Calcinazione

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

La calcinazione è un termine, noto fin dai tempi dell'alchimia, che definisce un processo di riscaldamento ad alta temperatura, protratto per il tempo necessario ad eliminare tutte le sostanze volatili da un composto chimico. Gli alchimisti consideravano anche una calcinazione l'ossidazione di un metallo in ossido, in cui la sostanza volatile che si allontanava era ritenuta essere il flogisto. Simbolo alchemico della calcinazione è la salamandra, eletto a tale dignità dagli alchimisti stessi a causa della sua (presunta e leggendaria) capacità di resistere al fuoco diretto.[1]

Esempi classici di sostanze calcinabili sono quelle organiche, che eliminano anidride carbonica e vapor d'acqua, o sostanze inorganiche quali i carbonati (eliminano CO2) o i solfiti (eliminano SO2).

Questo processo è stato usato fin dall'antichità nella produzione di pigmenti pittorici inorganici. Molti pigmenti vengono trasformati nella loro forma di impiego mediante riscaldamento ad alte temperature comprese tra 800-1000 °C. In questo procedimento si elimina l'acqua di cristallizzazione e si fa assumere al pigmento la costituzione cristallografica desiderata. Per esempio il minio viene ottenuto per calcinazione del carbonato di piombo, tenendo il sale in muffola a 400 °C per sette giorni. La reazione che avviene è

3 PbCO3 + 0.5 O2 → Pb3O4 + 3 CO2

con cui si ottiene il pigmento rosso-arancio Pb3O4.

Anche il blu egizio, utilizzato fin dal terzo secolo a.C., viene prodotto attraverso la calcinazione.

La calcinazione è anche una pratica comune della chimica analitica e dell'industria.

Note[modifica | modifica wikitesto]

  1. ^ Louis Charbonneau-Lassay, Il bestiario del Cristo, vol II, Ed. Arkeios, Roma, 1995, ISBN 88-86495-02-1. p. 465

Collegamenti esterni[modifica | modifica wikitesto]

chimica Portale Chimica: il portale della scienza della composizione, delle proprietà e delle trasformazioni della materia