Brent Spar

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.
La piattaforma in costruzione a Rotterdam

La Brent Spar, o Brent E, era una piattaforma di stoccaggio galleggiante di tipo spar operata dalla Royal Dutch Shell nel mare del Nord, che ha terminato la propria vita utile nel 1995.

Informazioni tecniche[modifica | modifica sorgente]

La Brent Spar era una piattaforma galleggiante di tipo spar adibita allo stoccaggio di greggio dal giacimento Brent. L’olio, proveniente dal giacimento Brent ed estratto dalla vicina piattaforma Brent A, veniva stoccato nelle cisterne della struttura per essere poi trasferito al terminale di Sullom Voe sulle isole Shetland.

La struttura misurava 147 metri di altezza e 29 m di diametro, con una stazza di 66.000 tonnellate. Le cisterne capaci di contenere fino a 50.000 tonnellate di greggio erano costruite con lamiere di 20 mm di spessore.

Mappa di localizzazione: Mare del Nord
Posizione della piattaforma

Storia[modifica | modifica sorgente]

Operatività[modifica | modifica sorgente]

La Brent Spar era posizionata a 2 km dalla piattaforma Brent A, al largo delle coste scozzesi, ed ha operato a partire dal 1976 fino al 1991 quando è stata dichiarata obsoleta. La piattaforma era posseduta in joint venture dalla Shell e dalla Esso.

Le proteste[modifica | modifica sorgente]

Nel 1995, terminata la vita utile della struttura, la Shell decide di dismetterla affondandola a 150 miglia al largo delle coste delle coste scozzesi, in un fondale di 2.000 m. Il 30 aprile 1995 un gruppo di attivisti di Greenpeace tenta di atterrare con un elicottero sulla Brent Spar, ma vengono respinti dai getti dei cannoni d'acqua antincendio della piattaforma. La scena viene tuttavia filmata e le immagini mandate ai media di tutto il mondo producendo sdegno nell'opinione pubblica[1]. Le proteste degli ambientalisti miravano ad una differente soluzione per il decommissioning della piattaforma, invitando a smantellarla sulla terraferma, recuperando i residui petroliferi contenuti nelle cisterne e riciclando le struttura metallica. Secondo gli ambientalisti la piattaforma conteneva ancora metalli pesanti come mercurio, cadmio, rame, arsenico oltre a 5000 tonnellate di greggio ancora presente nelle cisterne. Successivamente uno studio della norvegese Det Norske Veritas ha dimostrato che Greenpeace aveva esagerato le stime di un fattore 1000[2].

Per contro la Shell sosteneva che la demolizione a terra sarebbe stata più pericolosa, dannosa per l'ambiente e soprattutto molto più costosa.

A maggio del 1995 la piattaforma, scortata da una nave da guerra britannica e da tre navi della compagnia petrolifera, comincia ad essere rimorchiata da due rimorchiatori verso il punto definito per l'affondamento, nell'oceano Atlantico a est delle isole Shetland.

Contemporaneamente comincia ad allargarsi la protesta contro la Shell: in Germania ed Olanda molti automobilisti boicottano la compagnia petrolifera anglo-olandese, scegliendo di non fare rifornimento presso le stazioni di servizio della Shell; molte amministrazioni cittadine, esponenti politici e società di trasportano invitano al boicottaggio. Molte società e multinazionali si allineano con il boicottaggio contro la Shell: la Deutsche Telekom, la Bayer, la Mannesmann Demag ed altre ancora aderiscono alla protesta cavalcando l'onda emotiva provocata dall'eccezionale protesta ambientalista che si era sviluppato in così poco tempo in Germania. Lo stesso cancelliere tedesco Helmut Kohl, supportato dai governi olandese e danese, si schiera a favore della soluzione dello smantellamento, facendo pressioni nel corso di un vertice del G7 nei confronti del governo britannico sul quale ricade la decisione finale.

Accanto alle forme pacifiche, alcuni episodi di protesta violenta si verificano in alcune città tedesche: lanci di bottiglie molotov, bombe carta, attentati incendiari e colpi di pistola hanno come obiettivo le stazioni di servizio della Shell.

Gli attivisti di Greenpeace erano coordinati da Harald Zindler, ex ingegnere navale, che ha allestito ad Amburgo un centro strategico dove addestrare gli attivisti e da cui far partire le proteste, comprese quelle più spettacolari come gli abbordaggi alla Brent Spar per mezzo di elicotteri e gommoni. Il centro è dotato di ogni sorta di attrezzature: giubbotti di salvataggio, stivali, generatori, cavi, corde, uffici mobili, computer e fax, oltre che scorte di cibo e strutture per l’addestramento[3].

Colpita dall'imprevista dimensione della protesta e dalla perdita del 20-30% delle vendite alle pompe di benzina della controllata tedesca Shell AG, la Shell comincia ad avere i primi ripensamenti, in disaccordo però con il governo britannico sul quale gravava la responsabilità di regolamentare lo smantellamento delle decine di piattaforme del mare del Nord, molte di esse vicine, come la Brent Spar, alla fine della vita utile.

La differenza tra le due alternative di decommissioning delle piattaforme sta sostanzialmente nei costi: la Shell aveva stimato che per l'affondamento della Brent Spar sarebbero stati necessari 11.800.000 £, contro i 46.000.000 dell’alternativa dello smantellamento a terra.

Il 20 giugno 1995, giorno previsto per l'affondamento della Brent Spar, il premier britannico John Major nel corso di un intervento alla Camera dei Lord conferma il benestare del governo all'affondamento della piattaforma. Nello stesso giorno due attivisti di Greenpeace riescono a calarsi sulla piattaforma da un elicottero e si incatenano a bordo per impedire l'affondamento insieme ad altri due militanti che avevano raggiunto la Brent Spar precedentemente.

Lo stesso giorno, nel corso del vertice organizzato dalla stessa compagnia petrolifera, la Shell decise che la propria posizione non era più difendibile e rinunciò al proposito di affondare la Brent Spar. Il management della società rilasciò la seguente dichiarazione:

(EN)
« Shell's position as a major European enterprise has become untenable. The Spar had gained a symbolic significance out of all proportion to its environmental impact. In consequence, Shell companies were faced with increasingly intense public criticism, mostly in Continental northern Europe. Many politicians and ministers were openly hostile and several called for consumer boycotts. There was violence against Shell service stations, accompanied by threats to Shell staff. »
(IT)
« La posizione della Shell come grande impresa europea è diventata insostenibile. La Spar ha acquisito un significato simbolico del tutto sproporzionato al suo impatto ambientale. Per conseguenza, le società del gruppo Shell hanno dovuto affrontare critiche di dominio pubblico sempre più intense, soprattutto nell'Europa continentale settentrionale. Molti politici e ministri sono stati apertamente ostili e molti hanno fatto appello al boicottaggio da parte dei consumatori. C'è stata violenza contro le stazioni di servizio Shell, accompagnato da minacce nei confronti del personale della Shell. »
(Shell, Press release)

Nei primi giorni di luglio 1995 il governo norvegese dà il permesso alla Shell di smantellare la Brent Spar a Erfjord in Norvegia. La piattaforma è rimasta nella località norvegese per diversi anni prima che le varie opzioni di smaltimento venissero considerate[4][5].

Nel gennaio 1998, infine, la Shell ha annunciato la decisione di riutilizzare una parte dello scafo principale nella costruzione di nuovi impianti portuali di Mekjarvik vicino a Stavanger, Norvegia. Le operazioni di smontaggio sono durate complessivamente 18 settimane.

Conseguenze[modifica | modifica sorgente]

L'intera vicenda della Brent Spar ha prodotto un grave danno d'immagine per la Shell, ma anche per l'organizzazione Greenpeace quando si è scoperto che aveva eccezionalmente sovrastimato la quantità di materiali pericolosi contenuti sulla piattaforma.

L'episodio tuttavia è stato la ragione della pubblicazione del primo rapporto di sostenibilità da parte della compagnia anglo-olandese.

Inoltre il forte sentimento ambientalista risvegliatosi con la protesta ha portato alla stipula del trattato contro lo scarico di rifiuti da parte di navi e aeromobili sancito dalla Convenzione di Oslo del 1972, sostituito poi dalla convenzione OSPAR[6]. La convenzione, ratificata ulteriormente nel 1998, prevede che tutte le piattaforme del mare del Nord debbano essere smantellate sull’esempio della Brent Spar; la normativa è stata poi estesa al mar Baltico con la convenzione di Helsinki del 1992. Il tentativo di estendere il divieto a livello mondiale nel corso della convenzione di Londra del 1996 è fallito.

Incidente d'elicottero[modifica | modifica sorgente]

Il 25 luglio 1990 un elicottero Sikorsky S-61 della British International Helicopters proveniente dall'aeroporto di Sumburgh ha urtato la piattaforma nel tentativo di atterrare. L'elicottero è precipitato in mare provocando la morte di sei dei tredici passeggeri a bordo[7][8].

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ Klein, op. cit., 2001
  2. ^ (EN) Nicholas Schoon, 'Glaring error' on Brent Spar toxic waste, The Independent, 19 ottobre 1995. URL consultato il 27 marzo 2012.
  3. ^ Carlo Pizzati, Ecologisti d'assalto, La Repubblica, 29 agosto 1995. URL consultato il 27 marzo 2012.
  4. ^ Piattaforma: La Brent Spar in Norvegia, Adnkronos, 7 luglio 1995. URL consultato il 4 aprile 2012.
  5. ^ Owen, Rice, op. cit., 1999
  6. ^ (EN) Convention for the Protection of the Marine Environment of the North-East Atlantic, Commissione OSPAR, 18 maggio 2006. URL consultato il 27 marzo 2012.
  7. ^ (EN) Aircraft accident report 2/91., Dipartimento dei Trasporti del Regno Unito, 10 settembre 1991. URL consultato il 27 marzo 2012.
  8. ^ (EN) Aircraft accident report 2/91. Appendix A to K., Dipartimento dei Trasporti del Regno Unito, 10 settembre 1991. URL consultato il 27 marzo 2012.

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]