Castello di Pollenzo

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Agenzia di Pollenzo
PollenzoGastronomiche.jpg
L'Agenzia di Pollenzo
Ubicazione
Stato Italia Italia
Regione Piemonte Piemonte
Località Bra
Informazioni
Condizioni In uso
Costruzione 1386 - ?
Uso Università di scienze gastronomiche, banca del vino
 
Flag of UNESCO.svg Bene protetto dall'UNESCO Flag of UNESCO.svg
UNESCO World Heritage Site logo.svg Patrimonio dell'umanità
Castello di Pollenzo
(EN) Residences of the Royal House of Savoy
PollenzoTowerAndChurch.jpg
Tipo architettonico
Criterio C (i) (ii) (iv) (v)
Pericolo Nessuna indicazione
Riconosciuto dal 1997
Scheda UNESCO (EN) Scheda
(FR) Scheda

Il castello di Pollenzo (in piemontese ël castel ëd Polens) è situato a Pollenzo, frazione di Bra (CN).

È una delle residenze sabaude riconosciute nel 1997 dall'UNESCO come patrimonio dell'umanità, nel sistema di castelli, palazzi ed edifici pubblici sorti per iniziativa dei duchi, dei principi e dei re della Casa Savoia, nei suoi differenti rami, tra cui, principalmente il ramo Savoia-Carignano, da cui proviene il re di Sardegna Carlo Alberto.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Nella storia bimillearia di Pollenzo ("Pollentia" per i romani) sono stati costruiti e distrutti più volte fortificazioni, castelli e chiese.

Residenza feudale e rinascimentale[modifica | modifica wikitesto]

L'antica Pollenzo (il Museo di Bra - compreso nel circuito dei Castelli Aperti - espone reperti di epoca romana e altomedievale provenienti dagli scavi archeologici del sito), dopo aspre contese - nei secoli XII-XIII - tra i maggiori comuni del Basso Piemonte, che portarono alla sua completa distruzione, diventa sede di contea del patrizio visconteo Antonio Porro, che promuove la costruzione di un castello ad opera dell'ingegnere Andrea da Modena nel 1386; trascorsi pochi decenni, la rocca si trasforma in prestigiosa residenza feudale dei marchesi di Romagnano. Questi, nella seconda metà del Cinquecento, avvieranno un profondo rinnovamento del castello su modelli manieristi, che vanno messi in sistema con le coeve architetture del Saviglianese e del Saluzzese, oltre ad Alba e Casale Monferrato: pochi reperti scultorei e, maggiormente, i documenti, hanno consentito di ricostruire una superba fase storico-artistica destinata ad essere completamente cancellata tra gli anni 1832 e 1847.

Trasformazioni carloalbertine[modifica | modifica wikitesto]

Il caso di Pollenzo in quegli anni sarà sintomatico della particolare visione romantica del committente - il re Carlo Alberto - anche per il mezzo dei suoi artisti indirizzati ad un revival gotico ormai lontano dai modelli di Horace Walpole: gli interventi dell'epoca carloalbertina comportarono la completa distruzione della maggior parte del borgo di epoca medievale e protomoderna, con la più parte degli insediamenti rurali e difensivi trecenteschi, della chiesa di San Vittore, del tessuto infrastrutturale del luogo (la viabilità interna ed esterna, i quattro "porti" tra Pollenzo, l'Isola e la sponda destra del Tanaro), ma alla fin fine anche del castello, sia dell'esterno - di cui resta intatto o quasi il solo donjon - che dell'interno; tutto questo nel nome della celebrazione di un ricreato medioevo, ma con frequenti e diffusi elementi di contraddizione nella forma classicheggiante più sfarzosa, idealizzata dall'architetto Pelagio Palagi.

Assieme al Palagi collaborarono, per gli edifici, l'architetto Ernesto Melano e, per il nuovo parco, l'architetto Xavier Kurten[1].

Il risvolto positivo dell'intervento sabaudo a Pollenzo è che le nuove realizzazioni vedono impegnati artisti che perseguono una forma progettata, per il nuovo aggregato così come per ogni minuto manufatto: è ciò che si è potuto qui affrontare, indagando le opere di Pelagio Palagi (di cui è stato anche rintracciato, nell'archivio palagiano dell'Archiginnasio di Bologna, il "vero" progetto neogotico, non realizzato, per le facciate del castello), di Ernesto Melano, di Carlo Bellosio, del Moncalvo e di Giuseppe II Gaggini. Con questi artisti, cui il sovrano demandò la riplasmazione dell'intera Pollenzo, fu chiamato a lavorare uno stuolo di altri artisti ed artigiani di grande professionalità (tra cui Pietro Cremona), che collaborarono per creare la nuova immagine del borgo, con la sua piazza con fontana, la sua chiesa, la cascina Albertina, il castello, e, fondamentalmente, la sua Agenzia.

Il conte di Pollenzo[modifica | modifica wikitesto]

Vittorio Emanuele III abdicando il 9 maggio del 1946 assunse il nome di conte di Pollenzo

Destinazione attuale[modifica | modifica wikitesto]

Attualmente il castello è proprietà privata.

Chiesa di san Vittore[modifica | modifica wikitesto]

Chiesa di san Vittore

Collegata al castello è la chiesa di san Vittore, anch'essa costruita negli anni Quaranta dell'Ottocento, in forme neogotiche da Ernesto Melano.

Nella chiesa Carlo Bellosio vi dipinse, tra l'altro, il martirio di san Vittore; inoltre è presente un prezioso coro ligneo del '500 proveniente dall'abbazia di Staffarda.

Agenzia[modifica | modifica wikitesto]

Oggetto di recupero funzionale, il complesso denominato l'Agenzia, edificio carloalbertino che si trova nei pressi del castello e che si affaccia sulla piazza dove si trova la chiesa di San Vittore, è ora sede dell'Università di scienze gastronomiche e della Banca del Vino[2]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Scheda sul sito Montagnedoc
  2. ^ Banca del vino

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Franca Dalmasso, Palagi, Bellosio e altri nella sala da pranzo del Castello di Pollenzo, in Giuseppe Carità (a cura di), Pollenzo. Una città romana per una "Real Villeggiature" romantica, Savigliano 2004, 225-241.
  • Alessandra Buoso, Marco Antonio Trefogli, in Costanza Roggero Bardelli, Sandra Poletto (a cura di), Le Residenze Sabaude. Dizionario dei personaggi, Torino 2008.
  • Beatrice Bolandrini, Artisti della "val di Lugano" a Torino. Un primo repertorio dei ticinesi nell'Ottocento, in Giorgio Mollisi (a cura di), Svizzeri a Torino nella storia, nell'arte, nella cultura, nell'economia dal Cinquecento ad oggi, «Arte&Storia», anno 11, numero 52, ottobre 2011, Edizioni Ticino Management, Lugano 2011.

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