Chiesa di San Michele (Monza)

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Coordinate: 45°35′06.13″N 9°16′26.75″E / 45.585037°N 9.274097°E45.585037; 9.274097 La chiesa di San Michele Arcangelo era la più antica di Monza, posteriore solo alla teodolindea basilica di San Giovanni (oggi duomo di Monza).

Le origini[modifica | modifica wikitesto]

Secondo la tradizione la sua fondazione fu datata nell’anno 628 e, dunque, in piena epoca longobarda. In effetti la dedicazione all’arcangelo guerriero, da questo popolo molto venerato, ne risulta una conferma. Un più tardo documento del 903 ne comprova l’esistenza nella città.

La chiesa di San Michele, insieme al duomo, fu subito legata alla storia monzese e alla cerimonia delle incoronazioni con la corona Ferrea. Nel 1128 l’imperatore Corrado III vi fu incoronato re d’Italia dall'arcivescovo di Milano Anselmo V Pusterla.

L'affresco della messa[modifica | modifica wikitesto]

Gestito dagli Umiliati, il tempio venne decorato (probabilmente agli inizi del XIV secolo) con un grande affresco che copriva un’intera parete laterale: vi è raffigurata la celebrazione di una messa a cui assistono il Redentore e la Vergine, vari santi tra cui appunto san Michele che reca uno scettro gigliato, la corte longobarda nelle persone della regina Teodolinda avvolta nel mantello e incoronata, del re Agilulfo e dei loro figli Gundeperga e Adaloaldo.
Il dipinto, che potrebbe rappresentare la consacrazione del Santuario di San Michele Arcangelo sul Gargano (il santuario "nazionale" dei Longobardi) o un raro esempio di "messa aurea" (la messa del mercoledì delle Tempora d'Avvento), è di chiara derivazione giottesca e «possiede una esigenza plastica ed una vena descrittiva realistica affrontata con rigidezze e pesanti manierismi. Esso è certamente non posteriore alla metà del XIV secolo e certamente di un pittore locale piuttosto impacciato».[1]

L’affresco, staccato dalla parete prima dell'abbattimento della chiesa, è oggi conservato nel Museo del duomo di Monza.

La demolizione e la statua di san Michele[modifica | modifica wikitesto]

Dedica della statua di san Michele, a ricordo dell'antica chiesa longobarda in Monza

Nel 1922[2] l’antico edificio, insieme all’adiacente convento degli Umiliati di Sant'Agata, fu demolito dalla giunta socialista dell'epoca per creare l’odierna via Francesco Crispi. Per ricordarne l’esistenza, il 29 settembre 2004, ricorrenza della festa di san Michele, venne collocata in piazza San Paolo, in prossimità del luogo in cui sorgeva la chiesa, una statua del santo.

Il monumento è un'opera in bronzo dello scultore Benedetto Pietrogrande. Scelta all'unanimità dopo apposito concorso, è alta 3,8 metri e poggia su un basamento molto basso per suggerire la sensazione che aleggi appena al di sopra del pavimento della piazza.[3] L'Arcangelo vi è raffigurato nell'atto di calpestare un drago e, riprendendo l’iconografia dell'affresco della Messa, non brandisce la spada ma tiene in mano uno scettro coronato da un fiore di giglio.
La rinuncia alla tradizionale immagine bellicosa del santo condottiero delle schiere angeliche, assai diffusa in occidente, in favore di quella bizantina di dignitario di corte scatenò accese polemiche politico-cultural-religiose all'epoca della sua collocazione.[4]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Gina Pischel Fraschini, Cenni sull'arte della Provincia di Milano - Relazione del Catalogo degli oggetti d'arte della Provincia di Milano, "Archivio Storico Lombardo", dicembre 1942, consultabile on line.
  2. ^ Modorati s.d., pp. 160-161. La chiesa di San Michele fu demolita nel 1921 perconsentire il riassetto urbanistico del centro cittadino e l’allargamento dell’odierna piazza Carducci con l’edificazione della sede dell’allora Banco Ambrosiano (cfr. Re-pishti 1987/1988, pp. 180-183; Repishti. Fonte:[1]
  3. ^ JLV su arengario.net del 2 ottobre 2004.
  4. ^ Marco Pirola, Monza, Il sindaco di sinistra disarma San Michele, "il Giornale", 19 febbraio 2004, consultabile on line.
    Alessandro Trocino, «San Michele senza spada per pacifismo», Lega contro Curia, "Corriere della Sera", 1º marzo 2004, p. 2.

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