Carica di Isbuscenskij

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Carica di Isbuscenskij
Carica.di.Isbuscenskij.gif

Data 24 agosto 1942
Luogo Izbušenskij, Russia
Esito Vittoria italiana
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
700 uomini 2.500 uomini
Perdite
32 morti, 52 feriti 150 morti, 300 feriti, 600 prigionieri
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La carica di Isbuscenskij (talvolta citato anche come Isbuschenskij) è un episodio bellico del fronte orientale della seconda guerra mondiale, verificatosi la mattina del 24 agosto 1942, che vide protagonista il reggimento italiano Savoia Cavalleria.

Viene ricordata come l'ultima carica di cavalleria condotta da unità del Regio Esercito italiano contro reparti di truppe regolari (sebbene l'ultima carica in assoluto compiuta da reparti di cavalleria italiani ebbe luogo la sera del 17 ottobre 1942 a Poloj, in Croazia, da parte del Reggimento "Cavalleggeri di Alessandria" contro un gruppo di partigiani iugoslavi).

La carica prende il nome dalla località di Izbušenskij (Избушенский in cirillico), situata in Russia presso un'ansa del fiume Don, anche se in realtà il piccolo villaggio non venne coinvolto negli scontri.

Antefatto[modifica | modifica wikitesto]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Reparti italiani al fronte orientale e 3º Reggimento "Savoia Cavalleria".

A metà agosto 1942, le forze dell'Asse lanciarono una massiccia offensiva sul fronte orientale avanzando fino a Stalingrado e verso il Caucaso; ai reparti italiani, inquadrati nell'ARMIR (Armata Italiana in Russia) venne affidato il compito di difendere l'ala sinistra dello schieramento dell'Asse, attestandosi a presidio dell'area del Don. L'Armata italiana comprendeva, tra le altre truppe, il Raggruppamento truppe a cavallo "Barbò" (dal nome del suo comandante, il generale Guglielmo Barbò di Casalmorano), costituito dai reggimenti di cavalleria "Savoia Cavalleria" e "Lancieri di Novara", e dal Reggimento artiglieria a cavallo "Voloire"; l'unità era schierata come riserva dell'armata.

Una massiccia controffensiva sovietica scattò improvvisamente il 20 agosto: i russi passarono il Don e sfondarono il tratto di fronte tenuto dalla Divisione fanteria "Sforzesca". Il raggruppamento truppe a cavallo ricevette quindi l'ordine di contenere l'avanzata nemica, spostandosi nell'area compresa tra i villaggi di Jagodnij e Čebotaresvskij, per prendere sul fianco le truppe sovietiche.

La battaglia[modifica | modifica wikitesto]

Alle prime luci dell'alba del 24 agosto 1942 il "Savoia Cavalleria" (con un organico di 700 cavalieri), che aveva bivaccato in mezzo alla steppa, in quadrato, protetto dai cannoni del "Voloire", si preparava a riprendere la marcia verso un anonimo punto trigonometrico sulle sponde del Don, la quota 213,5 m[1].

Durante la notte tre battaglioni dell'812º Reggimento di fanteria siberiano (812 strelkovyj polk), composto da circa 2.500 soldati e facente parte della 304ª Divisione di fanteria (304 strelkovaja divizija) il cui comandante era Serafim Petrovič Merkulov, si erano portati a circa un chilometro dall'accampamento e si erano trincerati in buche fra i girasoli, formando un ampio semi-cerchio da nord-ovest a nord-est, e attendevano l'alba per attaccare le truppe italiane[2].

Prima di togliere il campo, gli italiani inviarono in avanscoperta una pattuglia a cavallo comandata dal sergente Ernesto Comolli, la quale doveva controllare, in particolare, un carretto di fieno intravisto la sera precedente. Fu quasi per caso che un componente della pattuglia, il caporalmaggiore Aristide Bottini, notò un soldato appostato tra i girasoli; pensando fossero alleati tedeschi, lo chiamò e questi, girandosi verso di loro, mostrò la stella rossa sovietica sull'elmetto, svelando l'identità nemica. Al primo colpo della pattuglia italiana contro di loro - sparato al cavaliere siciliano Petroso, che centrò il russo sotto il filo dell'elmetto - i sovietici risposero con un rabbioso fuoco di mortai e mitragliatrici, che investì il quadrato italiano.

Il tenente colonnello Giuseppe Cacciandra, vice comandante del reggimento, venne ferito ad una gamba, e così il capitano Renzo Aragone, colpito ad un ginocchio, mentre il colonnello comandante, Alessandro Bettoni Cazzago, ebbe il cappotto forato da un proiettile.

Nel quadrato vi fu un attimo di sconcerto, ma gli italiani si ripresero rapidamente[3]. I cannoni delle batterie a cavallo, comandati dal tenente Giubilaro, rispondero subito al fuoco, e la pronta reazione spinse i sovietici ad arretrare il loro schieramento, troppo vicino alle linee italiane. Accortosi della manovra sovietica, il comandante del "Savoia" colonnello Bettoni Cazzago ordinò quindi al secondo squadrone, comandato dal capitano Francesco Saverio De Leone, di caricare a fondo i sovietici sul fianco; in realtà, secondo le testimonianze, sembra che il colonnello in un primo momento volesse caricare con tutto il reggimento, con lo stendardo al vento, ma fu convinto dal proprio aiutante maggiore Pietro de Vito Piscicelli di Collesano a dosare le forze in ragione dell'evolversi della situazione.

Il secondo squadrone, dopo aver effettuato un'ampia conversione, caricò a ranghi serrati e sciabole sguainate il nemico, lanciando anche raffiche di mitragliatrice e bombe a mano: i sovietici, completamente colti di sorpresa, vennero scompaginati e ripiegarono in disordine[4]. Rimasto isolato dietro la linea nemica, il secondo squadrone compì quindi una seconda carica per rientrare nelle sue linee, aumentando così la confusione nello schieramento sovietico.

In quel momento il comandante del reggimento fece appiedare il quarto squadrone, comandato dal capitano Silvano Abba, e lo inviò a impegnare frontalmente il nemico, per alleggerire la pressione sul secondo squadrone montato. La manovra ebbe momentaneo successo, sebbene il capitano Silvano Abba venne colpito e ucciso da una raffica di mitra mentre dirigeva l'azione (per la quale fu poi insignito della medaglia d'oro al valor militare alla memoria[5]).

Sebbene i sovietici fossero, in buona parte, quasi allo sbando, alcuni nuclei reggevano ancora l'impeto delle due cariche (in andata e in ritorno) del 2º squadrone e dell'assalto appiedato italiani, provocando sensibili perdite fra le file dei cavalieri italiani. Il maggiore Dario Manusardi[6], che si era unito al secondo squadrone durante la prima carica (avendolo comandato fino a pochi giorni prima, essendo recente la sua promozione al grado superiore), si presentò al comandante di Reggimento colonnello Bettoni Cazzago sollecitando l'invio di un altro squadrone montato. Il colonnello Bettoni ordinò quindi la carica anche al terzo squadrone, comandato dal capitano Francesco Marchio, che era seguito dal comandante del 2º gruppo squadroni, il maggiore Alberto Litta Modignani, e dal personale del suo comando. Litta Modignani rimase ucciso nella carica, insieme al suo aiutante maggiore sottotenente Emilio Ragazzi: entrambi furono poi decorati di Medaglia al valor militare[7][8]. La carica spezzò definitivamente la resistenza dei sovietici, che si ritirarono in disordine, ma le perdite tra gli italiani furono di un certo rilievo (lo stesso capitano Marchio venne gravemente ferito).

Verso le 9:30 il combattimento aveva praticamente termine. Le perdite degli italiani furono contenute, da un punto di vista militare: 32 cavalieri morti (dei quali 3 ufficiali) e 52 feriti (dei quali 5 ufficiali), un centinaio di cavalli fuori combattimento. I sovietici lasciano sul campo 150 morti e circa 600 prigionieri, oltre ad una cospicua mole di armi (4 cannoncini, 10 mortai e una cinquantina tra mitragliatrici ed armi automatiche)[4]. L'azione, coraggiosa quanto audace, aveva contribuito all'allentamento della pressione dell'offensiva russa sul fronte del Don e aveva consentito il riordino delle posizioni italiane; le truppe sovietiche, tuttavia, furono in grado di consolidare le testa di ponte conquistate al di là del Don.

Il reggimento "Savoia Cavalleria" fu insignito della medaglia d'oro allo stendardo, furono concesse due medaglie d'oro alla memoria, due ordini militari di Savoia, 54 medaglie d'argento, 50 medaglie di bronzo, 49 croci di guerra, diverse promozioni per merito di guerra sul campo. La carica di Isbuscenskij ebbe subito una vasta eco: in Italia suscitò vero e proprio entusiasmo, con articoli sulla stampa ed ampie cronache nei cinegiornali Luce; l'azione venne ampiamente sfruttata e ingigantita dalla propaganda del regime, anche se dal punto di vista militare non fu che una scaramuccia. Il commento di alcuni ufficiali tedeschi, che si congratularono con Bettoni dopo lo scontro, fu «Noi queste cose non le sappiamo più fare», che, per quanto con intenti elogiativi, era un'indiretta conferma dell'arretratezza delle tecniche di guerra italiane[9][4].

Voci correlate[modifica | modifica wikitesto]

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Petacco 2013, p. 72.
  2. ^ Petacco 2013, p. 73.
  3. ^ Giorgio Vitali, Trotto, galoppo...caricat!, Mursia, Milano, 1985
  4. ^ a b c Petacco 2013, p. 74.
  5. ^ Motivazione della Medaglia d'Oro al Valor Militare al capitano Silvano Abba - alla memoria:"Comandante di squadrone di eccezionale valore, in giornata di cruenta battaglia, mentre altri reparti agivano a cavallo sui fianchi del poderoso schieramento nemico, con il proprio squadrone appiedato si impegnava frontalmente, attaccando munite posizioni avversarie. Conquistata di un balzo in un furioso corpo a corpo una prima linea difesa da numerose mitragliatrici, si lanciava nuovamente alla testa dei suoi cavalieri contro lo schieramento successivo. Ferito una prima volta e stramazzato al suolo, si rialzava con indomita energia e procedeva all'annientamento di ulteriori centri di fuoco nemici, decidendo così l'esito vittorioso di un'epica giornata. Nell'ultimo superbo scatto colpito una seconda volta, a morte, cadeva da prode sul campo. Fulgido esempio di eroismo, e di ogni virtù militare" (quota 213,5 di Jsbuschenskij (fronte russo), 24 agosto 1942.
  6. ^ Essendo rimasto senza cavallo, il maggiore Manusardi ne chiese insistentemente uno, e il maresciallo Cesco Casanova portò il Bergolo, il cavallo da concorso del Generale Guglielmo Barbò di Casalmorano, comandante del Raggruppamento a Cavallo. Avendo Bergolo una sella da concorso, non era dotato di sciabola, e Manusardi caricò solo con il frustino, che oggi si trova - sfilacciato da quell'uso - al museo del "Savoia Cavalleria".
  7. ^ Magg. Alberto Litta Modignani Medaglia d'Oro al Valor Militare - alla memoria: "Cavaliere che aveva elevato a norma di vita ogni più duro ideale, esaudito nel suo ardente desideerio di ottenere un comando di truppa, trasfondeva nel gruppo squadroni ai suoi ordini la incrollabile fede che lo animava. In giornata di cruenta, violentissima battaglia, nella quale l'intero Reggimento era duramente impegnato, alla testa dei suoi cavalieri attaccava con indomito slancio il nemico in forze soverchianti. Caduti tutti i componenti il suo seguito, avuto ucciso il proprio cavallo e gravemente ferito egli stesso, con singolare valore si faceva rimettere in sella ad altro cavallo e proseguiva nell'epica carica. Stremato di forze, si abbatteva poi al suolo, ma trovava ancora l'energia per dare ai suoi cavalieri, sciabola alla mano, l'ultimo obiettivo d'attacco e di dirigere il fuoco di un gruppo di appiedati. Una raffica nemica lo colpiva al cuore nel momento in cui le ultime resistenze avversarie cedevano sotto l'impeto degli squadroni, da lui superbamente preparati e guidati. Pura ed espressiva figura di soldato italiano, che indissolubilmente lega all'antico stendardo del Reggimento il proprio nobilissimo nome". quota 213,5 di Jsbuschenskiy - fronte russo, 24 agosto 1942.
  8. ^ Sten. Emilio Ragazzi Medaglia d'Argento al Valor Militare - alla memoria:"Benché assegnato ad un servizio di retrovia, chiedeva ed otteneva di essere destinato ad un reparto operante. Aiutante maggiore di un gruppo di squadroni, con magnifico slancio si offriva per effettuare le più rischiose imprese. In una giornata di epica lotta, mentre i reparti del gruppo erano duramente impegnati, si lanciava tra i primi cavalieri di uno squadrone in una carica decisiva contro i difensori di una munita posizione. Colpito mortalmente, immolava la vita per la Patria" (quota 213,5 di Jsbuschenskij (fronte russo), 24 agosto 1942.
  9. ^ Lami 1970, p. 257

Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Lucio Lami, Isbuscenskij, l'ultima carica, Mursia, Milano, 1970. ISBN 9788842547419
  • Arrigo Petacco, L'Armata scomparsa, Milano, Mondadori, 2013, ISBN 978-88-04-59587-8.
  • Giorgio Vitali, Trotto, galoppo...caricat! - storia del Raggruppamento truppe a cavallo. Russia 1942-1943, Mursia, Milano, 1985

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]