Chiesa di Santa Maria di Castello (Genova)

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Coordinate: 44°24′20.76″N 8°55′44.39″E / 44.405767°N 8.928997°E44.405767; 8.928997

Chiesa di Santa Maria di Castello
Facciata
Facciata
Stato Italia Italia
Regione Liguria Liguria
Località Genova-Stemma.pngGenova
Religione Cristiana Cattolica di rito romano
Titolare Maria
Diocesi Arcidiocesi di Genova
Consacrazione 1237
Stile architettonico romanico
Inizio costruzione XIII secolo
Sito web http://www.santamariadicastello.it

La chiesa di Santa Maria di Castello è un edificio religioso cattolico del centro storico di Genova, situato lungo la salita omonima, nel quartiere del Molo. La sua comunità parrocchiale fa parte del vicariato "Centro Est" dell'arcidiocesi di Genova.

Situata sulla collina di Castello, il primo luogo abitato di Genova nell'antichità, la chiesa di Santa Maria di Castello è uno dei più antichi luoghi di culto cristiano di Genova ed una delle più integre e suggestive architetture romaniche della città.[1]

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la tradizione un primo luogo di culto mariano in questo luogo sarebbe stato costruito per volere del re longobardo Ariperto nel 658, ma le prime notizie documentate risalgono all'XI secolo.[2][3]

La chiesa sorgeva a poca distanza dal castello fortificato del vescovo, costruito fra il IX e il X secolo sulla sommità del colle, sul sito già occupato da fortificazioni preromane, romane e bizantine. La presenza del castello vescovile, nei pressi del quale intorno all'XI secolo si era insediata anche la potente famiglia feudale degli Embriaci, fece di quest’area, al riparo dalle scorrerie dei saraceni grazie alla sua posizione arroccata, la sede del potere politico e religioso cittadino.[3][2][4]

La chiesa attuale fu costruita nella prima metà del XII secolo da maestranze antelamiche[5] sui resti di quella più antica, della quale nella cappella del battistero si conservano alcune sculture.[3][2][6]

La nuova chiesa aveva tre navate con copertura a capriate lignee, transetto e tre absidi. Per la costruzione furono impiegati materiali di recupero come colonne in granito e capitelli corinzi di epoca romana, risalenti al III secolo, sapientemente integrati nel nuovo edificio dai maestri antelami.[3][2][6]

La chiesa, consacrata nel 1237 da Geroldo di Losanna, Patriarca di Gerusalemme, era già collegiata in epoca precedente alla ricostruzione e tale rimase fino al 1441, quando con una bolla del papa Eugenio IV fu assegnata ai Domenicani, che ancora oggi la officiano.[7][6] I frati ne presero possesso solo il 13 novembre 1442, poiché per oltre un anno i canonici, sostenuti dall'arcivescovo Giacomo Imperiale, si opposero all'arrivo dei Domenicani, ai quali erano state assegnate tutte le proprietà e le rendite della chiesa.[2]

Dopo l'arrivo dei Domenicani, nella seconda metà del Quattrocento il complesso fu ampliato e divenne un importante polo culturale: acquistando proprietà adiacenti alla chiesa fu costruito il convento e realizzati i tre chiostri e la sacrestia. A questo periodo risale la costruzione del primo chiostro (1453 -1462) con gli affreschi nella volta del loggiato e nelle pareti, di cui resta la celebre Annunciazione di Giusto di Ravensburg (1451). Inoltre i Domenicani trasformarono il tetto della chiesa, a capriate di legno, in una volta a crociere in muratura. Tra il XV e il XVII secolo numerose famiglie patrizie fecero costruire lungo le navate laterali le loro cappelle gentilizie, arricchite da opere d'arte dei maggiori artisti dell'area genovese.[3][6][1]

Nel XVI secolo furono modificate le absidi e costruita la cupola, ma dalla seconda metà del XVII secolo il complesso visse un periodo di declino e i Domenicani furono costretti ad affittare alcuni locali del convento. La chiesa subì gravi danni per il bombardamento navale francese del 1684.[3][2]

Nel 1801, quando i resti del papa Pio VI, morto prigioniero in Francia nel 1799, vennero traslati a Roma, il feretro sostò nella chiesa di S. Maria di Castello, dove si tenne una solenne funzione.[8] Il convento fu risparmiato dalle leggi di soppressione del 1797, ma nella prima metà del XIX secolo si trovava in stato di degrado. Parzialmente espropriato dallo Stato nel 1859 a seguito della legge Rattazzi del 1855, parte del convento nel 1870 fu trasformata in appartamenti, sopraelevando anche i loggiati dei chiostri.[2]

Nello stesso periodo fu affidato all'architetto Maurizio Dufour l'incarico di restaurare l'interno della chiesa, mettendo in luce le parti medioevali, coperte nel tempo da uno spesso strato di intonaco. Lo stesso Dufour realizzò l'affresco nella volta del coro, raffigurante "Dio Padre in gloria".[9]

La chiesa fu colpita da bombardamenti aerei durante la seconda guerra mondiale, una prima volta nel 1942, quando le macerie di un vicino edificio rovinarono sulla navata sinistra, ed ancora nel 1944, con danni alla copertura causati da spostamenti d’aria dovuti alle bombe cadute sul porto. I restauri vennero eseguiti nel dopoguerra sotto la direzione degli ingegneri Cesare Fera e Luciano Grossi Bianchi, riportando alla luce, con il recupero dei finestroni medioevali, anche l'originaria architettura romanica della facciata, in parte alterata dalle ristrutturazioni del XV e XVI secolo.[10] L'intero complesso è stato nuovamente oggetto di restauro nei primi anni duemila, quando venne risistemato ed ampliato anche l'annesso museo.[3][1]

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Il complesso, costituito da chiesa, convento e chiostri, si presenta come un insieme complesso di volumi che si sviluppano lungo la salita che conduce verso la sommità del colle, antica sede del castello vescovile.[3][4]

Dipinto del XVII secolo in cui viene rappresentata la chiesa, dalla cui facciata pendono alcuni degli anelli delle catene di Porto Pisano.

La chiesa, in stile romanico, attraverso la concessione delle cappelle alle grandi famiglie della nobiltà genovese ha incrementato durante i secoli il proprio corredo artistico, specie pittorico e scultoreo, con opere dei più importanti artisti liguri che vanno dal Quattrocento al Settecento.

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

L'ampio prospetto romanico, tripartito da due grandi lesene che individuano la navata principale, è coronato da archetti pensili; il portale principale, unico elemento decorativo della facciata, è realizzato con un architrave romano del III secolo decorato con elementi fitomorfi e grifi.[3][2][4]

Interno[modifica | modifica wikitesto]

L'interno

L'interno, ampio e luminoso, ha pianta basilicale romanica a tre navate con colonne e capitelli romani di reimpiego che sostengono gli archi romanici e un finto matroneo sopra gli archi. Il soffitto, in origine a capriate lignee, è formato da volte con crociere a costoloni, realizzate intorno al 1468. Lungo ciascuna delle navate laterali si aprono cinque cappelle: quelle di sinistra furono realizzate nella seconda metà del XV secolo, mentre le cinque di destra risalgono al XVI secolo. Tra la fine del XVI e l’inizio del XVII secolo furono modificate le absidi laterali, mentre quella centrale venne ampliata per contenere un grande coro.[2]

Al centro della controfacciata si trova la statua in marmo di S. Domenico, di Francesco Maria Schiaffino; alla sinistra, affresco di Lorenzo Fasolo (fine del XV secolo), raffigurante la Madonna col Bambino e i santi Domenico e Pietro martire, proveniente dalla scomparsa chiesa di S. Domenico. Alla destra del portale una nicchia contiene un crocifisso ligneo quattrocentesco. Sopra le porte laterali sono collocate due tele del cremonese Francesco Boccaccino (1660-1750)[11] (Il Crocifisso parla a san Pietro Martire e Miracolo di San Pietro).[3][2]

Un recente restauro ha portato alla luce il portale interno originale romanico, al quale era stato sovrapposto il portale quattrocentesco d’accesso alla sacrestia, ricollocato ora sulla parete destra della chiesa.[2]

Presbiterio[modifica | modifica wikitesto]

Negli ultimi decenni del XVI secolo vennero ampliati il presbiterio e l'abside per adeguare la chiesa alle norme del concilio tridentino ed inserirvi gli stalli lignei del coro e alcuni monumenti funebri.[2] L'altare maggiore, rifatto dopo il bombardamento del 1684, è sormontato dal gruppo marmoreo dell'Assunzione di Domenico Parodi (1672-1742).[3][2] Il pavimento dell’originaria zona presbiterale venne abbassato a livello del pavimento del transetto ed oggi vi è collocato il moderno altare postconciliare, realizzato nel 1985 su disegno di Cesare Fera.

Il Cristo moro[modifica | modifica wikitesto]
Il Cristo moro

Addossato ad un pilastro nei pressi del nuovo altare è collocato un crocifisso ligneo trecentesco, di autore ignoto, detto il Cristo moro, molto venerato dai fedeli. Nei secoli il crocifisso subì vari rimaneggiamenti, con l'aggiunta di una folta barba e lunghi capelli, in origine del tutto assenti; un restauro eseguito negli anni settanta ha ripristinato lo stato originario. Tuttavia, poiché i fedeli erano ormai abituati all'immagine del Cristo con barba e capelli, ne fu realizzata una copia, esposta in una cappella della chiesa.[12][13]

Cappelle laterali[modifica | modifica wikitesto]

Lungo ciascuna delle navate laterali si trovano cinque cappelle riccamente decorate e con un pregevole corredo di opere d'arte. Quelle nella navata di sinistra hanno dimensioni maggiori di quelle di destra, la cui profondità è limitata dalla presenza del chiostro lungo la parete esterna ed hanno spazio sufficiente per contenere il solo altare. Oltre a queste, due cappelle chiudono sul fondo le navate facendo da corona all'altare maggiore. Gli altari vennero concessi in giuspatronato a note famiglie patrizie, che favorirono la realizzazione di opere d'arte di alta qualità.[3][2]

Cappelle di destra[modifica | modifica wikitesto]
  • Sesta cappella: posta in capo alla navata destra, è dedicata a san Giacinto Odrovaz con un dipinto di Aurelio Lomi (San Giacinto riceve da san Domenico l'abito dell'ordine, affreschi sulla volta di Bernardo Castello (Padre Eterno ed episodi della vita di san Giacinto) e due monumenti funebri, opera di Battista Casella.[3][2].
Cappelle di sinistra[modifica | modifica wikitesto]
  • Quinta cappella, posta nel transetto sinistro: all’altare, in marmi policromi, una tela del Grechetto raffigurante il miracolo di Soriano[17] ed una di Francesco Boccaccino raffigurante il Miracolo dei pani.[18]
  • Sesta cappella: posta in capo alla navata sinistra, è dedicata a santa Rosa da Lima, con una pala di Domenico Piola raffigurante la santa che venera la Madonna col Bambino. Sotto la mensa dell'altare una statua giacente del beato Jacopo da Varazze, arcivescovo di Genova nel XIII secolo, i cui resti furono conservati qui per quasi un secolo.[19] Nella volta, affreschi seicenteschi raffiguranti il Battesimo di Cristo e santi domenicani, rimaneggiati nell'Ottocento. Il rivestimento marmoreo (fine del XVI secolo) è opera di Taddeo Carlone in collaborazione con Battista Bagutti di Rovio.

Organo a canne[modifica | modifica wikitesto]

Nella chiesa si trova un organo a canne, costruito ditta organaria Mascioni di Cuvio (opus 333) dell'anno 1915. Completamente a trasmissione pneumatica, ha due tastiere e pedaliera. Di seguito la sua disposizione fonica:

Prima tastiera - Grand'Organo
Principale 16'
Principale 8'
Ottava 4'
Voce umana 8'
Duodecima 2.2/3'
XV 2'
Cornett combinato
Ripieno 3 file
Ripieno 4 file
Bordone 8'
Gamba 8'
Flauto 4'
Tromba 8'
Cromorno 8'
Seconda tastiera - Espressivo
Bordone 16'
Principale 8'
Viola 8'
Flauto 8'
Voce celeste 8'
Concerto violini 3 file
Salicionale 4'
Ottavina 2'
Pienino 1.1/3'
Oboe 8'
Voci corali 2 file
Pedale
Contrabbasso 16'
Principale violone 16'
Subbasso 16'
Armonico 8'
Unioni e accoppiamenti
Unione I-P
Unione II-P
Unione II-I
Ottava grave II-I
Ottava acuta II-I
Ottava I
Ottava P

Sacrestia[modifica | modifica wikitesto]

Nella sacrestia (alla quale si accede dal transetto destro attraverso un piccolo atrio, già cappella Grimaldi, con un'acquasantiera di Giovanni Gagini), arredata con armadi settecenteschi in noce, è presente una pala del 1738 con San Sebastiano, di Giuseppe Palmieri. Pregevole il cosiddetto "portale maggiore", opera di matrice toscana dovuta a Leonardo Riccomanni[20] e allo stesso Gagini (1452); sopra, una lunetta gotica del XIV secolo con la Crocifissione. Accanto al portale è collocato un gruppo settecentesco in legno policromo raffigurante la Madonna col Bambino e san Bernardo, proveniente dallo scomparso oratorio di Santa Maria, San Bernardo e santi Re Magi, che sorgeva poco distante dalla chiesa.[3][2][21]

Dalla sacrestia si passa all'atrio della Loggia dell'Annunciazione, con affreschi di Giacomo Serfolio nella volta (San Pietro martire, il beato Raimondo e san Tommaso); sulla parete sinistra, Predicazione di S. Vincenzo Ferrer, del XV secolo e una Madonna su ardesia del XVII secolo); a destra, disegno preparatorio dell'affresco di Carlo Braccesco che si trova nella biblioteca.[3]

Campanile[modifica | modifica wikitesto]

Il campanile

Il campanile della chiesa è quello originario romanico, pesantemente modificato nel corso dei secoli. Dell'originale restano alla sommità una serie di archetti pensili.[3][22]

Convento e chiostri[modifica | modifica wikitesto]

Il convento adiacente alla chiesa si sviluppa intorno a tre chiostri. Il primo e il secondo chiostro vennero sopraelevati nell'Ottocento per costruirvi delle abitazioni, nel periodo in cui il convento fu espropriato dallo Stato.[3][21][2]

Decorazione del loggiato del secondo chiostro

Nel primo chiostro, costruito tra 1445 ed il 1452, si trovavano i locali di servizio del convento (refettorio, cucina, infermeria e al piano superiore i dormitori).[21][2]

Il secondo chiostro, coevo al primo, fu costruito sulle fondamenta di preesistenti case medievali acquisite dai Domenicani. Ospitava la sala capitolare, la biblioteca, la spezieria e i parlatori. Restaurato negli anni sessanta del Novecento, è formato da un porticato a piano terreno su due lati e due loggiati ai piani superiori, la cui ricca decorazione, patrocinata dalla famiglia Grimaldi-Oliva, rappresenta uno straordinario esempio di pittura genovese del Quattrocento. È quello più conosciuto perché la loggia al primo piano conserva il celebre affresco dell'Annunciazione.[3][21]

Il terzo chiostro, più piccolo dei precedenti, fu costruito tra il 1492 ed il 1513. Oggi è inglobato in una residenza universitaria, per cui non è visitabile. Sotto di esso esisteva una delle cisterne per la raccolta dell'acqua piovana di cui era dotato il convento, oggi trasformata in un salone per eventi e manifestazioni. La cisterna risaliva al IX secolo ed era stata realizzata con materiali di recupero, come testimoniano frammenti di colonne romane.[21]

Del complesso faceva parte un altro chiostro, più antico dei precedenti, quello della collegiata, risalente all'XI secolo, oggi divenuto il cortile interno di un caseggiato adiacente alla chiesa.[21]

Loggia dell'Annunciazione[modifica | modifica wikitesto]

Affresco di Giusto d'Alemagna raffigurante l'Annunciazione

Si apre sul secondo chiostro ed è raggiungibile dall'atrio attraverso una scala. Al primo piano della loggia si trova l’Annunciazione, affresco di Giusto d'Alemagna del 1451[23]; sulla volta, crociere con foglie fiammeggianti e tondi con Sibille e Profeti, forse anch'esso risalente al Quattrocento; sul fondo, portale d'ardesia con San Domenico che invita al silenzio nella lunetta; nel refettorio, lunette con Santi dell'antica abside sinistra della chiesa (metà XVI secolo) e Crocifisso ligneo su tavola (XIV secolo).[3]

Al secondo piano, o Loggia superiore, vi è una statua rinascimentale di Santa Caterina d'Alessandria; un tabernacolo marmoreo attribuito a Domenico Gagini (XV secolo); la Biblioteca vecchia (portale quattrocentesco con San Giorgio di Giovanni Gagini); una lapide in marmo del 1453 con cornice d'angeli; Annunciazione e santi, polittico di Giovanni Mazone del 1470 circa, con ricca cornice gotica, già presente in passato nella chiesa.[3]

Il museo di S. Maria di Castello[modifica | modifica wikitesto]

Il museo fu realizzato da Gianvittorio Castelnovi nel 1959 per esporre quelle opere d'arte che per le trasformazioni subite dal complesso non avevano più una loro collocazione.[24] Rinnovato e ampliato nel 2001, il museo raccoglie in dodici sale del convento reperti archeologici che testimoniano la storia più antica della città, dal II secolo fino al tardo medioevo, oltre alle opere d'arte di pertinenza della stessa chiesa, raccolte dai Domenicani a partire dal loro insediamento nel 1442 ed una raccolta di icone russe dell’Ottocento e del Novecento donate al convento da Enrico di Rovasenda.[3][25]

Sono esposti marmi di varie epoche, dipinti, reliquiari, paramenti ed oggetti per uso liturgico, codici miniati, ex-voto (legati alla devozione per il Cristo Moro), ed inoltre quadri ed oggetti di uso quotidiano provenienti da monasteri soppressi delle suore domenicane.[3]"/>[25]

Tra le principali opere d’arte, la pala di Ognissanti di Ludovico Brea (1513), il polittico della Conversione di San Paolo, della scuola dello stesso Brea, la Madonna col Bambino di Domenico Gagini, in marmo dipinto (XV secolo), e la statua lignea dell'Immacolata del Maragliano (XVIII secolo).[25]

L'annessa biblioteca contiene codici e incunaboli di notevole interesse, oltre ad un affresco raffigurante San Domenico che ritrova i suoi frati in Paradiso, opera di Carlo Braccesco, risalente a fine Quattrocento.[3]

Persone legate alla chiesa di Santa Maria di Castello[modifica | modifica wikitesto]

Galleria fotografica[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c F. Caraceni Poleggi, Genova - Guida Sagep, 1984.
  2. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa Sito della parrocchia di S. Maria di Castello
  3. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad Touring Club Italiano, Guida d'Italia - Liguria, 2009
  4. ^ a b c Mauro Ricchetti, "Liguria sconosciuta - itinerari insoliti e curiosi", Rizzoli, Milano, 2002, ISBN 88-7423-008-7
  5. ^ I Magistri Antelami, provenienti dalla val d'Intelvi, giunsero a Genova intorno alla fine dell’XI secolo; furono una potente corporazione di costruttori, i primi a realizzare in città importanti monumenti in stile romanico, tra cui la porta Soprana e quella di S. Fede delle mura cittadine e la Commenda di San Giovanni di Prè.
  6. ^ a b c d La chiesa di S. Maria di Castello sul sito dell’arcidiocesi di Genova
  7. ^ G.B. Cevasco, in "Descrizione di Genova e del Genovesato", Tipografia Ferrando, Genova, 1846
  8. ^ Giovanni Battista Semeria, Storia ecclesiastica di Genova e della Liguria dai tempi apostolici sino all’anno 1838, Tipografia Canfari, Torino, 1838
  9. ^ Biografia e opere di Maurizio Dufour sul sito dell'Enciclopedia Treccani
  10. ^ C. Ceschi, Restauro di edifici danneggiati dalla guerra –Liguria, su “Bollettino d’Arte”, anno 1953 - fascicolo I, Ministero per i Beni e le Attività Culturali
  11. ^ Cenni biografici su Francesco Boccaccino, sul sito dell’Enciclopedia Treccani
  12. ^ Storia del Cristo moro di S. Maria di Castello
  13. ^ Storia e descrizione artistica del Cristo moro di S. Maria di Castello, in Scultura lignea medievale a Genova e in area genovese, di C. Di Fabio
  14. ^ Biografia di Sebastiano Maggi sul sito dell'Enciclopedia Treccani
  15. ^ G. Brunati, Leggendario o vite di santi Bresciani, con note istorico-critiche, Lorenzo Gilberti Editore, Brescia,1834
  16. ^ Biografia di Pasquale Navone sul sito dell'Enciclopedia Treccani
  17. ^ Il quadro raffigura un evento che sarebbe avvenuto nel 1530 nella località calabrese di Soriano: la Madonna, s. Caterina d'Alessandria e s. Maria Maddalena consegnano ad un frate del locale convento, da poco fondato, l'effigie di san Domenico
  18. ^ Il dipinto si riferisce ad un prodigio compiuto da san Domenico nel convento di Bologna quando, trovandosi i frati senza pane, per invocazione del santo due angeli sarebbero entrati nel refettorio portando due ceste colme di pane appena sfornato [1]
  19. ^ Dopo la chiusura della chiesa di San Domenico, nel centro di Genova, in cui era sepolto Jacopo da Varagine, i suoi resti furono trasferiti prima in Santa Maria di Castello ed infine nel 1974 collocati definitivamente nella chiesa di S. Domenico a Varazze [2]
  20. ^ Cenni biografici sulla famiglia di artisti Riccomanni, sul sito dell'Enciclopedia Treccani
  21. ^ a b c d e f Il complesso di S. Maria di Castello su www.isegretideivicolidigenova.com
  22. ^ Il campanile romanico di Santa Maria di Castello su digilander.libero.it
  23. ^ Biografia di Jos Amman, detto Giusto di Ravensburg o Giusto d'Alemagna
  24. ^ Il museo di S. Maria di Castello su it.cathopedia.org
  25. ^ a b c Il museo di Santa Maria di Castello sul sito della chiesa

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Guida d'Italia - Liguria, Milano, TCI, 2009.
  • Fiorella Caraceni Poleggi, Genova - Guida Sagep, SAGEP Editrice - Automobile Club di Genova, 1984.
  • Raimondo Amedeo Vigna, L'antica collegiata di Santa Maria di Castello, Genova, Dario Giuseppe Rossi, 1859.
  • Autori vari, Descrizione di Genova e del Genovesato, Genova, Tipografia Ferrando, 1846.

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

Altri progetti[modifica | modifica wikitesto]