Celeste Di Porto

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Celeste Di Porto (Roma, 29 luglio 1925Roma, 13 marzo 1981) è nota per essere stata durante il periodo dell'occupazione nazista di Roma una famosa collaborazionista dei tedeschi, pur essendo ebrea lei stessa.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Celeste nasce nel 1925 a Roma, nel ghetto ebraico. È a detta di tutti una ragazza bellissima e spregiudicata; di umili origini, è costretta già da adolescente a lavorare per sbarcare il lunario, accettando lavori quali la domestica o la commessa presso altri suoi correligionari residenti al ghetto. È poi cameriera presso il ristorante "Il Fantino", di Piazza Giudia[1] (da cui ottenne il suo secondo soprannome, Stella di Piazza Giudia), sempre all'interno del ghetto, rinomato per essere frequentato da una squadraccia fascista. Qui conosce il milite Vincenzo Antonelli, con il quale si dice abbia iniziato una relazione sentimentale fin dalla sua conoscenza, sebbene fosse già promessa sposa ad un altro ebreo del ghetto (in quel periodo era ancora uso all'interno della comunità ebraica romana combinare i matrimoni). La ragazza diventa nota sia per questa sua relazione, che in generale per l'amicizia con questo genere di personaggi (va sottolineato che dal 1938 in Italia erano in vigore le leggi razziali).

La collaborazione con i nazisti[modifica | modifica wikitesto]

Tuttavia fino all'8 settembre 1943 queste sue amicizie, sebbene ambigue, non furono altro che la base per le chiacchiere del popolo. Dopo l'armistizio, con l'occupazione di Roma da parte delle truppe tedesche, iniziarono i rastrellamenti della popolazione ebraica: su ogni ebreo consegnato dalla popolazione alla Gestapo vi era una ricompensa di 5.000 Lire (quasi lo stipendio annuo di un operaio). L'amicizia di Celeste con gli squadristi non solo la protesse, ma la fece diventare una attiva delatrice di suoi correligionari. Dopo il 16 ottobre 1943, giorno del rastrellamento del ghetto, collaborò alla cattura di numerosi ebrei, al punto di guadagnare il suo soprannome (Pantera nera), essendo noto ad ogni ebreo il "mestiere" di spia della ragazza, che all'epoca dei fatti era poco più che diciottenne. L'arresto più noto per "merito" della ragazza fu quello del pugile ebreo romano Lazzaro Anticoli, detto Bucefalo, che, arrestato dietro delazione della ragazza, realizzò nella sua cella del carcere romano di Regina Coeli un graffito in cui apertamente accusava Celeste Di Porto per la sua possibile morte.

Ma il caso più eclatante fu a seguito dell'Attentato di via Rasella, in cui persero la vita 33 militari tedeschi, per la cui rappresaglia la Pantera nera segnalò i nascondigli di 26 ebrei, che furono fucilati nell'eccidio delle Fosse Ardeatine. Nell'elenco dei fucilati fu inserito anche Lazzaro Anticoli che, all'ultimo momento, sostituì nella lista di Kappler Angelo Di Porto, fratello di Celeste. [2] La circostanza fa ben comprendere quale fosse la vera preoccupazione della Pantera Nera in quel frangente. Celeste si preoccupò anche di proteggere le amiche di infanzia con cui ancora aveva rapporti e i propri familiari, avvisandoli per tempo delle retate dei nazisti. Di lei faceva ancora più scandalo che in un ghetto ridotto ormai alla rovina, con oltre 2.000 cittadini romani deportati in Germania nei campi di concentramento e dopo il sequestro dell'oro perpetrato sempre dalle truppe d'occupazione, ostentasse la sua ricchezza, ottenuta tramite le taglie sugli ebrei e le regalie che riceveva da altre donne ebree in cambio del silenzio su di loro e dei propri congiunti.

Il dopoguerra[modifica | modifica wikitesto]

Quando il 4 giugno 1944 Roma viene occupata dalle truppe anglo-americane, Celeste fugge come molti altri collaborazionisti da Roma, dirigendosi a Napoli, dove le sue vicende non erano note come nel ghetto. Lì, sotto il falso nome di Stella Martellini (Stella era chiamata in famiglia per la sua bellezza, Martellini era un negozio ariano vicino al ghetto romano), per sopravvivere fa la prostituta in una casa d'appuntamento frequentata sia dalle truppe d'occupazione alleate, sia da gente comune. Tuttavia proprio a causa della sua attività, non è mai stato accertato se per casualità, incontra due ebrei del ghetto romano, che la riconoscono; occorrono le truppe alleate per salvare la ragazza dal linciaggio della folla inferocita. Viene portata in caserma ma stranamente dopo qualche giorno viene rilasciata. La Pantera nera si rifugia allora in un convento di suore di clausura a Perugia; nel frattempo conosce lungo la fuga il suo futuro marito, cattolico. Tuttavia, con uno dei "processi del secolo" del primo dopoguerra, la ragazza viene ri-arrestata e condannata a scontare 12 anni di carcere; il suo difensore Francesco Carnelutti affermò che il suo comportamento fu dovuto all'astio che si era creato tra lei e i popolani del ghetto, per come fu trattata da ragazza, sia per la sua bellezza e il suo fare disinibito per l'epoca, sia per le sue modeste condizioni economiche, che la costrinsero a lavori molto umili. Grazie all'indulto approvato nel secondo dopoguerra, ed alla successiva amnistia, Celeste sconta solamente 7 anni di pena. In carcere si convertì al cattolicesimo. Una volta uscita dal carcere andò a Roma a lavorare da una sarta molto brava e lì conobbe il figlio di lei, i due si innamorarono e si sposarono. Celeste morì nel 1981, senza che di lei si sapesse più nulla.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ L'attuale Piazza delle Cinque Scole
  2. ^ Silvio Bertoldi, L'ebrea che vendeva gli ebrei, Corriere della Sera, 28 ottobre 1994, pag.29

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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