Canna indica

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Canna indica
Cannaindica2.jpg
Canna indica, appena fiorita
Classificazione scientifica
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Liliopsida
Ordine Zingiberales
Famiglia Cannaceae
Genere Canna
Nomenclatura binomiale
Canna indica
L., 1753

Canna indica L., 1753 o canna d'India (conosciuta anche come achira, achera, sagú, capacho, biri, cucuyús, juquián o papantla) è una pianta perenne appartenente alla famiglia della Cannaceae nativa dei Caraibi e delle aree centrali dell'America.

Descrizione[modifica | modifica wikitesto]

Pianta erbacea perenne, con rizoma carnoso e ramificato da 20 x 15 cm. La superficie del rizoma è incisa da solchi trasversali, che marcano la base squamosa. Dalla parte inferiore salgono piccole radici bianche, e dall'apice, dove vi sono numerose gemme, crescono le foglie, l'insieme floreale e le ramificazioni. Le ramificazioni aeree possono arrivare a 1–3 m di altezza e formano una massa compatta, essendo avvolte dalle guaine delle foglie. Le foglie sono grandi, di color verde o verde violaceo, con piccioli corti e lamine ellittiche, possono misurare da 30 a 60 cm di lunghezza e da 10 a 25 cm di larghezza, con la base larga che si restringe a cuneo. L'apice è corto, acuminato ed acuto. La nervatura centrale è prominente, da essa dipartono le nervature laterali. L'infiorescenza a grappolo terminale porta 6-20 gruppi di 1-2 fiori, fiori con peduncolo di 0,2–1 cm, di colore rosso o giallo-arancio, ad eccezione di alcune varietà di 4,5-7,5 cm con i sepali triangolari, di 1-1,7 cm e petali eretti di 4-6,5 cm. Tubo di 1,5–2 cm di dimensioni. Stami in numero di 3-4, molto ovali e a spatola, lunghi 4,5- 7,5 cm e larghi da 0,3-0,5 cm nella parte libera.
I frutti sono capsule di forma elissoide e globosa, la superficie è verrucosa, di 1,5 a 3 cm di lunghezza, di color castagno, con una grande quantità di semi di colore nero, molto duri.

Habitat[modifica | modifica wikitesto]

La achira si può coltivare dal livello del mare fino a 2700 metri di altezza. Tuttavia prospera in climi montagnosi-tropicali o subtropicali-temperati, tra i 1000 e 2000 metri. Gradisce temperature medie da 14 a 27 °C e precipitazioni annuali minime da 500 mm a 1200 mm. Cresce molto bene in suoli di consistenza leggera.

Usi[modifica | modifica wikitesto]

Semi di canna d'India

Si coltiva principalmente come pianta ornamentale e per i suoi rizomi, che sono importanti per l'alimentazione umana e per l'agroindustria. Inoltre, i semi si usano per comporre collane, collari, sonagli o maracas.

Pianta alimentare e medicinale[modifica | modifica wikitesto]

Il suo amido è di facile digestione e la farina si usa per produrre pane, biscotti, gallette, torte. Le cime della achira possono essere mangiate stufate o bollite. Il decotto delle radici si usa come diuretico e le foglie come cicatrizzante; il succo di queste si usa come antisettico. Le foglie appena recise si usano sopra le bruciature per rinfrescare la pelle. Il tallo e le foglie servono come foraggio per il bestiame. Le foglie si usano anche per avvolgere il mangiare tipico.

Pianta ornamentale[modifica | modifica wikitesto]

La canna d'India è una pianta ornamentale da lungo tempo usata nei giardini per il suo aspetto spettacolare, la sua resistenza e la scarsità di cure necessarie. Nonostante ciò in Italia negli ultimi decenni è usata sempre meno, dandosi la preferenza a specie introdotte più recentemente nei giardini.

Tra i parchi in cui la canna d'India è ancora usata in grandi quantità si segnalano quelli delle Isole Borromee, la Villa Margherita a Trapani, il Parco dell’Ambasciata d’Italia in Addis Abeba; nella celebre Villa Taranto sono presenti 10.000 esemplari di questa specie.

Tra varietà ornamentali si ricordano:

  • Canna indica var. indica, con fiori di colore rosso
  • Canna indica var. flava, con fiori di colore giallo
  • Canna indica var. maculata, con fiori gialli maculati di rosso
  • Canna indica var. sanctae rosea, di taglia più ridotta rispetto alle precedenti
  • Canna indica var. warszewiczii, con foglie violaceo-bronzate

Nomi comuni, etimologia e concetto[modifica | modifica wikitesto]

Il nome "Achira" proviene dal termine quechua Achuy, il cui significato primario è “starnutire”. Si rifà all'idea di “trasportare qualcosa tra i denti o con la bocca” e da qui al concetto di ciò che l'anima umana emette o esprime con spontaneità. Per questo il termine achira indica "la parola", il "racconto", la "storia" ed è connesso alla trasmissione di conoscenza orale. Può trovarsi in termini come Arachán una famiglia estinta nativa dell'Est dell'Uruguay e del Rio Grande del Sud in Brasile, ed anche nel nome della città di frontiera di Chuy, posta tra questi due paesi. L'achira è anche conosciuta in Colombia come sagú o chisgua, come capacho o maraca in Venezuela, come achera o atzera (o atcera) in Perù ed Ecuador e come biri in Brasile. Altre denominazioni sono chui'o arawak imocoma.

Origine[modifica | modifica wikitesto]

È una pianta di origine centro-sudamericana, gli archeologi hanno scoperto che era già coltivata in Perù da 4500 anni.
In Colombia le chibchas si utilizzavano per l'alimentazione. Attualmente, mediante processi di agroindustria rurale, si estrae l'amido di achira, il quale a sua volta viene utilizzato per la preparazione di biscotti di achira e altri prodotti artigianali come biscotti, pane di sagú, colazioni e passate. Nei dipartimenti del Tolima, Huila y Cundinamarca, in Colombia, sono sorte un gran numero de piccole aziende dedicate all'estrazione dell'amido e varie imprese artigianali e industriale dedicate alla produzione del biscotto di achira, il quale sta guadagnando maggiore diffusione nei mercati urbani.

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