Changes (David Bowie)

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Changes
Artista David Bowie
Tipo album Singolo
Pubblicazione 7 gennaio 1972
Durata 3 min : 33 s
Album di provenienza Hunky Dory
Genere Rock
Glam rock
Etichetta RCA
Produttore Ken Scott, David Bowie
Registrazione Trident Studios, Londra
Formati 7"
Note Lato B: Andy Warhol
David Bowie - cronologia
Singolo precedente
(1971)
Singolo successivo
(1972)
(EN)
« Time may change me,
but I can't trace time. »
(IT)
« Il tempo può cambiarmi,
ma io non posso ricostruire il tempo. »

Changes è una canzone scritta da David Bowie e pubblicata il 7 gennaio 1972 come singolo, con Andy Warhol come lato B. È il primo 45 giri estratto dall'album Hunky Dory, di cui entrambe le tracce fanno parte. Considerata per più di tre decenni come il manifesto musicale di Bowie, Changes è diventata una delle sue incisioni chiave, raramente omessa dalle raccolte di greatest hits pur non essendo andata oltre la 41a posizione nelle classifiche. Col tempo, infatti, la canzone si è radicata profondamente nella psiche della cultura pop (nel 2004 è stata inserita al 127° posto nella lista delle 500 migliori canzoni di tutti i tempi della rivista Rolling Stone)[1] ed ha anche avuto l'onore di alcune citazioni:

Pur non avendo avuto lo stesso impatto di Changes sulla cultura popolare, Andy Warhol è stata comunque citata come fonte di ispirazione da John Frusciante dei Red Hot Chili Peppers che, durante un suo show da solista, ha ammesso che l’intro di Under the Bridge è stato ispirato proprio dal brano di Bowie.[2] La chiave del riff è stata ripresa dai Metallica verso la fine della canzone Master of Puppets, ed è stata campionata da Rachel Stevens in Funky Dory del 2003.[3] In Italia, Andy Warhol è stata la sigla di Invisibili, programma televisivo creato e condotto da Marco Berry nel 2003 e andato in onda su Italia 1.

Tracce[modifica | modifica sorgente]

  1. Changes (Bowie) - 3:33
  2. Andy Warhol (Bowie) - 3:58

Formazione[modifica | modifica sorgente]

Il brano[modifica | modifica sorgente]

Se a livello superficiale Changes può essere vista come un inno al trasformismo e ai continui mutamenti di ruolo di David Bowie, il testo rivela in realtà un'amara riflessione sui cambiamenti critici della vita. Dietro un ritornello accattivante, il cantante medita sull’identità, sull’immagine di un artista come viene percepita dai suoi seguaci e sui suoi tentativi frustrati di creare un’opera duratura, per fronteggiare l’implacabile marcia del tempo e le incursioni di talenti più giovani. Sotto questo aspetto il brano può essere accostato a altre due tracce di Hunky Dory, ovvero Quicksand e Oh! You Pretty Things.

(EN)
« I still don’t know what I was waiting for
and my time was running wild
in a million dead-end streets.
And everytime I thought I’d got it made,
it seemed the taste was not so sweet. »
(IT)
« Ancora non so cosa stessi aspettando
e il mio tempo correva frenetico
in un milione di vicoli ciechi.
E ogni volta che ho pensato di avercela fatta,
mi sembrava che il gusto non fosse così dolce. »

Il famoso verso balbettato Ch-ch-ch-ch-changes rimanda a My Generation dei The Who, solo che qui «I hope I die before I get old» («spero di morire prima di diventare vecchio») lascia il passo a «pretty soon now you’re gonna get older» («da un momento all’altro diventerete più vecchi»). Ma la canzone deve qualcosa anche a Bob Dylan, in particolare a The Times They Are a-Changin'. Bowie parla della sua generazione, come già aveva fatto il cantautore americano, con una rabbia che era già emersa in un’intervista al The Times del 1968: «Sentiamo che la generazione dei nostri genitori ha perso il controllo. Ha rinunciato, hanno paura del futuro. Credo che sia sostanzialmente colpa loro se le cose vanno così male».

(EN)
« Don't tell them to grow up and out of it,
where's your shame?
You've left us up to our necks in it. »
(IT)
« Non dite loro di crescere e di piantarla,
dov'è la vostra vergogna?
Ci avete lasciati dentro fino al collo. »

Il 1º maggio 2005 venne ritrovato per caso, nella soffitta di una vecchia casa a Londra, il master originale di Changes che era andato perduto.[4] Il demo, nel quale Bowie si accompagna al pianoforte cantando un testo leggermente differente, venne mostrato ad Andy Scott, chitarrista dei Sweet, il quale ha dichiarato: «appena ho visto la scatola ho capito che era autentico. Era stato registrato da Ken Scott ai Trident Studios per l'album Hunky Dory, uno dei migliori che Bowie ha pubblicato. Rick Wakeman suonava le tastiere in quel disco, così, siccome è un mio amico, gli ho telefonato per chiedergli un parere. In base a quello che potevo dirgli del nastro ha confermato che sembrava essere autentico».[4] La versione di Hunky Dory, registrata agli studi Trident di Londra nell'aprile 1971, aggiunse una superba prova di Wakeman e uno dei primi assolo di Bowie al sassofono, come disse in seguito, «quando ero ancora dell’idea di usare il sax con una funzione melodica».

La pubblicazione di Changes come primo singolo per la RCA si rivelò tutto sommato un fiasco, anche se era diventato "disco della settimana" di Tony Blackburn di BBC Radio 1. Nonostante alcune ottime recensioni, il 45 giri ebbe scarsi riscontri di vendite e di classifica arrivando solo al 41° posto della Billboard Hot 100 negli Stati Uniti d'America (dove rimase per 11 settimane) ma fallendo in patria. In seguito, sull’onda del successo di Hunky Dory, Changes diventò un autentico favorito dei giradischi. Quella che secondo Bowie «partì come parodia delle canzoni da nightclub, una cosa usa e getta»[5] diventò con gli anni «questo mostro che nessuno smetterebbe mai di chiedere durante i concerti... non avevo idea che sarebbe diventato così popolare».

Changes trova posto anche in classifiche "alternative" a quelle ufficiali, ovvero quelle stilate da riviste specializzate, network televisivi e/o radiofonici.[6]

Rivista/Network Classifica Posizione
Stati Uniti - Rolling Stone The 500 Greatest Songs of All Time 127
Irlanda - 2FM Top 100 Singles of All Time 12
Regno Unito - Mojo 100 Singles You Must Own 30
Norvegia - Panorama The 30 Best Singles of the Year 1970-98 19
Francia - Rolling Stone[A] The 100 Best Singles of the Last 25 Years 35
Nuova Zelanda - Movement The 100 (+300) Greatest Songs of All Time 101
Note
  • A ^ Edizione francese

Il lato B[modifica | modifica sorgente]

Con la sua eccentrica introduzione parlata, assente nella versione uscita negli Stati Uniti d'America ("Questa è Andy Warhol e questa è la registrazione numero uno" annuncia il produttore Ken Scott, immediatamente corretto nella pronuncia da David) e il duetto di chitarre acustiche in stile flamenco, Andy Warhol è probabilmente il più noto tra i tributi della seconda facciata di Hunky Dory dedicati alle influenze statunitensi di Bowie. In questo brano, il cantante esalta l’appropriazione da parte dell'artista newyorkese del motto di Oscar Wilde secondo il quale "o si è un'opera d'arte o la si indossa", con la conseguente confusione del confine tra artista e artificio.[7]

(EN)
« Like to take a cement fix,
be a standing cinema... »
(IT)
« Come farsi una pera di cemento,
essere un cinema permanente... »
(EN)
« I'd like to be a gallery,
put you all inside my show... »
(IT)
« Vorrei essere una galleria,
mettervi tutti nel mio spettacolo... »

Nel suo ironico ritratto del guru della Pop art, David Bowie anticipa la sua decisione di assumere egli stesso il ruolo di tela bianca sulla quale iscrivere il suo status di stella del rock, il tutto in linea con i pensieri che lo assillavano nel 1971 quando la gestazione di Ziggy Stardust stava per giungere alla conclusione.

Alcuni mesi dopo la registrazione del brano, avvenuta durante le sessioni di Hunky Dory nel settembre 1971, in occasione del viaggio a New York per firmare il contratto con la RCA ebbe luogo il primo incontro tra Bowie e Warhol. Come riporta Nicholas Pegg in The Complete David Bowie, il cantante fece ascoltare l'acetato appena stampato al suo idolo il quale reagì uscendo dalla stanza. «Lo detestava, assolutamente», ricordava il cantante nel 1997, «era imbarazzatissimo, credo che pensasse che in quella canzone io lo buttassi giù, ma non era affatto quella la mia intenzione, era piuttosto una sorta di ironico hommage che gli dedicavo. La prese veramente male, ma gli piacevano le mie scarpe».

Andy Warhol in origine fu scritta da Bowie per la cantante e sua vecchia amica Dana Gillespie, che quello stesso anno la eseguì durante la sessione BBC per il John Peel’s Sunday Concert e ne registrò una versione caratterizzata da un break di chitarra tipo hard rock ad opera di Mick Ronson, mentre David contribuiva con le parti vocali di accompagnamento e suonava la chitarra acustica. Questa versione venne pubblicata nel 1974 come 45 giri e sull’album della cantante intitolato Weren't Born a Man.

Nel bootleg MissingLinksOneZiggy si può trovare una versione alternativa con l'introduzione leggermente più lunga, registrata e poi scartata durante le sessioni di Hunky Dory.[8]

Altre uscite[modifica | modifica sorgente]

Anche se alla sua uscita l'impatto sulle classifiche non fu certo positivo per Changes, il brano ottenne la vetta delle classifiche britanniche nel 1975, quando venne ripubblicata dalla RCA in un maxi singolo che conteneva anche Space Oddity e l'allora inedita Velvet Goldmine. A differenza di Andy Warhol, presente solo in The Collection del 2005 (in una versione leggermente più breve),[9] raramente le raccolte di Bowie non includono Changes e alcune hanno addirittura preso il nome dal brano:

Tra le compilation di artisti vari che contengono Changes ci sono I Love 70’s del 2004 e Rock & Roll Highway del 2007, mentre Andy Warhol si trova in Pop Art: Underground Sounds from the Warhol Era del 2002. La cover cantata da Dana Gillespie si trova invece nella compilation Andy Warhol del 1994 e nella raccolta di artisti vari Oh! You Pretty Things del 2006.

Live[modifica | modifica sorgente]

Changes è stata una canzone irrinunciabile dal vivo a partire dal primo Ziggy Stardust Tour del 1972 fino allo Station to Station Tour del 1976. In seguito è stata ripresa nel 1990 e poi, stabilmente, dal 1999 al 2004. Anche Andy Warhol è stata eseguita regolarmente dal vivo nel 1972, come parte di una sequenza acustica che comprendeva Space Oddity e la cover di My Death di Jacques Brel. In seguito è scomparsa dal repertorio live finché non è stata "rispolverata" in una vigorosa revisione elettrica per l’Outside Tour del 1995.

Venne registrata anche in occasione di una sessione alla BBC il 22 maggio 1972, in seguito inclusa in Bowie at the Beeb, mentre Andy Warhol venne proposta addirittura in quattro sessioni: il 3 giugno 1971, con la voce solista di Dana Gillespie, il 21 settembre 1971, il 23 maggio 1972 (inclusa in Bowie at the Beeb) e il 7 gennaio 1997 in occasione dello special ChangesNowBowie.

La versione live registrata alla Boston Music Hall il 1º ottobre 1972 è stata immortalata nel video Sound+Vision Plus, uscito nel 1989, mentre quella eseguita nel novembre 2003 a Dublino si trova nel DVD A Reality Tour, uscito l'anno successivo. Changes è inoltre presente in tre album live:

Numerosi sono anche i bootleg in cui si trovano svariate versioni eseguite dal vivo:

Mentre Andy Warhol è stata eseguita fuori dai tour solo in occasione del Rockpalast Festival di Lorelei del 22 giugno 1996 (trasmesso dalla televisione tedesca) e del Festival di Aylesbury del 25 settembre 1971, molte occasioni "estemporanee" hanno visto Bowie eseguire Changes dal vivo:

Cover[modifica | modifica sorgente]

Tra le cover di Changes, quasi tutte presenti in compilation, album tributo o colonne sonore, ci sono quelle di:

  • Shawn Mullins, nella raccolta First Ten Years e nella colonna sonora di The Faculty, entrambe del 1998
  • i Cybernauts in Cybernauts Live del 2000
  • i Bug Funny Foundations in Sound + Vision - The Electronic Tribute to David Bowie del 2002
  • The Vitamin String Quartet in Tribute to David Bowie del 2002
  • Joe K's Kid in Spiders from Venus del 2003
  • Butterfly Boucher, nella colonna sonora di Shrek 2 del 2004 (con Bowie come "guest vocal").
  • Jeff Duff in Re-fashioned 2 - British Airwaves del 2004
  • il brasiliano Seu Jorge, nella colonna sonora di Le avventure acquatiche di Steve Zissou del 2004
  • Lindsay Lohan, in un medley con Don't Move On e Living For the City, nella colonna sonora di Quanto è difficile essere teenager! del 2004
  • Los Chicros in BowieMania: Mania, une collection obsessionelle de Beatrice Ardisson del 2007
  • James Morrison, in due occasioni dal vivo nel 2008[2] e nel 2009[14]

Anche Andy Warhol è stata oggetto di cover da parte di parecchi artisti, tra cui:

  • Nick Cave, in due registrazioni live a Melbourne nel 1978[15]
  • i Naked Sun in Naked Sun del 1991
  • gli Stone Temple Pilots, come lato B del singolo Vasoline del 1994 (versione unplugged)
  • i Treepeople, in Crash Course for the Ravers del 1996 e in Guilt, Regret, Embarrassment del 1997
  • Evan and Jaron in We've Never Heard Of You, Either del 1998
  • i Judith in Reveuse del 1999
  • il cantautore Eli in Athens Georgia Salutes David Bowie del 1999
  • i Tubalcain in Goth Oddity del 1999
  • i Generation X in Live at the Paris Theatre, 1978 & 1981 del 2000
  • Danny Michel in Loving the Alien del 2004
  • gli australiani Love Outside Andromeda, nella compilation Like A Version: Volume One del 2005
  • The Metrosexuals in .2 Contamination del 2006

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Rolling Stone, www.rollingstone.com. URL consultato il 24 agosto 2009.
  2. ^ a b John Frusciante, www.youtube.com. URL consultato il 24 agosto 2009.
  3. ^ Rachel Stevens, www.musicomh.com. URL consultato il 24 agosto 2009.
  4. ^ a b c demo, xoomer.virgilio.it. URL consultato il 28 giugno 2009.
  5. ^ citazione Bowie, www.allmusic.com. URL consultato il 28 giugno 2009.
  6. ^ Classifiche, acclaimedmusic.net. URL consultato il 17 gennaio 2011.
  7. ^ Oscar Wilde, aforismi.meglio.it. URL consultato il 24 agosto 2009.
  8. ^ MissingLinksOneZiggy, www.helden.org.uk. URL consultato il 24 agosto 2009.
  9. ^ The Collection, www.illustrated-db-discography.nl. URL consultato il 28 giugno 2009.
  10. ^ Live Sao Paulo 1990, xoomer.virgilio.it. URL consultato il 28 giugno 2009.
  11. ^ Live by Request 2002, xoomer.virgilio.it. URL consultato il 28 giugno 2009.
  12. ^ Music Planet Special 2002, xoomer.virgilio.it. URL consultato il 28 giugno 2009.
  13. ^ Keep A Child Alive Annual Black Ball 2006, xoomer.virgilio.it. URL consultato il 28 giugno 2009.
  14. ^ Changes, cover James Morrison, www.youtube.com. URL consultato il 6 giugno 2009.
  15. ^ Andy Warhol, Cover di Nick Cave, home.iae.nl. URL consultato il 5 giugno 2009.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Nicholas Pegg, The Complete David Bowie, Roma, Arcana, 2005.
  • Roy Carr & Charles Shaar Murray, Bowie: An Illustrated Record, Eel Publishing, 1981.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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