Careri

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Careri
comune
Careri – Stemma Careri – Bandiera
Dati amministrativi
Stato bandiera Italia
Regione Calabria – stemma Calabria
Provincia Reggio Calabria – stemma Reggio Calabria
Sindaco Commissario straordinario ex artt. 143-144 d.lgs. 267/2000:dott.ssa Adele Maio - viceprefetto; dott. Andrea Nino Caputo - viceprefetto aggiunto; dott.ssa Maria Cacciola - funzionario economico finanziario. dal 15 Febbraio 2012
Territorio
Coordinate 38°11′0″N 16°7′0″E / 38.18333°N 16.11667°E / 38.18333; 16.11667 (Careri)Coordinate: 38°11′0″N 16°7′0″E / 38.18333°N 16.11667°E / 38.18333; 16.11667 (Careri)
Altitudine 320 m s.l.m.
Superficie 38 km²
Abitanti 2 354[1] (30-06-2011)
Densità 61,95 ab./km²
Frazioni Natile
Comuni confinanti Benestare, Platì, San Luca, Santa Cristina d'Aspromonte
Altre informazioni
Cod. postale 89030
Prefisso 0964
Fuso orario UTC+1
Codice ISTAT 080023
Cod. catastale B766
Targa RC
Cl. sismica zona 1 (sismicità alta)
Localizzazione
Careri è posizionata in Italia
Careri
Posizione del comune di Careri all'interno della provincia di Reggio Calabria
Posizione del comune di Careri all'interno della provincia di Reggio Calabria
Sito istituzionale

Careri è un comune italiano di 2.354 abitanti della provincia di Reggio Calabria, in Calabria.

Indice

[modifica] Personalità legate a Careri

[modifica] Evoluzione demografica

Abitanti censiti

[modifica] Il luogo

Careri trae origine dall'antica Pandore, distrutta da terribili scosse sismiche, gli abitanti della fastosa Città cercarono un luogo più sicuro e vicino all'antico centro per edificare ex novo la loro cittadina. Attualmente esistono tre centri abitati, Careri che si erge su una collina di 320 m di altitudine dal mar Jonio, incastonato nello splendido Parco Nazionale dell’Aspromonte. Il visitatore troverà a Careri un ambiente particolare tipico dei nostri borghi con vicoletti e stradine caratteristiche, una comunità che mantiene vive le tradizioni culturali, organizzando nei periodi estivi sagre dei prodotti tipici locali, mostre sugli antichi mestieri, ma soprattutto la festa del suo Santo Patrono S.Antonio il 13 Giugno. Dal Belvedere si potrà godere una suggestiva cornice panoramica in cui si potrà scorgere l'affascinante megalite "Pietra Cappa", del massiccio Aspromontano, metà di numerosi visitatori. Oltre ai ruderi dell'antica Pandore consigliamo una visita presso la chiesa Matrice del 1580, le Terme di Stranuso antico complesso termale del 1400 ed i vari percorsi Aspromontani.

[modifica] Personaggi storici

Francesco La Cava

UNO SCIENZIATO UMANISTA CALABRESE DEL PRIMO NOVECENTO

Francesco La Cava è nato a Careri il 26 maggio 1877. Grazie all'interessamento dello zio, arciprete di Careri, entra in convinto a Gerace, dove studia proficuamente; per il liceo si sposterà a Messina, al Maurolico, dove venivano accolti i migliori studenti. A diciotto anni è già diplomato e pronto ad iscriversi all’Università di Napoli, in Medicina. Conseguita la laurea (1902) e prestato servizio militare a Firenze, come ufficiale medico nei bersaglieri, obbedisce al padre e torna in Calabria per essere più vicino e di sostegno alla famiglia. Accetta quella che appare la più modesta tra le possibilità di lavoro che si affacciavano alla sua vita: la condotta rurale a Bovalino Marina, che gli offrirà quelle occasioni mediche che costituiranno il volano del suo viaggio di ricercatore.Notevoli erano allora le difficoltà nell’esercitare la professione medica. Inesistenti le strutture ospedaliere, il medico doveva fare di tutto: all’occorrenza, anche le operazioni chirurgiche. Tra il 1910 e il 1914 il La Cava lavorò intensamente: ebbe la ventura di scoprire tra i suoi pazienti alcuni casi di Bottone d’Oriente (manifestazione cutanea della Leishmaniosi), la tipica malattia tropicale, conosciuta nel popolo come “coccio calloso”. Definita anche Bottone d’Aleppo, la malattia si manifestava sulle parti esterne del corpo, soprattutto sul viso. Si presentava come una papula callosa, rotondeggiante, con ulcerazione centrale.Il prof. Umberto Gabbi era il suo punto di riferimento. Le sue comunicazioni di quegli anni a vari convegni di medicina riferivano inoltre, in poche pagine chiare e precise (era solito ripetere: “Mai dire con venti ciò che si può dire con dieci parole”), altri casi di Leishmaniosi umane riscontrate: quella delle mucose e quella interna o viscerale o Kala–azar; tutte in soggetti che non si erano mai mossi dal loro paese. Constatando che l’endemicità di tali malattie esotiche non era regola fissa. Il La Cava quindi forniva le prove che la Leishmaniosi, nelle sue tre manifestazioni (cutanea, muco–cutanea, viscerale), poteva sorgere e progredire autonomamente anche in Occidente. Altre malattie tropicali da lui registrate a Bovalino, in quegli anni di intenso lavoro, sono: la Febbre Dengue (temperatura corporea altissima, dolori in tutto il corpo, deperimento organico, disturbi gastroenterici); la Febbre dei tre giorni (cefalea, dolori alle ginocchia, tre giorni di durata); la Febbre di Malta (anemia, dolori muscolari, deperimento, 2-3 settimane di durata); la Miasi oculare (fuoriuscita dall’angolo esterno dell’occhio di piccoli vermi, cioè larve di mosche); l’Ulcera tropicale (interessa gli arti inferiori: ha inizio con piccole escoriazioni, che poi si ingrandiscono in ulcerazioni che possono raggiungere la dimensione del palmo di una mano). Curò inoltre, pionieristicamente, due casi di dissenteria da amebe con il cloridrato di emetina. Egli sapeva di esperimenti già eseguiti da suoi illustri colleghi: E.B. Vedder per primo aveva potuto constatare l’effetto deleterio dell’emebina sopra una cultura di amebe; Leonard Rogers aveva sperimentato che soluzioni di sali di emetina avevano la capacità di uccidere rapidamente le amebe contenute in feci dissenteriche. Quindi approfondisce le sue conoscenze leggendo trattati di farmacologia. Allora in Italia era impossibile trovare il farmaco e il La Cava lo chiede allo stesso Rogers, che glielo manda da Calcutta. Fu il primo in Europa ad usarlo per curare la dissenteria. A dicembre del 1914 viene richiamato alle armi. Per alcuni mesi presta servizio a Gerace, poi a maggio del1915 parte per il fronte. Alla fine del 1917, promosso maggiore, viene trasferito a Roma come direttore dell’ospedale di riserva “ Aurelio Saffi “. Stabilitosi nella capitale, il primo pensiero è quello di far venire su la famiglia, e si stabilisce in una piccola casa d’affitto. Le ricerche effettuate e la professione non esauriscono i suoi interessi di uomo aperto al sapere. Nel 1923 scopre per primo, dopo quattrocento anni, che, nel Giudizio Universale della Cappella Sistina, Michelangelo si era raffigurato nella pelle di San Bartolomeo. Tenne per sé il segreto per due anni: lo comunicò al mondo con un pregevole libro, Il volto di Michelangelo scoperto nel Giudizio Finale. Un dramma psicologico in un ritratto simbolico, pubblicato dalla Zanichelli di Bologna, nel 1925, in occasione del 450º anniversario della nascita del Grande. Nella parte centrale dell’affresco, San Bartolomeo, che secondo la tradizione è stato scorticato vivo, seduto su una nuvola, mostra, tenendola con la mano sinistra, la sua pelle pesantemente pendula: tra le grinze della stessa, là dove doveva esserci il volto del Santo, appare l’autoritratto di Michelangelo. Un autoritratto simbolico: la pelle assurge a metafora di sofferenza, di accuse infamanti, di profonda inquietudine; e Michelangelo ha voluto effigiarvisi come per denunciare al mondo quanto aveva sofferto, quanto era stato perseguitato, quante infamie aveva subìto, quanti tormenti lo avevano afflitto. Nel 1930, quando ormai la sua fede aveva raggiunto solida certezza, pubblica un primo studio scientifico–religioso su “Rinascenza medica”, Era Gesù Cristo affetto da pleurite? Meccanismo della morte per crocifissone, che costituirà premessa ad un libro suo del 1953, La passione e la morte di N.S. Gesù Cristo illustrate dalla scienza medica. Egli ricava i dati clinici, che gli permettono di esaminare il caso, esclusivamente dal Vangelo. E precisamente dalle parole di Giovanni, testimone oculare della morte del Maestro; per usarle come identificazione di un reperto necroscopico: il colpo di lancia di Longino sul fianco destro di Gesù già morto. Colpo, che provoca la fuoriuscita di sangue e di acqua, distintamente: prima il sangue e poi l’acqua. La Cava, confutando la tesi di diversi studiosi, spiega che il prolungato atteggiamento inspiratorio del cruciarius aveva portato la grande vena azygos, dalla parte destra, ad inturgidirsi di sangue; così come le altre vene endotoraciche; la cui pressione aveva provocato la trasudazione di siero e il formarsi dell’idrotorace. Il sangue, scuro, proviene quindi dalla vena colma; l’acqua, ben distinta, dall’idrotorace da stasi del cavo pleurico. Gli interessi del medico perlustrarono anche il campo della filologia, della teologia e dell’esegesi. Nel 1934 pubblica “Ut videntes non videant”, che ha per sottotitolo Il motivo e lo scopo delle parabole nel Vangelo. È una lucida analisi delle interpretazioni controverse del passo di Luca in cui Gesù Cristo spiega ai discepoli «la ragione per cui Egli, parlando alla turba, adopera le parabole: “Ut videntes non videant, et audientes non intelligant”». 7d1430È del 1944 Sulla Comunione Eucaristica attraverso la fistola gastrica, un suo studio medico-esegetico tendente a dimostrare la validità della Comunione Eucaristica, quando si somministra l’ostia attraverso fistola gastrica a quegli infermi impossibilitati ad ingerirla per via orale. La vita di Francesco La Cava si concluse domenica 25 maggio 1958, per collasso cardiaco, mentre, accompagnato dal figlio Virgilio, si accingeva a compiere il suo dovere di elettore a Roma. Careri, il luogo dove aveva lasciato un ricordo indelebile per la sua attività, si preparò ad accogliere degnamente le sue spoglie, che giunsero insieme a quelle della moglie, nel novembre 1958. Il piccolo paese deve Francesco La Cava nacque e trascorse la prima giovinezza, gli rese omaggio intitolando al suo nome la piazza principale e la Scuola media.


La città di Roma ne celebrò lo scorso anno il centenario della nascita con solenni manifestazioni. Sua ultima dimora, il cimitero di Careri.

Francesco Perri

Nasce il 15 luglio 1885 a Careri (R.C.), primogenito di una famiglia di agricoltori. Il padre Vincenzo concilia il lavoro nei propri fonderelli con quello di speziale del paese; assiste in chiesa come organista e cantore; accompagna il medico nella visita agli ammalati, che restano alle sue cure nei giorni di assenza del medico, residente in altro paese; La madre, Teresa Sciplini, figlia di agricoltori, è una donna di casa.

Dopo la morte del padre Vincenzo, di professione farmacista, i suoi familiari si trovarono in condizioni economiche difficili; a costo di grandi sacrifici, la madre, Teresa Sciplini, lo fece studiare presso il seminario vescovile di Gerace.

Interruppe gli studi nel 1904 per lavorare come istitutore in un orfanotrofio di Reggio Calabria. Nel 1908 si tasferì a Fossano, in Piemonte, dopo aver vinto un corcorso pubblico nell'amministrazione delle Poste. Durante il suo soggiorno a Fossano riprese gli studi e pubblicò, con lo pseudonimo di Ferruccio Pandora, il suo primo libro di poesie, Primi canti (1910). Nel 1914 si laureò in legge all'Università di Torino; si iscrisse successivamente alla facoltà di lettere all'Università di Pavia, ma interruppe nuovamente gli studi per lo scoppio della prima guerra mondiale. Nel 1915 si sposò con Francesca Olocco e l'anno seguente partì per la guerra come volontario. Alla sua esperienza sul fronte è legato il poemetto La rapsodia di Caporetto (1919).

Nel 1921 ottenne il trasferimento in Calabria e, nella sua terra natale, partecipò alla vita politica come pubblicista su posizioni republicane e antifasciste. Si batté per la concessione delle terre demaniali della Sila ai contadini, e per la sua attività subì un processo intentatogli da alcuni latifondisti terrieri. Nel 1924 pubblicò a puntate un romanzo, I conquistatori, avverso al regime fascista; pubblicato in volume nel 1925, l'opera provocò la reazione violenta dei fascisti per cui il volume venne dato pubblicamente alle fiamme e Francesco Perri venne licenziato dall'amministrazione pubblica. Privo di risorse finanziarie, Perri si trasferì con i familiari a Milano, dove rimase fino alla Liberazione. vivendo a stento di collaborazioni editoriali (per es., con la casa editrice UTET per la collana La Scala d'oro), dedicandosi all'attività di narratore popolare (scrisse libri per ragazzi e romanzi rosa). Nel 1928 vinse tuttavia il premio Mondadori con il romanzo Emigranti.

Nel 1945 diresse a Genova il quotidiano "Il Tribuno del popolo", di orientamento repubblicano, e l'anno successivo a Roma "La voce repubblicana", organo del PRI. Riassunto dall'amministrazione postale, abbandonò l'attività politica e si trasferì dapprima a Pegli e successivamente a Pavia, dove rimase fino alla morte.

[modifica] Detti

Detto: "Cù ndavi mugghjeri bella sempri canta, cù 'ndavi dinari pochi sempri cunta"

Traduzione: Chi ha la moglie bella sempre canta, chi ha pochi soldi sempre conta

Detto: "Cu simina cogghji"

Traduzione: "Chi semina raccoglierà"

Detto: "Porci e figghioli, coma i mpari i trovi"

Traduzione: "Maiali e figli, come li tiri su, così li troverai"

[modifica] Amministrazione

Sindaco: Commissario straordinario ex artt. 143-144 d.lgs. 267/2000:dott.ssa Adele Maio - viceprefetto; dott. Andrea Nino Caputo - viceprefetto aggiunto; dott.ssa Maria Cacciola - funzionario economico finanziario. dal 15 Febbraio 2012

[modifica] Note

  1. ^ Dato Istat - Popolazione residente al 30 giugno 2011.
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