Calenduleae

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Calenduleae
Calendula officinalis - Köhler–s Medizinal-Pflanzen-024.jpg
Calendula officinalis
da Koehler's Medizinal-Pflanzen
Classificazione Cronquist
Dominio Eukaryota
Regno Plantae
Divisione Magnoliophyta
Classe Magnoliopsida
Ordine Asterales
Famiglia Asteraceae
Sottofamiglia Asteroideae
Tribù Calenduleae
Cass., 1819
Classificazione APG
Regno Plantae
(clade) Angiosperme
(clade) Eudicotiledoni
(clade) Tricolpate basali
(clade) Asteridi
(clade) Euasteridi II
Ordine Asterales
Famiglia Asteraceae
Sottofamiglia Asteroideae
Tribù Calenduleae
Generi

Calenduleae Cass., 1819 è una tribù di piante della famiglia delle Asteraceae (sottofamiglia Asteroideae).[1]

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Comprende specie erbacee o arbustive, con foglie alternate o opposte.

Frutto di Calendula sp.

L'infiorescenza è un capolino eterogamo, di dimensioni variabili, che presenta un involucro campanulato o a forma di coppa, con brattee disposte in 1-3 file, talora con margine ialino; i fiori esterni dell'infiorescenza sono ligulati, di colore dal giallo all'arancio, dal bianco al rosa, dal porpora al blu; i fiori centrali, tubulari, sono di colore dal giallo al rossastro. Gli acheni, che presentano a volte un esocarpo carnoso e colorato, presentano una varietà di forme e dimensioni: possono essere rostrati, orbicolari, obovati, curvi, a becco, alati o fenestrati; si caratterizzano per la mancanza di pappo.[2]

Distribuzione[modifica | modifica sorgente]

Con l'eccezione del genere Calendula, il cui areale si estende fuori dall'Africa sino alla Macaronesia, l'Europa centrale e meridionale, e il Medio Oriente, il resto della tribù ha una distribuzione esclusivamente africana, con un centro di biodiversità in Sudafrica.[3]

Tassonomia[modifica | modifica sorgente]

Comprende 12 generi e circa 120 specie:[4]

Alcune specie[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Funk et al., 2009, op. cit., p. 176
  2. ^ Funk et al., 2009, op. cit., p. 183
  3. ^ Funk et al., 2009, op. cit., p. 184
  4. ^ Kadereit & Jeffrey, 2007, op. cit., p. 241

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Altri progetti[modifica | modifica sorgente]

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