Cedant arma togae

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La locuzione latina è una forma abbreviata di Cedant arma togae, concedat laurea laudi, esametro di Cicerone contenuto nel poema epico-celebrativo De consulatu suo. Di quest'opera, scritta nel 60 a.C. e di argomento autobiografico, restano solo alcuni frammenti: questo verso era contenuto nel libro III.[1]
Letteralmente significa: le armi si ritirino davanti alla toga [del magistrato] e la corona d'alloro [ossia, il trionfo militare] ceda di fronte alla gloria civile.
Il verso è evidentemente autocelebrativo, in quanto la toga rappresenta il magistrato togatus, estraneo a qualunque ambizione di prestigio militare, le cui uniche ma formidabili armi sono il diritto e la parola; rappresenta cioè Cicerone stesso, e per certi aspetti tutto il significato della sua carriera politica, che si svolse in un periodo travagliato di crisi della repubblica e di violenze armate.
Oggi l'espressione, fuori contesto e pressoché sempre nella forma abbreviata, è usata per esprimere l'auspicio che il governo militare ceda il posto a quello civile, la forza delle armi a quella dei magistrati e delle leggi, la guerra alla diplomazia e alla pace.

Pronuncia[modifica | modifica sorgente]

La pronuncia dell'espressione, secondo la lettura corrente del latino in Italia, è la seguente: cèdant àrma tòge, concèdat làurea làudi. La pronuncia reale dell'epoca di Cicerone era tuttavia questa: kèdant àrma tògae, conkèdat làurea làudi. Volendo inoltre leggere l'esametro nel rispetto degli ictus metrici, occorre accentare togè nel primo caso, togàe nel caso di cosiddetta pronuncia restituta.

Stile[modifica | modifica sorgente]

Il verso, artificioso e solenne, utilizza gli strumenti tipici della gravità arcaizzante di sapore enniano: l'allitterazione insistita delle consonanti velari (si intenda sempre gutturale la pronuncia della lettera c) e l'annominazione laurea/laudi (secondo gli etimologisti antichi, anche figura etimologica).
Toga, arma e laurea sono evidentemente metonimie.[2]

Fonti[modifica | modifica sorgente]

È lo stesso Cicerone a citare e a commentare il suo verso nel De officis (I, 77),[3] e successivamente nella seconda Filippica (II, 20).[4]

Tradizione[modifica | modifica sorgente]

«Verso famoso, anche se non di particolare bellezza», sbeffeggiato già dai contemporanei. Lo stesso Cicerone, riportandolo nel De officis, riferisce che fu fatto segno di ironia e di censure ab improbis et invidis.[5]

La frase è citata con ironia dal Manzoni nei Promessi Sposi (cap. XIII), nell'episodio di Ferrer che riesce a salvare il vicario di provvisione assediato dai rivoltosi, prima del tardivo intervento dei soldati: «Era veramente il caso di dire: cedant arma togae; ma Ferrer non aveva in quel momento la testa a citazioni: e del resto sarebbero state parole buttate via, perché l'ufiziale non intendeva il latino».[6]

L'espressione è citata anche da Alexandre Dumas nel Conte di Montecristo, con riferimento alla situazione politica francese all'indomani della sconfitta di Napoleone.[7]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ De Consvlatv Svo Fragmenta
  2. ^ Va rilevato che lo stesso Cicerone, parlando degli ornamenti dello stile e in particolare della metonimia, afferma che toga può essere usato per significare «pace» (De oratore, III, 168 dell'edizione teubneriana del Kumaniecki, Leipzig 1969).
  3. ^ «Illud autem optimum est, in quod invadi solere ab improbis et invidis audio "cedant arma togae concedat laurea laudi". Ut enim alios omittam, nobis rem publicam gubernantibus nonne togae arma cesserunt? Neque enim periculum in re publica fuit gravius umquam nec maius otium. Ita consiliis diligentiaque nostra celeriter de manibus audacissimorum civium delapsa arma ipsa ceciderunt. Quae res igitur gesta umquam in bello tanta? qui triumphus conferendus?». Traduzione: «Ottima è quella mia sentenza, contro la quale, a quanto sento, si scagliano i soliti maligni e invidiosi: "Cedano le armi alla toga, ceda l'alloro del condottiero alla gloria dell'oratore". Lasciando da parte altri casi, non è forse vero che, quando io reggevo il timone dello Stato, le armi cedettero alla toga? Mai lo Stato corse più grave pericolo e mai godette di pace più sicura. Con tanta prontezza, in virtù dei miei provvedimenti e della mia vigilanza, le armi caddero da sole dalle mani dei cittadini più temerari. Quali così grandi imprese, dunque, furono mai compiute in guerra? Quale trionfo militare può essere portato a paragone?».
  4. ^ Rivolgendosi a Marco Antonio, che su quel verso aveva evidentemente ironizzato (facetus esse voluisti) nel suo aspro intervento di risposta alla prima Filippica: «'Cedant arma togae'. Quid? Tum nonne cesserunt? At postea tuis armis cessit toga. Quaeramus igitur, utrum melius fuerit, libertati populi Romani sceleratorum arma an libertatem nostram armis tuis cedere. Nec vero tibi de versibus plura respondebo». Traduzione: «"Le armi cedano alla toga". E allora? Forse a quei tempi non cedettero ? Ma in seguito fu la toga a cedere alle tue armate. Chiediamoci dunque che cosa fu meglio, che le armi degli scellerati abbiano ceduto alla libertà del popolo Romano oppure che la nostra libertà abbia ceduto alle tue armi. Ma su questi versi non ti risponderò altro».
  5. ^ Cfr. qui la nota 2. In generale, il De consulatu «suscitò gli sberleffi dei contemporanei e dei posteri, per lo scarso valore poetico e per le stucchevoli lodi che l'autore vi si autoprodigava [...]. Lo stile, teso e ridondante, sembra in qualche maniera anticipare il 'barocchismo' dell'epica post-augustea» (Emanuele Narducci, Cicerone. La parola e la politica, Bari, Laterza, 2010, pp. 174 e 201).
  6. ^ Per comprendere interamente l'ironia dell'autore occorre considerare che in questo caso la toga è richiamata in senso letterale; è la stessa toga, quella di Ferrer, che nella pagina precedente rischia di rimanere bloccata nella porta: «Chiudete ora: no; eh! eh! la toga! la toga! - Sarebbe in fatti rimasta presa tra i battenti, se Ferrer non n'avesse ritirato con molta disinvoltura lo strascico, che disparve come la coda d'una serpe, che si rimbuca inseguita».
  7. ^ Nel cap. 6 (Il sostituto procuratore del re): «"Mia cara", disse la marchesa, "occupatevi dei vostri pizzi, dei vostri aghi, dei vostri nastri, e lasciate il vostro futuro sposo compiere il suo dovere. Oggigiorno le armi sono a riposo, e la toga è in credito; vi è a questo proposito un motto latino". "Cedant arma togae", disse Villefort inchinandosi».

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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