Castel Mareccio

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Castel Mareccio
Schloss Maretsch
Castel Mareccio da sud-ovest
Castel Mareccio da sud-ovest
Mappa di localizzazione: Trentino-Alto Adige
Ubicazione
Stato attuale Italia Italia
Regione Trentino-Alto Adige Trentino-Alto Adige
Città Bolzano
Coordinate 46°30′12.55″N 11°21′01.53″E / 46.503486°N 11.350425°E46.503486; 11.350425Coordinate: 46°30′12.55″N 11°21′01.53″E / 46.503486°N 11.350425°E46.503486; 11.350425
Informazioni generali
Tipo Castello
Proprietario attuale azienda di soggiorno e turismo di Bolzano

[senza fonte]

voci di architetture militari presenti su Wikipedia

Castel Mareccio (ted.: Schloss Maretsch) è un castello situato nel comune di Bolzano, in pieno centro storico, in una posizione che ne fa una residenza, piuttosto che una costruzione di difesa.

Cenni storici[modifica | modifica sorgente]

Castel Mareccio dal lungotalvera

Il nucleo più antico, la torre principale, fu fatto costruire da Berthold von Bozen (Bertoldus Bauzanarius), capostipite della famiglia Maretsch, nel 1194. Nel XIV secolo Paolo e Bertoldo Maretsch amministravano la giustizia a Bolzano.

Nei secoli successivi si susseguirono diverse fasi di ampliamento, fra le quali la costruzione del muro di cinta.

Il ramo bolzanino dei Mareccio si estinse nel 1835, passando al ramo di Naturno e di qui, per matrimonio, alla famiglia Reifer. Quando era di proprietà di Christofer Reifer, questi disobbedì al duca Sigismondo il Danaroso (conosciuto anche come Sigismondo il Ricco) e fu per questo imprigionato e costretto a pagare una multa che comprendeva la cessione al duca del castello e delle sue adiacenze. Sigismondo lo vendette ai Mezner (1476), che a loro volta lo vendettero ai Römer.

L'ampliamento più sostanziale fu voluto proprio dalla famiglia Römer verso la metà del XVI secolo: le altre quattro torri e gli affreschi nella sala dei cavalieri, nelle torri e nella cappella risalgono a quel periodo, così come il fossato di cinta col ponte. Gli autori dei numerosi affreschi sono ignoti, ma sono senz'altro riferibili alla corte dell'Arciduca Sigismondo. I temi degli affreschi sono biblici, ma anche araldici. Anche come riconoscimento per questi lavori, ai Römer fu concesso il titolo di baroni dall'arciduca Ferdinando II d'Austria.

Passato per matrimonio agli Hendl, il castello nel XVII secolo passò prima al convento di Stams, poi a Guidobaldo di Thun, arcivescovo di Salisburgo.

I Thun lo possedettero fino al 1851, acquistato da Anna Sarnthein. Questa lo affittò all'erario e Castel Mareccio divenne per oltre mezzo secolo deposito d'armi.

Dopo l'annessione all'Italia divenne sede dell'Archivio di Stato, ma lo stato della costruzione era tale che si rese necessaria una profonda ristrutturazione (1930-1931). Negli anni ottanta l'Archivio fu spostato altrove. Lo acquisì allora l'azienda di soggiorno e turismo di Bolzano e ne fece sede, dopo un attento ed impegnativo restauro sia delle strutture che degli affreschi, di convegni, mostre ed eventi.

Su una parete della torre di Castel Mareccio è presente il Sator simbolo dell'Impero romano. In questo simbolo dell'Impero si ripetono le lettere SPOR EANT. L'esemplare più antico (sepolto dal Vesuvio il 24 agosto 79 d.C.) fu dissepolto nel 1936 a Pompei su una colonna della Palestra Grande. Attualmente questo esemplare, rimasto protetto per (1936-79 d.C. = ) 1857 anni sotto le ceneri del Vesuvio, è il più significativo proprio perché ha conservato la traccia assente su tutte le copie riprodotte nelle epoche successive. Questa traccia cioè il Triangolo-Rettangolo Nautilus fu incisa dall'artista, prima del 24 agosto 79 d.C., per tramandarci l'informazione indispensabile alla lettura.

Questa traccia assente su tutte le copie riprodotte nelle epoche successive all'eruzione del Vesuvio ha motivato questa ri-lettura.[1]

Varie copie del Sator riprodotte senza la traccia sono segnalate in altri castelli:

Castel Mareccio oggi è un centro convegni ma previa prenotazione può anche essere visitato.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Nautilus, l'enigma dell'impero, Osvaldo Rea, ISBN 88-901473-9-3

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]