Campo di concentramento di Nocra

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Arcipelago di Dahlak

Il campo di concentramento di Nocra o carcere di Nocra era il più grande campo di prigionia italiano nella Colonia Eritrea e dal 1936 il più grande dell'Africa Orientale Italiana, venne aperto nel 1887 e chiuso nel 1941 dagli inglesi. Era situato nell'isola di Nocra, parte dell'Arcipelago di Dahlak, a 55 chilometri al largo di Massaua. Dal 1890 al 1941 parte del Commissariato della Dancalia. Arrivò ad avere un minimo di 500 detenuti e un massimo di 1.500.

Storia[modifica | modifica sorgente]

Il luogo per costruire il penintenziario venne individuato dal Comandante di Massaua nel 1887 dal generale Tancredi Saletta. Il luogo fu scelto perché si trovava abbastanza lontano dalla costa eritrea che scoraggiava ogni tentativo di fuga e avrebbe assicurato una maggior segretezza sui metodi usati contro i prigionieri. I lavori cominciarono alla fine del 1887 e costarono 6.500 lire a carico del Ministero dell'Interno, allora guidato da Francesco Crispi.

Fu costruito un edificio a mattoni per le guardie (Carabinieri Reali), 200 alloggiamenti per i detenuti di cui 100 tende e metà tucul. Il clima torrido dell'isola, con punte di 50 °C rese importante il problema dell'approvvigionamento dell'acqua potabile. L'acqua potabile per la guarnigione dell'isola veniva assicurata da alcune bettoline provenienti da Massaua, mentre per i detenuti l'unica acqua disponibile era quella di un pozzo profondo sui dieci metri che forniva solo acqua salmastra in piccole quantità che nei periodi di siccità veniva razionata. L'isola ospitò detenuti politici, rendendola una specie di Isola del Diavolo italiana. L'isola fu sempre interdetta a tutti, il capitano Eugenio Finzi della Marina militare che la visitò nel 1902 la descrisse così[1]:

« I detenuti, coperti di piaghe e di insetti, muoiono lentamente di fame, scorbuto, di altre malattie. Non un medico per curarli, 30 centesimi pel loro sostentamento, inscheletriti, luridi, in gran parte hanno perduto l'uso delle gambe ridotti come sono a vivere costantemente sul tavolato alto un metro dal suolo. »

Nel 1892 divenne Comandante dell'Eritrea Oreste Baratieri e il carcere di Nocra raggiunse uno dei suoi apici con un migliaio di detenuti. Nel marzo 1893 vi fu una tentata fuga di massa, ma i detenuti catturati vennero subito fucilati. Nel settembre 1895 furono portati a Nocra Memer Walde Ananias, il liccè Wolde Jesus e il grasmac Sadòr che erano tre nobili tigrini la cui colpa era quella di aver raggiunto il campo di Baratieri ed aver incominciato su incarico di ras Johannes Mangascià di aver cominciato trattative di pace. Tutto questo portò alla Battaglia di Adua nel 1896, dove vinsero gli etiopi. Il grasmac Sadòr, già avanti con l'età morì in detenzione[2]. Dopo la Guerra d'Etiopia del 1935-1936 furono portati a Nocra soldati e funzionari del dissolto impero del negus Haile Selassie e più tardi guerriglieri, notabili di basso rango, preti e monaci scampati al massacro di Debra Libanos. L'alimentazione era costituita da 300 grammi di farina, 10 di e 20 di zucchero, ma la razione non era garantita ogni giorno e con l'entrata in guerra dell'Italia nella Seconda guerra mondiale i detenuti erano alla fame. Con la Campagna dell'Africa Orientale Italiana, gli inglesi provenienti da Massaua occupano l'isola nell'aprile 1941 e liberano tutti i prigionieri. Da quel momento l'isola è disabitata e del carcere rimangono solo rovine.

I detenuti[modifica | modifica sorgente]

Dal 1887 al 1889 il carcere ospitò criminali comuni, dal 1889 ospitò detenuti politici, cioè di capi di tribù o gregari che non accettavano il colonialismo italiano, inoltre vennero incarcerati spie o presunte spie in favore degli etiopi, agitatori, maghi e indovini che predicavano la fine del dominio italiano.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mario Lenci, All'inferno e ritorno, Storie di deportati tra Italia ed Eritrea in epoca coloniale, Bibilioteca Franco Seratini, Pisa, 2004, pag.37
  2. ^ Nicola Labanca, In Marcia verso Adua, p.290


Fonte[modifica | modifica sorgente]

Angelo Del Boca, Italiani, brava gente? , Neri Pozza, Vicenza, 2005