Burnett Guffey

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Statuetta dell'Oscar Oscar alla migliore fotografia 1954
Statuetta dell'Oscar Oscar alla migliore fotografia 1968

Burnett Guffey (Del Rio, 26 maggio 1905Goleta, 30 maggio 1983) è stato un direttore della fotografia statunitense, due volte vincitore dell'Oscar alla migliore fotografia, nel 1954 per Da qui all'eternità e nel 1968 per Gangster Story.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Lasciati gli studi, entra nel mondo del cinema all'inizio degli anni venti, come assistente operatore alla Fox Corporation, per poi passare nel 1926 alla Famous Players-Lasky come assistente nella troupe di John J. Mescall. Dalla fine degli anni venti all'inizio dei quaranta lavora come operatore alla macchina accanto a Karl Struss, Edward Cronjager, Joseph August, Karl Freund e Rudolph Maté.[1]

Esordisce come direttore della fotografia nel 1944 con Allegri marinai (Sailor's Holiday) diretto da William Berke. Lavora per diversi anni alla Columbia Pictures, caratterizzandone i B-movies in bianco e nero con atmosfere cupe e drammatiche create dai suoi chiaroscuri.[1] Per Joseph H. Lewis cura la fotografia del «piccolo gioiello del noir più fantastico»[2] Mi chiamo Giulia Ross (1945), del «noir raffinatissimo»[3] Così scura la notte (1946) e del «poliziesco teso e realistico»[4] Mani lorde (1959). Collabora con Nicholas Ray per due film interpretati da Humphrey Bogart, il thriller giudiziario I bassifondi di San Francisco (1949) e il «melodramma nero e disperato»[5] Il diritto di uccidere (1950). Tra le altre opere del periodo da citare, Sgomento di Max Ophuls, Tutti gli uomini del re di Robert Rossen che abbina «aspirazioni realiste con un bianco e nero di notevole eleganza»,[6] il «cupo dramma poliziesco [dall']atmosfera nera e psicotica [di] intensità indimenticabile»[7] Nessuno mi salverà di Edward Dmytryk.

Guffey raggiunge la consacrazione con il mélo Da qui all'eternità (1953) diretto da Fred Zinnemann, vincitore di otto Premi Oscar, tra cui quello per la migliore fotografia. Tra le migliori opere successive, La bestia umana (1954) di Fritz Lang, il mélo sportivo e ultima interpretazione di Bogart Il colosso d'argilla (1956) di Mark Robson, che gli vale la seconda candidatura all'Oscar, e il «grande noir [dal] fascino irresistibile»[8] L'alibi sotto la neve (1957) di Jacques Tourneur.

Da maestro del bianco e nero, accoglie con scetticismo il colore, di cui non tollera le costrizioni luministiche,[6] per poi cominciare a cimentarvisi con convinzione dalla seconda metà degli anni cinquanta nel genere western, che gli permette di sfruttare «le suggestioni cromatiche dei monumentali panorami americani e la potenza naturale della luce solare».[6]

Dopo aver ricevuto altre due candidature all'Oscar per la fotografia in bianco e nero, con L'uomo di Alcatraz (1962) e Qualcuno da odiare (1965), dalla seconda metà degli anni sessanta si converte definitivamente al colore e nel 1967 realizza le immagini innovative dell'epocale Gangster Story (1967) di Arthur Penn, grazie a cui conquista il suo secondo Oscar.

Riconoscimenti[modifica | modifica sorgente]

Filmografia[modifica | modifica sorgente]

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ a b Stefano Masi, Dizionario mondiale dei direttori della fotografia, Vol. A-K, p. 376
  2. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. Milano, Baldini Castoldi Dalai editore, 2007. ISBN 9788860731869 p. 1819
  3. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. p. 726
  4. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. p. 1733
  5. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. p. 850
  6. ^ a b c Stefano Masi, op. cit., Vol. A-K, p. 377
  7. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. p. 1971
  8. ^ Il Mereghetti - Dizionario dei Film 2008. p. 84

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • Stefano Masi, Dizionario mondiale dei direttori della fotografia, Recco, Le Mani, 2007. ISBN 88-8012-387-4 Vol. A-K, pp. 375-378

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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