Chiare, fresche et dolci acque

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La sorgente del fiume Sorga, nel Comune di Fontaine-de-Vaucluse in Provenza

Chiare, fresche et dolci acque è la canzone numero CXXVI (126) del Canzoniere di Francesco Petrarca. Fu scritta tra il 1340 e il 1341 e il poeta venne ispirato, molto probabilmente, dal fiume Sorgue[1] che scorre nei pressi dell'attuale comune francese di Fontaine-de-Vaucluse (Fonte di Valchiusa).

Analisi[modifica | modifica wikitesto]

La canzone, da molti ritenuta il capolavoro del poeta aretino, è divisa in 5 stanze di 13 versi ciascuna (4 endecasillabi e 9 settenari). Ogni stanza è divisa in fronte (contenente due piedi) e sirma (indivisa). Il componimento termina con un congedo di tre versi (2 endecasillabi e 1 settenario).

Lo schema delle rime è: abCabCcdeeDfF (DfF per il congedo).

La canzone ha la forma di un dialogo rivolto al luogo, Valchiusa, che ha visto gli incontri del poeta con Laura e nel quale egli si augura di potere un giorno essere sepolto.

I vari elementi della natura (acque, erbe, fiori e così via) sembrano recare ancora l'impronta della donna e la evocano con intensità alla memoria (v.41). L'animo del poeta oscilla tra il ricordo dolce di giorni passati e l'anticipazione dolce-amara di quando sarà già morto: allora forse Laura tornerà in questo luogo, lo cercherà invano e, scoprendone la tomba, implorerà dal Cielo pietà verso di lui.

Nella canzone perciò si alternano il passato (strofe 1, 4, 5) e il futuro (2, 3). Alle strofe, come è consuetudine nella canzone, segue un umile congedo di tre versi, con cui l'autore saluta la sua poesia nel momento in cui l'affida alla lettura del pubblico («la gente»).

Figure retoriche[modifica | modifica wikitesto]

Varie sono le figure retoriche che accompagnano il testo, grazie alle quali viene conseguita la raffinata armonia di questo poema.[2]

  • una sinestesia al primo verso: «chiare, fresche et dolci acque»;
  • anafore: «qual ... qual ... qual» (vv. 46-47 e 50-51);
  • varie metafore: «il cor m’aperse» (v. 11); «la fera bella et mansueta» (v. 29); «le trecce bionde, / ch’oro forbito et perle / eran» (vv. 46-48);
  • personificazioni: «parea dir: Qui regna Amore» (vv. 52); «se tu avessi [...] gente» (vv. 66-68);
  • una paronomasia ai vv. 33-34: «pieta ... pietre»;
  • apostrofe: «acque ... ramo ... erba e fior ... aere» (vv. 1-11);
  • numerosissime anastrofi: «le belle membra / pose» (vv. 2-3); «la gonna / leggiadra ricoverse» (vv. 7-8); «il cor m'aperse» (v. 11); «ch’Amor quest’occhi lagrimando chiuda» (v. 16); «il meschino / corpo fra voi ricopra» (vv. 17-18); «torni l'alma» (v. 19); «questa spene porto» (v. 21); «torni la fera» (v. 29); «mercé m’impetre» (v. 37); «mi piace / questa herba» (v. 64-65);
  • perifrasi: «colei che sola a me par donna», ovvero Dio (v. 3).
  • antitesi: «in ciel, non là dov’era» (v. 63).

Interpretazione[modifica | modifica wikitesto]

Chiare, fresche et dolci acque si costruisce su un sapiente andirivieni spazio-temporale: l'animo del poeta oscilla infatti tra il ricordo dolce di giorni passati e l'anticipazione dolce-amara di quando sarà già morto.

La prima strofa si incentra sulla descrizione di Laura immersa nell'acqua, attorniata da un ridente paesaggio. È proprio quest'ultimo il muto interlocutore con cui interagisce Petrarca, al quale chiede udienza essendo l'unico testimone degli eventi raccontati. Il paesaggio (che riflette fedelmente il topos del locus amoenus) si lega armoniosamente con la donna amata, che valorizza ulteriormente gli elementi naturali circostanti: è in questo modo che l'aere è sacro ed il ramo diviene gentile, così come «herba et fior'» che si lega indissolubilmente con l'«angelico seno».[nota 1][2]

La seconda e la terza strofa, invece, si incentrano su un sentimento imminente di perdita. Infatti dalla natura che richiama l'esperienza vivificatrice dell'amore si origina il pensiero della morte: Petrarca si augura che le sue spoglie vengano sepolte proprio sul luogo del lontano incontro con Laura e che quest'ultima lo cercherà invano e, scoprendone la tomba, implorerà dal Cielo pietà verso di lui. La poesia quindi si tinge di una densissima sfumatura di disperazione, seppur non sia stata redatta nel periodo senile del poeta.[2]

Nella stanza successiva il poeta ritorna a rievocare nostalgicamente il passato. Petrarca torna a riflettere su Laura, cinta da una nuvola «amorosa»[nota 2] di fiori che raffigura poeticamente la Beatrice del Paradiso dantesco. Nell'ultima strofa, invece, viene ripreso un tema assai caro al Dolce Stil Novo: l'angelicazione della donna. Laura viene infatti proiettata in una dimensione divina, diventando una creatura capace di mediare fra Dio ed il Poeta, che sente di essere nel cielo.[nota 3]

Note[modifica | modifica wikitesto]

Annotazioni[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vi sono state alcune controversie nell'interpretazione del termine «seno». L'esegesi di alcuni critici suggerisce che si tratti di una piega (del vestito), anche se ormai pare un inutile tentativo di censurare la posizione di Laura, stesa a seno nudo sull'erba.
  2. ^ Probabilmente, con «amoroso» Petrarca intendeva dire che la nuvola di fiori che adorna Laura è un segno del suo amore. Non è da escludere, tuttavia, l'ipotesi che sia Amore in persona a gettarle i fiori: in fondo, nel poema natura ed Amore coincidono.
  3. ^ Di seguito la citazione che esemplifica i sentimenti di Petrarca alla visione di Laura:
    « Cosí carco d’oblio / il divin portamento / e ’l volto e le parole e ’l dolce riso / m’aveano, et sí diviso / da l’imagine vera / ch’i’ dicea sospirando: / Qui come venn’io, o quando?; / credendo esser in ciel, non là dov’era. »

Fonti[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ La canzone petrarchesca "Chiare, fresche e dolci acque": parafrasi, OilProject.
  2. ^ a b c Tommaso Salvatore, Analisi del testo: “Chiare, fresche et dolci acque” di Francesco Petrarca, Fare Letteratura, 13 giugno 2014.

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