Castello di Torrechiara

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Castello di Torrechiara
Il Castello di Torrechiara
Il Castello di Torrechiara
Ubicazione
Stato attuale Italia Italia
Città Torrechiara-Langhirano
Coordinate 44°39′20″N 10°16′25″E / 44.655556°N 10.273611°E44.655556; 10.273611Coordinate: 44°39′20″N 10°16′25″E / 44.655556°N 10.273611°E44.655556; 10.273611
Informazioni generali
Tipo Castello
Utilizzatore Pier Maria II de' Rossi
Primo proprietario Pier Maria II de' Rossi
Funzione strategica difensiva abitativa
Inizio costruzione 1448
Termine costruzione 1460
Costruttore Pier Maria II de' Rossi
Proprietario attuale monumento nazionale tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali
Visitabile

[1]

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Stemma dei Rossi di Parma

Il castello di Torrechiara sorge sulle colline di Torrechiara, vicino a Langhirano, a circa 18 km da Parma. La sua posizione elevata gli permette di dominare perfettamente la vallata dove scorre il torrente Parma, punto di incontro tra la città e la montagna poco distante.

Fin dall'inizio doveva servire non solo come struttura difensiva ma anche come dimora isolata del conte Pier Maria II de' Rossi e della sua amante, Bianca Pellegrini di Arluno.

È considerato un esempio tra i meglio conservati di architettura dei castelli in Italia poiché unisce elementi del medioevo a quelli del Rinascimento italiano.

Di proprietà dello Stato, è in consegna diretta alla Soprintendenza per i Beni Architettonici e Paesaggistici per le province di Parma e Piacenza, ed è inserito nel circuito dell'Associazione dei Castelli del Ducato di Parma e Piacenza.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il castello fu fatto costruire da Pier Maria II de' Rossi fra il 1448 e il 1460, sulle rovine di una precedente casaforte del 1259, di cui rimane una sezione del portico nel lato ovest del cortile interno.

Il nome deriva dal corrispettivo nel dialetto parmense del verbo torchiare, ovvero pestare e spremere qualcosa in un torchio, infatti la zona è ricca di vigneti e la rocca era il luogo dove si produceva e si immagazzinava il vino e non come vuole una errata convinzione da una nobildonna di nome Chiara

I Rossi erano fortemente legati alla corte milanese dei Visconti. Per questo motivo, Pier Maria venne mandato a Milano per ricevere una formazione culturale e militare: oltre agli studi letterari, si interessò alla musica, alla matematica, all'astrologia e imparò il francese, lo spagnolo, il latino, il greco, l'arabo e l'ebraico. Si dedicò con grande successo al mestiere delle armi, a tal punto che, diventato capitano di ventura dei Visconti, riuscì a conquistare innumerevoli territori.

A soli 15 anni fu obbligato a sposare Antonia Torelli, figlia dei Signori di Montechiarugolo, per legare le due famiglie confinanti e istituire così un accordo di non belligeranza. Tuttavia a Milano si innamorò perdutamente di Bianca Pellegrini, una dama di corte della duchessa Visconti.

Dopo diversi anni di matrimonio e dopo aver avuto dieci figli da Antonia Torelli, quest'ultima si ritirò nel convento di San Paolo a Parma, lasciando la possibilità a Pier Maria di avvicinare Bianca a San Secondo, precisamente a Roccabianca, dove lo stesso cavaliere le fece costruire un castello. Inoltre nel 1448 edificò per l'amata anche il castello di Torrechiara.

Alla morte di Pier Maria II de' Rossi il castello ebbe diversi proprietari: Pietro di Rohan, Pallavicino, Sforza di Santa Fiora, Sforza Cesarini, Torlonia, Cacciaguerra.

Dal 1911 il castello di Torrechiara è un monumento nazionale tutelato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali ed è aperto al pubblico.

Il castello ha riportato danni in seguito al sisma del 23 dicembre 2008. Dopo una parziale chiusura al pubblico è stato completamente riaperto il 27 febbraio 2010.

Struttura[modifica | modifica wikitesto]

Veduta della torre sud-ovest (Torre del Giglio)

Il castello era originariamente difeso da tre cerchia di mura: la prima circondava la collina su cui sorge, la seconda proteggeva il borgo e la terza riparava il castello vero e proprio. Per superare ogni cerchio di mura era necessario passare attraverso un ponte levatoio, di cui è possibile intuire la presenza dalle scanalature sul muro sotto cui si passa per accedere al castello.

Vi erano in origine anche due fossati, uno a protezione del borgo, l'altro del castello, l'unico visibile ancora oggi. Il fossato è sempre stato asciutto per specifica richiesta di Pier Maria II de' Rossi affinché chiunque avesse tentato la scalata al castello potesse costituire un facile bersaglio delle guardie e non si potesse nascondere nell'acqua.

Le mura erano inoltre costruite su alte scarpate in modo da rendere difficile la scalata ai nemici e resistere meglio ai proiettili delle prime armi da fuoco in dotazione ai soldati.

Le torri quadre[modifica | modifica wikitesto]

Altro sistema di sicurezza perfettamente conservatosi è dato dalle torri quadrate collegate fra di loro da una doppia cinta di mura un tempo merlate e poi coperte dal tetto, che circoscrivono il cortile interno o Corte d'Onore.

La torre di San Nicomede si trova sopra l'omonima cappella dove pare vi siano le tombe vuote di Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini. Da qui si può osservare tutta la valle del Parma verso Langhirano. A Ovest guarda invece la torre del Giglio, ed è così chiamata perché vi si trova lo stemma di Bianca Pellegrini.

La torre che guarda ad est è invece detta torre della Camera d'Oro perché lì è situata la stanza omonima.

A Nord si trova la torre più alta, il mastio, detta torre del Leone, dallo stemma nobiliare della famiglia dei Rossi.

Da queste torri, grazie a feritoie e caditoie, potevano essere lanciati detriti e acqua bollente. Inoltre, sembra che le altezze delle torri e delle cortine murarie nascondano relazioni proporzionali, rapportabili alle armonie musicali, ispirate alla geometria pitagorica e ai concetti filosofici che influenzarono l'arte del Rinascimento.

Lasciato l'esterno rivestito di mattoni, tipico dell'architettura castellare dell'Italia centrale, si raggiunge l'interno dove le sale sono affrescate a grottesche, stile divenuto poi in uso comune tra la fine del XV secolo e l'inizio del XVI secolo.

La trasformazione rinascimentale[modifica | modifica wikitesto]

Dopo il 1575 gli Sforza di Santa Fiora trasformarono la geometria del maniero: fecero costruire le due ampie logge panoramiche affacciate sul torrente Parma, abbassarono le mura difensive, allargarono porte e finestre, trasformarono gli spalti in frutteti e giardini pensili, accentuando la funzione residenziale del castello.

È in questo periodo che Sforza Sforza di Santa Fiora fece realizzare i primi affreschi del Cinquecento. A completarli sarà l'erede Francesco (1562-1624) che incaricò Cesare Baglione di ricoprire tutte le stanze di affreschi a grottesche.

Gli interni[modifica | modifica wikitesto]

Affresco al castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara
Affreschi delle sale interne del Castello di Torrechiara

L'interno ha sale con affreschi principalmente a temi naturalistici, fantastici e a grottesche. I nomi delle sale richiamano il tema principale dell'affresco. la camera più importante è la Camera d'Oro.

Al piano terreno si trova l'Oratorio di San Nicomede, costruito in un ambiente a pianta quadrata; occupa il pianterreno dell'omonima torre a cui si accede dal portico della corte attraverso un portone di legno. La volta dell'oratorio fu affrescata da Cesare Baglione (1525-1590) con immagini simili a quelli della stanza del Vespro, del Meriggio e dell'Aurora: un cielo con nubi chiare e uccelli. Al centro, nel punto di incrocio fra i costoloni della volta si trova un medaglione che raffigura un agnello, simbolo dell'originaria funzione sacra della sala. Nelle lunette centrali, benché con ampie lacune, è possibile vedere paesaggi fantastici con città e rovine.

Gli unici arredi risalenti al '400 provengono dall'oratorio stesso e sono custoditi all'interno del Museo del Castello Sforzesco di Milano. Per l'altare Pier Maria Rossi fece realizzare il polittico raffigurante la "Madonna in trono con il Bambino e i santi Antonio Abate, Nicomede, Caterina e Pietro Martire" (1462) firmato da Benedetto Bembo.

Il direttore della Galleria Nazionale di Parma tra il 1894 e il 1896, Corrado Ricci, formulò l'ipotesi che il volto di Maria dipinto fosse il ritratto di Bianca Pellegrini.

Inoltre, secondo le cronache, Bianca e Pier Maria assistevano alle funzioni dietro ad una tribunetta lignea, anche questa conservata al Castello Sforzesco, intarsiata con gli stessi motivi presenti nelle formelle della Camera d'Oro.

Subito alla sinistra della cappella si trova la Sala di Giove, affrescata dal Baglione. Sul soffitto con volta a botte ed entro una cornice è rappresentato Giove intento a scagliare un fulmine e con accanto un'aquila, suo simbolo. Il resto della stanza è decorato a grottesche con putti, cornici, architetture fantastiche, mostri, ibridi umani, animali e vegetali, storie mitologiche, scene bizzarre e paesaggi alla fiamminga.

La Sala del Pergolato è un ambiente centrale del pianterreno ed è così denominato per la decorazione a trompe l'oeil che mostra un pergolato ligneo a maglie quadrate che ricopre la volta, pur lasciando liberi sprazzi di cielo azzurro. I pilastri che sorreggono la volta sono ricoperti di vite carica di grappoli maturi, che attirano gli uccelli più vari. Questo motivo interrompe bruscamente le grottesche delle pareti, quasi a mostrare uno scorcio dell'esterno.

La Sala dei paesaggi è l'ultimo degli ambienti sul lato sud est del pian terreno che precedono la Torre della Camera d'Oro e deve il suo nome ai soggetti raffigurati in quattro cartigli ovali che spiccano fra le grottesche della volta a botte.

Il soffitto rappresenta motivi a grottesca secondo uno schema simmetrico ma molto vario con arabeschi, nastri, figure femminili, animali e piccoli cammei a figure bianche su fondo viola o rosso, con guerrieri romani, personaggi mitologici e cavalieri in lotta.

Ai quattro cartigli dei paesaggi si collegano rovine e ruderi di castelli, in cui prevale il senso di una dimensione fantastica e irreale.

La Sala della Vittoria prende il nome dalla figura ritratta al centro della volta e in una delle lunette laterali. Entro una ricca cornice ovale la Vittoria danza tra le nubi con una corona d'alloro in mano, simbolo di gloria e onore, e con un ramo d'ulivo, simbolo di pace.

La Vittoria presente sulla lunetta di sud-est è invece raffigurata seduta su una conchiglia attorniata da scudi, elmi e prigionieri mentre è intenta a suonare una sottile tromba. Trovandosi accanto alle cucine e per la presenza di un camino del XVIII secolo si suppone che venisse utilizzata quotidianamente come sala da pranzo.

Ai lati della grande finestra che si apre verso lo spalto di sud-est, si trovano due stemmi che simboleggiano il potere temporale e spirituale: uno dell'imperatore Rodolfo II e l'altro di Papa Gregorio XIII Boncompagni, la cui presenza ha permesso di poter datare con una certa precisione l'apparato decorativo della sala. Festoni di fiori e frutti e sfarzosi tendaggi rafforzano il senso celebrativo della pacifica coesistenza dei due massimi poteri. Arricchiscono la decorazione putti, cornici e grottesche.

La Sala degli Angeli, opera della scuola di Cesare Baglione, è così chiamata per gli angeli che decorano la volta a crociera, fa da raccordo fra la sala della Vittoria, l'orto che esisteva sullo spalto di sud-est e le cucine.

La volta è sostenuta da ricche cornici che formano quattro vele che si uniscono al centro in un cartiglio in cui è dipinto un ramo di melo cotogno, insegna araldica della famiglia Sforza, proprietaria del castello nel XVI secolo. Il cotogno è un simbolo che probabilmente deriva dal fatto che il capostipite della famiglia Sforza, Bosio I Sforza, fu feudatario del condottiero Muzio Attendolo, nato a Cotignola (Ra) nel 1369.

Putti seduti su finte balaustre marmoree creano un paesaggio che allarga la percezione dello spazio. Lungo le balaustre sono inoltre affrescati pappagalli e altri uccelli esotici, mentre al centro vi sono cartigli sorretti da nastri con nomi della famiglia Sforza e le famiglie con cui era imparentata.

Una veduta del castello

La Sala del Velario presenta una decorazione sempre della scuola di Cesare Baglione raffigurante una elegante balaustra con vasi colmi di fiori e frutti. Guardando in alto verso la volta a crociera si ha l'illusione di trovarsi all'aperto sotto un semplice velario che copre la volta fittizia. Dal disegno centrale dai tenui colori che mostra finissimi ricami partono rami di foglie che si intrecciano a sottolineare le quattro vele, dove all'interno di ognuna c'è un cartiglio affiancato da creature fantastiche e soggetti classici e mitologici. Intorno volano piccoli uccelli che intessono delicati arabeschi di nastri sottili.

Procedendo, si giunge alla cucina dove sono ancora visibili l'acquaio, un grande focolare e un piccolo scaldavivande. A nord sono poste le dispense. Dalla cucina si può uscire sullo spalto settentrionale, che nel Seicento era adibito a giardino- frutteto con alberi di susine e ciliegie.

Il Salone degli Stemmi occupa l'intero lato nord orientale fra la torre della Camere d'Oro e la torre del Leone, ed era probabilmente una sala di rappresentanza. Deve il nome agli otto stemmi che ornano le pareti, fra cui si notano quelli di Papa Giulio III del Monte (1550-1555), di Papa Pio IV Medici (1559-1568), di Papa Paolo III Farnese (1534-1549) e di Papa Gregorio XIII Boncompagni (1572-1585).

La volta lunga e ribassata è divisa in quattro parti in corrispondenza delle tre aperture verso lo spalto e dell'unica, centrale, verso la corte. A differenza delle lunette, che presentano motivi a grottesche, la superficie delle volte è dipinta a finte architetture: balaustre, finte colonnati scorciati e riquadri di cielo aperto, che dilatano la prospettiva verso l'alto e ospitano quattro angeli recanti armi e scudi, simboli di vittoria e celebrazione del potere della famiglia.

Al piano nobile si trovano la Sala dell'Aurora, la Sala del Meriggio e la Sala del Vespro: tre ambienti che occupano il lato nord-occidentale del piano del castello e collegano la torre della Camera d'Oro a quella di San Nicomede.

Le sale sono simili per dimensioni e impianto decorativo, sempre opera della scuola di Cesare Baglione: volo d'uccelli in un cielo cosparso di nubi, un paesaggio tra il reale e il fiabesco nelle lunette laterali e scene mitologiche. Le sfumature del cielo rispecchiano i diversi momenti del giorno, dall'alba al tramonto, seguendo l'orientamento delle sale da est verso ovest.

La Sala dei Giocolieri o degli Acrobati occupa l'intero lato nord-occidentale del castello fra le torri del Leone e della Camera d'Oro. Il nome della sala è dovuto alla composizione delle figure dipinte sopra al camino: un gruppo di giocolieri in equilibrio su quattro leoni mentre eseguono complicati esercizi coi cerchi. Anche la decorazione a grottesche di questa sala è attribuita a Cesare Baglione.

Pier Maria Rossi e Bianca Pellegrini, affresco di Benedetto Bembo nella Camera d'oro.

Se il decoro del Salone degli stemmi posto al pian terreno è un inno alla famiglia Sforza di Santa Fiora, questo al primo piano è dedicato alla celebrazione del committente, il cardinale Francesco (1562-1624) e dei suoi legami parentali con i Farnese, duchi di Parma e Piacenza. Numerose, infatti, sono le insegne Sforza di Santa Fiora: il leone e pomo cotogno.

La Camera d'Oro, la più famosa stanza all'interno del castello, occupa l'intero primo piano della torre omonima, quella di nord-est. Era la camera da letto di Pier Maria Rossi, che la fece affrescare dal pittore Benedetto Bembo (1420 ca.-1495) nel 1452.

La stanza doveva avere anche funzioni di studiolo privato come sembrerebbe essere dimostrato dalla diversa decorazione presente nella parte dell'angolo a nord- est. Sulle pareti sono dipinte figure storiche e mitologiche con cui Pier Maria condivideva valori e virtù: Sansone ed Ercole, simboli della forza fisica, e Virgilio e Terenzio, simboli dell'importanza della cultura e dell'intelletto.

La camera era così chiamata in virtù della decorazione a foglie d'oro che ricopriva le formelle in cotto che rivestono interamente la stanza. La decorazione non è oggi più presente perché all'inizio del XX secolo l'allora proprietario, Pietro Cacciaguerra, asportò l'oro e disperse tutti gli arredi originali. Sulle formelle sono presenti cinque motivi diversi: arabeschi intrecciati su uno sfondo di tralci di mirto, pianta sacra a Venere, dea dell'amore, creano un disegno a scacchiera lungo le pareti.

A questi vengono alternati gli stemmi di Pier Maria (il leone rampante) e di Bianca (un castello sull'acqua tra due bordoni da pellegrino), una formella con due cuori sovrapposti sormontati dal motto in latino "digne et in aeternum" e un'altra dov'è rappresentata una M in stile gotico (lettera che per la grafica può ricordare le lettere M e B sovrapposte) con un nastro con la scritta "nunc et semper", a celebrazione dell'amore di Bianca e Pier Maria.

La decorazione della volta è considerata una delle più eleganti e complete rappresentazioni quattrocentesche dell'amor cortese ed è piuttosto insolita, poiché nelle stanze da letto dell'epoca si trovano quasi esclusivamente decorazioni di tipo religioso.

Nelle quattro vele della volta a crociera è raffigurata Bianca, identificabile per la veste, il bastone, la conchiglia e le chiavi da pellegrina, per creare un gioco allusivo con il suo cognome, che attraversa uno ad uno tutti i luoghi in cui sorgono castelli del feudo rossiano in cerca dell'amato. Ognuna delle rocche e dei borghi è identificata con il nome, e ricreata con particolari realistici sia per quanto riguarda le strutture sia per l'ambientazione geografica.

Nelle lunette laterali viene celebrato l'incontro dei due amanti attraverso quattro scene: nella lunetta est i due si ritrovano colpiti dai dardi di un Cupido bendato, simbolo dell'amore cieco; nella lunetta sud, secondo un rituale cavalleresco, Pier Maria dona la sua spada a Bianca, in segno di assoluta sottomissione; nella lunetta ovest Bianca fa dono all'amato di una corona d'alloro, simbolo di fedeltà e di elevazione morale.

Nella lunetta nord, l'ultima del ciclo, vengono rappresentati Bianca e Pier Maria affiancati dai rispettivi castelli di Roccabianca e San Secondo, con al centro il Castello di Torrechiara, il loro nido d'amore.

Dalla stanza si accede ad una loggia panoramica, realizzata fra il XVI e il XVII secolo, aperta sulla valle sottostante.

Leggende[modifica | modifica wikitesto]

Nebbia e sogni in eclissi.jpg

La leggenda vuole che nel castello di Torrechiara, durante le notti di plenilunio, in cui la nebbia avvolge il castello, appaia il fantasma di una bellissima duchessa, murata viva dal marito, che vaga nella torre del maniero offrendo baci appassionati agli uomini che la incontrano.La bellissima duchessa non smetterà di andare al castello finché non ritroverà suo marito.

Il castello nei media[modifica | modifica wikitesto]

È stato location nel 1937 degli esterni del film storico di Luis Trenker Condottieri, ispirato alla figura del soldato di ventura e condottiero Giovanni dalle Bande Nere.

Il castello di Torrechiara è stato poi usato come set cinematografico di film in costume, come ad esempio Ladyhawke di Richard Donner, interpretato da Michelle Pfeiffer, Matthew Broderick e Rutger Hauer.

Principali iniziative ed eventi[modifica | modifica wikitesto]

  • Due cuori e...un castello (febbraio)
  • Settimana della Cultura (aprile)
  • Giorno di Festa a Corte, vita di Borgo (2 giugno)
  • Festival di Torrechiara (luglio- agosto): rassegna musicale

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Vedi: Torrechiara.it

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Castelli del parmense: Torrechiara, a cura di Alessandra Mordacci, ed. Gazzetta di Parma editore
  • Torrechiara: il castello e la Badia Benedettina, Pier Paolo Mendogni ed. Proposte editrice

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]