Blas Valera

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Tre firme di Blas Valera (collezione privata C. Miccinelli- Napoli)

Blas Valera (Llauantu, 1545Alcalá de Henares, 2 aprile 1597) è stato un gesuita e scrittore peruviano naturalizzato spagnolo.

Sarcofagi preispanici della regione di Chachapoyas

La figura di Blas Valera ha sempre appassionato gli storici per la sua enigmaticità. La sua vita presenta aspetti oscuri che hanno alimentato interrogativi e leggende tanto più che le numerose opere che ha prodotto, quale scrittore fecondo e raffinato, sono conosciute solo attraverso le citazioni di altri autori. Facciamo - naturalmente - eccezione per la "Relación de las costumbres antigüas de los naturales del Pirú" che, pervenutaci anonima, gli è solitamente attribuita, ma non senza autorevoli contestazioni.

Biografia[modifica | modifica sorgente]

Blas Valera nacque nel 1546 a Chachapoyas, sull'altipiano andino, da padre spagnolo e da madre indigena. Il padre, Luis Valera, era uno dei primi "conquistadores" del Perù e la madre, Francisca Perez, era una india, fattasi cristiana come suggerisce il nome, probabilmente dell'entourage del defunto inca Atahuallpa.

Il fanciullo, malgrado fosse meticcio, fu accolto nella Compagnia di Gesù in cui entrò nel 1568 per condurvi due anni di studi preliminari e, successivamente, altri due anni di "Artes" e uno di "Theologia". Nel 1573, infine, venne ordinato sacerdote nella diocesi di Lima.[1]

I giudizi sul nuovo confratello, conservati negli archivi dei padri teatini, sono lusinghieri: «È lettore di opere latine, ha buona salute, buona intelligenza e giudizio; ha talento per predicare e confessare gli indigeni,conosce bene la loro lingua e può anche leggere il latino con sufficienza. È umile e obbediente, recita le orazioni ed è affezionato alla Istituzione. È meticcio[2]

La sua prima missione apostolica si svolse nel Nord del paese, a Huarochiri, in prossimità di Quito dove i gesuiti operavano per l'estirpazione dell'idolatria a fianco di Francisco de Avila.[3] Il nuovo confratello diede prova di sapersi intendere perfettamente con gli indigeni e la sua conoscenza della lingua nativa fu assai apprezzata dalla reggenza dei Gesuiti che decise di trasferirlo al Cuzco. Anche qui gli indigeni si affezionarono al giovane gesuita.

Potosí

Quando nel 1577 venne deciso di inviarlo a Potosí, una pacifica sollevazione dei suoi fedeli, appoggiata anche da residenti spagnoli, obbligò i suoi superiori a rimandare di qualche mese la sua partenza. Comunque nel 1578 Blas Valera faceva opera di evangelizzazione in Juli e successivamente a Potosí come gli era stato ordinato.

Nel 1582 o 1583 accadde però un fatto straordinario che avrebbe cambiato radicalmente la vita del religioso meticcio. Egli venne accusato di aver avuto rapporti intimi con una donna e venne allontanato dal luogo di predicazione.

Per un religioso dell'epoca la vicenda era assai grave e per una simile colpa erano previste punizioni severe. Tuttavia, in attesa che le superiori autorità romane si pronunciassero sul suo caso, Blas Valera, trasferito a Lima, si dedicò alla revisione di testi catechistici in quechua e all'insegnamento nel Collegio della città.

Solo nel 1587, sollecitata da istanze dei gesuiti peruviani, giunse infine la decisione del Superiore Generale di Roma, Claudio Acquaviva. Si trattava di un castigo esemplare.
Blas Valera doveva essere incoraggiato a lasciare la Compagnia di Gesù per passare ad un qualsiasi altro ordine ecclesiastico. In caso non avesse accettato doveva essere addetto per dieci anni ad uffici i più umili possibili. Per i primi quattro anni doveva essere sospeso "a divinis" e rinchiuso in luogo ristretto per digiunare e recitare Salmi ed altre orazioni. Per i successivi sei anni avrebbe potuto celebrare, in privato la Santa Messa e comunicarsi, ma non avrebbe potuto uscire dal luogo di ritenzione né comunicare con estranei.[4]

Gli storici si domandano sul perché di questa punizione eccessiva. La colpa accreditata al gesuita meticcio era sì grave, ma non abbastanza per giustificare una simile pena. Casi analoghi erano stati regolati con castighi ben più moderati e di durata molto inferiore. La condanna più severa che si ricordi era stata comminata ad un frate impedito, per quattro anni, di lasciare il convento e di confessare donne.

Comunque, nel 1591, venne deciso di inviare il reo in Spagna per scontarvi il resto della condanna. Le privazioni fisiche e morali avevano, però, minato la salute di Blas Valera e costrinsero i suoi superiori a rimandare il viaggio trattenendolo dapprima a Quito e successivamente a Cartagena.

Solo nel 1595 poté essere inviato a Cadice, in Spagna, dove giunse dopo essere sbarcato a Lisbona. La fermezza del Generale dell'Ordine lo seguì anche nella penisola iberica e ulteriori istruzioni ingiunsero ai suoi superiori, quasi fossero dei carcerieri, di sorvegliarlo attentamente e di impedirgli una possibile fuga.[5] Il tempo non mitigò di molto l'inflessibilità della direzione romana. Poiché il priore del convento, in cui era rinchiuso Blas Valera, gli aveva permesso di tenere delle lezioni nel locale Collegio dei gesuiti, giunse un ordine perentorio per impedire al gesuita penitente di tenere dei corsi di grammatica.

Questa proibizione di parlare ad altri di "grammatica" alimenterà in seguito molte polemiche tra gli storici che si sono occupati della vicenda.

Rimasto ferito nel sacco di Cadice del 1596, Blas Valera, all'età di 51 anni si spense infine lontano dalla sua patria, probabilmente a Malaga secondo quanto risulta da una concisa nota conservata negli archivi dei gesuiti.[6]

Opere[modifica | modifica sorgente]

Garcilaso inca de la Vega parla diffusamente nella sua opera principale (Commentarios reales) di un storia degli imperi incaici scritta da Blas Valera, che, ammette di aver ampiamente adoperato per la stesura della sua pubblicazione. Questa storia, del gesuita meticcio, sarebbe stata scritta in latino e sarebbe stata salvata, pur mutilata e malridotta, dal sacco di Cadice. L'autore l'avrebbe ricevuta, nel 1600, a mano di un altro gesuita, il padre Pedro Maldonado de Saavedra. Si tratta con ogni probabilità de la "Historia occidentalis" che altri autori riconoscono opera di Blas Valera e che non è giunta a noi se non attraverso i richiami effettuati da Garcilaso.

Un altro autore, Anello Oliva, anche lui gesuita e anche lui di stanza in Perù, assicura di aver consultato un vocabolario commentato già appartenuto a padre Blas de Valera che, peraltro, si fermava alla lettera "H". Questa originalissima opera gli avrebbe consentito di apprendere la storia delle origini degli inca e, in particolare, l'esistenza di altre dinastie precedenti quella ufficiale. Anche di questo manoscritto si è persa ogni traccia.

Infine, riscontriamo che il Padre Blas de Valera è indicato dai più come il probabile autore del manoscritto anonimo a titolo "Relación de las costumbres antigüas de los naturales del Pirú". Quest'ultimo documento, attualmente depositato nella "Biblioteca Nacional de Madrid", è stato oggetto per la prima volta di pubblicazione nel 1879 a cura dello storico Marco Jimenez de la Espada e da allora non ha cessato di essere al centro di dispute tra gli esperti sulla paternità o meno di Blas Valera. Giova osservare che i più accreditati ricercatori propendono, in stragrande maggioranza, per l'attribuzione dell'opera in questione al gesuita meticcio.

Una polemica di inizio novecento[modifica | modifica sorgente]

Il celebre americanista Manuel Gonzáles de la Rosa intervenne nel 1907 su una rivista storica peruviana denunciando quello che, a suo parere, era un plagio da parte di Garcilaso de la Vega. Secondo la sua denuncia, l'autore dei Commentarios reales aveva bellamente copiato l'opera di Blas Valera di cui era entrato in possesso integralmente. Solo così si spiegavano i ricordi tanto netti dell'autore su fatti che risalivano alla sua gioventù, ovvero a quaranta anni prima. Parimenti denunciava come un altro plagio l'ulteriore sua opera, "La Florida del inca", atteso chi vi si trattava della spedizione di De Soto in Florida, un paese che Garcilaso non aveva mai visitato.

Un allora giovane studioso peruviano raccolse la sfida. Si trattava di José de la Riva Agüero, destinato a diventare un famoso storico di antichità peruviane. Secondo lui Gonzáles de la Rosa era in errore proprio perché Garcilaso aveva copiosamente citato la fonte dell'opera di Blas Valera, cosa che non avrebbe mai fatto se si fosse trattato di un plagio.

Prontamente arrivò una replica. Garcilaso aveva scoperto l'arte dello scrivere solo in vecchiaia, il che faceva sospettare l'uso di scritti altrui ed inoltre la parte più penetrante della sua opera era quella riguardante la storia di Chachapoyas che, guarda caso, era la contrada di origine di Blas Valera che invece l'autore dei Commentarios non aveva mai conosciuto.

Nel ribattere, il suo antagonista introdusse un nuovo argomento polemico. Non vi era certezza che Blas Valera fosse l'autore della "Relación" e neppure del "Vocabolario", atteso che le nozioni storiche in essi contenute erano confuse ed arbitrarie mentre Garcilaso parlava del gesuita come di uno spirito di massima saggezza.

A questo punto la polemica si trascinò tra sterili contestazioni, ma la questione fondamentale era stata posta: Blas Valera era o no l'autore della "Relación de las costumbres antigüas de los naturales del Pirú" ?

Cinquant'anni dopo, l'autorità di un grande maestro, Raúl Porras Barrenechea, avrebbe definitivamente risolto la questione. Secondo lui Gonzáles de la Rosa aveva avuto torto ad accusare Garcilaso di plagio, ma anche Riva Agüero si era sbagliato negando la identità di Blas Valera e del religioso anonimo autore della "Rélación" che venne, da allora, definito il "Gesuita fantasma".

Polemiche successive al ritrovamento della cosiddetta Collezione Miccinelli[modifica | modifica sorgente]

La memoria del Padre Blas Valera ha continuato a suscitare dibattiti e polemiche, anche negli anni novanta, quando sono riprese con maggior virulenza le dispute legate al suo nome.

Antefatto[modifica | modifica sorgente]

Nella casa napoletana della dott.ssa Clara Miccinelli è stata casualmente ritrovata, negli anni '90, una scatola avvolta in un consunto tessuto andino. Al suo interno, oltre a svariati oggetti di stile peruviano, tra cui un quipu numerico, sono stati reperiti due documenti manoscritti. Il tutto era appartenuto allo zio della Miccinelli, il maggiore Riccardo Cera, che in amicizia con il duca Amedeo di Savoia-Aosta, lo avrebbe ricevuto in dono da quest'ultimo. La storia di questi reperti è lunga e complicata, ma il loro contenuto è addirittura sconcertante.

Il primo documento[modifica | modifica sorgente]

Il primo di questi documenti titolato in maiuscolo "EXSUL IMMERITUS BLAS VALERA POPULO SUO" è composto da 22 carte e mezzo. Le prime sette pagine del manoscritto sono scritte in latino. In esse si trovano delle rivelazioni sconvolgenti. Apprendiamo dalla penna di Blas Valera che la data della sua nascita è riferita all'anno 1545 e fin qui nulla di particolare. Narrando la sua vita il gesuita narra che sua madre, nata Urpay, venne uccisa da suo padre Alonso Valera in un accesso d'ira e che egli venne cresciuto dallo zio Luís e da questi avviato alla vita ecclesiastica.

Prosegue anticipando una relazione del conquistador Francisco de Chavez, allegata in uno scritto a parte e narra delle sue difficoltà tra i Gesuiti e, in particolare, dell'inimicizia nei suoi confronti del Padre Generale Aquaviva.

Costretto in Spagna, avrebbe subito il furto delle sue carte consegnate a Garcilaso che, effettivamente, avrebbe commesso un plagio usandole indiscriminatamente e per di più avrebbe falsato le sue idee ricostruendo una visione sfavorevole agli indigeni.

A questo punto Blas Valera pronuncia un'altra sorprendente rivelazione. Egli non sarebbe morto nel sacco di Cadice, ma con l'autorizzazione del nuovo Generale dei Gesuiti, Muzio Vitelleschi, avrebbe riguadagnato il Perù per compiervi nascostamente la sua opera di apostolato, mentre si lasciava accortamente credere alla sua scomparsa terrena.

Sempre col consenso di Padre Vitelleschi, sarebbe poi tornato in Spagna nel 1618, dove sarebbe morto nel 1619 ad Alcalá de Henares, e qui avrebbe scritto la pergamena in esame. Le rivelazioni non erano però finite perché, nell'elencare le sue opere letterarie, Blas Valera dichiarava di essere l'autore della Nueva Corónica y Buen Gobierno che, solo per motivi di opportunità sarebbe stata attribuita ad un indio compiacente, pagato al proposito, un certo Felipe Guaman Poma de Ayala.

La relazione di Chavez[modifica | modifica sorgente]

La battaglia di Cajamarca, in un'incisione di Johann Theodor de Bry

Nel manoscritto si parla di una relazione di Francisco de Chavez indirizzata al Re di Spagna e tenuta nascosta per motivi di opportunità da quanti ne vennero in possesso, tra cui, tra l'altro Polo de Ondegardo e il Provinciale dei Gesuiti peruviani, José de Acosta. La relazione conterrebbe nientemeno che una accusa rivolta a Francisco Pizarro di aver fatto uso di vino avvelenato per aver ragione degli eserciti di Atahuallpa nello scontro di Cajamarca. Grazie alla pratica di veleni di Johannes Yepes, un domenicano al seguito dei conquistadores, quattro barili di moscato sarebbero stati adulterati e offerti agli ufficiali di Atahuallpa che, ignari, avrebbero subito atroci dolori e, infine, la morte prima della battaglia. Yepes non avrebbe però goduto del frutto del suo crimine. Incapace di mantenere il segreto sarebbe stato ucciso "per sicurezza" dallo stesso Pizarro che avrebbe quindi minacciato di far fare la stessa fine a quanti, al corrente dell'accaduto, ne avessero fatto il minimo cenno.

Il secondo documento[modifica | modifica sorgente]

Il secondo manoscritto della Collezione Muccinelli è più breve del primo, ma non meno interessante. Il titolo "HISTORIA ET RUDIMENTA LINGUAE PIRUANORUM" è seguito dal classico simbolo gesuitico I H S sormontato da una croce. Al suo interno sono tracciate una serie di rappresentazioni numeriche che altro non sono che lettere cifrate. La decifratura di queste pagine è stata possibile recuperando il codice segreto usato dai gesuiti nel XVII secolo per proteggere la loro corrispondenza da occhi indiscreti. Le relazioni sono due, una ad opera di un certo JAC e l'altra di un tale JAO. Gli pseudonimi sono risultati appartenere a due gesuiti. JAC sarebbe Joan Antonio Cumis e JAO Joan Anello Oliva entrambi operanti nel Perù dell'epoca.

Cumis scrive in latino e dopo aver precisato che le sue informazioni gli derivano dalle rivelazioni di un nobile indigeno, tale Mayachac Azuay, già amico di Blas Valera, ripercorre le vicende della vita del gesuita fantasma. Sostanzialmente conferma quanto dallo stesso enunciato nel suo manoscritto e in particolare gli aspetti della sua morte fittizia e della sua successiva permanenza in Perù. Segue una analisi della lingua quechua e una rudimentale grammatica di questo idioma che egli avrebbe appreso dal suo informatore indigeno. Per ultimo esamina la scrittura dei quipu e spiega la translitterazione del significato dei nodi in essi contenuti.

Oliva invece scrive le sue riflessioni in italiano. Anch'egli ammette di aver avuto notizie da un quipucamayoc, un esperto di quipu, di nome Chauarurac e racconta una leggenda sulle origini delle genti peruviane che sarebbero il risultato di una mescolanza tra razze bianche venute dal Nord e genti originarie della Tartaria. Segue un riassunto della relazione di Chavez sull'eccidio di Cajamarca a mezzo del vino avvelenato. Esamina quindi la struttura dei quipu fornendo ulteriori e fondamentali elementi per la loro decifrazione. Infine Oliva rievoca la storia di Blas Valera e ammette di averlo personalmente conosciuto in Perù, nel 1611, quando era creduto morto. Apprendiamo così i particolari della sua fuga dalla Spagna e l'aiuto che avrebbe ricevuto sulle Ande da un confratello meticcio, di nome Goncalo Ruiz che lo avrebbe anche aiutato a stendere la "Nueva Corónica y Buen Gobierno" attribuita a Guaman Poma de Ayala, che era solo un prestanome pagato allo scopo.

Ambedue i religiosi insistono sull'inconsistenza delle accuse di fornicazione rivolte a Valera e adombrano una ragione diversa per il suo allontanamento. Il gesuita sarebbe stato, infatti, il promotore di una sorta di rivisitazione della religione incaica in cui avrebbe scorto delle origini cristiane. Per questo si sarebbe opposto all'accusa di idolatria verso gli inca e il suo atteggiamento gli avrebbe procurato l'accusa di eresia. Per motivi politici, in quanto l'Ordine era, proprio in quel momento, sotto attacco da parte degli altri ecclesiastici, si sarebbe preferito tenere nascosto l'assunto e regolare la questione con il trasgressore in altra maniera.

La decifrazione dei quipu[modifica | modifica sorgente]

Exquisite-kfind.png Per approfondire, vedi Quipu.
Immagine di un Quipu.

Secondo gli autori dei manoscritti citati i quipu potevano avere contenuti aritmetici o storici. I quipu storici venivano stillati dagli esperti rispettando un significato sillabico riferito a delle parole chiave conosciute. Viene fatto l'esempio della parola PA-CHA-CA-MAC, il nome della divinità concepito come parola chiave. Se un quipucamayoc avesse voluto scrivere il termine "pacha", ("tempo" in quechua) avrebbe fatto, su una cordicella, un nodo per "pa" e due per "cha", atteso che queste sillabe sono rispettivamente la prima e la seconda della parola chiave considerata. Le parole chiave sono rappresentate da simboli ricamati su stoffa e posti, per richiamarle, sulla corda principale del quipu.

Va da sé che questo metodo, senza conoscere le parole chiave è scarsamente utilizzabile e considerando l'esiguo numero di quipu esistenti (circa 500 e quasi tutti solo numerici) non consente di ricostruire le vicende della civiltà inca. Non da meno resta l'importante implicazione paleografica. Il passaggio da un disegno pittografico ad un simbolo prestabilito, con valore sillabico fonetico, sia pur esso un nodo, è un passo importante nello sviluppo della scrittura. Se la rivelazione dei documenti della collezione Micinelli troveranno conferma, potremo affermare che gli Inca erano ad grado di sviluppo della tecnica di scrittura superiore a quello dei Maya e degli Aztechi.

Contestazioni e verifiche[modifica | modifica sorgente]

Come era logico aspettarsi la anticipazione del contenuto dei manoscritti in questione ha sollevato, nel mondo dei cultori di storia peruviana, un notevole scompiglio. La reazione di molti ricercatori era dovuta non tanto alle rivelazioni contenute nella relazione di Chavez, quanto alla pretesa, avanzata da Blas Valera, di essere l'autore dell'opera "Nueva Corónica y Buen Gobierno". Dalla sua scoperta nel 1908 innumerevoli pagine erano state scritte per investigare sull'opera stessa o sull'autore e, di colpo, tutti questi studi eruditi ed approfonditi, avrebbero dovuto essere rivisti.

La questione non era di piccola portata e il mondo accademico doveva prendere una posizione. Venne perciò indetto, nel 1999 un "Coloquio Internacìonal" a Roma a cui fu invitata la totalità degli esperti mondiali del settore.

I partecipanti si schierarono ben presto in due settori distinti. Da una parte gli italiani e pochi altri sostenitori stranieri che propendevano per l'autenticità dei documenti. Dall'altra gli esperti di cultura iberica e sudamericana che unitamente ad alcuni esponenti di università anglosassoni sostenevano si trattasse di un falso.

Le prime accuse di falso si dimostrarono risibili e furono rintuzzate con facilità. Si sosteneva, ad esempio, che un disegno, raffigurante la nave carica di veleno, di uno dei documenti, rappresentava un tipo di veliero non esistente all'epoca. Fu facile per i difensori dell'autenticità dimostrare il contrario, producendo un disegno, proprio dell'opera di Guaman Poma de Ayala, che aveva la stessa struttura.

Seguirono discussioni sulle prove di autenticità di valore propriamente scientifico, fornite da accreditati esperti. Secondo i contestatori non potevano essere ritenute valide perché redatte in italiano e quindi difficilmente riscontrabili.

Nel frattempo alcuni ricercatori italiani produssero altri due importanti documenti. Si trattava di una lettera di Blas Valera al Generale dei Gesuiti, Muzio Vitelleschi, in cui segnalava il completamento del "buen Gobierno" e di un'altra lettera, dal Sudamerica, in cui si informava il viceré di Napoli, il conte di Lemos, dell'esistenza, in Lima, di un documento che denunciava l'episodio del vino avvelenato di Pizarro.

La prima era stata trovata nell'Archivio della Società di Gesù di Roma dal prof. Maurizio Gnerre e la seconda nell'Archivio di Stato di Napoli dalla prof.ssa Cantù. I fortunati ricercatori sono emeriti studiosi, ma la loro scoperta venne messa in dubbio, in modo platealmente e ridicolmente offensivo, sostenendo che entrambi gli archivi non erano sufficientemente sorvegliati per impedire eventuali intrusioni: eppure, tali archivi erano e sono controllati da telecamere a circuito chiuso.

Seguirono altri eruditi interventi, ma la conferenza si concluse così con un nulla di fatto lasciando i partecipanti ognuno sulle sue posizioni iniziali.

Note[modifica | modifica sorgente]

  1. ^ I documenti presenti negli archivi dei Gesuiti attribuiscono a Blas Valera una data di nascita anteriore a quella comunemente accettata del 1551. In un Catalogo del 1572 riprodotto in Monumenta Peruana (Tomo I, Pag. 512), si afferma che aveva 26 anni, il che sposta la sua nascita al 1546
  2. ^ Monumenta Peruana (Tomo II, Pag. 140-141) Catalogo del 1576.
  3. ^ Francisco de Avila (Cuzco 1573 - Lima 1647), anch'egli meticcio era stato abbandonato sulle soglie di una chiesa e accolto da Cristóbal Rodríguez y Beatriz de Avila, di cui assunse il nome. Prese gli ordini sacerdotali e, nel 1597, divenne curato di Huarochiri. Dispiegò una intensa attività tesa ad estirpare la idolatria degli indigeni che gli valse il riconoscimento dei suoi superiori e la nomina ad ambite cariche ecclesiastiche, Nell'intento di codificare le pratiche idolatriche e pagane degli indios scrisse un'importante opera cui, a tutt'oggi, viene riconosciuto un indiscusso valore antropologico ed etnologico al di la delle intenzioni dell'autore. Espertissimo della lingua quechua ha trascritto in questo idioma una raccolta di leggende e riti della regione di Huarochiri.
  4. ^ Monumenta Peruana (Tomo IV, Pag. 302, n. 20)
  5. ^ Monumenta Peruana (Tomo V, pag. 166)
  6. ^ Vedi il catalogo dell'archivio della provincia gesuitica di Toledo citato da J. Durand "Los ultimos días de Blas Valera" pag. 417

Bibliografia[modifica | modifica sorgente]

  • De las costumbres antiguas de los naturales del Pirú.
    • in Tres relaciones de antigüedades peruanas, Madrid 1879
    • in Crónicas peruanas de interéres indigena - Biblioteca de autores españoles - Madrid 1968
  • Egaña Antonio (curatore) Monumenta peruana, Tomi I-VI, Roma
  • Durand José Blas Valera y el jesuita anonimo - Estudios americanos - 1961
  • González de la Rosa, Manuel
    • El padre Valera, primer historiador peruano. Sus plagiarios - Revista histórica II - 1907
    • Découverte de trois precieux ouvrages du métis péruvien Blas Valera qu'on croyait détruits en 1596 - Journal de la société des américanistes - Paris 1908
    • Objeciónes a mi tesis sobre la obras de Valera. Réplica al señor Riva Agüero. - Revista histórica III - 1908
    • Polémica histórica. Las obras del Padre Valera y de Garcilaso. - Revista histórica IV - 1909
  • Riva Agüero, José de la
    • Garcilaso y el padre Valera - Revista histórica III - 1908
    • Polémica historica. El señor González de la Rosa y las obras de Valera y Garcilaso. - Revista histárica IV - 1909
  • Vargas Ugarte, Rúben S.J. Historia de la Compañia de Jésus en el Perú. Burgos 1963

  • Actas del Coloquio Internacional - Instituto italo-Latinoamericano Roma 2001

Actas del simposio internacional "Sublevando el Virreinato: los documentos Miccinelli", 52 Congresso Int. de Americanistas, Sevilla 2006, Abya Ayala, Quito, 2007. Actas della Tavola Rotonda Int. sui doc. Miccinelli "Per Bocca d' Altri", Alma Digital Library, Universita' di Bologna, 2007

  • Adorno, Rolena Contenidos y contradicciones: la obra de Felipe Guaman Poma y las asevéraciones acerca de Blas Valera. Ciberletras 2000
  • Domenici, Davide e Viviano I nodi segreti degli Incas - Gli antichi manoscritti Miccinelli riscrivono la tragica storia della conquista del Perù. Milano 2003
  • Laurencich Minelli, Laura
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    • Otro documento autentico de Nápoles . El Commercio 1999.
    • Il linguaggio magico religioso dei numeri, dei fili e della musica presso gli Inca. Bologna 2001.

Laurencich Minelli Laura (ed.), "Exsul Immeritus Blas Valera Populo Suo e Historia et Rudimenta Linguae Piruanorum", CLUEB, Bologna, 2007.

  • Laurencich Minelli Laura y Paulina Numhauser "El silencio Protagonista. El primer siglo Jesuita en el Virreinato del Peru', 1567- 1667", Abya Ayala, Quito 2004.
  • Laurencich Minelli Laura y Paulina Numhauser "Sublevando el Virreinato: documentos contestatarios a la historiografia tradicional del Peru' Colonial, los documentos Miccinelli", Abya Ayala, Quito, 2007.
  • Miccinelli Clara e Animato Carlo Quipu, il nodo parlante degli Inca. Genova 1998
  • Miccinelli Clara e Animato Carlo, " Nerofumo, La doppia ombra del gesuita " Sperling & Kupfer, Milano 2003

Voci correlate[modifica | modifica sorgente]

Collegamenti esterni[modifica | modifica sorgente]

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