Il Canto degli Italiani

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Il Canto degli Italiani
Artista AA.VV.
Autore/i Goffredo Mameli (testo), Michele Novaro (musica)
Genere Inno nazionale
Data 1847
Campione audio
Il Canto degli Italiani

Il Canto degli Italiani[1][2][3], conosciuto anche come Fratelli d'Italia[4], Inno di Mameli, Canto nazionale o Inno d'Italia, è un canto risorgimentale scritto da Goffredo Mameli e musicato da Michele Novaro nel 1847, inno nazionale de facto della Repubblica Italiana, sancito implicitamente dalla legge n° 222 del 23 novembre 2012, che ne prescrive l'insegnamento nelle scuole, così come per gli altri simboli patri italiani[5][6]. Il brano, un 4/4 in si bemolle[7], è costituito da cinque strofe e da un ritornello che viene cantato alla fine di ogni strofa.

L'inno fu molto popolare durante il Risorgimento e nei decenni seguenti[1], sebbene dopo l'unità d'Italia (1861) come inno del Regno d'Italia sia stata scelta la Marcia Reale, che era il canto ufficiale di Casa Savoia. Il Canto degli Italiani era infatti considerato troppo poco conservatore rispetto alla situazione politica dell'epoca: l'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro, di chiara connotazione repubblicana e giacobina[8], mal si conciliava con l'esito del Risorgimento, che fu decisamente moderato e di stampo monarchico[9].

Dopo la seconda guerra mondiale l'Italia diventò una repubblica e il Canto degli Italiani fu scelto, il 12 ottobre 1946, come inno nazionale provvisorio, ruolo che ha formalmente conservato anche in seguito[1]. Nei decenni si sono susseguite varie iniziative parlamentari per renderlo inno nazionale ufficiale, ma senza che si giungesse ad una modifica costituzionale oppure alla promulgazione di una legge ad hoc che desse al Canto degli Italiani lo status di inno de iure della Repubblica Italiana[10].

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Goffredo Mameli (1827-1849), l'autore del testo
Goffredo Mameli (1827-1849), l'autore del testo
Michele Novaro (1818-1885), l'autore della musica
Michele Novaro (1818-1885), l'autore della musica

Le origini e il debutto[modifica | modifica wikitesto]

Il Santuario della Nostra Signora di Loreto di Oregina, davanti al quale fece il suo debutto il Canto degli Italiani
Prima copia stampata dell'Inno su foglio volante dalla tipografia Casamara a Genova e distribuito il 10 dicembre a coloro che presero parte al corteo in Oregina. Mameli aggiunse a penna l'ultima strofa del suo inno, censurata perché giudicata troppo antiaustriaca

Il testo del Canto degli Italiani fu scritto l'8 settembre 1847 secondo Giosuè Carducci[11], il 10 settembre dello stesso anno secondo Rinaldo Caddeo[12], dal genovese Goffredo Mameli, allora giovane studente e fervente patriota, in un contesto storico caratterizzato da quel patriottismo diffuso che già preannunciava la prima guerra di indipendenza[1], in seguito ad un primo moto di Genova, per le riforme e la guardia civica[11]. Mameli, sostenitore della libertà, della fratellanza e del rispetto[13], per scrivere il testo del Canto degli Italiani si ispirò all'inno nazionale francese, La Marsigliese[14].

Dopo aver scartato l'idea di adattarlo a musiche già esistenti[15], il 10 novembre[16] dello stesso anno Mameli inviò il testo dell'inno a Torino nella casa del patriota Lorenzo Valerio, dove si trovava anche il maestro genovese Michele Novaro[12]. Questi ne fu subito conquistato e, il 24 novembre 1847, decise di musicarlo[12]. Così Anton Giulio Barrili, patriota e poeta, ricordò nell'aprile 1875, durante una commemorazione di Mameli, le parole di Michele Novaro sulla nascita della musica del Canto degli Italiani[1]:

« [...] Mi posi al cembalo, coi versi di Goffredo sul leggio, e strimpellavo, assassinavo colle dita convulse quel povero strumento, sempre cogli occhi all'inno, mettendo giù frasi melodiche, l'un sull'altra, ma lungi le mille miglia dall'idea che potessero adattarsi a quelle parole. Mi alzai scontento di me; mi trattenni ancora un po' in casa Valerio, ma sempre con quei versi davanti agli occhi della mente. Vidi che non c'era rimedio, presi congedo e corsi a casa. Là, senza neppure levarmi il cappello, mi buttai al pianoforte. Mi tornò alla memoria il motivo strimpellato in casa Valerio: lo scrissi su d'un foglio di carta, il primo che mi venne alle mani: nella mia agitazione rovesciai la lucerna sul cembalo e, per conseguenza, anche sul povero foglio; fu questo l'originale dell'inno Fratelli d'Italia [...] »
(Michele Novaro)

In origine era presente, nella prima versione del Canto degli Italiani, una sesta e ultima strofa. La prima versione comprendeva una strofa dedicata alle donne italiane che chiudeva il componimento[17]. La strofa, eliminata dallo stesso Mameli prima del debutto ufficiale dell'inno, recitava "Tessete o fanciulle / bandiere e coccarde / fan l'alme gagliarde / l'invito d'amor"[17][18].

Una seconda versione del Canto degli Italiani comprendente una sesta strofa recitava, dopo la strofa dedicata all'Impero austriaco in decadenza: "Evviva l'Italia / Dal sonno s'è desta / Dell'elmo di Scipio / S'è cinta la testa / Dov'è la vittoria? / Le porga la chioma / Ché schiava di Roma / Iddio la creò."[19].

L'inno debuttò il 10 dicembre 1847 a Genova[17], quando sul piazzale del Santuario della Nostra Signora di Loreto del quartiere di Oregina fu presentato alla cittadinanza in occasione del centenario della rivolta del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca; nell'occasione, venne suonato dalla Filarmonica Sestrese, all'epoca banda municipale di Sestri Ponente, davanti a parte di quei 30.000 patrioti provenienti da tutta Italia che erano convenuti a Genova per la manifestazione[15].

Vi fu forse una precedente esecuzione pubblica, di cui si è persa la documentazione originale, da parte della Filarmonica Voltrese fondata da Nicola Mameli, fratello di Goffredo[20].

Essendo il suo autore notoriamente mazziniano, il brano venne proibito dalla polizia sabauda fino al marzo 1848: la sua esecuzione venne vietata anche dalla polizia austriaca, che perseguì pure la sua interpretazione canora - considerata reato politico - sino alla fine della prima guerra mondiale[21].

I manoscritti autografi giunti sino al XXI secolo sono due; il primo, quello originale legato alla prima stesura, si trova presso l'Istituto mazziniano di Genova;[22] il secondo, quello spedito da Mameli il 10 novembre 1847 a Novaro, è invece conservato al Museo del Risorgimento di Torino[16]. Il manoscritto autografo che Michele Novaro inviò all'editore Francesco Lucca si trova invece presso l'Archivio Storico Ricordi[23].

Dai moti del 1848 all'impresa dei Mille[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Garibaldi

Quando debuttò il Canto degli Italiani, mancavano pochi mesi ai moti del 1848. Poco prima della promulgazione dello Statuto Albertino, era stata abrogata una legge coercitiva che vietava gli assembramenti formati da più di dieci persone[15]. Da questo momento in poi, il Canto degli Italiani conobbe un crescente successo anche grazie alla sua orecchiabilità, che ne facilitò la diffusione tra la popolazione[15].

Con il passare del tempo, l'inno fu sempre più diffuso e venne cantato quasi in ogni manifestazione, diventando uno dei simboli del Risorgimento[24]. Durante le cinque giornate di Milano (1848), gli insorti lo intonarono frequentemente[9][15][11]. Il brano musicale scritto da Mameli e musicato da Novaro fu anche cantato diffusamente in occasione dei festeggiamenti per la promulgazione dello Statuto Albertino (1848) da parte di Carlo Alberto di Savoia[25]. Anche la breve esperienza della Repubblica Romana (1849) ebbe, tra gli inni più intonati dai volontari[26], il Canto degli Italiani[27], con Giuseppe Garibaldi che fu solito canticchiarlo e fischiettarlo durante la difesa di Roma e la fuga verso Venezia[12].

Quando il Canto degli Italiani diventò popolare, le autorità sabaude censurarono la quinta e ultima strofa[1], estremamente dura con gli Austriaci. Dopo la dichiarazione di guerra all'Austria e l'inizio della prima guerra d'indipendenza (1848-1849)[9], i soldati e le bande militari sabaude lo eseguivano così frequentemente, che re Carlo Alberto fu costretto a ritirare ogni censura[28]. L'inno era infatti diffusissimo, soprattutto tra le fila dei volontari repubblicani[29]. Durante la prima guerra d'indipendenza, oltre al Canto degli Italiani, era molto diffuso, tra le truppe sabaude, il canto risorgimentale Addio mia bella addio[30].

Il Canto degli Italiani fu uno dei brani musicali più popolari anche durante la seconda guerra d'indipendenza (1859)[9], questa volta insieme al canto risorgimentale La bella Gigogin[30]. L'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro fu uno dei canti più intonati anche durante la spedizione dei Mille (1860), con la quale Giuseppe Garibaldi conquistò il Regno delle Due Sicilie[9][31][32]. Durante questa spedizione, un altro canto diffuso tra i garibaldini fu L'inno di Garibaldi[33]. A Quarto i due brani vennero spesso cantati anche da Garibaldi e da i suoi fedelissimi[34].

Dall'Unità d'Italia alla prima guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Verdi

Dopo l'Unità d'Italia (1861), come inno nazionale, fu però scelta la Marcia Reale.[32] Questa decisione, come già accennato, fu presa perché il Canto degli Italiani, che aveva connotati repubblicani, giacobini[8] e troppo poco conservatori, mal si conciliava con l'esito del Risorgimento, che fu decisamente moderato e di stampo monarchico[9]. I riferimenti al credo repubblicano di Mameli (che era infatti mazziniano), erano però più di carattere storico che politico[9]. Di contro, il Canto degli Italiani era malvisto anche dagli ambienti socialisti e anarchici, che lo consideravano invece all'opposto, cioè troppo reazionario[9].

Nel 1862 Giuseppe Verdi, nel suo Inno delle Nazioni, composto per l'Esposizione Universale di Londra, affidò al Canto degli Italiani (e non alla Marcia Reale) la funzione di rappresentare l'Italia[1][35]: quindi non tutti gli italiani individuavano nella Marcia Reale l'inno che esprimeva meglio il sentimento di unità nazionale[9][35]. Di conseguenza, il Canto degli Italiani, in questa occasione, fu suonato insieme a God Save the Queen e alla Marsigliese[1][9][35][32]. Anche il patriota e politico Giuseppe Massari, che divenne in seguito uno dei più importanti biografi di Cavour, prediligeva, come canto rappresentativo dell'Unità nazionale, il Canto degli Italiani[35].

Il Canto degli Italiani fu uno dei canti più comuni anche durante la terza guerra d'indipendenza (1866)[9]. Anche l'ultima tappa del Risorgimento, la presa di Roma del 20 settembre 1870, fu accompagnata da cori che lo intonavano insieme alla Bella Gigogin e alla più istituzionale Marcia Reale[28][36][32]. Anche dopo la fine del Risorgimento, il Canto degli Italiani, che era insegnato nelle scuole, restò molto popolare tra gli italiani[37]. Ad esso, però, si affiancarono altri brani musicali che erano collegati alla situazione politica e sociale dell'epoca come - ad esempio - l'Inno dei lavoratori oppure Addio a Lugano[38].

L'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro ebbe successo anche durante la guerra italo-turca (1911-1912), dove si affiancò a A Tripoli[39], e nelle trincee la prima guerra mondiale (1915-1918): l'irredentismo che la caratterizzava trovò infatti un simbolo nel Canto degli Italiani, sebbene negli anni seguenti all'ultimo contesto bellico citato gli venivano preferiti, in ambito patriottico, brani musicali di maggiore stampo militare come La canzone del Piave, la Canzone del Grappa o Le campane di San Giusto[9]. Poco dopo l'entrata in guerra dell'Italia nel primo conflitto mondiale, il 25 luglio 1915, Arturo Toscanini eseguì il Canto degli Italiani durante una manifestazione interventista[40].

Durante il fascismo[modifica | modifica wikitesto]

Il simbolo dell'organizzazione antifascista Arditi del Popolo: una scure che rompe il fascio littorio

Dopo la marcia su Roma (1922) assunsero grande importanza i canti prettamente fascisti come Giovinezza, venendo diffusi e pubblicizzati molto capillarmente, oltreché insegnati nelle scuole, pur non essendo inni ufficiali[41].

Nel 1932 il segretario del Partito Nazionale Fascista Achille Starace decise di proibire i brani musicali che non inneggiassero a Benito Mussolini e, più in generale, quelli non legati direttamente al fascismo[42]. La direttiva di Starace recitava che[43]:

« [...] Vieto in modo assoluto che si cantino canzoni o ritornelli che non siano quelli della Rivoluzione e che contengano riferimenti a chiunque non sia il DUCE [...] »
(Achille Starace)

Vennero così vietati i brani giudicati sovversivi, cioè quelli di stampo anarchico o socialista, come l'Inno dei lavoratori o L'Internazionale, e gli inni ufficiali delle nazioni straniere non simpatizzanti col fascismo, come La Marsigliese[43]. Dopo la firma dei Patti Lateranensi tra il Regno d'Italia e la Santa Sede (1929), furono vietati anche i brani anticlericali[43]. I canti risorgimentali furono comunque tollerati[9][43]: al Canto degli Italiani, che era vietato nelle cerimonie ufficiali, fu concessa una certa tolleranza solo in occasioni particolari[43].

Nello spirito di questa direttiva, vennero incoraggiati, ad esempio, canti come l'inno nazista Horst-Wessel-Lied e il canto franchista Cara al sol, trattandosi di brani musicali ufficiali di regimi affini a quello guidato da Benito Mussolini[43]. Diversamente, alcuni brani furono ridimensionati, come La canzone del Piave, cantata quasi esclusivamente durante le commemorazioni dell'anniversario della Vittoria ogni 4 novembre[44].

Il Canto degli Italiani, in questo contesto, ebbe un buon successo negli ambienti antifascisti[44], dove si affiancò alle canzoni partigiane Fischia il vento e Bella ciao[9][45].

Nella seconda guerra mondiale[modifica | modifica wikitesto]

Il Canto degli Italiani ricordato insieme al Risorgimento su un manifesto propagandistico della Repubblica Sociale Italiana

Durante la seconda guerra mondiale, vennero diffusi, anche per radio, brani fascisti redatti da musicisti di regime: furono quindi pochissimi i canti nati spontaneamente tra la popolazione[46]. Negli anni del secondo conflitto bellico, erano comuni brani come A primavera viene il bello, Battaglioni M, Vincere! e Camerata Richard, mentre, tra i canti nati spontaneamente, il più famoso fu Il ponte di Perati[47].

Dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, il governo italiano adottò provvisoriamente come inno nazionale, in sostituzione della Marcia Reale, La canzone del Piave[9][48][49]: la monarchia italiana era infatti stata messa in discussione per aver consentito l'instaurarsi della dittatura fascista[9]; richiamando la vittoria italiana nella prima guerra mondiale, poteva infondere coraggio e speranza alle truppe del Regio Esercito che combattevano i repubblichini ed i nazisti[50].

In questo contesto, l'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro, insieme agli altri canti risorgimentali ed alle canzoni partigiane, tornò a riecheggiare nell'Italia meridionale liberata dagli Alleati e nelle zone controllate dai partigiani a Nord del fronte di guerra[45].

Spesso il Canto degli Italiani viene erroneamente indicato come l'inno nazionale della Repubblica Sociale Italiana di Benito Mussolini. Tuttavia è documentata la mancanza di un inno nazionale ufficiale della Repubblica di Mussolini; nelle cerimonie veniva infatti eseguito il Canto degli Italiani oppure Giovinezza[51].

Il Canto degli Italiani e - più in generale - le tematiche risorgimentali furono utilizzate dalla Repubblica di Mussolini per soli fini propagandistici.

Dalla fine della guerra alla sua adozione a inno nazionale provvisorio[modifica | modifica wikitesto]

Nel 1945, a guerra terminata, Arturo Toscanini diresse a Londra l'esecuzione dell'Inno delle Nazioni composto da Verdi nel 1862 e comprendente anche il Canto degli Italiani[1][32]. Come inno nazionale provvisorio, anche dopo la nascita della Repubblica italiana, fu però temporaneamente confermata La canzone del Piave.

Per la scelta dell'inno nazionale si aprì un dibattito che individuò, tra le opzioni possibili: Va, pensiero dal Nabucco di Giuseppe Verdi, la stesura di un brano musicale completamente nuovo, il Canto degli italiani e la conferma de La canzone del Piave[52]. La classe politica dell'epoca approvò poi la proposta del Ministro della guerra Cipriano Facchinetti, che prevedeva l'adozione del Canto degli italiani come inno provvisorio dello Stato[52].

Cipriano Facchinetti

La canzone del Piave ebbe quindi la funzione di inno nazionale della Repubblica Italiana fino al Consiglio dei Ministri del 12 ottobre 1946, quando Cipriano Facchinetti (di credo politico repubblicano), comunicò ufficialmente che durante il giuramento delle Forze Armate del 4 novembre, quale inno provvisorio, si sarebbe adottato il Canto degli Italiani[53]. Il comunicato stampa recitava che[54]:

« [...] Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l'inno di Mameli [...] »
(Cipriano Facchinetti)

Facchinetti dichiarò, altresì, che si sarebbe proposto uno schema di decreto che avrebbe confermato il Canto degli Italiani inno nazionale provvisorio della neonata Repubblica, intenzione che, però, non ebbe seguito[55][56][57].

Facchinetti propose di ufficializzare il Canto degli Italiani nella Costituzione, in preparazione proprio in quel momento, ma senza esito[52]. La Costituzione, entrata in vigore nel 1948, sancì infatti l'uso del Tricolore come bandiera nazionale, ma non stabilì quale sarebbe stato l'inno, e nemmeno il simbolo della Repubblica, che fu poi adottato con decreto legislativo datato 5 maggio 1948[58]. L'emblema fu scelto dopo due concorsi a cui parteciparono, complessivamente, 800 loghi realizzati da 500 artisti[58]. Risultò poi vincitore Paolo Paschetto col suo noto emblema[58].

Sebbene il Canto degli Italiani avesse avuto lo status di inno provvisorio, fu comunque stabilito un cerimoniale pubblico per la sua esecuzione, che è in vigore tuttora[59]. Durante la sua esecuzione, i militari devono presentare le armi, mentre gli ufficiali devono stare sull'attenti[59]. I civili, invece, devono ascoltarlo portando la mano destra sul cuore[59]. Nel 1970 è stato decretato l'obbligo, rimasto però quasi sempre sulla carta, di eseguire l'Ode alla gioia di Ludwig Van Beethoven, ossia l'inno ufficiale dell'Unione Europea, ogni qualvolta venga suonato il Canto degli italiani[59].

Il brano scritto da Mameli e musicato da Novaro ha poi avuto un grande successo tra gli emigranti italiani[60]. Spartiti del Canto degli Italiani si possono trovare in molti negozi delle varie Little Italy sparse nel mondo anglosassone insieme al Tricolore. L'inno nazionale italiano è spesso suonato in occasioni più o meno ufficiali in Nord e Sud America[60]: è stato la "colonna sonora" trainante le raccolte fondi organizzate nel secondo dopoguerra nelle Americhe, destinate alla popolazione italiana uscita devastata dal conflitto[61].

Le iniziative per renderlo inno nazionale ufficiale[modifica | modifica wikitesto]

La prima pagina della Costituzione italiana tratta da uno dei tre originali ora custodito nell'Archivio Storico della Presidenza della Repubblica italiana

Per decenni si è dibattuto a livello governativo e parlamentare sulla necessità di rendere il Canto degli Italiani inno ufficiale de iure della Repubblica Italiana, ma senza che si arrivasse mai all'approvazione di una legge o di una modifica costituzionale che sancisse lo stato di fatto riconosciuto peraltro anche in tutte le sedi istituzionali[1].

Nel 2006 è stato discusso nella Commissione affari costituzionali del Senato un disegno di legge, proposto nel 2002,[53] che prevedeva l'adozione di un disciplinare circa il testo, la musica e le modalità di esecuzione dell'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro[62]. Lo stesso anno, con la nuova legislatura, venne presentato al Senato un disegno di legge costituzionale che prevedeva la modifica dell'art.12 della Costituzione italiana con l'aggiunta del comma "L'inno della Repubblica è Fratelli d'Italia", ma senza esito[63][53].

Nel 2008, altre iniziative analoghe sono state adottate in sede parlamentare[64], peraltro senza mai portare a termine l'ufficializzazione del Canto degli Italiani nella Costituzione, che resta perciò ancora provvisorio e adottato ad interim[65][53].

Il 23 novembre 2012 è stata approvata una legge che prevede l'obbligo di insegnare il Canto degli Italiani, e gli altri simboli patri italiani, nelle scuole[5]. Tale norma prevede anche l'insegnamento del contesto storico in cui avvenne la stesura del brano musicale, con particolare attenzione alle premesse che portarono alla sua nascita[6].

Il significato del testo[modifica | modifica wikitesto]

Il ritornello[modifica | modifica wikitesto]

Insegna tipica della centuria, dove era indicato il numero della stessa all'interno della coorte

Nel Canto degli Italiani è presente un forte richiamo alla storia dell'antica Roma. Nel ritornello è infatti citata la coorte, un'unità militare dell'esercito romano corrispondente alla decima parte della legione[54].

Con "Stringiamci a coorte, siam pronti alla morte, l'Italia chiamò" si allude alla chiamata alle armi del popolo italiano con l'obiettivo di cacciare il dominatore straniero dal suolo nazionale e di unificare il Paese, all'epoca ancora diviso nei sette stati preunitari[1]. "Stringersi a coorte" significa infatti compattare le fila tenendosi pronti a combattere[66]. Mameli però non richiama la Roma imperiale, bensì la Repubblica romana, che si difese con coraggio dalle mire espansionistiche di Cartagine sulla penisola italiana[67].

Nel ritornello è presente, per questioni di metrica, il termine sincopato "Stringiamci" (senza la lettera "o") in luogo di "Stringiamoci"[68]. Michele Novaro, quando ricevette il manoscritto, aggiunse un "Sì!" alla fine del ritornello cantato dopo l'ultima strofa[69].

La prima strofa[modifica | modifica wikitesto]

Publio Cornelio Scipione, soprannominato "Scipione l'Africano" dopo la battaglia di Zama. Nel Canto degli Italiani è chiamato col nome latino di Scipio

Nel primo verso della prima strofa del Canto degli Italiani ("Fratelli d'Italia") è contenuto un richiamo al fatto che gli italiani appartengano ad un unico popolo e che siano, quindi, "fratelli"[57]. Dal primo verso originò poi uno dei nomi con cui è conosciuto, impropriamente, il Canto degli Italiani[70]. Nella versione originaria dell'inno il verso invece recitava "Evviva l'Italia": fu cambiato in "Fratelli d'Italia" da Michele Novaro[71].

L'esortazione agli italiani, intesi come "fratelli", a combattere per il proprio Paese si ritrova nel primo verso di molte poesie patriottiche risorgimentali: "Su, figli d'Italia! su, in armi! coraggio!" è infatti l'inizio di All'armi! all'armi! di Giovanni Berchet[72], mentre "Fratelli, all'armi, all'armi !" è il primo verso di All'armi! di Gabriele Rossetti[73]; "Fratelli, sorgete" è invece l'inizio dell'omonimo coro di Giuseppe Giusti[74]. Un canto popolare toscano, attribuito a Francesco Domenico Guerrazzi e inneggiante a papa Pio IX, aveva invece come primo verso "Su, fratelli ! D'un Uom la parola"[75].

Nella prima strofa del Canto degli Italiani viene anche citato il politico e militare romano Publio Cornelio Scipione (chiamato, nell'inno, col nome latino di Scipio) il quale, sconfiggendo il generale cartaginese Annibale nella battaglia di Zama (18 ottobre 202 a.C.)[1], concluse la seconda guerra punica liberando la penisola italiana dall'esercito cartaginese. Dopo questa battaglia, che fu combattuta a Zama, nei pressi di Cartagine, nell'odierna Tunisia, Publio Cornelio Scipione iniziò ad essere soprannominato "Scipione l'Africano". Secondo Mameli, l'elmo di Scipione è ora indossato dall'Italia ("Dell'elmo di Scipio s'è cinta la testa") pronta a combattere ("L'Italia s'è desta", cioè "si è svegliata") per liberarsi dal giogo straniero ed essere di nuovo unita[1]. L'esaltazione retorica della figura di Scipione sarà ripresa durante il fascismo con la produzione cinematografica Scipione l'Africano, uno dei colossal storici del tempo.

Sempre nella prima strofa, si fa accenno anche alla dea Vittoria ("Dov'è la Vittoria ?"), che per lungo tempo è stata strettamente legata all'antica Roma ("Ché schiava di Roma") per disegno di Dio ("Iddio la creò"), ma che ora si consacra alla nuova Italia porgendole i capelli per farseli tagliare ("Le porga la chioma") diventandone così "schiava"[1]. Questi versi fanno riferimento all'abitudine delle schiave dell'antica Roma di portare i capelli corti[66]. Le donne romane libere, invece, li portavano lunghi[66]. Per quanto riguarda "schiava di Roma", il senso è che l'antica Roma fece, con le sue conquiste, la dea Vittoria "sua schiava"[57]. Ora, però, secondo Mameli, la dea Vittoria è pronta ad "essere schiava" della nuova Italia nella serie di guerre che sono necessarie per cacciare lo straniero dal suolo nazionale e per unificare il Paese[1].

La seconda strofa[modifica | modifica wikitesto]

Giuseppe Mazzini

All'interno della seconda strofa si fa invece riferimento ad un desiderio: la speranza (chiamata, nell'inno, "speme") che l'Italia, ancora divisa negli stati preunitari e quindi da secoli spesso trattata come terra di conquista ("Noi siamo da secoli calpesti, derisi, perché non siam popolo, perché siam divisi"), si raccolga finalmente sotto un'unica bandiera fondendosi in una sola nazione ("Raccolgaci un'unica Bandiera, una speme: di fonderci insieme, già l'ora suonò")[1].

La terza strofa[modifica | modifica wikitesto]

La terza strofa, che è dedicata al pensiero politico di Giuseppe Mazzini, fondatore della Giovine Italia e della Giovine Europa, incita alla ricerca dell'unità nazionale con l'aiuto della Provvidenza e grazie alla partecipazione dell'intero popolo italiano finalmente unito in un intento comune ("Uniamoci, amiamoci, l'Unione, e l'amore, rivelano ai Popoli le vie del Signore; Giuriamo far libero, il suolo natìo: Uniti per Dio, chi vincer ci può?")[76]. L'espressione "per Dio" è un francesismo (fr. "par Dieu"): Mameli intende "da parte di Dio", "da Dio", ovvero con l'aiuto della Provvidenza[1].

I motti della Giovine Italia erano infatti "Unione, forza e libertà" e "Dio e popolo"[77]. Questo richiamo a Giuseppe Mazzini non fu casuale; Mameli era infatti un suo convinto seguace[1][9].

La quarta strofa[modifica | modifica wikitesto]

Nella quarta strofa sono inseriti riferimenti ad avvenimenti importanti legati alla secolare lotta degli italiani contro il dominatore straniero[78]: citando questi esempi, Mameli vuole infondere coraggio al popolo italiano spingendolo a cercare la rivincita[76].

La battaglia di Legnano in un dipinto di Massimo d'Azeglio

La quarta strofa inizia con un riferimento alla battaglia di Legnano (29 maggio 1176), che vide la Lega Lombarda vittoriosa sull'esercito imperiale di Federico Barbarossa ("Dall'Alpi a Sicilia dovunque è Legnano"). La battaglia di Legnano pose fine al tentativo di egemonizzazione dell'Italia Settentrionale da parte dell'imperatore tedesco[79]. Legnano, grazie alla storica battaglia, è l'unica città, oltre a Roma, ad essere citata nell'inno nazionale italiano[1].

I Vespri siciliani in una tela di Francesco Hayez

Nella stessa strofa è citato anche "Ferruccio"[1], ovvero Francesco Ferrucci (noto anche come "Francesco Ferruccio"[80]), l'eroico condottiero al servizio della Repubblica di Firenze che fu sconfitto[81][82] nella battaglia di Gavinana (3 agosto 1530) dall'imperatore Carlo V d'Asburgo durante l'assedio della città toscana ("Ogn'uom di Ferruccio ha il core, ha la mano"). Francesco Ferrucci - prigioniero, ferito e inerme - venne poi giustiziato da Fabrizio Maramaldo, un soldato di ventura italiano che combatteva per l'imperatore[1]. Prima di morire, Francesco Ferrucci rivolse con disprezzo a Maramaldo le celebri parole: "Vile, tu uccidi un uomo morto!"[1]. In seguito il sostantivo "maramaldo" verrà associato a termini quali "vile", "traditore" e "fellone".

Nella quarta strofa si fa anche cenno a Balilla[1] (soprannome di Giovan Battista Perasso), il giovane da cui originò, il 5 dicembre 1746, con il lancio di una pietra ad un ufficiale, la rivolta popolare del quartiere genovese di Portoria contro gli occupanti asburgici durante la guerra di successione austriaca ("I bimbi d'Italia si chiaman Balilla"). Questa rivolta portò poi alla liberazione della città ligure. Furono questi versi, probabilmente, a ispirare il nome dell'Opera nazionale balilla, cioè dell'ente istituito dal fascismo che inquadrava, tra i propri ranghi, i giovani italiani dai 6 ai 18 anni[3].

Stampa risorgimentale satirica dopo le cinque giornate di Milano: Meneghino uccide l'aquila bicipite austriaca esclamando: "Hai finito di beccarmi, regina del pollaio"

Nella stessa strofa si accenna anche ai Vespri siciliani[1], l'insurrezione avvenuta a Palermo nel 1282 che diede avvio a una serie di scontri chiamati "guerre del Vespro" ("Il suon d'ogni squilla i Vespri suonò"). Queste guerre portarono poi alla cacciata degli angioini dalla Sicilia. Per "ogni squilla" Mameli intende dire "ogni campana", facendo riferimento agli squilli di campane avvenuti il 30 marzo 1282 a Palermo, con i quali il popolo fu chiamato alla rivolta contro gli angioini dando così inizio ai Vespri siciliani[1]. Le campane che chiamarono il popolo all'insurrezione furono quelle del vespro, ossia quelle della preghiera del tramonto, da cui il nome della rivolta[83].

La quinta strofa[modifica | modifica wikitesto]

La quinta ed ultima strofa è invece dedicata all'Impero austriaco in decadenza. Nel testo si fa infatti riferimento alle truppe mercenarie asburgiche ("Le spade vendute"), di cui la monarchia asburgica faceva ampio uso[84]. Esse - secondo Mameli - sono "deboli come giunchi" ("Son giunchi che piegano") dato che, combattendo solo per denaro, non sono valorose come i soldati e i patrioti che si sacrificano per la propria nazione[1][83]. La presenza di queste truppe mercenarie, per Mameli, ha indebolito l'Impero austriaco[83].

Nella strofa si fa anche accenno all'Impero russo (nell'inno chiamato "il cosacco") che partecipò, insieme all'Impero austriaco ed al Regno di Prussia, alla fine del Settecento, alla spartizione della Polonia[1][76]. È quindi presente un richiamo ad un altro popolo oppresso dagli austriaci, quello polacco, che tra il febbraio e il marzo del 1846 fu oggetto di una violenta repressione ad opera dell'Austria e della Russia[1][76].

Con i versi "Già l'Aquila d'Austria le penne ha perdute. Il sangue d'Italia, il sangue Polacco, bevé, col cosacco, ma il cor le bruciò" Mameli intende quindi dire che il popolo italiano e quello polacco minano dall'interno, come conseguenza delle repressioni patite, l'Impero austriaco in decadenza per via delle truppe mercenarie che indebolivano l'esercito imperiale asburgico[1]. Il testo fa riferimento all'aquila bicipite, stemma rappresentativo della monarchia asburgica[57].

Questa menzione alla Polonia e alla sua lotta per l'indipendenza ha un riscontro incrociato nell'inno nazionale polacco, scritto nel 1797 a Reggio Emilia in epoca napoleonica, il cui ritornello cita l'Italia: "Marsz, marsz, Dąbrowski, z ziemi włoskiej do Polski" (ovvero "In marcia, Dąbrowski, dalla terra italiana alla Polonia")[85].

La quinta e ultima strofa del Canto degli Italiani, dai forti connotati politici, fu inizialmente censurata dal governo sabaudo per evitare attriti con l'Impero austriaco[1][57].

Le incisioni[modifica | modifica wikitesto]

Aiuto
Il Canto degli Italiani (info file)
Versione strumentale eseguita dalla Banda Centrale della Marina Militare Italiana

Il Canto degli italiani (info file)
Altra versione

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Il documento sonoro più antico conosciuto del Canto degli Italiani (disco a 78 giri per grammofono, 17 cm di diametro) è datato 1901 e venne inciso dalla Banda Municipale del Comune di Milano sotto la direzione del maestro Pio Nevi[86].

Una delle prime registrazioni dell'inno scritto da Mameli e musicato da Novaro fu quella del 9 giugno 1915, che venne eseguita dal cantante lirico e di musica napoletana Giuseppe Godono[87]. L'etichetta per cui il brano venne inciso fu la Phonotype di Napoli.

Un'altra antica incisione pervenuta è quella della Banda del Grammofono, registrata a Londra per la casa discografica His Master's Voice il 23 gennaio 1918[88].

Diritti d'autore e di noleggio[modifica | modifica wikitesto]

Testo autografo del Canto degli Italiani

I diritti d'autore sono già decaduti poiché l'opera è di pubblico dominio, essendo i due autori morti da più di 70 anni. Lo spartito del Canto degli Italiani è invece di proprietà della casa editrice Sonzogno[89].

Nel 2010, in seguito al clamore suscitato da una lettera inviata dal presidente del Consiglio comunale di Messina Giuseppe Previti all'attenzione del Presidente della Repubblica Italiana[90][91], la SIAE ha rinunciato alla riscossione diretta dei diritti di noleggio sugli spartiti musicali del Canto degli Italiani che sono dovuti alla casa editrice Sonzogno[92]. Quest'ultima, possedendo gli spartiti, è infatti l'editore musicale del brano[93].

La sua versione gospel[modifica | modifica wikitesto]

La cantautrice Elisa ne realizzò anche una versione gospel che avrebbe dovuto aprire le trasmissioni sportive Rai dedicate al campionato mondiale di calcio del 2002[94].

Questa versione, commissionata in precedenza dal comitato organizzatore delle Olimpiadi invernali di Torino e già eseguita durante la cerimonia di chiusura dei Giochi olimpici invernali precedenti, fu ritirata per le proteste di Maurizio Gasparri, all'epoca Ministro delle Comunicazioni del secondo governo Berlusconi[94].

Negli eventi[modifica | modifica wikitesto]

Giocatori della Nazionale italiana di calcio durante l'esecuzione del Canto degli Italiani prima di un incontro

In occasione di eventi istituzionali ufficiali, sono eseguite solamente le prime due strofe[54]. Per quanto riguarda gli eventi sportivi, come le corse motociclistiche ed automobilistiche, l'inno viene spesso tagliato, mentre negli altri sport, compreso il calcio[87], viene suonato integralmente. Ai mondiali di calcio del 1974 e del 1986, il Canto degli Italiani venne invece eseguito parzialmente, dall'introduzione strumentale al coro[87].

Critiche[modifica | modifica wikitesto]

Il Canto degli Italiani è stato spesso criticato, e spesso alcuni ne hanno ventilato la sostituzione, specie all'inizio degli anni novanta. Le critiche si appuntano in genere sulla bassa qualità musicale dell'inno, rilevandone un carattere di "marcetta" di poche pretese, e sul testo, che viene giudicato troppo retorico[95][32].

Per quanto riguarda la retorica del testo, va sicuramente considerato il periodo storico in cui cui fu scritto il Canto degli Italiani: la metà del XIX secolo era infatti caratterizzata da un modo esprimersi che era totalmente differente da quello utilizzato in tempi più recenti[14].

Roman Vlad

Non tutti concordano sulla mediocrità della musica scritta da Novaro[96]. Molti infatti la considerano tutt'altro che brutta e non inferiore a quella di molti altri inni nazionali[96]; inoltre bisogna sottolineare che nel periodo in cui fu composta non c'era la tranquillità psicologica necessaria per maturare un brano elaborato stilisticamente e la musica, per Novaro, aveva la funzione principale di fornire fluidità e scorrevolezza alle parole di Mameli[97]. Nel 1994 il compositore Roman Vlad, già sovrintendente della Scala di Milano, a un gruppo di giornalisti che gli avevano sottoposto l'idea di sostituire il Canto degli italiani con un brano più orecchiabile per rendere l'inno nazionale più popolare presso il pubblico giovanile, rispose che[96]:

« [...] No, questa è una proposta assurda. L'inno è così com'è, e non si può alterare. E poi non è vero che sia poco orecchiabile o che sia così brutto come si dice [...] »
(Roman Vlad)

aggiungendo poi che[98]:

« [...] È meglio la tradizione. L'attuale inno ha più valore, anche rispetto a qualche aria più bella o moderna. Se si cambia Fratelli d'Italia si indebolirebbe il suo effetto coagulante e unificante e, onestamente, in questo momento l'Italia non ha bisogno di indebolimenti. E poi, non dimentichiamo che "bandiera vecchia è onor di capitano" [...] »
(Roman Vlad)
La partitura del Canto degli Italiani

Molti altri sottolineano che la melodia sia inferiore a quella dell'inno nazionale tedesco di Joseph Haydn o a quella del Va', pensiero di Giuseppe Verdi, il candidato più frequente alla sua sostituzione[9]. Ai tempi di Giuseppe Verdi, il tema degli ebrei esiliati trattato nel Va', pensiero fu interpretato come una chiara allusione alla condizione di Milano, in mano degli Austriaci, ma ciò non toglie che esso non contiene riferimenti specifici all'Italia o alla sua storia (il Va', pensiero è infatti il canto di un popolo diverso, quello ebreo, e per di più sconfitto)[99]. Il testo di Mameli presenta invece i concetti principali a cui si ispirò il Risorgimento, espressione della cultura romantica del tempo[76]; concetti analoghi sono espressi anche da Alessandro Manzoni nell'ode Marzo 1821 o da Giacomo Leopardi nella canzone All'Italia. Secondo molti studiosi [100], il Canto degli Italiani simboleggia l'intero percorso risorgimentale, non fosse altro che per l'essere il brano musicale più diffuso e più eseguito in questo periodo storico.

Altre critiche si concentrano invece sul presunto imperialismo richiamato nella prima strofa ("Dell'Elmo di Scipio s'è cinta la testa") e sull'assenza di riferimenti alle imprese eroiche compiute da patriote di sesso femminile, riconoscendo quindi nell'inno un certo maschilismo[101]. Nel primo caso citato, quello sull'imperialismo, gli studiosi dell'Istituto mazziniano di Genova hanno però sviscerato meglio, su un testo preparato per i 150 anni del Canto degli Italiani, il pensiero di Mameli: il patriota genovese, con i suoi versi, non accenna alla Roma imperiale, bensì a quella repubblicana che sconfisse i cartaginesi, cioè lo straniero che ambiva a dominare la penisola italiana[14].

Carlo Azeglio Ciampi

Negli anni cinquanta fu deciso di effettuare un sondaggio radiofonico per stabilire quale brano musicale avrebbe dovuto sostituire il Canto degli Italiani come inno nazionale italiano[99]. In questa inchiesta, che comunque non decretò il cambio ufficiale dell'inno per via del poco successo ottenuto, vinse il Va', pensiero di Giuseppe Verdi[99]. Poco prima del sondaggio, fu bandito un concorso pubblico per la stesura di un brano completamente nuovo che avrebbe dovuto sostituire il Canto degli Italiani: l'intenzione era quella di avere un inno più moderno e di maggiore caratura culturale[102]. Questo bando non ebbe però seguito a causa della scarsa qualità delle composizioni musicali pervenute[99]. Nel 1960 la Rai, in un programma televisivo, lanciò un sondaggio per scegliere il brano musicale che avrebbe dovuto sostituire il Canto degli Italiani come inno nazionale italiano; le opzioni presentate furono però tutte bocciate dal pubblico[103].

Più in generale, alcuni studiosi hanno fatto notare che il Canto degli Italiani è stato adottato come inno provvisorio quasi in contemporanea all'adozione del Tricolore come bandiera nazionale italiana: per tale motivo, il canto scritto da Mameli e musicato da Novaro è portatore di una forte valenza storica che è direttamente collegata alla nascita della Repubblica Italiana[102].

Per ovviare alle critiche, l'ex Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi affidò spesso le esecuzioni dell'inno, nelle occasioni ufficiali, ad alcuni importanti direttori d'orchestra come Zubin Mehta, Giuseppe Sinopoli, Claudio Abbado e Salvatore Accardo[104]. Fu sempre Carlo Azeglio Ciampi, all'inizio del XXI secolo, a iniziare un'opera di valorizzazione e di rilancio del Canto degli Italiani come uno dei simboli dell'identità nazionale[9][105]. In riferimento al Canto degli Italiani, Ciampi dichiarò che [105]:

« [...] È un inno che, quando lo ascolti sull'attenti, ti fa vibrare dentro; è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di divisioni, di umiliazioni [...] »
(Carlo Azeglio Ciampi)

Carlo Azeglio Ciampi ripristinò anche il giorno festivo per la Festa della Repubblica del 2 giugno e la relativa parata militare in via dei Fori Imperiali a Roma[106].

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s t u v w x y z aa ab ac ad I simboli della Repubblica - L'inno nazionale, quirinale.it. URL consultato il 7 agosto 2014.
  2. ^ MAMELI, Goffredo su Treccani.it – Enciclopedie on line, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, 15 marzo 2011. URL consultato il 23 febbraio 2015.
  3. ^ a b Maiorino, p. 84.
  4. ^ Con questo titolo è descritto per esempio in Caddeo (1915)
  5. ^ a b Legge 23 novembre 2012, n. 222, normattiva.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  6. ^ a b Legge 23 novembre 2012, n. 222, gazzettaufficiale.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  7. ^ Maiorino, p. 20.
  8. ^ a b Maiorino, p. 50.
  9. ^ a b c d e f g h i j k l m n o p q r s Almanacco della Repubblica: storia d'Italia attraverso le tradizioni, le istituzioni e le simbologie repubblicane, Bruno Mondadori, pp. 146-148. URL consultato il 28 novembre 2014.
  10. ^ E il "Canto degli Italiani", scritto da Goffredo Mameli nel 1847, riceve il sigillo dell'ufficialità, archivio.siciliainformazioni.com. URL consultato il 7 dicembre 2014.
  11. ^ a b c Bassi, p. 40.
  12. ^ a b c d Caddeo, p. 37.
  13. ^ Bassi, p. 43.
  14. ^ a b c Maiorino, p. 119.
  15. ^ a b c d e Maiorino, p. 18.
  16. ^ a b Maiorino, p. 17.
  17. ^ a b c Mameli, l'inno e il tricolore, radiomarconi.com. URL consultato il 24 novembre 2014.
  18. ^ Stramacci, p. 57.
  19. ^ Il canto degli Italiani, inno nazionale; poesia di G. Mameli, musica di M. Novaro, navigator.codex2.cineca.it. URL consultato il 13 febbraio.
  20. ^ Accadde Oggi: 10 dicembre, pjmagazine.net. URL consultato il 30 novembre 2014.
  21. ^ Caddeo, pp.37-38.
  22. ^ Bassi, p. 50.
  23. ^ La decisione di De Gasperi "Fratelli d'Italia è inno nazionale", repubblica.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  24. ^ Maiorino, p. 42.
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  26. ^ Caddeo, p. 38.
  27. ^ L'inno della Repubblica Romana, gruppolaico.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  28. ^ a b Come nacque l'inno di Mameli?, lastampa.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  29. ^ Maiorino, p. 15.
  30. ^ a b Maiorino, p. 34.
  31. ^ Maiorino, p. 38.
  32. ^ a b c d e f Bassi, p. 46.
  33. ^ Maiorino, p. 39.
  34. ^ Maiorino, p. 130.
  35. ^ a b c d Maiorino, p. 49.
  36. ^ Maiorino, p. 52.
  37. ^ Maiorino, p. 55.
  38. ^ Maiorino, pp. 56-57.
  39. ^ Maiorino, p. 58.
  40. ^ Maiorino, pp. 59-60.
  41. ^ Maiorino, p. 63.
  42. ^ Maiorino, p. 131.
  43. ^ a b c d e f Maiorino, p. 64.
  44. ^ a b Maiorino, p. 65.
  45. ^ a b Maiorino, p. 69.
  46. ^ Maiorino, p. 68.
  47. ^ Maiorino, pp. 68-69.
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  50. ^ Maiorino, p. 70.
  51. ^ "I canti di Salò" di Giacomo De Marzi, archiviostorico.info. URL consultato il 30 novembre 2014.
  52. ^ a b c Maiorino, p. 72.
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  55. ^ Lettere al Corriere, corriere.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
  56. ^ Il mistero dell'inno di Mameli, gonews.it. URL consultato il 30 novembre 2014.
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  58. ^ a b c I simboli della Repubblica – L'emblema, quirinale.it. URL consultato il 2 dicembre 2014.
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  92. ^ Inno di Mameli, SIAE rinuncerà a incassare", punto-informatico.it. URL consultato il 1º dicembre 2014.
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Bibliografia[modifica | modifica wikitesto]

  • Adriano Bassi, Fratelli d'Italia: I grandi personaggi del Risorgimento, la musica e l'unità, Paoline, 2011, ISBN 9788831539944.
  • Rinaldo Caddeo, Inni di Guerra e Canti patriottici del Popolo Italiano, Milano, Casa Editrice Risorgimento, 1915, ISBN 1-17822-330-2.
  • Paolo D'Altan, Serena Piazza, Fratelli d'Italia. L'inno nazionale illustrato da Paolo d'Altan, Rizzoli, 2010, ISBN 8-817044-083.
  • Tarquinio Maiorino, Giuseppe Marchetti Tricamo e Piero Giordana, Fratelli d'Italia. La vera storia dell'inno di Mameli, Mondadori, 2001, ISBN 88-04-49985-0.
  • Mauro Stramacci, Goffredo Mameli, Edizioni Mediterranee, 1991, ISBN 88-272-0932-8.

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