Bronzi dorati da Cartoceto di Pergola

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I bronzi dorati da Cartoceto di Pergola
Il cavaliere
Figura femminile

I bronzi dorati da Cartoceto di Pergola sono un gruppo statuario equestre romano composto da due cavalieri (di uno rimangono solo pochi frammenti), due cavalli e due donne in piedi; rappresentano l'unico gruppo scultoreo in bronzo dorato di provenienza archeologica rimastoci dell'epoca romana[1].

Ritrovamento e restauri[modifica | modifica sorgente]

Alcuni centinaia di frammenti di bronzo dorato, del peso 9 quintali, vennero scoperti casualmente nel sottosuolo il 26 giugno 1946 in località Santa Lucia di Calamello, da due contadini che stavano scavando nel proprio campo situato nella parrocchia di Cartoceto, all'interno del comune di Pergola (PU). Il rinvenimento fu segnalato al canonico Giovanni Vernarecci, all'epoca ispettore onorario di Fossombrone, dalla nipote Piera Vernarecci che, studentessa all'Università urbinate e fresca di esame in Storia dell'Arte, a seguito delle voci di un ritrovamento archeologico di grande valore, si recò, inseguendo dettagli ed indicazioni frammentarie, sul posto dove tutto era già stato fatto sparire. Nei pressi di una evidente e fresca copertura di uno scavo trovò e raccolse un pezzetto di bronzo dorato che riportò in serata allo zio, che poté intervenire il giorno successivo con le forze dell'ordine. Grazie alla sua testimonianza dattiloscritta siamo a conoscenza della circostanza fortunosa del ritrovamento e della sua effettuazione in stato di emergenza. Il Vernarecci, preoccupato per la sorte dei reperti, chiamò con urgenza Nereo Alfieri, ispettore della Soprintendenza alle Antichità delle Marche, che giunse sul luogo, fece completare gli scavi ed impedì il trafugamento dei reperti e la loro vendita sul mercato antiquario clandestino[2].

Il primo restauro fu compiuto dallo scultore Bruno Bearzi di Firenze, che per più di dieci anni offrì il suo lavoro gratuitamente solo per l'onore di operare su un monumento così prezioso. Il restauro si presentò assai difficoltoso, a causa del numero elevatissimo (diverse centinaia) dei frammenti, e anche perché i pezzi si presentavano deformati intenzionalmente prima del sotterramento; nel 1959 i reperti furono riconsegnati al Museo archeologico nazionale delle Marche dove rimasero esposti sino al 1972[3].

Dal 1972 al 1988 i bronzi dorati furono oggetto di un secondo restauro, ad opera del laboratorio di restauro della Soprintendenza alle antichità di Firenze; ciò ha permesso di integrare nelle statue altri numerosi frammenti precedentemente non assemblati, fino ad arrivare alla ricomposizione di 318 frammenti nei quattro personaggi, due maschili a cavallo e due femminili stanti. Al termine del restauro, dopo una serie di mostre in Italia e all'estero, i bronzi dorati tornarono ad essere esposti al Museo Nazionale, ma questa volta non più come singoli pezzi, ma come un gruppo statuario unico. Oramai era chiaro che essi rappresentavano l'unico gruppo scultoreo in bronzo dorato rimastoci dell'epoca romana[4].

Ipotesi di Filippo Coarelli

Una seconda ipotesi prevede una datazione nell'età cesariana tra il 50 a.C. e il 30 a.C. e identifica i personaggi come appartenenti ad una prestigiosa famiglia legata al territorio del ritrovamento, l'ager Gallicus. All'interno di questo inquadramento storico rimangono diverse ipotesi di identificazione: le principali proposte vedono da una parte la famiglia dei Domizi Enobarbi, dall'altra la coppia composta da Marco Satrio (senatore e patrono di Sentinum, odierna Sassoferrato) e Lucio Minucio Basilo (originario di Cupra Maritima, odierna Cupra Marittima, futuro cesaricida)[5].

Ipotesi di Lorenzo Braccesii

Il professor Lorenzo Braccesi dell’università di Padova, si è invece limitato a identificare i personaggi come appartenenti ad una famiglia di altro rango, di tarda età repubblicana, senza però escludere l’ipotesi che il gruppo sia stato realizzato posteriormente, in età augustea, mentre la collocazione più probabile sarebbe Pisarum, l’antica Pesaro[6].

Ipotesi di Viktor H. Böhm

Un'ulteriore ipotesi, elaborata dal professor Viktor H. Böhm dell'università di Vienna, vede il gruppo collocato originariamente nell'esedra dell' Heraion di Samo e i personaggi appartenenti alla famiglia di Cicerone, identificando con il cavaliere Cicerone stesso[7].

Ipotesi di Mario Pagano

L'ipotesi più recente, esposta dal professor Mario Pagano, è quella secondo la quale la statua del cavaliere meglio conservato rappresenterebbe Lucio Licinio Varrone Murena, l'altra statua virile il padre Lucio Licinio Murena e infine la statua muliebre meglio conservata raffigurerebbe Terenzia, sposa di Gaio Mecenate e sorella adottiva di Lucio Licinio Varrone Murena. Tutti essi sarebbero quindi personaggi di spicco della Roma del I° secolo avanti Cristo[8].

Ipotesi di Danilo Re

In articoli apparsi su stampa locale[9] nel gennaio 2014, il riminese Danilo Re ipotizza che i bronzi potrebbero aver coronato l'Arco d'Augusto di Rimini e rappresenterebbero: Giulio Cesare (il cavaliere superstite); Ottaviano Augusto (il cavaliere mancante, ma col cavallo più alto); Azia maggiore, madre di Ottaviano (la matrona integra); Giulia minore, madre di Azia e sorella di Cesare (la matrona frammentaria).

Descrizione[modifica | modifica sorgente]

Cavaliere
Il cavaliere che si è meglio conservato è un uomo maturo (40 anni circa), il cui abbigliamento (paludamentum e tunica) lo identifica come un militare di alto rango in tempo di pace, circostanza questa che è confermata dal braccio destro elevato come segno di pace. Dell'altro cavaliere non rimangono che pochi frammenti.
Donna
La donna è rappresentata in età avanzata e l'acconciatura ellenistica (caratteristica della seconda metà del I secolo a.C.) ha permesso la retrodatazione del gruppo. La donna è vestita con una stola e una palla. Anche per le figure femminili lo stato di conservazione è ben differente, mentre una donna è praticamente integra dell'altra è stata rinvenuta solamente la porzione tra il basamento e la vita.
Cavalli
I cavalli si presentano incedenti con una zampa anteriore alzata. Il pettorale è decorato con tritone e nereide, cavalli marini e delfini. Le bardature sono adornate con falere di metallo su cui sono rappresentati con funzione protettiva diversi dei: Giove, Venere, Marte, Giunone, Minerva, Mercurio.

Tecnica e materiali[modifica | modifica sorgente]

La tecnica fusoria è quella della cera persa indiretta, la lega metallica utilizzata è di rame con tracce di piombo, successivamente alla fusione si è applicata una doratura a foglia.

La contesa[modifica | modifica sorgente]

Veduta d'insieme del gruppo

Il gruppo, esposto fino al 1972 al Museo archeologico nazionale delle Marche di Ancona, era stato in quell'anno consegnato alla Soprintendenza archeologica di Firenze per un nuovo restauro, al fine di reintegrare tutti i frammenti non ancora assemblati. Le statue furono restituite al museo nel 1988 e nello stesso anno date in prestito per una mostra che si tenne nel comune nel quale esse erano state ritrovate: Pergola. Alla scadenza del prestito le statue però non vennero riconsegnate[10] e iniziò una lunga e dura contesa tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici delle Marche e il comune di Pergola sul luogo in cui i bronzi dorati dovessero essere esposti: al Museo Archeologico Nazionale delle Marche, sito ad Ancona, o in un nuovo museo da istituirsi a Pergola, luogo del rinvenimento? La contesa fu accesissima, a causa della straordinaria rilevanza archeologica del reperto. Nel frattempo i bronzi dorati, esposti in luogo con clima non controllato, cominciarono a manifestare segni di danneggiamento delle superfici, e fu necessario un terzo restauro[11]

Le copie ricostruttive dei Bronzi dorati sulla sommità del Museo Archeologico Nazionale

Nel 2001 il Ministero dei Beni Culturali stabilì un compromesso che vide l'alternarsi dei bronzi dorati originali e di una perfetta copia tra il Museo archeologico nazionale delle Marche e il Museo dei Bronzi dorati e della città di Pergola, creato all'uopo. Un'altra copia che rappresenta i bronzi dorati non allo stato di conservazione attuale, ma nello splendore originale, venne posizionata in Ancona sul tetto di palazzo Ferretti (sede del Museo archeologico nazionale delle Marche) come simbolo dell'archeologia marchigiana.

Nel 2008 una sentenza (n. 3066) del Consiglio di Stato interruppe il pendolarismo delle sculture, affidando in via definitiva le opere al comune di Pergola ed al suo museo; il comune di Ancona e la provincia di Ancona presentarono ricorso contro questa decisione.[12]

Il 26 novembre 2011 il Consiglio di Stato (in seguito al ricorso sporto dal Comune di Ancona) ha annullato la decisione del 2008 riabilitando la convenzione del 27 luglio 2001 sul pendolarismo (sei mesi a Pergola, sei ad Ancona) e chiedendo decisioni condivise da parte delle province e dei comuni interessati.[13]

Il 9 maggio 2012 il comitato dei tecnici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha deciso di affidare il gruppo bronzeo alla collezione archeologica più importante del territorio, ovvero al Museo archeologico nazionale delle Marche di Ancona[14]. Nonostante siano passati due anni dalla sentenza, i bronzi dorati sono nel 2041 ancora esposti al museo di Pergola.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Mario Luni, Fermo Giovanni Motta, I bronzi dorati di Pergola: un enigma?, edizione QuattroVenti, 2000, in cui si legge: Il complesso archeologico ormai noto nella letteratura scientifica come "Bronzi dorati da Cartoceto", che costituisce l'unico gruppo statuario del genere, di provenienza archeologica (pagina 69)
  2. ^ Sandro Stucchi Il gruppo bronzeo tiberiano da Cartoceto (pag. 10); L'Erma di Bretschneider, 1988
  3. ^ Sandro Stucchi Il gruppo bronzeo tiberiano da Cartoceto; L'Erma di Bretschneider, 1988
  4. ^ Sandro Stucchi, Il gruppo bronzeo tiberiano da Cartoceto, Roma 1998
  5. ^ F. Coarelli, in I bronzi dorati di Pergola: un enigma?, a cura di Mario Luni, Fermo Giovanni Motta, edizioni QuattroVenti, 2000
  6. ^
  7. ^ Notizia tratta dal mensile della Regione Marche anno XXIX n. 9-12/2001
  8. ^ Vedi la seguente pagina del sito del Ministero dei Beni Culturali.
  9. ^ I BRONZI DI CARTOCETO ERANO SULL'ARCO D'AUGUSTO?
  10. ^ vedi la pagina de "Il giornale del'arte" del 24 febbraio 2010: www.ilgiornaledellarte.com/articoli//2010/2/101457
  11. ^ Vedi la pagina www.cultura.marche.it/cultura/itinerari/marcheologia/Pergola_bronzi/capolavori
  12. ^ Ancona contro Pergola: è ancora guerra sui Bronzi di Cartoceto. in Il Resto del Carlino, 25 giugno 2009. URL consultato il 26 giugno 2009.
  13. ^ Il Messaggero, 26 novembre 2011, cronaca delle Marche
  14. ^ Bronzi di Pergola, il ministero li affida definitivamente ad Ancona., Il Resto del Carlino, 9 maggio 2012. URL consultato il 10 maggio 2012.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

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Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

Controllo di autorità VIAF: 305312288