Non a caso, il regista Quentin Tarantino si è ispirato in parte ad esso per realizzare il suo Bastardi senza gloria (Inglorious Basterds), che richiama il titolo dell'opera di Castellari uscita per il mercato americano.

Altri titoli da citare sono: L'ultimo cacciatore, 5 per l'inferno, I lupi attaccano in branco, La legione dei dannati, Un ponte per l'inferno, Il grande attacco, Squadra selvaggia (noto anche come I cinque del Condor), Tempi di guerra, Arcobaleno selvaggio, Commandos, Commander, Fuga dall'arcipelago maledetto, Il triangolo della paura, Strike Commando, Trappola diabolica, Angel Hill - L'ultima missione, Cobra Mission, Cobra Mission 2, I ragazzi del 42º plotone, Bye Bye Vietnam, Indio, Indio 2 - La rivolta, Double Target (Doppio bersaglio), Commando Leopard, Colli di cuoio, L'ultimo volo all'inferno, Bianco Apache, Tornado, Nato per combattere.

Fantascienza[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Cinema italiano di fantascienza.
Una scena del film Terrore nello spazio (1965) di Mario Bava

Per quanto non molto ricordato, il cinema italiano ha saputo esprimere un proprio filone di fantascienza, sebbene realizzato in maniera assai più artigianale rispetto a quello hollywoodiano, di cui è rimasto prevalentemente al traino. Se si escludono pellicole del periodo del muto[74] e film farseschi come Baracca e burattini, Mille chilometri al minuto! o Totò nella luna, nei quali gli elementi fantascientifici sono utilizzati in funzione della commedia, la fantascienza made in Italy si è sviluppata in modo pertinente a partire dagli anni cinquanta. Tra i vari registi si segnalano Paolo Heusch (La morte viene dallo spazio del 1958) e Riccardo Freda (Caltiki, il mostro immortale del 1959). Nel corso degli anni sessanta le produzioni fantascientifiche crescono a dismisura con la peculiarità di fondersi frequentemente con altri generi o sottogeneri come ad esempio il filone fanta-spionistico. Tra gli autori emergono soprattutto il regista Antonio Margheriti e il già citato Mario Bava, che si distinguono rispettivamente nei filoni dell'avventura spaziale e del fanta-horror. Antonio Margheriti - quasi sempre sotto lo pseudonimo di Anthony M. Dawson - è stato autore di numerosi film di genere a partire dal film Space Men, del 1960, a cui segue Il pianeta degli uomini spenti, del 1961 e il ciclo della stazione spaziale Gamma Uno (composto da quattro film usciti nel 1965). Nonostante il livello degli effetti speciali risulti a basso costo, le opere di Margheriti riescono a riscuotere attenzione sia in Italia che all'estero, dando il via alla produzione di una miriade di film di genere, diretti da numerosi registi come Ubaldo Ragona, Carlo Ausino, Pietro Francisci. In tale ambito, il maestro dell'orrore Mario Bava dirige una delle sue opere più riuscite,[74] Terrore nello spazio, uscita nel 1965. L'opera risulta innovativa proprio per la voluta commistione di generi che Bava impartisce al film, dove sequenze horror e cinematografia fantascientifica si mescolano reciprocamente.

Il cinema di fantascienza ha inoltre catturato l'attenzione di autori e registi comunemente lontani dal cinema di genere.[74]È il caso di Elio Petri, con La decima vittima del 1965, interpretato da Marcello Mastroianni e Ursula Andress, e di Marco Ferreri con Il seme dell'uomo (1969). Vi è ancora da ricordare, che nello stesso periodo, il filone fantascientifico si è pure incrociato con quello della satira e della critica sociale, fornendo in alcuni casi contributi del tutto originali.[75]

Tra le opere più citate vi è Scontri stellari oltre la terza dimensione, del 1978 di Luigi Cozzi, uscito a poca distanza dal primo episodio di Guerre stellari di George Lucas e pubblicizzato come risposta italiana a tale film, nonostante risultasse, per gli standard hollywoodiani, poco più che un B movie .

Dopo una produzione relativamente ricca e sempre ad imitazione di film statunitensi di maggior successo, dagli anni novanta il filone fantascientifico ha perso consistenza, fino a scomparire del tutto dalla cinematografia italiana. Eccezione rilevante è Nirvana del 1997 del cineasta Gabriele Salvatores, che costituisce la produzione fantascientifica italiana più costosa di sempre e quella di maggiore successo commerciale[76][77]

Commedia sexy e commedia trash[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Commedia erotica all'italiana.

Negli anni settanta l'allentarsi dei confini della censura, la degenerazione del gusto, e soprattutto la ricerca del successo commerciale mediante investimenti di modesta entità, permettono lo sviluppo, accanto alla più autoriale commedia, della commedia erotica all'italiana. Trame, sceneggiature e dialoghi, generalmente risibili, fanno da pretesto per sviluppare pellicole di puro disimpegno. A questo genere di film hanno legato la propria popolarità (almeno inizialmente) attori come Lando Buzzanca, Lino Banfi, Gianfranco D'Angelo, Renzo Montagnani, Pippo Franco ed attrici come Laura Antonelli, Gloria Guida, Barbara Bouchet, Edwige Fenech e Serena Grandi.

Parimenti, sempre negli anni settanta ed ottanta, s'inseriscono numerose sottoproduzioni farsesche dove le varie sceneggiature vengono infarcite di situazioni e gag volutamente grevi, al solo scopo di attirare nelle sale il maggior numero di pubblico. La critica ha sovente bollato tale operazione come cinema trash (ovvero commedie-spazzatura), non riconoscendogli (almeno inizialmente) nessun crisma artistico. All'interno di tale filone vengono annoverati i film aventi come protagonista la scherzosa maschera di Pierino, che riprende con toni più smaccati e scurrili l'anarcoide personaggio letterario di Gianburrasca. A incarnare nell'immaginario popolare il personaggio di Pierino è stato più di tutti l'attore Alvaro Vitali (già spalla felliniana negli anni settanta), che ha visto esaurire il proprio successo con il venir meno di tale genere; in particolar modo all'inizio degli anni novanta. Come già ricordato, sia la commedia sexy che la commedia trash sono stati generi apertamente disprezzati dalla critica, non altrettanto dal pubblico dell'epoca, che ha costantemente portato le pellicole ad avere elevati incassi al botteghino. Negli ultimi anni tali film sono stati oggetto di una rivisitazione, ed in alcuni casi di una rivalutazione, grazie a trasmissioni televisive come Stracult (in onda su Rai 2), ideata dal critico cinematografico Marco Giusti.

Erotico[modifica | modifica wikitesto]

Un caso a parte è quello del regista veneziano Tinto Brass, che durante gli anni settanta dirige alcune eccentriche produzioni (Salon Kitty, Io, Caligola) e ottiene un buon successo nel 1983 con La chiave, dramma erotico con Stefania Sandrelli in vesti inedite e provocanti. Negli anni successivi la produzione di Brass vira decisamente verso il cinema erotico, lanciando di volta in volta un numero cospicuo di attrici emergenti. Tra i suoi film di maggior successo si ricordano: Miranda (con Serena Grandi), Paprika (con Deborah Caprioglio), Capriccio (con Francesca Dellera), Così fan tutte (con Claudia Koll), e Senso '45 (con Anna Galiena).

Musicarelli[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Musicarello.

La cinematografia italiana risulta pressoché estranea al genere del musical, che a contrario ha avuto ampio richiamo negli Stati Uniti e in altri paesi europei. Tra i pochi film italiani ascrivibili al genere si può citare Carosello napoletano di Ettore Giannini del 1953, interpretato tra gli altri dal cantante Giacomo Rondinella e da un'esordiente Sophia Loren. A partire dalla fine degli anni cinquanta e fino a tutti gli anni settanta, tuttavia, riscuotono notevole successo i cosiddetti musicarelli. Tali produzioni (il più delle volte commedie a carattere sentimentale) vedono come protagonisti i cantanti italiani più in voga di quegli anni (Little Tony, Rita Pavone, Gianni Morandi, Caterina Caselli, Domenico Modugno, Claudio Villa, Bobby Solo, Al Bano, Adriano Celentano, Mina e molti altri) i quali, tra una sequenza e l'altra, propongono i loro successi del momento. L'operazione si rivela un successo, consolidando la fama di molti artisti italiani, soprattutto di Gianni Morandi e Rita Pavone, che più di tutti incarnavano l'allegria e la spensieratezza del mondo dei teen-ager. Tra i titoli più famosi si ricordano: I ragazzi del juke-box, Urlatori alla sbarra (entrambi di Lucio Fulci), In ginocchio da te e Rita la zanzara.

La crisi degli anni ottanta[modifica | modifica wikitesto]

Sul finire degli anni settanta si iniziano a percepire, per il cinema italiano, i primi sintomi di una crisi che esploderà nella seconda metà degli anni ottanta e che si protrarrà, con alti e bassi, per circa un decennio. Per dare un'idea delle proporzioni di questa crisi industriale, basti pensare che nel 1985 vengono prodotti soltanto 80 film (il minimo dal dopoguerra)[78] e il numero totale di spettatori scende a 123 milioni (nel 1970 erano 525 milioni)[79].

Si tratta di un processo fisiologico, che investe nello stesso periodo anche altri Paesi di grande tradizione cinematografica (Giappone, Gran Bretagna e Francia).

In questi anni la commedia all'italiana scompare come genere, anche in seguito al progressivo esaurirsi della vena creativa dei maestri dei decenni precedenti, e il cinema d'autore e quello d'impegno civile tendono ad isolarsi, con una serie di film che difficilmente si inseriscono in uno sviluppo comune. Gli attori di punta della cinematografia italiana invecchiano e si vive in un periodo di transizione verso una nuova generazione di interpreti.

La crisi colpisce soprattutto il cinema italiano di genere, il quale, complice anche l'affermazione in Italia della televisione commerciale che lo privò della maggioranza del suo pubblico, una volta esauritisi i vari filoni di successo nei decenni precedenti, non riesce a crearne di nuovi e dunque, a partire dalla fine del decennio, si limiterà solo a copiare pedissequamente i film blockbuster d'oltreoceano di maggiore successo, ma avendo dei budget assai minori per la loro realizzazione: il risultato sono dei film di serie B dal basso livello artistico e qualitativo, che non riescono più a trovare una distribuzione nelle sale cinematografiche, finendo dunque direttamente al circuito dell'home video; le sale cinematografiche italiane vengono così monopolizzate dalle più abbienti e costose pellicole hollywoodiane, che da qui in poi prenderanno il sopravvento.

Non mancano comunque film d'autore e di denuncia sociale memorabili e dai buoni riscontri commerciali, quantomeno nella prima metà del decennio. Tra le pellicole principali figurano La città delle donne (1980), E la nave va (1983) e Ginger e Fred (1985) di Fellini, L'albero degli zoccoli (1978), di Ermanno Olmi (vincitore della Palma d'oro al Festival di Cannes), Una giornata particolare (1978) e La terrazza (1980) di Ettore Scola, Bianca (1984) e La messa è finita (1985) di Nanni Moretti, Il minestrone (1981) di Sergio Citti, La notte di San Lorenzo (1982) dei fratelli Taviani, Tre fratelli (1981) di Francesco Rosi, Cento giorni a Palermo (1984) e Il caso Moro (1986) di Giuseppe Ferrara.

Anche se non sono film completamente italiani, non si possono dimenticare C'era una volta in America di Leone (1984) e L'ultimo imperatore (1987), la pellicola di Bernardo Bertolucci vincitrice di nove Oscar e nove David di Donatello.

Sul fronte della commedia si ricordano alcuni lavori del giovane Massimo Troisi che ottiene consensi con Ricomincio da tre (1981), Scusate il ritardo (1983) e soprattutto Non ci resta che piangere (1984), Carlo Verdone che dà il meglio di sé in film come Un sacco bello (1980), Bianco, rosso e Verdone (1981), Acqua e sapone (1983), Borotalco (1984) e Compagni di scuola (1988), Mario Monicelli che torna al successo con Speriamo che sia femmina (1988), Roberto Benigni che raggiunge notorietà internazionale con Il piccolo diavolo (1988), interpretato da Walter Matthau.

Riguardo, invece, alla commedia sullo sfondo storico, va citato il grande State buoni se potete di Luigi Magni, con grandi star come Johnny Dorelli, Philippe Leroy, Mario Adorf e Renzo Montagnani.

Tra le poche rivelazioni del decennio meritano d'essere ricordati Carlo Mazzacurati che esordisce con Notte italiana e Giuseppe Tornatore, che esordisce nel 1986 con la pellicola Il camorrista, liberamente tratta dall'omonimo romanzo di Giuseppe Marrazzo che narra la storia del boss della camorra Raffaele Cutolo.

Anni novanta[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Storaro, pluripremiato direttore della fotografia

La crisi creativa ed economica emersa negli anni ottanta comincerà ad attenuarsi nel decennio successivo. I riconoscimenti critici internazionali si fanno più frequenti: Giuseppe Tornatore vince il Premio Oscar al miglior film straniero e il Premio speciale della giuria a Cannes con Nuovo Cinema Paradiso (1989), Gabriele Salvatores l'Oscar con Mediterraneo (1992); Massimo Troisi è candidato all'Oscar per Il postino (1994); Gianni Amelio arriva alla nomination con Porte aperte (1990), vince il Gran Premio Speciale della Giuria a Cannes con Il ladro di bambini (1991) e il Leone d'oro con Così ridevano (1998); Nanni Moretti il premio alla regia a Cannes per Caro diario (1994).

Questi riconoscimenti critici non rispecchiano però la situazione industriale di inizio decennio. Le stagioni 1992-1993 e 1993-1994 segnano il minimo storico nel numero di film realizzati, nella quota di mercato nazionale (15%), nel numero totale di spettatori (sotto i 90 milioni annui) e nel numero di sale[80]. Per effetto di questa contrazione industriale, che ha definitivamente sancito l'affermazione della televisione come mezzo di intrattenimento privilegiato, il cinema di genere scompare totalmente, ormai senza più un pubblico, ridotto economicamente all'osso e non più in grado di competere con i grandi blockbuster hollywoodiani.

Comunque negli anni seguenti non mancheranno pellicole di sicuro valore artistico: Le vie del Signore sono finite (1987), di Massimo Troisi; Il toro di Carlo Mazzacurati, Lamerica (1994) di Gianni Amelio. Zeffirelli torna a Shakespeare con un nuovo adattamento cinematografico di Amleto scritturando Mel Gibson, e dirige quindi tra il 1996 e il 1999 Jane Eyre e Un tè con Mussolini.

Opere non meno importanti di quel periodo sono: La voce della Luna (1990) ultimo film di Federico Fellini, Jona che visse nella balena (1993) di Roberto Faenza, favola nera sui campi di sterminio nazisti, L'amore molesto (1995) di Mario Martone interpretato da una più che convincente Anna Bonaiuto, Senza pelle (1994) di Alessandro D'Alatri che rilancia la carriera di Kim Rossi Stuart.

Sempre in questo periodo si sviluppa inoltre un piccolo filone che riprende la tradizione neorealista, contaminandola con tematiche e stilistiche più contemporanee, denominato Nuovo neorealismo; a tale filone appartengono registi come Marco Risi, figlio di Dino, che dopo aver diretto alcune commedie giovanili negli anni ottanta, si dirige verso un cinema più impegnato con pellicole come Soldati - 365 all'alba (1987), denuncia delle forzature e delle criticità dell'ambiente militare della naja, il dittico Mery per sempre (1989) e Ragazzi fuori (1990), incentrati sulle storie di alcuni detenuti del carcere minorile di Palermo e sulle difficoltà del successivo loro reinserimento in società, ed il premiato Il muro di gomma (1991), ricostruzione dei depistaggi e delle omissioni sulle indagini sulla Strage di Ustica. Oltre a Risi altri registi possono essere inseriti nel filone neo-neorealista come ad esempio Ricky Tognazzi con film come Ultrà (1990), incentrato sulla violenza delle tifoserie calcistiche, La scorta (1993) ispirato alle contemporanee stragi mafiose siciliane, Vite strozzate (1996), sul mondo dell'usura ed Il branco (1994), storia di un gruppo di ragazzi sullo sfondo della degradata periferia romana. Da citare in questo senso anche Teste rasate (1993) di Claudio Fragasso, violento ritratto dell'ambiente skinhead e neonazista di quegli anni. Assieme al già citato La scorta, anche altri film sono influenzati dai convergenti avvenimenti riguardanti Cosa nostra: Giovanni Falcone (1993) di Giuseppe Ferrara, pellicola che ripercorre la tenace e lunga lotta alla mafia intrapresa dal magistrato siciliano assieme all'amico e collega Paolo Borsellino, uscita ad appena un anno di distanza dalle stragi di Capaci e Via D'Amelio.

Dividono la critica Ciprì e Maresco che mettono a frutto l'esperienza televisiva maturata con Cinico TV nell'esordio Lo zio di Brooklyn (1995) e nei successivi Totò che visse due volte (1998) e Noi e il Duca - quando Duke Ellington suonò a Palermo (1999). Lo stile surreale e immaginifico dei due autori che procedono per accumulo di episodi in un universo totalmente iperbolico sconcerta, tra entusiasmi e stroncature.

Gradualmente riprende quota la commedia, anch'essa rivisitata con temi e stili contemporanei: ricevono consensi Pensavo fosse amore... invece era un calesse (1991) di Massimo Troisi, Io speriamo che me la cavo (1992) di Lina Wertmuller e interpretato da Paolo Villaggio, Maledetto il giorno che t'ho incontrato (1992) e Perdiamoci di vista (1994) rispettivamente del regista e attore romano Carlo Verdone. Sempre nel 1994 fa il suo esordio cinematografico il regista livornese Paolo Virzì, subito salutato dalla critica come una rivelazione. Tra i suoi primi lungometraggi si evidenziano: La bella vita (1994), Ferie d'agosto (1995) e Ovosodo (1997), quest'ultimo vincitore del gran premio della giuria al Festival di Venezia. Riceve grandi consensi di pubblico l'attore e regista toscano Leonardo Pieraccioni, specialmente con Il ciclone (1996).

Gabriele Salvatores prosegue con Puerto Escondido (1992) e Sud (1993) la sua riflessione basata su una rivolta pacifica ad una società alienante, e, in ultima analisi, sulla fuga da essa. Un discorso a parte merita l'italo/svizzero Silvio Soldini il cui stile dolce-amaro non rientra facilmente in alcun genere: nel corso degli anni novanta dirige alcuni dei suoi film più noti: L'aria serena dell'ovest (1990), Un'anima divisa in due (1993), Le acrobate (1997). Tra gli esordienti del periodo vi è Mimmo Calopresti che dirige Nanni Moretti neLa seconda volta (1995) e conferma il proprio successo con il successivo La parola amore esiste (1998).

Gli ultimi anni del decennio vedono il trionfo internazionale di Roberto Benigni con La vita è bella (1997). L'attore-regista toscano, già premiato dal pubblico coi precedenti Johnny Stecchino (1991) e Il mostro (1994), realizza il suo film più famoso: una commedia drammatica sull'Italia fascista e i campi di concentramento nazisti. Il film, tra i numerosi riconoscimenti, otterrà nel 1999 l'Oscar al miglior film straniero, a Roberto Benigni come migliore attore protagonista e a Nicola Piovani per la migliore colonna sonora originale.

Il nuovo millennio[modifica | modifica wikitesto]

Il cineasta Marco Bellocchio

Nel 2001 Nanni Moretti si aggiudica la Palma d'oro al festival di Cannes con La stanza del figlio, mentre Ermanno Olmi dirige Il mestiere delle armi che ottiene un buon successo. Marco Bellocchio, definitivamente archiviata la sua discussa collaborazione con lo psicanalista Fagioli, produce due acclamati lungometraggi: L'ora di religione (2002) e Buongiorno, notte (2003) dedicato al rapimento di Aldo Moro.

Gabriele Salvatores dopo alcuni lavori interlocutori torna alla ribalta internazionale con Io non ho paura (2003), tratta dal libro di Niccolò Ammaniti. Marco Tullio Giordana ottiene consensi con I cento passi (2000), incentrato sulla figura di Peppino Impastato e soprattutto con l'opera fiume La meglio gioventù (2003) che attraverso le vicende di una famiglia italiana, ripercorre la storia contemporanea della nazione dagli anni sessanta del Novecento alla contemporaneità.

Viene salutato come una rivelazione Emanuele Crialese, che suscita interesse con l'opera seconda Respiro (2003) e soprattutto con l'affresco Nuovomondo (2006) in cui descrive la tragica realtà dell'emigrazione italiana del primo novecento. Nell'ambito della commedia ottengono un grande successo popolare il trio comico Aldo, Giovanni & Giacomo, autori di film come Tre uomini e una gamba, Così è la vita, Chiedimi se sono felice, La leggenda di Al, John e Jack, Tu la conosci Claudia?, Il cosmo sul comò, La banda dei Babbi Natale, Il ricco, il povero e il maggiordomo.

Sempre sul fronte della commedia si confermano campioni di incasso anche i cosiddetti cine-panettoni, così chiamati perché vengono distribuiti nelle sale cinematografiche durante il periodo natalizio, interpretati dalla coppia Massimo Boldi e Christian De Sica (poi separatisi) e diretti da registi specialisti come Neri Parenti e Carlo Vanzina; i cinepanettoni sono film comici popolari e leggeri che narrano per l'appunto di vacanze di Natale (spesso in luoghi esotici) caratterizzate da situazioni comiche grossolane e surreali; oltre a Boldi e De Sica e vari comici questi film vedono spesso nel cast anche i divi televisivi del momento ed hanno trame semplici, sempre molto simili tra loro; nonostante tali pellicole siano spesso accusate di banalità, ripetitività e volgarità dalla critica, sono amatissime dal pubblico.

Molto successo continuano ad ottenere anche le commedie dirette ed interpretate da Leonardo Pieraccioni come Fuochi d'artificio, Il pesce innamorato, Il principe e il pirata, Il paradiso all'improvviso, Ti amo in tutte le lingue del mondo, Una moglie bellissima, Io & Marilyn, Finalmente la felicità, Un fantastico via vai.

A partire dal 2004 hanno poi trovato successo di pubblico anche vari film di carattere sentimentale rivolti agli adolescenti, molti dei quali tratti dai romanzi di Federico Moccia come Tre metri sopra il cielo del 2004, Ho voglia di te del 2007, Scusa ma ti chiamo amore e Parlami d'amore del 2008, Amore 14, Scusa ma ti voglio sposare e Questo piccolo grande amore del 2009. Accanto a questi sono state realizzate anche varie commedie sempre a carattere giovanile come Notte prima degli esami del 2006, Notte prima degli esami - Oggi, Questa notte è ancora nostra e Come tu mi vuoi del 2007 ed altri ancora; se questi film da un lato possono apparire mediocri se non di basso livello recitativo e soggettistico dall'altro hanno avuto senza dubbio il merito di aver riavvicinato un pubblico (quello degli adolescenti) ai film italiani e di aver lanciato anche nuovi e meritevoli attori come Riccardo Scamarcio, Nicolas Vaporidis, Cristiana Capotondi, Carolina Crescentini, Silvio Muccino.

Maggior consenso critico riceve Gabriele Muccino, regista molto legato a tematiche sentimental-giovanilistiche e familiari: i suoi maggiori successi sono Come te nessuno mai (1999), L'ultimo bacio (2001) (di cui viene girato anche un remake americano nel 2006, The Last Kiss ed a cui seguirà un sequel sempre diretto da Muccino nel 2010 intitolato Baciami ancora), Ricordati di me (2003). Muccino è stato poi chiamato, in conseguenza del successo ottenuto, a lavorare negli Stati Uniti dove ha diretto film come La ricerca della felicità e Sette anime entrambi interpretati da Will Smith.

In polemica con questo tipo di cinema, Quentin Tarantino, durante un'intervista del 2007, sostiene che

« Le pellicole italiane che ho visto negli ultimi tre anni sembrano tutte uguali, non fanno che parlare di: ragazzo che cresce, ragazza che cresce, coppia in crisi, genitori, vacanze per minorati mentali. Che cosa è successo? Ho amato così tanto il cinema italiano degli anni sessanta e settanta e alcuni film degli anni ottanta, e ora sento che è tutto finito. Una vera tragedia »
(Quentin Tarantino, TV Sorrisi e Canzoni, 28 maggio 2007)

Le dichiarazioni di Tarantino hanno avuto molta eco, sollevando reazioni contrastanti, tra chi ha difeso il cinema italiano contemporaneo da critiche giudicate ingiuste e chi invece ha sottolineato che in effetti, per far sì che il cinema italiano torni ad essere maggiormente competitivo (sia nel mercato nazionale che in quelli internazionali), accanto alla realizzazione di commedie e film d'autore, sarebbe necessario anche il ritorno della produzione di film di genere.

Ad ogni modo, grazie ad una maggiore spinta produttiva, negli ultimi anni in Italia sono cresciuti gli investimenti economici e il successo nelle sale di un nuovo cinema d'autore che in alcuni casi recupera modelli di cinema di genere (su tutti il noir e il thriller). Esempi in tal senso sono i film di Paolo Sorrentino, L'uomo in più (2003), Le conseguenze dell'amore (2004), di Matteo Garrone, L'imbalsamatore (2002), di Andrea Molaioli, La ragazza del lago (2007), e più recentemente quelli di Gabriele Salvatores, Educazione siberiana (2013), Il ragazzo invisibile (2014).

Da ricordare anche il regista italo-turco Ferzan Özpetek autore che ottiene successo con film imperniati soprattutto sulle difficoltà di coppia, l'elaborazione del lutto e la condizione omosessuale con lavori come Il bagno turco (1997), Le fate ignoranti (2000), La finestra di fronte (2003), Cuore sacro (2005), Saturno contro (2007), Mine vaganti (2010), Magnifica presenza (2012) ed Allacciate le cinture (2014).

Sopra il regista napoletano Paolo Sorrentino

Nel 2008 due ambiziosi film realizzati da Garrone e Sorrentino, hanno ottenuto la consacrazione internazionale al festival di Cannes: Gomorra, tratto dal omonimo libro denuncia di Roberto Saviano sulla camorra napoletana e casertana di oggi (da cui poi è stata tratta anche una serie televisiva), e Il divo, ispirato alla figura di Giulio Andreotti, entrambi con l'interpretazione di Toni Servillo; le due opere hanno conquistato rispettivamente il Grand Prix Speciale della Giuria e il Premio della giuria. Pur stilisticamente differenti, le due opere si accomunano al tentativo di tornare a raccontare, attraverso il cinema, aspetti critici della società italiana. L'ottimo riscontro ottenuto al botteghino da entrambi i film segna anche un piccolo rilancio di un cinema italiano d'autore e di denuncia civile capace anche di raggiungere il vasto pubblico.

Si afferma anche una nuova generazione di attori, tra i quali Claudio Santamaria, Stefano Accorsi, Kim Rossi Stuart, Pierfrancesco Favino, Jasmine Trinca, Elio Germano (quest'ultimo vincitore del premio come miglior attore protagonista al festival di Cannes del 2010). Tutti gli attori sopracitati recitano insieme in Romanzo criminale film del 2005 di Michele Placido, basato sull'omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo sulle vicende criminali della Banda della Magliana (da cui poi è stata tratta anche una serie televisiva). Il film ottiene molto successo sia in Italia che all'estero. Altri apprezzati attori della nuova generazione sono Laura Chiatti (L'amico di famiglia di Paolo Sorrentino), Maya Sansa (Buongiorno, notte di Marco Bellocchio), Valerio Mastandrea, Giovanna Mezzogiorno, Filippo Timi, Alba Rohrwacher, Ambra Angiolini.

Il 2009 segna un ritorno al cinema italiano di prospettiva storico/politica. La memoria politica e ideologica vista come sguardo per analizzare i nostri tempi. Esempi importanti sono indubbiamente la rivisitazione in chiave personale e autobiografica del '68 da parte di Michele Placido con Il grande sogno e di Giuseppe Tornatore, con il kolossal Baarìa. Non autobiografico ma metafora agghiacciante dei nostri tempi è la descrizione della vita di Mussolini e del fascismo, vista dagli occhi dell'esperto regista Marco Bellocchio con Vincere. Nel 2010 si affermano registi come Giorgio Diritti, autore del premiatissimo L'uomo che verrà e si fanno notare giovani leve come Claudio Cupellini, regista di Una vita tranquilla o Aureliano Amadei, all'esordio con 20 sigarette imperniato sulla strage di Nassiriyya. Successo di critica per il dramma risorgimentale Noi credevamo, diretto dal regista napoletano Mario Martone, che nel 2014 ottiene grande successo di pubblico con il film Il giovane favoloso, biografia del poeta Giacomo Leopardi, interpretato da Elio Germano.

Grandissimo consenso di pubblico continuano ad ottenere le tante commedie realizzate da nuovi giovani registi ed interpretate dalla nuova ed apprezzata generazione di attori comici: tra le tante nuove leve della commedia è doveroso segnalare Checco Zalone, comico pugliese che, dopo aver esordito in televisione, debutta sul grande schermo con due film diretti da Gennaro Nunziante : Cado dalle nubi del 2009 e soprattutto Che bella giornata del 2011 che, con oltre 40 milioni di euro d'incassi, diventa il film italiano di maggior successo commerciale di sempre. Il grande successo di Zalone è confermato anche dalla pellicola successiva, Sole a catinelle, sempre diretta da Gennaro Nunziante, uscita nel 2013, che in appena 18 giorni di programmazione riesce a superare gli incassi del film precedente.

Il 2012 si apre con la vittoria dei Fratelli Taviani dell'Orso d'oro al Festival di Berlino con il film Cesare deve morire: girato con la tecnica della docu-fiction all'interno del carcere romano di Rebibbia ed interpretato dai detenuti del penitenziario che mettono in scena il Giulio Cesare di William Shakespeare; nell'autunno 2012 viene reso noto che la pellicola dei Taviani sarà il film che concorrerà per l'Italia per entrare nella cinquina dei film che concorrerranno alla candidatura all'Oscar come miglior film straniero del 2013, ma il film non riesce a passare la pre-selezione. A maggio dello stesso anno un altro riconoscimento per il cinema nostrano: al Festival di Cannes, Matteo Garrone vince per la seconda volta il Grand Prix della giuria con la pellicola Reality, film di denuncia sull'influenza altamente negativa che i reality show televisivi hanno sulla gente comune. Questi due film, a fronte del grande successo di critica, ottengono però entrambi bassi riscontri al botteghino.

Grande successo è ottenuto invece dal film di Paolo Sorrentino, La grande bellezza, interpretato da Toni Servillo e Sabrina Ferilli; presentato in concorso al Festival di Cannes del 2013, il film è una versione moderna de La dolce vita, e riscuote un buon successo di pubblico in Italia ed ottiene numerosi riconoscimenti internazionali tanto che, nell'autunno del 2013, viene scelto come candidato italiano all'Oscar al miglior film straniero del 2014, riuscendo ad entrare nella cinquina dei candidati (cosa che non accadeva per un film italiano dal 2006). Il 12 gennaio 2014 La grande bellezza ottiene un importante riconoscimento: vince infatti il Golden Globe proprio come Miglior film straniero (l'ultima vittoria italiana di questo premio risaliva al 1990). Il 16 febbraio 2014 il film si aggiudica anche il BAFTA (il più prestigioso premio cinematografico inglese) sempre come Miglior film straniero. Infine il 2 marzo 2014 il film si aggiudica l'Oscar al miglior film straniero (l'ultima vittoria italiana di questo premio risaliva al 1999).

Note[modifica | modifica wikitesto]

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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

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