Buono pasto

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
Un buono pasto

Il buono pasto è un mezzo di pagamento dal valore predeterminato, che può essere utilizzato per acquistare esclusivamente un pasto o prodotti alimentari. Esso è comunemente ritenuto un cosiddetto fringe benefit.

Sono utilizzati dai lavoratori dipendenti - del settore pubblico e privato - i quali ricevono i tagliandi come servizio alternativo alla mensa per il personale; possono essere spesi solo in pubblici esercizi (bar, ristoranti ecc), cosiddetti "take away" o gastronomie di supermercati, convenzionati con le società emittenti i buoni stessi.

In Italia i buoni pasto sono spesso indicati col termine inglese "ticket", dal marchio registrato del prodotto introdotto per primo sul mercato italiano.[senza fonte]

Storia[modifica | modifica sorgente]

I primi buoni vennero utilizzati per la prima volta nel 1954 da alcune aziende nel Regno Unito. In quell’anno John R. Hack, uomo d’affari inglese, si trovava in un ristorante con amici: rimase incuriosito quando vide alcuni clienti pagare con biglietti di carta e chiese come funzionasse questo innovativo sistema di pagamento. Nel 1955 Hack fondò la “Luncheon Vouchers Ltd”, che divenne dal 1999 Accor Services.[1]

Erano gli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale e al razionamento alimentare e le aziende avevano difficoltà ad assumere e pagare il personale. Hack ebbe l’intuizione di istituire una società in grado di rilasciare un buon pasto standard che venisse accettato dai ristoranti sull’intero territorio nazionale del Regno Unito, i quali a loro volta lo restituivano alla Luncheon Vouchers Ltd ricevendo in cambio la somma di denaro pattuita. Il sistema riscosse successo grazie anche alla defiscalizzazione dei buoni pasto da parte del governo inglese.[2]

Nel 1957 le aziende inglesi che utilizzavano i buoni pasto della Luncheon Vouchers furono 3500, tre anni dopo erano più che raddoppiati (circa 8000).[3]

I buoni pasto vennero poi introdotti in Francia nascono negli anni sessanta: Nel 1962 Jacques Borel fondò la società Ticket Restaurant e grazie alla defiscalizzazione del servizio nel 1967, i “titre restaurant” diventano presto molto diffusi.[senza fonte]

In Italia, i “ticket restaurant” arrivano a metà degli anni settanta.[senza fonte] Nel 2006 il fatturato complessivo del comparto è di circa 2,3 miliardi di euro, le aziende del settore sono 14, i ristoratori convenzionati oltre 100.000, il servizio è utilizzato da circa il 40% degli 11 milioni di italiani che pranzano ogni giorno fuori casa.[4]

Caratteristiche[modifica | modifica sorgente]

Dal punto di vista tecnico possono presentarsi sotto forma di libretto cartaceo in forma di tagliandi, ma anche di una tessera con microchip). Esso costituisce un'agevolazione per il dipendente, essendo talvolta percepito da quest'ultimo come un servizio utile, ma anche come mezzo per salvaguardare il proprio potere d'acquisto. Inoltre per i ristoratori affiliati, il “popolo dei buoni pasto” rappresenta una clientela sicura e fidelizzata.

I buoni pasto possono essere destinati al solo personale: dipendenti a tempo pieno e part time, esclusi collaboratori e stagisti, e solo quando l’orario di lavoro prevede una pausa pranzo. Ognuno riceve un buono per ciascun giorno lavorato. Ove previsto, anche i lavoratori autonomi (aziende unipersonali) possono acquistare i buoni pasto per sé, per dedurne il costo dall'imponibile come spesa di rappresentanza.

Nel mondo[modifica | modifica sorgente]

Italia[modifica | modifica sorgente]

Sono disciplinati dal D.P.C.M. 18 novembre 2005 ("Affidamento e gestione dei servizi sostitutivi di mensa") pubblicato sulla G.U. del 17 gennaio 2006. Non sono né cumulabili, né convertibili in danaro, né cedibili e commerciabili.[5]

Una successiva sentenza del TAR del Lazio ha annulato però alcune parti del predetto D.P.C.M.[6]

Come “servizio sostitutivo di mensa”, il buono pasto non prevede oneri fiscali o previdenziali a carico del datore di lavoro né del lavoratore, fino a un valore di 5,29 euro per singolo buono. Inoltre il costo del servizio è deducibile e l'IVA è detraibile integralmente (DL 25 giugno 2008 n. 112, art. 83, comma 28 bis). L’IVA applicata al buono pasto è del 4% per i lavoratori dipendenti da imprese, del 10% per le altre categorie di lavoratori quali collaboratori esterni, liberi professionisti, titolari di società e soci. Questo regime fiscale rende il servizio di buoni pasto vantaggioso soprattutto per le aziende clienti, rispetto ad un'equivalente cifra netta versata in busta paga (ad esempio a titolo di indennità di mensa).

Anche la pubblica amministrazione italiana utilizza i buoni pasto in favore dei propri dipendenti, con le medesime agevolazioni fiscali del settore privato. Per la PA la quasi totalità dei buoni pasto, pari a circa 1 miliardo di euro/anno la Consip bandisce periodicamente una gara d'appalto suddivisa in lotti geografici aggiudicati a diversi operatori del settore.[7] Per il lavoratori del settore pubblico, il decreto legge 6 luglio 2012 n. 95, convertito, con modificazioni, dalla legge 7 agosto 2012 n. 135 ha stabilito che a decorrere dal 1º ottobre 2012 il valore dei buoni pasto attribuiti al personale, anche di qualifica dirigenziale, delle amministrazioni pubbliche non possa superare il valore nominale di 7,00 euro.[8]

Spendibilità[modifica | modifica sorgente]

A norma di legge i buoni pasto sono strettamente personali, possono essere spesi solo nei locali convenzionati nella misura di uno al giorno, non sono cumulabili, non danno diritto al resto, non possono essere convertiti in denaro, ceduti ad altri né venduti, hanno validità variabile da pochi mesi a oltre un anno. Tuttavia, per consuetudine, i consumatori utilizzano spesso più buoni per uno stesso acquisto, non li compilano coi propri dati personali e li spendono anche per acquisti nei supermercati.

Funzionamento del rimborso[modifica | modifica sorgente]

Le società emittenti i buoni pasto stipulano un contratto di fornitura con le aziende (clienti) e un contratto di convenzionamento con i pubblici esercizi (affiliati) i quali prevedono degli sconti sul valore nominale (o facciale) del buono pasto. Le aziende distribuiscono i buoni ai dipendenti, che spendono i buoni nella rete dei locali affiliati. Gli affiliati a loro volta rispediscono i buoni incassati alle società emettitrici. Queste rimborsano agli affiliati il valore dei buoni, meno la percentuale di sconto definita nel contratto di convenzionamento.

Il guadagno della società emettitrice è composto:

  • dalla differenza fra quanto pagato dalle aziende clienti e quanto rimborsato ai locali più il ristorno dell'IVA, esistendo un differenziale di IVA
  • dalla gestione finanziaria della liquidità che si genera nello sfasamento temporale tra l'acquisto dei buoni pasto da parte delle Aziende/PA che li assegnano ai propri dipendenti, e il pagamento degli esercenti che hanno fornito il pasto
  • dal valore dei buoni scaduti (quindi comprati da un'azienda cliente ma mai utilizzati)
  • da altre voci eventuali quali i "servizi aggiuntivi" forniti agli esercenti (servizi tecnici, amministrativi, ecc...)

Iniziative di protesta[modifica | modifica sorgente]

La concorrenza tra le società emettitrici, soprattutto nelle gare al ribasso per l’aggiudicazione di appalti per le pubbliche amministrazioni italiane ha portato ad un progressivo innalzamento delle condizioni applicate nei contratti di convenzionamento degli esercenti con le società emittenti.

Per contestare questa situazione, i ristoratori affiliati aderenti alla Fipe il 13 marzo 2007 hanno organizzato un giorno di protesta, il “No ticket day”, in cui non hanno accettato i buoni pasto. Le maggiori associazioni di categoria di entrambe le parti hanno quindi richiesto il ritorno a una maggiore regolamentazione del settore.[9] Nel 2008 è stato richiesto al governo italiano di innalzare il valore massimo defiscalizzato (5,29 euro), fermo dal 1997 e ritenuto ormai insufficiente.[10]
Le proteste si concentrano sull'elevato valore delle commissioni che gli emittenti chiedono agli esercenti ed ai ristoratori, passate dal 3% del 2003 al 12% nel 2012[1], ma le gare della Consip rappresentano un calmiere contro questo fenomeno, a tutela degli esercenti. Infatti la gara che annualmente viene bandita dalla Consip per circa 1 miliardo di euro prevede un tetto al 5% delle commissioni, ed ai concorrenti che lo ribassano vengono assegnati più punti nella gara[2].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Marco Belpoliti, La Stampa: Più voucher per tutti, La Stampa. URL consultato il 13 ottobre 2009.
  2. ^ Godfrey Anderson, The Free-Lance Star: Luncheon Vouchers, now a way of life. URL consultato il 13 ottobre 2009.
  3. ^ D. H. Buss, Food habits in Britain, 135° Scientific Meeting, Institute of Physiology, University of Glasgow, 24 settembre 1960.
  4. ^ fonte: centro studi di Fipe-Confcommercio su dati Databank, 2006
  5. ^ art. 5 DPCM 18 novembre 2005
  6. ^ Sent. TAR Lazio n. 2885 dell'11/10/2006
  7. ^ pagina sul sito della CONSIP
  8. ^ art. 5, comma 7 decreto legge n. 95/2012, con modificazioni, dalla legge n. 135/2012
  9. ^ Intervento del Presidente - Conferenza stampa No ticket day 13 marzo 2007 da fipe.it
  10. ^ BUONI PASTO: LA FIPE VARA IL NO TICKET DAY, IL 25 GIUGNO NIENTE TICKET IN BAR E RISTORANTI.

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]