Carnotaurus sastrei

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Carnotaurus
Stato di conservazione: Fossile
Carnotaurus.png

CArno1.JPG

Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Animalia
Phylum Chordata
Classe Reptilia
Superordine Dinosauria
Ordine Saurischia
Sottordine Theropoda
Famiglia Abelisauridae
Genere Carnotaurus
Specie C. sastrei

Il carnotauro (Carnotaurus sastrei) era un grosso dinosauro carnivoro appartenente alla famiglia degli abelisauridi; visse 70 milioni di anni fa, alla fine del Cretacico superiore (Maastrichtiano), e i suoi resti fossili sono stati ritrovati in Sudamerica. Il suo nome vuol dire: "Toro mangia-carne".

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

L'intero animale misurava mediamente 7-9 m di lunghezza, 2.5-3 m di altezza e pesava 1.7-2.9 tonnellate. In rapporto al corpo il carnotauro possedeva arti anteriori di dimensioni sorprendentemente piccole. Nel braccio solo l'omero appare infatti robusto mentre le ossa dell'avambraccio e della mano sono atrofiche, con quattro ridottissime dita di cui uno modificato in sperone. Le zampe posteriori erano invece piuttosto lunghe e snelle.

Il cranio di Carnotaurus era corto e massiccio, sostenuto da un forte collo, insolitamente lungo per un abelisauride. Ampie finestre laterali ne diminuivano il peso e allo stesso tempo offrivano aggancio ai muscoli delle mascelle. Sulla sommità della testa, sopra gli occhi, vi erano due spesse corna ossee, probabilmente più utili come organo di riconoscimento intraspecifico che come armi da attacco e difesa. La mascella superiore era robusta, quella inferiore più esile.

Cranio di Carnotaurus

I denti erano ricurvi e lunghi mediamente 4 cm. La mandibola debole e i denti non particolarmente grandi potrebbero far pensare che il carnotauro si nutrisse di carogne. Gli occhi erano tuttavia in posizione frontale: Carnotaurus era quindi dotato di visione binoculare, utile per valutare la distanza delle prede, da cui si deduce che fosse anche in grado di cacciare attivamente.

Pelle fossilizzata[modifica | modifica sorgente]

I resti del carnotauro furono trovati in Argentina nel 1985, nelle praterie semidesertiche della Patagonia. Fu una grande scoperta, perché dai fossili gli esperti poterono farsi un'idea dell'aspetto della pelle di questa creatura. Sulla superficie del corpo, dalla testa alla coda, c'erano file di piccoli rilievi a forma di cono; dalle gobbe più piccole, poste sulla testa, si dipartivano file di grandi scaglie irte, che sagomavano la zona attorno agli occhi e sulla parte superiore del muso.

Classificazione[modifica | modifica sorgente]

Carnotaurus fu battezzato da José Bonaparte nel 1985 e il suo nome significa "toro carnivoro", in riferimento alla presenza di due spesse corna sopra gli occhi, vagamente simili nell'aspetto a quelle di un toro moderno. Venne attribuito alla famiglia degli abelisauridi, un gruppo di dinosauri carnivori dalle caratteristiche insolite, considerati gli equivalenti dei tirannosauridi nel continente di Gondwana.

Paleobiologia[modifica | modifica sorgente]

Il carnotauro aveva un'andatura esclusivamente bipede. Si muoveva mantenendo la colonna vertebrale parallela al terreno. La lunga coda muscolosa, tenuta sollevata dal suolo, equilibrava il peso del collo e della testa.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Bonaparte (1985). "A horned Cretaceous carnosaur from Patagonia". National Geographic Research 1: 149–151.
  • Bonaparte, Novas, and Coria (1990). "Carnotaurus sastrei Bonaparte, the horned, lightly built carnosaur from the Middle Cretaceous of Patagonia." Contributions in Science (Natural History Museum of Los Angeles County), 416: 41 pp.
  • Gerardo V. Mazzetta, Adrián P. Cisilino & R. Ernesto Blanco.Mandible stress distribution during the bite in Carnotaurus sastrei Bonaparte, 1985 (Theropoda: Abelisauridae). (2004) Ameghiniana 41: 605-617. Buenos Aires.
  • Mazzetta, Gerardo V.; Cisilino, Adrián P.; Blanco, R. Ernesto; and Calvo, Néstor (2009). "Cranial mechanics and functional interpretation of the horned carnivorous dinosaur Carnotaurus sastrei". Journal of Vertebrate Paleontology 29 (3): 822–830. doi:10.1671/039.029.0313.

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