Caldora

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« Nobilissima la famiglia Caldora. »
(Filiberto Campanile, L'Armi overo Insegne de' Nobili, 1610)

La famiglia Caldora era originaria della Provenza.

Storia[modifica | modifica sorgente]

La famiglia all'inizio era chiamata Candòla, come testimoniato da questa incisione:

« Ex genere Candolorum, orta Illustris Melfiae Ducissa Maria, celeberrimi armorum Coelestis Herois Jacobi Candoli, Gnata Illustris Ducis »
(Iscrizione sulla tomba di Maria Caldora e Traiano Caracciolo, Chiesa del Paradiso, Melfi)

Raimomdo Caldora (detto Raimondaccio), fu il primo esponente dei Caldora, il quale ebbe come figlio Giovanni Antonio Caldora (? - 1382), che sposò nel 1367 Rita Cantelmo da cui ebbe tre figli: Restaino morto giovane (la madre fece erigre in sua memoria un monumento funebre datato 1412 opera di Gualtiero de Alemania collocato presso una cappella trecentesca dell'Abbazia di S. Spirito al Morrone di Sulmona), Iacopo (o Giacomo) (1370 - 1439) e Raimondo morto sicuramente dopo il fratello Iacopo. Antonio Caldora prese parte alla lotta per sbarrare la strada ad Ambrogio Visconti, che voleva entrare in Abruzzo per conquistare la corona di Napoli. La battaglia venne vinta e la regina Giovanna I scrisse ringraziando tutti i Baroni che vi avevano partecipato: i Caldora, i de Sangro, i Marreri e i Mangano[1]. Antonio viene giustiziato per strangolamento nel 1382 da Carlo III di Durazzo Re di Napoli.

Nel 1370 nasce Jacopo Caldora figlio di Antonio, Jacopo si sposerà due volte: la prima moglie è Medea d'Evoli, rimasto vedovo sposa una tale Isabella. Nel 1422 Jacopo diviene Signore del Vasto porta a compimento la ricostruzione e l'abbellimento del castello; l'8 ottobre 1427 acquista dal convento degli Agostiniani un terreno confinante per allargare il castello. Il 2 giugno 1424 Jacopo, si dirige verso l'Aquila, incontra nella Contea di Celano le truppe pontificie sotto il comando del legato Pontificio Francesco Picciolpasso, Arcivescovo di Milano, che si mettono alle sue dipendenze. Nel 1428 Antonio, figlio di Jacopo, sposa Isabella Caracciolo del Sole, dopo la sua morte sposa Margherita de Lagny, dalla quale ha due figli, Jacopo e Raimondo. Jacopo il 30 agosto 1429 su legato del Papa Martino V, conclude a Bologna la pace tra i rivoltosi che avevano cacciato i Bentivoglio e il Papa; nello stesso anno Maria Caldora, figlia di Jacopo, sposa il 17 agosto Traiano Caracciolo. Nella notte tra il 17 e il 18 agosto 1429 dopo il matrimonio viene assassinato Ser Gianni, che verrà poi sepolto nella Cappella Caracciolo di S.Giovanni a Carbonara a Napoli. Da Traiano Caracciolo e Maria Caldora nasceranno due figli: Giovanni, Duca di Melfi e Jacopo, Conte di Avellino. Jacopo Caldora, figlio di Berlingeri, fratello di Antonio, sposa Carmela Cantelmo, figlia del Duca di Sora. Berlingeri I Caldora, figlio di Jacopo, fratello di Antonio, sposa Francesca de Riccardis di Ortona che gli porta in dote Ortona, Campomarino e Termoli. La cinta muraria di Ortona è fatta erigere da Berlingeri, su progetto di Andrea della Porta, alla metà del Quattrocento. Berlingeri muore a Vasto nel 1436 fra le braccia del padre Jacopo per le ferite riportate a Bari in uno scontro amoroso. Nel febbraio 1435 muore la Regina Giovanna d'Angiò. I sedici Baroni del Consiglio della Corona, tra cui lo stesso Jacopo, gli confermano il titolo di Gran Connestabile e Viceré. Con Jacopo, nel Consiglio della Corona ci sono: Antonio Dentice, Raimondo Orsini conte di Nola, Baldassarre della Ratta conte di Caserta, Berdicasso Barile conte di Monteodorisio, Ottino Caracciolo conte di Nicastro, Giorgio de Alemannia conte di Buccino, Gualtiero Caracciolo, Ciarletta Caracciolo e altri. Il 15 novembre 1439 Jacopo alla testa di ottomila uomini, si dirige verso Napoli in soccorso di Renato di Angiò. All'altezza di Cercello, ora Colle Sannita, feudo di Giacomo della Leonessa, fedele all'Aragonese, mentre si accinge ad assaltare il paese che si era rifiutato di consegnargli vettovaglie per i suoi uomini, conversando con Luigi di Capua, conte di Altavilla e con Cola d'Osieri, napoletano, famiglia della Piazza del Nido sul modo di attaccare il paese, “...una goccia di sangue gli cadde dal capo nel cuore”. Sorretto mentre sta per cadere da cavallo, Jacopo, trasportato nella sua tenda vi muore tra lo sgomento ed il dolore dei suoi uomini che si disperdono. Le sue spoglie vengono portate a Sulmona e tumulate nella cappella Caldora nella Badia di S.Spirito. Il suo motto, inciso sulle bardature dei cavalli e dei carriaggi è tratto da un versetto Biblico di Davide. “Coelum coeli Domino, terram autem dediit fiilis hominum” (il cielo al Signore del cielo, la terra invece diede ai figli degli uomini). Il suo stemma è inquartato di oro al primo e al quarto quadrante; di azzurro al secondo ed al terzo. Detto stemma era ancora presente sull'ingresso del castello del Vasto, poi scalpellato e sostituito con quello dei d'Avalos (Giannone-Historia del Regno di Napoli 1770, libro 25, cap 7, pag 230). Alla morte di Jacopo, al figlio Antonio, vengono confermati tutti i feudi del padre. Il Ducato di Bari e Carbonara, il Marchesato del Vasto, il titolo di Viceré e Gran Conestabile. Nel 1442, il 29 giugno, Antonio, oltremodo ambizioso, sicuro di poter sconfiggere Alfonso V d'Aragona, rimasto ormai signore incontrastato del Regno di Napoli, lo affronta in battaglia a Sessano vicino al castello di Carpinone, antica sede dei Caldora. Nella notte Paolo de Sangro, suo congiunto, si accorda con Re Alfonso, per cui al mattino Paolo tradisce, passando nel campo avverso. Antonio viene così sconfitto. Per magnaminità gli vengono concesse le Contee di Monte Odorisio, Pacentro, Palena, Archi, Aversa, Valva. Gli vengono tolte tutte le altre che erano state conquistate dal padre Jacopo. Nel Castello di Carpinone, Antonio come descritto nelle Storie, si inginocchia per il perdono davanti al Re Alfonso, offrendogli ricche suppellettili. Il Re accetta solo un vaso di cristallo che era stato offerto dai Veneziani a suo padre Jacopo. Nel 1459, in ottobre, sbarca alla foce del Volturno, Giovanni d'Angiò, figlio di Renato, quale pretendente al trono di Napoli. Antonio con altri baroni feudatari ci riprova e si arma contro Ferdinando, figlio di Alfonso d'Aragona. La battaglia avviene il 7 luglio 1460 a Sarno. Ferdinando viene sconfitto, si rifugia a Napoli dove però si rafforza. Deciso a finirla con il Caldora, si dirige verso il castello del Vasto. Antonio si era attestato nel castello di Civitaluparella mentre aveva lasciato a guardia del Vasto il valoroso Raniero de Lagny, fratello di sua moglie Margherita. Vasto viene così assediata; i suoi abitanti preoccupati per le loro conseguenze, aprono le porte agli Aragonesi che imprigionano Antonio che nei giorni precedenti, di notte si era portato da Civitaluparella a Vasto per portare aiuto agli assediati. Tradotto ad Anversa e poi a Napoli, viene lasciato libero sulla parola con l'obbligo di risiedere in città, per intercessione del Duca di Milano, Francesco Sforza. Antonio dopo circa cinque anni, non sopportando tale condizione si imbarca a Pozzuoli con la moglie Margherita e i suoi figli, uscendo così dai confini del Regno di Napoli. Si rifugia a Jesi nella Marca Anconetana dove morirà poverissimo in casa di un veterano di suo padre. Tramonta così la gloriosa stirpe dei Caldora che per più di un secolo aveva dominato la scena del Regno di Napoli. Nel 1488 alla morte del marito, Margherita de Lagny ritorna a Napoli dove viene nominata Dama di compagnia di Isabella, nipote di Ferrante d'Aragona, che va sposa a Giovanni Galeazzo Sforza, Duca di Milano, nipote di Francesco Sforza. Il figlio di Antonio Caldora e di Isabella Caracciolo, Restaino, lo troviamo a Napoli che porta a braccio con altri paggi il feretro di Don Pietro di Toledo quando Re Alfonso, lo fa trasferire nella Chiesa di S. Pietro Martire. (A. Summonte. Historia del Regno di Napoli 1675, vol III, pag 60). Vasto dopo la disfatta di Antonio, ritorna nel 1471 al Regio Demanio. Re Ferdinando nomina Marchese del Vasto Pietro de Guevara, succeduto al padre Innico, destituito per fellonia. Nel 1496 Vasto viene infeudato a Rodrigo d'Avalos e in seguito al fratello Innico II. Degli altri Caldora, Berlingeri II sposa Cornelia Cantelmo e alla venuta del signore di Lautrech, recupera la Contea di Monte Odorisio, Ascoli Satriano, Trivento e Pacentro. Morirà affogato attraversando il fiume Volturno. Altri Caldora parteciperanno alla congiura dei Baroni il 15 maggio 1487 con Pirro del Balzo, Antonello Sanseverino, Pietro di Guevara, Giovanni Della Rovere, Matteo Acquaviva, Giovanni Caracciolo, Angilberto del Balzo, Raimondo Caldora, Giovanni Francesco Orsino, Berlingero Caldora e Giacomo Antonio Caldora. I discendenti di Jacopuccio e Raimondo, figli di Antonio e Margherita de Lagny, passano a Narni dove troveranno sepoltura nella Cappella di Jus Patronato Caldora, nell'Abbazia di San Girolamo a Narni. La Cappella aveva due altari con sopra due tele rappresentanti una la “Coronazione di Maria Vergine” del Ghirlandaio e l'altra la “Deposizione di Cristo”, ambedue asportate e trasferite nel comune di Narni. Le lapidi erano intitolate a “Vincentius et Jo-Franciscus de Caldoriis”, mentre in terra vi era una lapide con una bellissima e triste scritta “Caldoro, la morte è il fin dell'oro, che altro, che un sospir breve la vita. Da “Descrizione delle Chiese di Narni e dei suoi dintorni” a cura del marchese Giovanni Eroli- Tipografia Petrignani 1898.

Antonio Caldora 3 luglio 1764 Filippo 1774. Canonico della Cattedrale. Vincenzo 9 aprile 1775 Capitano di armi. Alessandro 1779 Tenente (da Riformanze del Comune di Narni dall'anno 1526 e dall'anno 1770 al 1794).

I Caldora si estinguono per via di donna, in casa Risi, o de Risis o de Riseis, famiglia di Narni. Narni era insignita di Nobiltà generosa ma dopo il sacco del 15 luglio 1527 da parte dei Teutonici andarono distrutti gli archivi Pubblici. Dopo tale data si formò un nuovo Registro delle Passate Nobili Famiglie Narni 13 giugno 1823 firmato Confaloniere Andrea Lolli. I Risi divengono nobili nel 1527 e hanno sepoltura nella Cappella dedicata a San Giuseppe sita nella Cattedrale di Narni, Cappella di Jus Patronato, come da Istrumento Rogato da Zannantonio Risi, Canonico della Cattedrale1717-1730, deputato al Befotrofio, Protonotario apostolico. I Risi avevano casa alla via Vecchia ora via XX Settembre. Per la storia di casa Risi e Mei vedi: Carlo de Cellis.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Angelo di Costanzo, Historia del Regno di Napoli, p.180.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • G.B. Masciotta “Jacopo Caldora, Nel suo tempo e nella posterità”. Stabilimento F. Lega, Faenza 1928.
  • F. Campanile “L'armi overo Insegne de' Nobili, Napoli 1610.
  • B.Croce “Storia del Regno di Napoli”.
  • A. Summonte “Storia del Regno di Napoli” (quattro volumi).
  • Candida Gonzaga “Famiglie Nobili”.
  • A. Arduino “G. Caldora” Associazione Castelgiudice. Arti Grafiche S.Giorgio Isernia, Agnone 1984.
  • Fazio. Vita di G. Caldora – stab. Tip. Vico dei S.Filippo e Giacomo, Napoli 1869
  • Registri Angioini.
  • Pergamene Rogadeo n.108, 111, 112.
  • G.B. Masciotta: “Il Molise dalle origini ai nostri giorni”. IV vol. ed. Lampo, Campobasso 1981