Cera persa

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1. modello in argilla
2. creazione di uno stampo
3. modello in cera (paraffina) ottenuto con lo stampo
4. predisposizione della cassa con sfiatatoi dove versare il bronzo fuso
5. risultato: tutte le parti di bronzo superflue vengono successivamente eliminate

La fusione a cera persa è una tecnica scultorea originariamente introdotta nell'età del bronzo e che nei secoli ha conosciuta una notevole fioritura, soprattutto nell'arte greca, romana e nella scultura monumentale.

Tecniche base[modifica | modifica sorgente]

Esistono due modi di servirsi di questa tecnica:

  • Modo diretto - Consiste nel creare un modello di cera e utilizzarlo per farne uno stampo di argilla. Praticando due fori sullo stampo, uno in alto e uno in basso si fa uscire la cera scaldandola e si versa del bronzo fuso al suo posto. Se ne ricava un modello identico a quello di cera.
  • Modo indiretto - Assomiglia al primo metodo, ma il modello di cera è realizzato su di un altro in creta in modo che la statua finale sia vuota all'interno (o meglio, contenga solamente argilla per limitare il peso e la quantità di metallo usata).

La fusione a cera persa nella statuaria[modifica | modifica sorgente]

Storia[modifica | modifica sorgente]

La tecnica a cera persa, per la fusione di statue cave in bronzo di grandi dimensioni, era conosciuta fin dall'antichità. Tra gli esempi antichi meglio conservati, realizzati con questa tecnica, ci sono i Bronzi di Riace, di epoca classica. La tecnica passò in disuso durante il medioevo, restando viva solo nell'Impero bizantino. Fusioni in bronzo di piccoli oggetti erano sempre praticate, ma si trattava comunque di opere "piene", impensabili su grandi dimensioni. Con il Rinascimento, nel quadro del recupero di tutti gli aspetti della civiltà classica, la tecnica venne ripresa. La prima statua di grandi dimensioni fusa con la tecnica della cera persa in epoca moderna è il San Giovanni Battista di Lorenzo Ghiberti (1412-1416), che venne prudentemente fatta in più pezzi separati, assemblati in un secondo momento. La tecnica del bronzo aveva innegabili vantaggi rispetto alla pietra, poiché la maggiore coesione del materiale permetteva un atteggiarsi più libero nello spazio dei soggetti senza timori di fratture, ottenendo risultati di maggiore naturalezza e vivacità.

La tecnica usata è descritta in vari trattati. Per il Rinascimento è una dettagliata testimonianza il Trattato della scultura di Benvenuto Cellini.

La tecnica[modifica | modifica sorgente]

Il primo passo da compiere era un bozzetto in cera in scala, che servisse come guida per il lavoro ed eventualmente si fondeva anche un modellino in bronzo pieno da mostrare alla committenza. Il passo successivo era modellare la statua in creta (armata all'interno per evitare fratture) nelle dimensioni definitive, che veniva detta "anima" e che era poi cotta diventando terracotta. Per il naturale restringimento dovuto alla cottura, il modello in terracotta era leggermente più piccolo del risultato finale, e su questo si stendeva uno spessore di cera che ricreava le dimensioni definitive dell'opera. La modellazione della cera doveva essere particolarmente accurata in tutti i dettagli, poiché è da essa che dipendeva l'aspetto finale della statua. All'"anima" rivestita di cera si applicano quindi una serie di segmenti di tubicini di varie dimensioni, detti sfiatatoi, e dei chiodi come sostegni. Su questa struttura "a porcospino" si stende quindi un altro strato di creta (detta "tonaca" o "camicia" o "forma"), dalla quale andavano lasciate spuntare le buche degli sfiatatoi.

Il modello così acconciato veniva di nuovo cotto in forno, a fuoco lento in modo da lasciar sciogliere e colare via, tramite gli sfiatatoi, tutta la cera. Intanto il fuoco trasforma anche la tonaca in terracotta e la presenza dei chiodi di sostegno permette la creazione di un'intercapedine tra "anima" e "tonaca" dove sarà colato il bronzo fuso.

Prima di procedere alla gettata finale si riveste il complesso con mattoni, creando la cosiddetta "cappa di fusione", rinforzata da legature con piastre in ferro. La cappa viene calata in una fossa predisposta sotto le bocche della fornace da cui verrà versato il bronzo fuso. Il bronzo, entrando nell'intercapedine, forma la statua, che ha uno spessore pari a quello della cera eliminata.

La rifinitura[modifica | modifica sorgente]

Avvenuto il getto, e atteso il raffreddamento (uno o due giorni), la statua viene rialzata e liberata dalla cassa e dalla tonaca, e si presenta come irta di tubi in bronzo (dagli sfiatatoi) e chiodi. Per evitare il pericolo di dilatazioni, l'anima in terracotta viene estratta, di solito dal fondo, oppure da apposite aperture che poi devono essere otturate. Eventuali parti rimaste incompiute vanno gettate di nuovo e saldate. Dopo l'eliminazione dei chiodi e degli sfiatatoi la statua poteva apparire, a seconda della lega usata, anche molto grezza, per cui si poteva rendere necessaria una lunga opera di "rinettatura", che comprendeva la levigazione delle superfici (limatura e lucidatura), l'integrazione delle lacune e l'eliminazione dei difetti di fusione (con l'inserzione dei cosiddetti tasselli), la rifinitura dei dettagli (spesso col bulino e col cesello) e l'eliminazione di tutte le imperfezioni.

In alcuni casi era prevista un'operazione finale di patinatura o doratura, che avveniva essenzialmente applicando un sottile strato di un amalgama di mercurio e oro. Riscaldando poi il pezzo il mercurio evaporava, lasciando l'oro depositato.

La lega[modifica | modifica sorgente]

La lega di bronzo è ottenuta solitamente da rame e stagno, le cui rispettive percentuali influenzavano le modalità esecutive e la resa. Il rame era di facile reperimento, malleabile e lavorabile a freddo, ma poco fluido allo stato fuso. Lo stagno era invece fragile, poco malleabile e fluidissimo quando liquido. Una maggiore percentuale di stagno rendeva quindi la lega più fluida e meno malleabile.

In epoca romanica si usavano di solito leghe abbondanti di stagno, che fluivano facilmente riempiendo le intercapedini e riproducendo fedelmente il modellato morbido della cera, senza bisogno di rilavorazioni a freddo.

Nel Rinascimento la percentuale di stagno era generalmente bassa, per cui i getti risultavano spesso poco fedeli al modello e difettosi per via della difficoltà di scorrimento della lega fusa. Per esempio Lorenzo Ghiberti alla rinettatura delle porte bronzee del Battistero di Firenze dedicò rispettivamente 22 e 23 anni ciascuna con una schiera di assistenti, mentre la pulitura del Perseo di Cellini ne richiese cinque. Il risultato finale era simile a quello delle oreficerie, con profili taglienti e dettagli incisi graficamente.

Altre applicazioni[modifica | modifica sorgente]

La fusione a cera persa in gioielleria[modifica | modifica sorgente]

Il metodo di fusione a cera persa (o microfusione), viene tuttora utilizzato nel settore della gioielleria (ma anche nel settore odontotecnico): una riproduzione del gioiello viene realizzata in cera (a mano o mediante apposite macchine a stereolitografia). In seguito vengono aggiunti i canali di entrata/uscita (sempre in cera) e viene realizzato lo stampo in gesso appositamente studiato per questa operazione. Per favorire la perfetta adesione del gesso alle cere e l’eliminazione delle bolle d’aria, il cilindro pieno può essere collocato su un piatto vibrante e quindi sottoposto all’azione del vuoto sotto una campana collegata a una pompa. Questo stampo (che di solito per contenere i costi del gesso, contiene molti oggetti, disposti a "grappolo" intorno a un canale centrale) viene riscaldato in un forno, in modo che la cera (per questa operazione in genere si porta il forno a 200 °C circa) esca dai canali, una volta uscita la cera è possibile colare all'interno dello stampo il metallo fuso. Poi il gesso viene rotto e si ottiene l'oggetto dal quale vanno tolti i canali di entrata/uscita. Il gioiello viene rifinito mediante lucidatura o altre lavorazioni per ottenere il risultato finale.

La fusione a cera persa in campo dentistico[modifica | modifica sorgente]

Il metodo di fusione a cera persa in campo dentario viene usata per riprodurre una protesi dentaria (fatta in cera) in metallo. La riproduzione della protesi avviene con un sistema più o meno complesso: si prende il modellato in cera al quale si applicano le spine e le barre di fusione nella parte più spessa del modellato.

Finita questa fase si fissa il modellato (con le sue relative spine) alla base del cono di colata.Poi si prende il cilindro con l'aiuto della cera, si fissa un foglio di carta cuscinetto per aiutare l'espansione del rivestimento che verrà colato in seguito. A questo punto si unisce il cilindro alla base cercando di non distruggere l'operato in cera, poi si prepara il materiale da rivestimento (o refrattario) e, dopo averlo mescolato in sottovuoto, si cola all'interno del cilindro di fusione. In attesa della solidificazione del materiale da rivestimento si porta un forno alla temperatura finale di circa 800/900 °C.

Quando il forno è arrivato a temperatura si inserisce il cilindro e lo si lascia scaldare fino a che la cera al suo interno non è sublimata. Dopo la definitiva fusione della cera si passa a mettere il cilindro, tramite apposite pinze, nella centrifuga. Nella centrifuga si avranno dei pezzetti del metallo prescelto che verranno fusi a una distanza molto vicina al cilindro. Alla completa fusione del metallo si avvia la centrifuga e si attende che il metallo (che è entrato per via della forza centrifuga) si raffreddi. Alla fine si rompe il cilindro di materiale refrattario e si passa alla sabbiatura, alla lucidatura e alla resinatura e ceramicatura dell'ormai protesi in metallo.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Pierluigi De Vecchi ed Elda Cerchiari, I tempi dell'arte, volume 2, Bompiani, Milano 1999. ISBN 88-451-7212-0 (per il paragrafo sulla statuaria)
  • Apparati della Vita di Benvenuto Cellini, edizione a cura di Ettore Camesasca, Classici BUR, Milano 2007, prima edizione 1985. ISBN 978-88-17-16532-7 (per il paragrafo sulla statuaria)

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