Cattedrale di Sant'Emidio

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Coordinate: 42°51′12.6″N 13°34′42.96″E / 42.8535°N 13.5786°E42.8535; 13.5786

Cattedrale di Sant'Emidio
Il duomo di Ascoli ed il battistero
Il duomo di Ascoli ed il battistero
Stato Italia Italia
Regione Marche
Località Ascoli Piceno
Religione Cattolica
Diocesi Ascoli Piceno
Architetto Cola dell'Amatrice
Inizio costruzione VIII secolo
Completamento 1539

La cattedrale di Sant'Emidio, duomo della città di Ascoli Piceno dedicato al suo patrono, si trova con il palazzo dell'Arengo a piazza Arringo, il centro della vita cittadina nel periodo comunale.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

L'attuale edificio è il risultato di molti adattamenti e sovrapposizioni avuti tra l'VIII ed il XVI secolo. Alcuni resti rinvenuti durante i lavori di restauro della cripta del 1967 dimostrano che il primo tempio fu costruito addirittura nel IV o V secolo su un preesistente edificio di epoca romana che Sebastiano Andreantonelli identifica come un tempio pagano dedicato forse alle Muse, mentre altri storici lo attribuiscono a Ercole o a Giunone.

I ritrovamenti archeologici degli anni 18821883 dimostrano che la cattedrale fu edificata utilizzando i resti della basilica civile del foro romano identificati nelle sezioni più antiche della costruzione attuale come il transetto, le basi delle absidi semicircolari e la cupola che risalgono, infatti, alla fine dell'VIII secolo o all'inizio del IX secolo. L'edificio civile di epoca romana misurava circa 32 metri di lunghezza e 13 di larghezza sviluppando un'altezza di 9 metri. Il suo corpo di fabbrica si componeva di tre absidi semicircolari e di tre ingressi orientati verso il Foro.

Tra il V ed il VI secolo la costruzione subì una prima trasformazione che conferì alla pianta la forma a croce latina con l'aggiunta della navata longitudinale ed il rifacimento delle absidi poligonali fortificate. Nel periodo compreso fra il 746 ed il 780 il vescovo longobardo Euclere aggiunse la cupola a base ottagonale. Successivamente, al tempo del vescovo Bernardo II (1045-1069) fu costruita la cripta per accogliere le reliquie di sant'Emidio ed in tale occasione la cattedrale, consacrata a santa Maria Madre di Dio, fu dedicata al santo martire. Nello stesso tempo si avviò la realizzazione delle due torri, poste agli angoli esterni della facciata, dei porticati interni laterali e del tiburio risalente ai secoli XI e XII.

L'impatto maggiore sull'aspetto della cattedrale, però, si ebbe il 2 gennaio 1481, sotto il vescovo Prospero Caffarelli, quando fu stipulato il contratto per la demolizione dell'antica facciata, la costruzione delle tre nuove navate e una nuova abside centrale. Tale rinnovamento rimase allo stato grezzo per un lungo periodo.

La facciata fu costruita dal 1529 al 1539 su progetto di Nicola Filotesio (1480-1550) e nello stesso periodo fu realizzato un nuovo altare maggiore di gusto barocco. Le pareti delle navate laterali iniziarono ad ospitare monumenti funebri e nelle conchiglie sotto le bifore furono realizzati fastosi altari. Il vescovo Pietro Camaiani, (1567-1579), poi, fece completare le volte delle tre navate e all'unico ingresso alla cripta nella navata centrale, si sostituirono le due scalinate nelle navate laterali.

Nel 1838 fu inaugurata la cappella del SS. Sacramento, aggiunta al corpo della cattedrale all'altezza del transetto e decorata dal Fogliardi. Negli anni 1882-1894 l'ingresso alla cripta fu riportata di nuovo nella navata centrale su progetto dell'architetto Giuseppe Sacconi, (1854-1905), che disegnò anche il ciborio sotto la cupola. Nel decennio 1884-1894 le volte della navata centrale e la cupola furono decorati con affreschi di Cesare Mariani, (1826-1901), ed al termine del secondo conflitto mondiale il vescovo Ambrogio Squintani (1936-1957) fece ornare le pareti della cripta con mosaici su cartoni di Pietro Gaudenzi, (1880-1955), raffiguranti episodi dell'ultima guerra. Un nuovo intervento sulla cripta fu portato a termine nel 1961 dal vescovo Marcello Morgante che vi fece costruire la tomba dei vescovi diocesani; nel 1967, infine, si ebbe l'adeguamento liturgico del presbiterio secondo le indicazioni scaturite dal Concilio Vaticano II.

Esterno[modifica | modifica wikitesto]

Porta della Musa

La facciata del duomo, di forma rettangolare, realizzata tra il 1529 ed il 1539 su disegno di Nicola Filotesio, si mostra impostata su un solo ordine architettonico. Costruita in blocchi levigati di travertino è scandita in tre parti da quattro colonne corinzie ognuna delle quali ha una retrocolonna piana sostenuta da un piedistallo che poggia al di sopra di una base attica. Nella porzione del prospetto al di sopra delle 4 colonne corrono orizzontalmente architrave, fregio e l'importante cornicione sorretto da mensole.

Al centro della facciata si apre il portale d'ingresso alla cattedrale con ai lati le colonne dimezzate verticalmente con basi, capitelli e cornici di gustoionico. Ai lati del portale, nei due intercolunni minori, concludono la facciata due grandi nicchie che ospitano due sedie in travertino. Allo spazio superiore del prospetto fu aggiunta nell'anno 1592 la balaustra terminale composta da colonnine.

Agli estremi della facciata si innalzano due torri a base quadrata di travertino risalenti alla seconda metà dell'XI secolo, delle quali quella di destra ha lato di 4,80 m ed è adorna di una cuspide in laterizi e di una balaustra, la cui parte superiore venne ricostruita nel 1592 sul disegno dell'ascolano Silvestro Galeotti, mentre quella di sinistra è di poco più alta della facciata della chiesa.

Il fianco sinistro del duomo, prospiciente il battistero, risale al 1485. È ornato da lesene corinzie scanalate e nei loro interspazi sono sistemate bifore gotiche ornate di colonnine tortili e di trafori finissimi.

Nella penultima porzione tra gli interpilastri della parete, verso il transetto, si apre l'ingresso laterale alla cattedrale in stile rinascimentale, con due lesene corinzie che reggono un timpano semicircolare; è chiamata Porta della Musa ed il nome deriva dall'epigrafe murata nella parete esterna del transetto. La paternità artistica del portale è controversa, mentre i suoi battenti in legno, decorati da formelle con rose intagliate in rilievo e da figure zoomorfe, sono opera dell'ascolano Francesco di Giovanni, che si firmò sulla transenna. Alla porta si accede tramite una scala ornata da una balaustra in travertino, che fu costruita nel 1841 su progetto dell'ing. Gabrielli.

Continuando verso la parte posteriore del duomo, si incontra la zona del transetto, formato da grandi blocchi di travertino, provenienti certamente da edifici romani, rappresenta la parte più antica della cattedrale risalendo al VIII-IX secolo. Due aperture rettangolari sulla parete del transetto, a circa un metro dal suolo, danno luce alla cripta di Sant'Emidio.

Proseguendo oltre il transetto, si vedono le due absidi ottagonali laterali, che furono erette probabilmente nell'XI secolo contemporaneamente alla cripta. L'abside centrale, invece, fu ricostruita fra il 1480 ed il 1550 e presenta alla sua base un blocco di travertino di importante rilevanza storica in quanto reca la scritta: CAESARI TRIBUNITIA POTESTATE, che potrebbe comprovare l'ipotesi che il duomo ascolano sia stato edificato sulla basilica civile di epoca romana.

Anche il tiburio, eretto in periodo romanico alla fine dell'XI secolo, è realizzato in travertino. La sua forma esterna è ottagonale e termina con una cornice all'altezza del tetto chiusa da una volta, anch'essa in travertino, sulla quale è posto un lanternino cieco con quattro bifore, sormontato da una cuspide.

Il fianco di destra della cattedrale è pressoché simile a quello sinistro e si apre all'interno del giardino della canonica.

Le campane[modifica | modifica wikitesto]

Il concerto campanario della cattedrale si compone di cinque campane.

  • La maggiore è indicata col nome Sant'Emidio, fu realizzata dai fonditori Emidio Marini e da Attilio Rossi di Senigallia nell'anno 1655 sotto il vescovato di Giulio Gabrielli di cui reca impresso lo stemma. Di notevoli dimensioni raggiunge il peso di 8000 libbre, pari a circa 28 quintali, ed il suo timbro armonioso corrisponde al si-bemolle della scala musicale. Nel 1798 al tempo dell'occupazione francocisalpina di Ascoli venne scesa dalla torre per essere fusa ed il suo bronzo reimpiegato per costruire cannoni. A seguito della partenza dei francesi nel gennaio del 1799 venne nuovamente ricollocata sulla torre.
  • La campana successiva per ordine di grandezza è la Marina, posizionata nel lato est della torre. Fu fusa nell'anno 1594 da Camplani di Fermo. Il suo peso corrisponde a circa 15 quintali ed ha un suono baritonale.
  • La campana Polisia, così chiamata per ricordare la conversione della giovane pagana, figlia del governatore di Ascoli Polimio, convertita al cristianesimo da Sant'Emidio è la terza in ordine di grandezza. Fusa dal valtellinese Stefano Landolfi nel 1630 e successivamente rifusa nel 1913.
  • La quarta è chiamata la Lucertola in quanto ha impresso la figura dell'animale che fu utilizzato come simbolo dalla casa dei fonditori aquilani dei fratelli Donati. Fu realizzata nell'anno 1771.
  • La quinta e la più piccola di tutte è la Marcuccia, fusa a metà dell'Ottocento, venne così chiamata perché rivolta verso il Colle San Marco.

Interno[modifica | modifica wikitesto]

affresco del 1300 alla base della torre di sinistra
pulpito ligneo
statua di Sant'Emidio di Pietro Vannini, XV secolo

L'ampia aula interna del duomo, di gusto romanico-gotico, si sviluppa da una pianta a croce latina ed è suddivisa in tre navate da sei pilastri ottagonali sormontati da capitelli rinascimentali che sorreggono le volte. In corrispondenza dei sei pilastri, sulle pareti laterali, si trovano delle lesene con capitelli corinzi e negli interspazi tra le lesene sono realizzate delle conchiglie.

Nella zona del transetto di eleva la cupola che si avvia da una base rettangolare per divenire irregolarmente ottagonale nella parte superiore e concludersi con una calotta ellittica. La sua costruzione si data intorno all'VIII secolo, ai tempi del vescovo Euclere che dette un'impronta bizantina alla costruzione di tipo basilicale.

Il romano Cesare Mariani, (1826-1901), che fu tra i maggiori affreschisti italiani della seconda metà del XIX secolo, negli anni compresi tra il 1884 ed il 1894, eseguì le pitture che rivestono la cupola, le volte delle tre navate e l'abside.

Sui pilastri delle tre navate sono presenti numerosi monumenti funerari, come quelli del vescovo Filippo Lenti e di Giuseppe Maria Carpani, entrambi, opere di Giuseppe Giosafatti, di Gaspare Sgariglia, opera di Martino Bonfini di Patrignone, del principe romano Silla Orsini, morto nel 1592, di Girolamo Santucci, realizzato nella prima metà del XVI secolo, di Girolamo Tuberi, morto in concetto di santità nel 1532, e di Francesco Antonio Sgariglia, morto il 15 marzo 1669. Alla base del pilone tra la cappella del Sacramento ed il transetto vi è un'urna senza iscrizione che presumibilmente è la tomba di Leone, Giovanni o Rinaldo Sforza, che vissero nella prima metà del XV secolo, oppure del vescovo Pietro.

A ridosso del terzo pilastro di sinistra verso la navata centrale, si trova un pulpito in noce, opera di Scipione Paris di Matelica che lo realizzò dal 1657 al 1661.

Sotto la cupola si trova l'altare maggiore, sormontato dal ciborio ligneo che richiama lo stile bizantino misto a motivi gotici. Il ciborio fu eretto nel 1895 su disegno dell'architetto Giuseppe Sacconi, 1895-1905, ed è ornato da quattro bassorilievi degli Evangelisti, opera di Giorgio Paci, 1820-1914. L'altare risale al secolo XIII ed è costituito da plutei marmorei lavorati ad intarsio. Il presbiterio risulta innalzato rispetto al piano della chiesa a seguito della costruzione della cripta avvenuta nell'XI secolo. Nel 1969 l'area del presbiterio fu adeguata alle norme liturgiche del Concilio Vaticano II, con il posizionamento della cattedra episcopale a ridosso del pilone del tiburio e l'ambone poggiato sui gradini della scalinata. L'interno, oltre alla cripta sotterranea, accoglie la presenza di cappelle, un coro ligneo posizionato sul fondo della cattedrale e la sagrestia.

Cappella della Madonna delle Grazie[modifica | modifica wikitesto]

La parte nord del transetto accoglie la cappella della Madonna delle Grazie restaurata nel 1958 dal vescovo Marcello Morgante. Sull'altare di marmo policromo, risalente al 1894, è collocato un tabernacolo a forma di tempietto rinascimentale che nelle decorazioni della cupola reca incisa la data del 1567. Il reperto è considerato come una delle prime realizzazioni dopo il Concilio di Trento che prescriveva l'uso del tabernacolo per la conservazione dell'eucaristia. Nella zona centrale del catino si trova una piccola tavola, di 0,30x0,45 m, dipinta a tempera da Pietro Alemanno di Gottweich con l'effigie della Madonna delle Grazie, patrona principale della diocesi e della città di Ascoli, racchiusa in una cornice barocca in legno dorato. I mosaici delle pareti che raffigurano papa Giovanni XXIII e la proclamazione della Madonna delle Grazie a patrona della città e diocesi di Ascoli sono stati realizzati nel 1961 dalla Bottega del mosaico di Ravenna, su disegno del pittore Carlo Mattioli di Parma.

Cappella del Sacramento[modifica | modifica wikitesto]

Polittico di sant'Emidio di Carlo Crivelli della cappella del Sacramento
Altare della cappella del Sacramento

Quasi al termine della navata destra, in prossimità dell'uscita della scala della cripta, si apre la cappella del Santissimo Sacramento. Questa fu realizzata sul progetto di Agostino Cappelli, (1751-1831), ed ultimata sotto la direzione di Ignazio Cantalamessa, (1796-1853). Il giorno 3 agosto 1838 il vescovo Gregorio Zelli lacobuzzi, (1832-1855), la consacrò ed aprì al culto religioso.

La forma esterna dell'edificio è ottagonale ed è sormontata da una cupola con lanternino, anch'essa ottagonale. L'interno ha una pianta a croce greca, e sui pennacchi della cupola sono stati dipinti da Raffaele Fogliardi, in chiaroscuro, i quattro profeti maggiori. Come pala d'altare ospita il famoso Polittico di sant'Emidio di Carlo Crivelli (1473), commissionato al pittore dal vescovo Prospero Caffarelli, (1464-1500), che ne fece dono alla cattedrale.

Di pregevole manifattura anche il paliotto in argento che riveste l'altare. Fu realizzato nel XIV o XV secolo ed è composto da un totale di 27 formelle quadrate, di 25 cm di lato, divise tra loro da piccoli listelli in lamina d'argento che ad ogni angolo compongono un fiore quadripetalo. Le dimensioni complessive del manufatto sono di 2.52 x 0,82 m. Le formelle sono posizionate su tre ordini orizzontali e nove verticali, le loro lavorazioni mostrano cesellature e rilievi proponendo raffigurazioni e scene della vita di Gesù. Questo paliotto è considerato una delle opere prerinascimentali di oreficeria più importanti della regione Marche. Di difficile attribuzione, alcuni esperti come il Bertaux lo considerano opera di oreficeria abruzzese, altri come Giuseppe Fabiani lo identificano come lavoro di Pietro Vannini, capace orafo che lavorò ad Ascoli dal 1414 al 1464.

La cappella si arricchisce anche della presenza di un tabernacolo in legno dorato, del XVI secolo, poggiato sopra la mensa attribuito a Cola dell'Amatrice.

Cappella del SS. Crocifisso[modifica | modifica wikitesto]

Nella modesta abside del transetto si trova la cappella del SS. Crocifisso che ospita un'effigie della prima metà del XV secolo, di scuola marchigiana, qui spostata dalla chiesa di San Vittore.

Sagrestia[modifica | modifica wikitesto]

Oltrepassando la Cappella del Sacramento, sempre sulla parete destra dell'aula interna della cattedrale si apre la Sagrestia. Un ambiente semplice ed austero, costruito nel decennio compreso tra il 1415 e il 1425 che ha un soffitto costituito da 2 volte a crociera. La stanza è rischiarata dalla luce che, dalla parete di sinistra, filtra da due monofore gotiche. Da questo locale si può accedere anche all'orto della canonica dove trova la sua collocazione una graziosa fontanina in travertino, del 1700, che sorregge il busto del vescovo Elia Alberani. L'orto costituisce anche il passaggio per raggiungere l'Archivio Capitolare, la Sala delle Riunioni dei Canonici e la sagrestia minore detta anche Capitoletto. L'arredo interno della sagrestia è composto da un armadio di noce realizzato da Moise d'Anversa che lo firma “ANTONIUS MOYS DE ANTUERPIA” ed appone anche la data 1565. Posizionato sulla parete di fondo questo guardaroba conta 14 sportelli divisi da pilastrini in stile dorico ed è sovrastato da un pannello di dodici specchi. L'intero manufatto è arricchito, inoltre, da trofei romani e guerrieri, triglifi e 2 intarsi colorati. Uno di questi mostra la crocifissione del Cristo tra le figure della Madonna e San Giovanni, l'altro, posto al di sopra, una visione agreste. Accostati alla parete di destra altri due armadi in legno decorati con stemmi in bassorilievo. La parete esposta a nord, a seguito della rimozione dello strato di intonaco, ha rivelato alla vista i grandiosi blocchi di travertino del transetto, del V – VI secolo, appartenuti alla basilica del foro.

Il coro ligneo[modifica | modifica wikitesto]

Alle spalle dell'altare, sull'emiciclo della tribuna, è collocato un coro in stile gotico realizzato in legno di noce. Opera di Giovanni di Matteo, maestro del XV secolo nato a Maltignano, che lo realizzò, con l'aiuto di Paolino d'Ascoli, suo figlio, tra il 1443 e il 1448.

Alla porzione di coro eseguita da Giovanni di Matteo, costituita da tredici stalli, nell'anno 1546 fu aggiunta un'ulteriore sezione di dodici stalli proveniente dalla chiesa ascolana di San Pietro Martire. Mastro Grifone seguì ed operò la fusione degli stalli aggiungendo anche le due testate conclusive esterne.

L'intero coro si compone di 40 stalli distribuiti su due ordini: 16 in quello inferiore e 24 in quello superiore. L'intero manufatto è di notevole effetto decorativo, riccamente intagliato di rosoni, di guglie con motivi floreali, di fogliami e di linee che danno vita a motivi di arte raffinata. Si completa di 4 pannelli intagliati a piccolo rilievo e dipinti. Questi sono collocati dietro la sedia episcopale, che divide a metà l'emiciclo del coro, e rappresentano l'Arcangelo Gabriele, l'Annunziata, San Giovanni Battista e Sant'Emidio. Questa raffigurazione del patrono ascolano è considerata una delle più antiche, propone il santo nel gesto benedicente vestito dei paramenti sacri mentre reca il Vangelo ed il pastorale nella mano sinistra.

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Giambattista Carducci, Su le memorie e i monumenti di Ascoli nel Piceno, Fermo, 1853, pp. 66 – 75;
  • Antonio Rodilossi: Guida per Ascoli, Edigrafital;
  • Antonio Rodilossi, Ascoli Piceno città d'arte,"Stampa & Stampa" Gruppo Euroarte Gattei, Grafiche STIG, Modena, 1983, pp. 56 – 60;

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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