Christjan Georgievič Rakovskij

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Christjan Georgievič Rakovskij (Kotel, 13 agosto 1873Orël, 11 settembre 1941) è stato un rivoluzionario rumeno di origini bulgare. Divenuto bolscevico, fu presidente del Consiglio dei commissari del popolo dell'Ucraina dal 1919 al 1923.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Nato il 13 agosto 1873 a Kotel, in Bulgaria, Rakovskij fu il rampollo di un'importante famiglia della Dobrugia settentrionale. Assieme ai genitori, divenne suo malgrado cittadino rumeno in seguito ai mutamenti di frontiera decisi con la guerra russo-turca del 1877-1878, che assegnarono la regione (e dunque la proprietà paterna) al neonato stato rumeno.

Rakovskij si laureò in medicina in Francia alla Sorbona ed in qualità di medico prestò servizio militare nell'esercito rumeno.

Fu all'inizio del '900 il massimo leader dell'ala massimalista dei socialisti bulgari e la più importante figura della sinistra rivoluzionaria balcanica prima del conflitto mondiale.

Amico di Parvus fin dai tempi della Svizzera, fu assieme all'amico un sostenitore della stampa socialdemocratica e poi bolscevica: nel 1900, dopo essere stato espulso lo stesso anno da San Pietroburgo, Rakovskij ad esempio fornì a Monaco passaporti fasulli a Plechanov, alla Zasulič e a Lenin, impegnati nella realizzazione del giornale socialdemocratico “Iskra”[1].

Rakovskij, compiuto un viaggio clandestino in Romania nel 1910, si consegnò provocatoriamente alle autorità, che lo spedirono a Costantinopoli, dove assieme a Parvus, giunto lì per studiare da vicino la rivoluzione turca, organizzarono una dimostrazione per il primo maggio assieme ai portuali e tentarono di costituire un sindacato. Imprigionati dalla polizia, furono liberati su intervento dei deputati socialisti al parlamento: Rakovsky tornò in patria, mentre Parvus riprese gli studi[2].

Nel 1911 tornò nuovamente in Romania, da dove venne espulso per la terza volta. Proprio perché il primo ministro Petre Carp riconobbe che le prime due volte erano stati commessi degli abusi, questa volta fu molto attento nel far sì che gli aspetti legali e formali fossero accuratamente rispettati: Rakovskij tornò così in Bulgaria.

Trockij, durante le due guerre balcaniche del 1912 e 1913, si spostò da Vienna sul fronte di guerra come corrispondente per il giornale liberale russo “Kievskaya Mysl”, in cui parlò delle atrocità dei bulgari contro i prigionieri turchi. Conobbe anche diversi esponenti socialisti locali, che contribuì successivamente a far aderire alla causa bolscevica, tra cui Rakovskij[3]. Il giornale che Trockij pubblicava da Parigi ancora all'inizio del conflitto, "Naše slovo", fu finanziato proprio da Rakovskij.

Schieratosi contro la grande guerra, fu uno dei protagonisti alla conferenza di Zimmerwald contro il conflitto. Arrestato in Romania nel 1916, Rakovskij fu liberato dai soldati russi nel maggio 1917 e tentò con questi senza successo la strada della rivoluzione in Romania.

Caduto l'etmanato filo-tedesco di Skoropads'kyj in Ucraina dopo la rivoluzione tedesca nel novembre '18, si disputarono il potere nel paese il Direttorio socialista ucraino, egemone sulla Rada, e i bolscevichi guidati da Pjatakov. La maggior decisione di questi ultimi nel promettere la riforma agraria in un paese largamente contadino portò all'instaurazione di un regime bolscevico nel gennaio 1919, la Repubblica socialista sovietica ucraina (Ukrains'ka Radjans'ka Socialistyc'na Respublika), alla cui guida però fu posto, per volere dei comunisti del Donbass, Rakovskij[4]. Tuttavia tale misura era in verità più un espediente tattico per propagare la rivoluzione che un reale obiettivo della politica comunista. Al contrario la prima metà del 1919 fu segnata da un'ondata di requisizioni nelle campagne tipica del comunismo di guerra che portò al collasso la fragile economia locale. Lo scontro sociale, reso già feroce dalle carestie provocate dall'esproprio dei raccolti, fu aggravato inoltre da motivazioni etniche: il potere comunista, nato ed insediatosi nelle città, era come queste prevalentemente composto da russi ed ebrei, mentre le campagne, che ebbero a subire misure pesantissime, erano largamente popolate da ucraini. Di fronte all'indomita resistenza di questi, i Tribunali militari e la Čeka fecero largo ricorso a fucilazioni e torture per sedare le numerosissime rivolte contadine, fino a che in luglio Rakovskij fu costretto ad affidarsi all'intervento militare di Mosca, che comunque non impedì in agosto all'esercito ucraino del socialdemocratico Petljura di occupare Kiev, ponendo fine al primo governo bolscevico[5]. Dopo la riconquista russa dell'Armata rossa del Kuban nell'ottobre del 1919[6], venne reinsediato a capo del governo (Sovnarkom) Rakovskij, mentre venne ricostituita la repubblica sovietica.

Durante la guerra russo-polacca nel 1920 tramite l'offensiva della cavalleria di Semen Budennyi i bolscevichi riconquistarono definitivamente il paese[7], consentendo a Rakovskij di divenire presidente di una Repubblica Socialista Sovietica Ucraina ora riunificata. In tale veste egli firmò il 28 dicembre 1920 un trattato con la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa che stabiliva almeno formalmente una federazione tra i due paesi in cui Kiev conservava diffusi poteri, tra cui un proprio Commissariato agli Affari Esteri[8].

Memore dell'esperienza disastrosa del 1919, Rakovskij auspicò per il paese l'indipendenza o comunque l'autonomia da Mosca, in sintonia colle indicazioni di Lenin, mentre nel Partito facevano il loro ingresso di quattromila cosiddetti borot'bisty, traducibili come battaglieri, frazione di sinistra del partito socialista rivoluzionario e sostenitori di un comunismo nazionale[9].

Tuttavia Lenin in quel periodo era impegnato in una lotta segreta contro l'influenza crescente di Trockij nel Partito ed aveva favorito l'ascesa di Stalin a capo riconosciuto della fazione maggioritaria in seno al Partito. Rakovskij, grande amico di Trockij, era dunque guardato con sospetto per la sua posizione di potere in Ucraina e così Sergo Ordžonikidze per conto dell'Ufficio Politico all'inizio del 1922 aveva rimosso un altro fedelissimo di Trockij, Pjatakov, dalla guida dei bolscevichi nella regione del Donbass, sempre in Ucraina, per evitare che la riconquista dell'area finisse per dare più potere alla fazione di sinistra in seno al Partito[10].

Alla XII Congresso del partito nell'aprile del 1923, mentre si stava consumando la rottura tra Lenin e Stalin, la politica delle nazionalità, ben poco rispettosa delle autonomie locali, adottata da quest'ultimo, portava ad un accordo riservato tra Lenin, ormai gravemente malato, e Trockij affinché questi all'assemblea attaccasse Stalin imponendo l'adozione al Partito di un “codice di comportamento” nelle relazioni tra centro e periferia, specie con le altre nazionalità titolari e le minoranze etniche. Trockij, titubante, lasciò così spazio all'amico Rakovskij, che paventò la possibilità di una guerra civile se non si fosse mutato atteggiamento verso i popoli non russi, ma Stalin rispose colpo su colpo con un discorso pieno di citazioni leniniste, riconfermando così la sua leadership[11].

Successivamente, sempre nel corso del 1923, parallelamente all'affermazione di Stalin nel Partito, Vlas Čubar subentrò a Rakovskij alla guida del governo ucraino[12].

Dopo la XIII Conferenza di Partito del gennaio 1924, in virtù della condanna della cosiddetta «deviazione antileninista» espressa dall'opposizione trotzkista, i più importanti fra i sostenitori di Trockij furono mandati all'estero come diplomatici: Rakovskij divenne quindi ambasciatore in Gran Bretagna[13].

Successivamente nel 1925 Rakovskij fu inviato come ambasciatore in Francia, sede diplomatica il cui personale era del resto in larga parte trotzkista[14].

Rakovskij fu tra i firmatari della dichiarazione dei 46 nel 1926 e poi di quella dei 75 nel 1927.

Nell'ottobre del 1927 il nuovo governo francese guidato da Poincaré si era rimangiato l'accordo coi sovietici per fornire in cambio di petrolio crediti per 450 milioni di rubli. Nel corso delle nuove trattative Rakovskij cercò di aumentare la pressione sulla controparte facendo partecipe dei termini del negoziato l'opinione pubblica francese[15]. In seguito a questo atto, egli finì nel mirino sia del governo francese che di quello sovietico, che ebbe così la scusa per richiamarlo in patria: Rakovskij venne così sostituito il 21 ottobre 1927 da Valerian Savel'evich Dovgalevsky.

In seguito alla dichiarazione dei 75 di fronte alla possibilità dell'espulsione dal Partito Rakovskij scrisse sempre nell'autunno del 1927 una lettera al comitato centrale facendo autocritica ed atto di sottomissione alla sua autorità, dando come prova della sua buona volontà l'impegno come ambasciatore in Francia ad appellarsi ai soldati dei paesi imperialistici affinché nel caso di una guerra contro l'Unione Sovietica questi disertassero. Scosso da tali dichiarazioni, il governo francese chiese la rimozione dell'ambasciatore in ottobre e così furono rotte le relazioni diplomatiche anche tra i due paesi[16] [17].

Dopo che il plenum dell'ottobre 1927 estromise dal Comitato Centrale Trockij e Zinov'ev, i dirigenti leader dell'opposizione di sinistra, in occasione del X anniversario della Rivoluzione d'ottobre, manifestarono armati di cartelli con alcuni seguaci contro la burocrazia del Partito durante le celebrazioni ufficiali in diverse città del paese: Rakovskij si adoperò in tal senso a Char'kov, in Ucraina[18].

Nel dicembre 1927, al XV Congresso del PC(b)US, su proposta di una commissione speciale guidata da Ordžonikidze[19], Rakovskij venne espulso per acclamazione dal Partito assieme ai sodali trotzkisti Radek e Pjatakov e gli altri firmatari della dichiarazione dei 75, tra cui Kamenev, il turkmeno G. I. Safarov, I. N. Smirnov, e M.M. Laševič[20]. Un altro degli espulsi, Ivan Smilga, coraggiosamente lesse all'assise una dichiarazione di principio firmata da lui ed altri tre trotzkisti, Radek, Buralov e lo stesso Rakovskij in cui si cercava di ribattere alle accuse loro mosse da Stalin di voler dividere il Partito[21].

Deportato in Asia Centrale, ad Astrachan', Rakovskij si dedica alla scrittura e alla riflessione teorico-politica. Fu agli inizi l'unico tra i principali dirigenti trotzkisti a non cercare in qualche modo di tornare alla vita pubblica facendo auto-critica e professione di fede in Stalin. A proposito dell'allineamento alle tesi di Stalin da parte di Pjatakov, Radek e Preobraženskij, Trockij scriveva a Rakovskij nel 1929: «L'appoggio [...] consiste in primo luogo nell'intensificazione della lotta dei marxisti per un'impostazione marxista delle questioni concrete; e in secondo luogo in un spietata critica del sinistrismo incongruente dei centristi, per aiutare i migliori elementi del centro [...] a spostarsi rapidamente su una posizione bolscevica. Non può esserci altro genere di appoggio [...] . Non solo è completamente inammissibile assumerci di fronte al partito la responsabilità della linea di centro-sinistra (come sostiene la nota di Preobraženskij), ma è inammissibile anche cercare di trasformarci in eloquenti persuasori come allude Radek [...] . Come una scimmia senza coda ancora non è un uomo, un centrista che si toglie la coda grazie a buoni consigli ancora non è un marxista. Inoltre, gli articoli di Stalin dimostrano che non viene richiesto nessun buon consiglio[22]. Nel 1934 però anche lui decise di piegarsi al despota: al XVII Congresso del PCUS Rakovskij fece pubblicamente auto-critica in merito alla sua passata adesione alla linea politica di Trockij. Due anni più tardi, nel 1936, ricordando con vergogna il suo legame con i dirigenti dell'opposizione in un articolo sulla Pravda del 21 agosto ne chiedeva ora la fucilazione come agenti della GESTAPO[23].

Ciononostante, nel marzo del 1938 Rakovskij fu imputato al terzo grande processo di Mosca contro i dirigenti del Partito (tra cui Bucharin, Rykov, Krestinskij, M. A. Černov, Zelenskij, G. F. Grin'ko, Rozengol'ts, Ivanov, Jagoda, gli uzbeki Faizul Chodžaev ed Akmal' Ikramov, P.P. Kriučtov, V.F. Šarangovič) accusati dal pubblico ministero Vyšinskij di essere come “nemici del popolo” implicati nell'assassinio di Kirov, nei falliti attentati contro Lenin e Stalin, e di essere al servizio degli imperialisti inglesi sin dal '21. Con l'esclusione di Krestinskij, tutti gli imputati si dichiararono colpevoli dei reati loro ascritti[24].

A differenza di molti imputati, come Bucharin e Rykov, uccisi poco dopo il processo in virtù della sentenza di morte, Rakovskij ed altri furono condannati a lunghe pene detentive. Tuttavia nell'autunno 1941, mentre la situazione bellica nel confronto tra tedeschi e russi sembrava ormai volgere al peggio, Stalin decise di eliminare i più importanti fra gli ultimi oppositori (incarcerati) ancora in vita: oltre ad importanti membri dell'opposizione ai bolscevichi, tra cui la socialrivoluzionaria Marija Spiridonova, i dirigenti del Partito condannati tra il '36 e '38, tra cui appunto Rakovskij, affrontarono un nuovo processo in settembre e vennero fucilati subito dopo[25].

Nel febbraio 1988 il segretario del PCUS Gorbačev promosse al plenum del Comitato Centrale la piena riabilitazione di Rakovskij assieme a Bucharin e Rykov, ossia dei dirigenti comunisti che figurarono nel processo di Mosca del '38[26].

Nomi[modifica | modifica sorgente]

Il nome originale di Rakovsky in bulgaro era Krastyo Georgiev Stanchev (Кръстьо Георгиев Станчев), che egli stesso cambiò in Krastyo Rakovski (Кръстьо Раковски). La forma usuale del suo nome presa dal rumeno fu Cristian (alle volte anche come Christian), mentre il suo cognome era scritto Racovski, Racovschi, o Rakovski. Alle volte il suo nome fu reso come Ristache, un antiquato hypocoristic conosciuto come tale dalla sua conoscenza, lo scrittore Ion Luca Caragiale.[27]

Durante la sua vita, era anche noto con gli pseudonomi di H. Insarov e Grigoriev, che utilizzò per firmare i numerosi articoli per la stampa in lingua russa.[28]

Rakovsky con Leon Trotsky circa 1924

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Pietro Zveteremich, Il grande Parvus, Milano, Garzanti Editore S.p.A., 1988, p. 65
  2. ^ Pietro Zveteremich, Il grande Parvus, Milano, Garzanti Editore S.p.A., 1988, p. 139
  3. ^ Bertram D. Wolfe, I tre artefici della Rivoluzione d'Ottobre (Lenin, Trotzki, Stalin), Firenze, La Nuova Italia, 1953, pp. 798-799
  4. ^ Andrea Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1917-1945, Bologna, Società editrice il Mulino, 2007, pp. 122-123
  5. ^ Andrea Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1917-1945, Bologna, Società editrice il Mulino, 2007, p. 127-129
  6. ^ Katrin Boeckh, Ekkehard Volkl, Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione, Trieste, Beit casa editrice, 2009, p. 71
  7. ^ Katrin Boeckh, Ekkehard Volkl, Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione, Trieste, Beit casa editrice, 2009, p. 74
  8. ^ Nicolas Werth, Storia della Russia nel Novecento. Dall'impero russo alla Comunità degli Stati Indipendenti 1900-1999, Bologna, Società editrice il Mulino, 1993, pp. 210-211
  9. ^ Katrin Boeckh, Ekkehard Volkl, Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione, Trieste, Beit casa editrice, 2009, p. 82
  10. ^ Andrea Graziosi, L'URSS di Lenin e Stalin. Storia dell'Unione Sovietica 1917-1945, Bologna, Società editrice il Mulino, 2007, pp. 165-166
  11. ^ Mihail Geller, Aleksandr Nekrič, Storia dell'URSS dal 1917 a oggi. L'utopia al potere, Milano, Rizzoli Editore, 1984, pp. 175-176
  12. ^ Katrin Boeckh, Ekkehard Volkl, Ucraina. Dalla rivoluzione rossa alla rivoluzione arancione, Trieste, Beit casa editrice, 2009, p. 82-83
  13. ^ Nicolas Werth, Storia della Russia nel Novecento. Dall'impero russo alla Comunità degli Stati Indipendenti 1900-1999, Bologna, Società editrice il Mulino, 1993, p. 238
  14. ^ Adam Ulam, Stalin. L'uomo e la sua epoca, Milano (?), Aldo Garzanti Editore, 1975, p. 299
  15. ^ Richard B. Day, Trotskij e Stalin. Lo scontro sull'economia, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 213
  16. ^ Mihail Geller, Aleksandr Nekrič, Storia dell'URSS dal 1917 a oggi. L'utopia al potere, Milano, Rizzoli Editore, 1984, pp. 246-247
  17. ^ Richard B. Day, Trotskij e Stalin. Lo scontro sull'economia, Roma, Editori Riuniti, 1979, p. 213
  18. ^ Nicolas Werth, Storia della Russia nel Novecento. Dall'impero russo alla Comunità degli Stati Indipendenti 1900-1999, Bologna, Società editrice il Mulino, 1993, pp. 246-247
  19. ^ Robert C. Tucker, Stalin il rivoluzionario. 1879/1929, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1977, p. 300
  20. ^ Roy A. Medevedv, Lo stalinismo. Origini storia conseguenze, Volume I, Milano, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., 1972, p. 90
  21. ^ Robert C. Tucker, Stalin il rivoluzionario. 1879/1929, Milano, Giangiacomo Feltrinelli Editore, 1977, p. 300
  22. ^ Il testo è conservato nel fondo T-1943 dei Trotsky Archives: Richard B. Day, Trotskij e Stalin. Lo scontro sull'economia, Roma, Editori Riuniti, 1979, pp. 223-224
  23. ^ Roy A. Medvedev, Lo stalinismo. Origini storia conseguenze, Volume I, Milano, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., 1972, p. 225
  24. ^ Roy A. Medvedev, Lo stalinismo. Origini storia conseguenze, Volume I, Milano, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., 1972, p. 232
  25. ^ Robert Conquest, Stalin. La rivoluzione, il terrore, la guerra, Milano, Arnoldo Mondatori Editore S.p.A., 2002, pp. 270-271
  26. ^ Andrea Graziosi, L'URSS dal trionfo al degrado. Storia dell'Unione Sovietica 1945-1991, Bologna, Società editrice il Mulino, 2008, p. 561
  27. ^ Cioculescu, p.28, 46, 246–248
  28. ^ Fagan, Socialist leader in the Balkans; Rakovsky, "An Autobiography"; Trotsky, Christian Rakovsky et Basile Kolarov

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

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