Cervus elaphus corsicanus
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Cervus elaphus corsicanus |
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| Stato di conservazione | |||
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| Classificazione scientifica | |||
| Dominio | Eukaryota | ||
| Regno | Animalia | ||
| Phylum | Chordata | ||
| Classe | Mammalia | ||
| Ordine | Artiodactyla | ||
| Famiglia | Cervidae | ||
| Sottofamiglia | Cervinae | ||
| Genere | Cervus | ||
| Specie | C. elaphus | ||
| Sottospecie | C. e. corsicanus | ||
| Nomenclatura trinomiale | |||
| Cervus elaphus corsicanus Erxleben, 1777 |
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Il cervo sardo (Cervus elaphus corsicanus Erxleben, 1777) o cervo corso è una sottospecie endemica sardo-corsa del cervo europeo (Cervus elaphus), un mammifero ruminante dell'ordine degli Artiodattili. Il nome scientifico richiama la sua prima osservazione in Corsica, ma l'animale si è estinto nell'isola attorno alla metà degli anni sessanta per esservi reintrodotto solo alla fine degli anni novanta.
Indice |
[modifica] Origine
Pur essendo una sottospecie piuttosto diversa rispetto al cervo europeo, l'origine del cervo sardo è da considerarsi artificiale, ed attuata, da parte dell'uomo nell'ultimo periodo dell'età del bronzo (1200-700 a.C.).
Questo cervo rappresenta ancora oggi un mistero e la sua importazione si giustificherebbe per la presunta utilità che l'animale avrebbe potuto recare all'uomo. Si ritiene infatti che questo ungulato possa aver destato un interesse casuale o di generica utilità tanto da garantirgli un passaggio in Sardegna o Corsica. Favorito anche dalle selve e dalle rigogliose foreste che ricoprivano le due isole, l'animale si è successivamente diffuso uniformemente su tutto il territorio.
Tra la fine dell'800 e soprattutto i primi decenni del '900, in concomitanza con la forte deforestazione, l'intensificarsi della caccia e degli incendi pastorali, il cervo ha visto ridursi notevolmente sia la propria densità distributiva, sia il proprio areale, nonostante la prima legge del 1939 che imponeva in Sardegna il divieto totale di caccia al cervo.
[modifica] Caratteristiche morfologiche e anatomiche
Si tratta della varietà sardo-corsa del cervo rosso europeo (Cervus elaphus elaphus Linnaeus), è leggermente più piccolo e più snello di esso: lungo circa 2,50 metri compresa la coda ed alto al garrese attorno ai 1,00-1,30 metri.
Presenta la testa di medie dimensioni; il muso è allungato, tronco all'apice; gli occhi sono grandi; ha le orecchie ovali molto grandi e dritte; il collo si presenta grosso e lungo; il tronco robusto; gli arti, lunghi e snelli, sono muniti di due grosse dita provviste di robusti zoccoli (altre due dita laterali rimangono in stato rudimentale); la coda è corta e grossa; la sua pelliccia presenta peli abbastanza lunghi e spessi con un manto bruno scuro e parti inferiori più chiare; caratteristico è il cosiddetto disco codale, zona bianca nella parte posteriore delle cosce.
Il maschio ha palchi (impropriamente chiamati corna) caduchi, sottili e ramificati, fissati sull'osso frontale: i palchi vengono rinnovati ogni anno e nei primi anni di vita cadono e rispuntano con un ramo in più. La femmina è completamente sprovvista di palchi e presenta mammelle in numero di 4.
[modifica] Habitat e riproduzione
Predilige le fitte foreste di macchia mediterranea alta e la boscaglia. Gli areali di diffusione sono ancora limitati e localizzati a specifiche aree, seppure in costante espansione.
Rispetto al cervo europeo il ciclo riproduttivo risulta anticipato di circa un mese, con il bramito (decisamente più cupo rispetto alla specie continentale) che presenta il picco nella prima metà di settembre. La gravidanza dura 33-34 settimane. I piccoli (in genere uno, più raramente due) nascono tra maggio e giugno.
[modifica] Stato di conservazione
La specie è particolarmente protetta e fino a non molto tempo fa se ne temette seriamente l'estinzione (alla fine degli anni sessanta fu inserito nella IUCN Red list of Threatened Species con una popolazione stimata probabilmente inferiore ai 100 esemplari). Negli anni settanta il primo censimento attendibile stimò una popolazione superstite di 90 maschi bramenti equivalenti a 250-300 esemplari. Questa popolazione era frazionata in due nuclei, dislocati nei monti del Sulcis e del Sarrabus, ai quali si aggiungevano pochi esemplari confinati nell'areale di Montevecchio – Costa Verde.
La salvaguardia dall'estinzione di questa specie ha la sua pietra miliare nella metà degli anni ottanta, con l'acquisizione della Riserva di Monte Arcosu da parte del WWF Italia.
L'opera di tutela dell'associazione, affiancata dall'attività di allevamento e ripopolamento attuata dall'ex Azienda Foreste Demaniali della Sardegna, ha permesso di allontanare lo stato d'emergenza consentendo l'incremento della popolazione nel territorio del Sulcis e la sua reintroduzione negli areali del Sarrabus e del Monte Linas e, recentemente, nella stazione forestale del Monte Lerno (Pattada) e in Corsica (Quenza). Sono in corso da anni tentativi di ripopolamento di altre aree, in particolare nella Barbagia, e nel Gerrei. Nell'opera di salvaguardia sono coinvolti diversi organismi pubblici o privati. Alle azioni dell'Ente Foreste della Sardegna, dell'Università di Cagliari, del WWF Italia si affiancano gruppi di volontari o associazioni che operano in contesti locali. Dal 1989, a Guspini opera l'associazione Elafos, che si occupa della salvaguardia di questa specie nell'areale di Montevecchio – Costa Verde, eseguendo un censimento annuale della popolazione.
Un censimento del 2005 ha stimato una popolazione di oltre 6.000 esemplari allo stato libero in Sardegna, distribuita in tre areali non contigui della parte meridionale dell'isola:
- Sulcis: quasi 2.600 esemplari, di cui 1.000 nella Riserva di Monte Arcosu e 1.500 nei territori contigui delle foreste demaniali di Gutturu Mannu, Monte Nieddu e Is Cannoneris.
- Sarrabus: oltre 2.000 esemplari.
- Areale di Montevecchio – Costa Verde e Monti dell'Iglesiente: quasi 1.500 esemplari, di cui 1.250 nell'areale di Montevecchio e i restanti nel Monte Linas.
A questi si aggiungono circa 400 esemplari confinati nei recinti faunistici dell'Ente Foreste, fra cui Monte Lerno, attualmente ripopolata, Montarbu e Tacchi di Ulassai, nonché la popolazione in Corsica, che si stima essere di circa 150 esemplari.
Nonostante gli incoraggianti successi ottenuti non è possibile affermare che il cervo sardo non corra più il rischio di estinzione. Le cause che hanno portato infatti alla sua rarefazione non sono state ancora completamente rimosse. La modificazione dell'habitat (in particolare gli incendi boschivi), ed il bracconaggio costituiscono una minaccia sempre presente.
Oggi il cervo sardo è fra le specie particolarmente protette a livello nazionale (art. 2 L. 157/92) e regionale (art 5 L.R. 23/98) ma nonostante ciò è opportuno proseguire con la politica di reintroduzione nelle aree boschive dove storicamente l'animale era presente ancora all'inizio del XX secolo.
[modifica] Bibliografia
- Associazione ELAFOS, Atti di convegni sul Cervo Sardo e attività di ricerca e censimento
- Massoli-Novelli R, Attuale distribuzione del Cervo sardo e del Muflone sardo in Sardegna e loro prospettive di conservazione. Scritti in memoria di Augusto Toschi. Ricerche di Biologia della selvaggina. 8 suppl.: 475-488, 1976.
- C. Murgia, A. Murgia, A.M. Deiana (2005). Sedici anni di censimenti del cervo sardo nella riserva naturale WWF di M. Arcosu. Rendiconti Seminari Facoltà Scienze MM.FF.NN. - Università di Cagliari 75: 7-12.
- Francesco Piga, Sulle tracce del cervo sardo, Cagliari, Jei, 2003. ISBN 978-88-901268-0-2
- Helmar Shenk (1976). Il Cervo Sardo. Bollettino WWF 5 (1): 14-15.
[modifica] Collegamenti esterni
- Deer Specialist Group 1996. Cervus elaphus corsicanus. In: IUCN 2010. IUCN Red List of Threatened Species. Versione 2010.1
- SardegnaAmbiente.it - Censimento del Cervo Sardo 2009.. URL consultato il 21 ottobre 2009.
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[modifica] Collegamenti esterni
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