Chiesa e antisemitismo

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Il termine "Antisemitismo" è stato coniato alla fine del XIX secolo dal giornalista Wilhelm Marr e consiste nell'avversione, su basi razziali, nei confronti delle persone di religione ebraica; viene oggi utilizzato anche per indicare le avversioni motivate con ragioni di tipo politico; talvolta lo si confonde con la rivalità, l'ostilità o l'avversione di tipo religioso (antigiudaismo) all'ebraismo, anche se la maggior parte degli storici distingue accuratamente i due termini.[1]

L'antisemitismo prima del Cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

La diaspora, tipica del mondo ebraico, è quel fenomeno sociale e culturale che vede gli ebrei disperdersi nel mondo ed insieme mantenere la propria identità culturale e religiosa. Generalmente si fa iniziare la diaspora con la distruzione di Gerusalemme nel 587 a.C. (VI secolo) da parte dei Babilonesi e la deportazione in Babilonia di una larga parte della popolazione della città. Forti comunità ebraiche si trovavano in Mesopotamia, in Grecia, a Roma, ad Alessandria d'Egitto (1/3 della popolazione).

Misure antisemite furono prese anche prima della nascita del Cristianesimo o prima ancora che questo diventasse religione ufficiale dell’impero. Il primo pogrom che la storia conosca avvenne ad Alessandria d'Egitto nell'anno 38 d.C.[2]

L'avvento del Cristianesimo[modifica | modifica wikitesto]

Con l'avvento del Cristianesimo viene coniato il termine antigiudaismo[senza fonte], che si manifesta con forti critiche nei confronti del mondo ebraico:

  • Secondo alcuni cristiani gli ebrei si sarebbero resi indegni della vita eterna non solo non riconoscendo in Gesù il Messia, il Figlio di Dio, ma per giunta ammazzandolo brutalmente sulla croce (cfr. i discorsi di Pietro negli Atti degli Apostoli)
  • San Giovanni Crisostomo scrisse 8 omelie contro gli ebrei (fine IV secolo): in esse accusa gli ebrei di aver respinto i doni fatti loro dal Signore; di essere stati la causa della morte di Gesù; di essere pieni di vizi e immorali (“La sinagoga è divenuta caverna di briganti e rifugio per le bestie selvatiche”; “vivono per il ventre”; sanno fare solo questo, ingozzarsi e macchiarsi…)
  • Secondo sant'Agostino sussiste un fondamento teologico all'antigiudaismo. Per il santo, Dio avrebbe agito con gli ebrei come con Caino: questi pur essendo colpevoli della morte di Gesù Cristo, dovrebbero continuare a rimanere in vita come punizione per il male commesso. Ancora, secondo il santo, come Esaù hanno perso la primogenitura a favore di Giacobbe-cristiani: “Gli ebrei sono stati dispersi fra tutte le nazioni a testimonianza della loro malvagità e della verità della nostra fede… Di loro è stato detto: ‘non ucciderli’, cosicché la stirpe ebraica resti in vita e dalla sua persistenza tragga incremento la moltitudine cristiana”. Questa sarà la posizione tradizionale cattolica nei confronti dell'Ebraismo, ribadita ancora dall'Enciclica di Pio XI, mai pubblicata a causa della sua morte, l'Humani generis unitas.
  • Lungo i secoli (dal XII secolo) a queste motivazioni strettamente religiose alcuni cristiani hanno aggiunto altre accuse di natura morale, sociale ed economica (tra le altre accuse mai provate di omicidio rituale).

Le principali misure antigiudaiche furono prese con il riconoscimento della religione cristiana come religione prima ufficiale, e poi unica, dell'impero romano (IV secolo). Da questo momento la legislazione imperiale segue una duplice preoccupazione: imporre all'ebraismo oneri e discriminazioni. Cfr. la legge di Teodosio II del gennaio 438: «A nessuno dei giudei, cui sono interdette tutte le amministrazioni e dignità, concediamo nemmeno di esercitare l'ufficio di difensore di un comune, né di avere l'onore di padre».

L’antisemitismo dopo il Mille[modifica | modifica wikitesto]

Le cose cambiano sostanzialmente dall’XI secolo. Riassumendo possiamo distinguere queste fasi dal punto di vista cronologico:

  • le Crociate, spesso accompagnate da veri e propri massacri di ebrei; le Crociate furono il motivo scatenante l’antisemitismo cristiano vero e proprio[senza fonte];
  • il Concilio Lateranense IV (1215), che per primo codificò alcune misure nei confronti degli ebrei:
  1. dovevano portare abiti che li distinguessero dai cristiani
  2. non potevano comparire in pubblico durante il Triduo pasquale
  3. erano esclusi da qualunque ufficio pubblico che comportasse un'autorità sui cristiani
  4. era loro vietato esigere interessi troppo elevati sui prestiti
  • l'espulsione dalla Spagna (1492): unita politicamente la Spagna, Isabella volle darle anche un'unità religiosa. Tutti gli ebrei (e più tardi i musulmani) dovevano o convertirsi al cristianesimo o espatriare: 50.000 circa si “convertirono” al cristianesimo (forzato e per lo più solo di facciata), 200.000 lasciarono tutto ed espatriarono (e molti, ironia della sorte, trovarono rifugio a Roma)
  • Il beato Bernardino da Feltre predicò contro l'ebraismo.
  • le “bolle infami” del 1555 (Cum nimis absurdum), 1569 e 1593, redatte dai papi Paolo IV, Pio V e Clemente VIII, nelle quali furono prese misure rigide nei confronti degli ebrei romani, che resteranno fino all’Ottocento:
  1. dovevano portare un segno distintivo sull'abito (obbligo ripreso secoli dopo dal nazismo)
  2. dovevano abitare nel ghetto, luogo chiuso e recintato, con un portiere cristiano pagato dagli ebrei
  3. dovevano chiedere un permesso per muoversi all'interno dello Stato
  4. non potevano possedere immobili; la loro abitazione era solo in affitto il cui canone era a volte bloccato (jus gazagà)
  5. non potevano iscriversi alle università e dunque laurearsi
  6. non potevano esercitare nessuna professione “liberale” (medicina, giurisprudenza…) se non il piccolo commercio (rivendita di stracci vecchi)
  7. ogni settimana un terzo della popolazione ebraica, a turno, doveva ascoltare una predica cristiana fatta in una chiesa fuori del ghetto.

Età contemporanea e fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Leggi razziali fasciste.

Con i governi illuminati del Settecento, con la Rivoluzione francese ed infine con i governi liberali dell’Ottocento, ci fu un movimento di riabilitazione, di parificazione e di emancipazione ebraica. Persistono comunque nel Settecento, Ottocento e Novecento opposizioni cattoliche all’emancipazione ebraica.

In occasione delle leggi razziali fasciste del 1938 la costante preoccupazione del Vaticano fu quella di ottenere dal governo la modifica degli articoli che potevano ledere le prerogative della Chiesa sul piano giuridico-concordatario soprattutto per quanto riguardava gli ebrei convertiti.[3] Secondo lo storico Renzo De Felice, se la Santa Sede non approvò mai un razzismo di stampo puramente materialistico e biologico, «al tempo stesso non era contraria ad una moderata azione antisemita, estrinsecantesi sul piano delle minorazioni civili.»[4]

Di notevole importanza l'intervento di Pio XI (mai riportato dall’Osservatore Romano e da Civiltà Cattolica, per paura della censura fascista, ma pubblicato, per espressa volontà di Pio XI, sui giornali belgi) il 6 settembre 1938 durante un’udienza: “Attraverso il Cristo e nel Cristo, noi siamo la discendenza spirituale di Abramo. L’antisemitismo è inammissibile. Spiritualmente, siamo tutti semiti”[5]. Lo stesso Mussolini, nel discorso di Trieste del settembre del '38, accusò il Papa di difendere gli ebrei (il famoso passaggio "da troppe Cattedre li si difende") e minacciò provvedimenti più severi a loro danno se i cattolici avessero insistito.[senza fonte] Nell'agosto del 1943, il gesuita Luigi Tacchi Venturi, che in passato aveva svolto l'incarico informale di tenere i contatti tra il Vaticano e Mussolini, suggerì al cardinale Segretario di Stato Luigi Maglione di proporre al nuovo governo Badoglio il mantenimento parziale delle leggi razziali.[6]. Ma Maglione non diede seguito alla proposta.

Nel 1943, allorché era evidente che l'unità dello Stato fascista era terminata, le principali gerarchie cattoliche presenti in Italia si mobilitarono per orientare le nuove scelte politiche e pastorali nella penisola. La questione delle leggi razziali fu affrontata direttamente dal Vaticano ad opera del cardinale Luigi Maglione e dal gesuita Luigi Tacchi Venturi. Come detto, quest'ultimo riteneva che le leggi razziali avrebbero dovute esser abolite solo per gli ebrei convertiti al cristianesimo, mentre si sarebbero dovute mantenere le restrizioni per coloro che appartenevano alla religione ebraica.[6]

Anche dopo il rastrellamento degli ebrei del ghetto di Roma il 16 ottobre 1943 il comportamento del Vaticano fu ambigio, se da una parte vi furono proteste da parte di Maglione indirizzate all'ambasciatore tedesco presso il Vaticano, Ernst von Weizsäcker, che non diverranno però mai dichiarazioni pubbliche contro l'azione, dall'altra lo stesso Weizsäcker nella sua relazione al Ministro degli esteri tedesco di pochi giorni dopo, rassicurava il governo nazista sul fatto che "Il Papa benché sollecitato da diverse parti, non ha preso alcuna posizione contro la deportazione degli ebrei da Roma" e che "Egli ha fatto di tutto anche in questa situazione delicata per non compromettere il rapporto con il Governo tedesco e con le autorità tedesche a Roma. Dato che qui a Roma indubbiamente non saranno più effettuate azioni contro gli ebrei, si può ritenere che la questione spiacevole per il buon accordo Tedesco-Vaticano sia liquidata"[7]

Il definitivo superamento dell'antigiudaismo cattolico, almeno a livello teorico, avvenne con il Concilio Vaticano II e la dichiarazione Nostra Aetate (n. 4), del 1965, che ribadì sia la primogenitura, sia l'elezione del popolo ebraico.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Cfr., ad esempio, M. Ghiretti,Storia dell'antigiudaismo e dell'antisemitismo, Bruno Mondadori, Milano 2002; P. Stefani, L'antigiudaismo, Laterza, Roma-Bari 2004.
  2. ^ Clara Kraus Reggiani, Storia della letteratura giudaico-ellenistica, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2008, p. 136.
  3. ^ G. Salotti, Breve storia del fascismo, Bompiani, Milano, 1998.
  4. ^ Renzo De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Einaudi, III edizione, 1988, pag. 298
  5. ^ Y. Chiron, Pie XI (1857-1939), Perrin, Paris 2004, tr. it., p. 455; cfr. anche La Documentation catholique, 5 dicembre 1938, coll. 1459-1460.
  6. ^ a b David I. Kertzer, I papi contro gli ebrei. Il ruolo del Vaticano nell’ascesa dell’anti-semitismo moderno, Rizzoli ed., pp. 302 e ss.
  7. ^ Liliana Picciotto, Il libro della memoria - Gli ebrei deportati dall'Italia, Mursia, citata in Anne Grynberg, Shoah, collana Universale Electa/Gallimard, pag 141

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Il presente articolo è un riassunto di:

  • G. Martina, La Chiesa nell'età dell'assolutismo, Brescia 1989, pp. 89–103

Altre opere fondamentali per la storia dell'Antisemitismo:

  • F. Lovski, Antisémitisme et mystère d'Israel, Parigi 1955
  • A. Milano, Storia degli Ebrei in Italia, Torino 1963
  • M. Simon, Verus Israel. Etude sur les relations entre Chrétiens et Juifs dans l'Empire romain (135-425), Parigi 1964
  • L. Poliakov, Storia dell'antisemitismo, Firenze 1973
  • A. Foa, Ebrei in Europa dalla Peste Nera all’Emancipazione, Roma-Bari 2001
  • Y. Chiron, Pie XI (1857-1939), Perrin, Paris 2004, tr. it., Pio XI. Il papa dei Patti Lateranensi e dell'opposizione ai totalitarismi, Milano 2006.
  • E. Mazzini, "L'antiebraismo cattolico dopo la Shoah. Tradizioni e culture nell'Italia del secondo dopoguerra (1945-1974)", Roma, Viella 2012.

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]